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Full text of "Atti e memorie - Deputazione di storia patria per le Marche"

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R.  DEPUTAZIONE   DI   STORIA  PATRIA 


PER  LE   MARCHE 


ATTI  E  MEMORIE 

DELLA 

R.  DEPUTAZIONE 


DI 


STORIA    PATRIA 


PER  LE  PROVINCE 


DELLE   MARCHE 


NUOVA    SERIE   -   VOLUME    Vili 


1912 


ANCONA 

Presso    la  li.    Deputazione  di   Storia   Patria 

1014 


Proprietà  riservata  della   R.   Deputazione 


1121149 


WkDk 


Ascoli   P.,   1914  -  Stab.  grafico  G.    Cesari 


L'  ITINERARIO    D'  ISABELLA    D'  ESTE  GONZAGA 


ATTRAVERSO  LA  MARCA  E  L'  UMBRIA  NELL'  A- 


PRILE  DEL  1494 


È  costume  antico  di  molte  donne  di  fare  voto  di  pellegri- 
naggio a  santnaci  in  occasione  di  parto  imminente.  Lo  seguì 
anche  Isabella  D'  Este,  marcìiesa  di  Mantova,  figlia  di  Ercole 
d' Este,  duca  di  Ferrara,  e  moglie,  dal  1491,  di  Francesco 
Gonzaga,  la  tempra  femminile  più  squisita  del  nostro  Rinasci- 
mento: ma  è  dubbio  che  i  suoi  voti  e  il  consecutivi  i)ellegri- 
naggi  fossero  effetto  soltanto  della  fede  religiosa.  Forse  v'  en- 
trava un  po'  il  pensiero  di  vìncere  le  difficoltà  che  talora  si 
opponevano  alla  sua  grande  passione  per  i  viaggi.  11  primo  di 
codesti  voti  fu  quello  di  recarsi  ai  santuari  di  Loreto  e  di 
Assisi  fatto  dalla  marcliesa  sulla  fine  del  1493  poco  prima  di 
dare  alla  luce  la  sua  primogenita  Eleonora.  (1)  L'  itinerario, 
fissato  d'  accordo  colla  cognata  e  amica  amatissima  p]lisabetta 
Gonzaga  Montefeltro,  duchessa  di  Urbino,  seguiva,  per  il  viaggio 
a  Loreto,  la  via  del  mare  e  segnava  due  giorni  di  sosta  nella 
Santa  Casa:  il  20  e  27  marzo  1494.  Da  Loreto  Isabella,  per 
la  via  di  Sanseverino  e  Camerino,  sarebbe  risalita  a  Gubbio 
per  poi  ri[)rendere  la  via  di  Ferrara  e  Mantova  attraverso  la  Ro- 
magna. Il  viaggio  si  svolse  secondo  questo  itinerario  salvo  nel 
tratto  da  Loreto  a  Gubbio  nel  quale  Isabella  non  risalì  verso 
l'Appennino  j)er  la  valle  del  Potenza,  ma  tenne  la  via  di  Iesi. 


(I)  Luzio  A.  Renikr  R.  Gara  di  viaggi  fra  due  celebri  daìne  del  Eiuasoi- 
meuto  in  luteniiezzo,  rivista  di  scienze,  lettere  ed  arti,  I,  155,  Alessandria 
1890  —  Luzio-Renier  Mantova  —  Urbino,  Isabella  D'  Eale  —  Gonzaga  ed 
Elinahetta  Montefeltro  nelle  rela/Auni  fdniigliari  e  nelle  vicende  politiche,  Torino, 
Roux,   1893,   72  e   segg.   e  123. 


4   — 


Probabilmente  dalla  valle  dell'  Esino,  in  Inogo  di  rimontare  il 
fiume  fino  a  Fabriano,  la  comitiva  ragginnse  Sassoferrato  e  per 
Scheggia  si  diresse    a  Gubbio. 

Quando  la  marchesa  di  Mantova  era  a  Loreto,  da  un  messo 
di  Giulio  Cesare  Varano,  signore  di  Canjerino,  ricevette  calda 
preghiera  di  voler  visitare  questa  città  nel  ritorno  a  Gubbio  : 
al  che  la  Gonzaga  non  consentì  dicendo  che  le  conveniva  di 
prender  la  via  piti  breve  di  Iesi  per  osservare  la  promessa 
fatta  ni  duchi  di  Urbino  di  passare  con  essi  la  Pasqua,  ma 
promise  che  avrebbe  toccato  Camerino  nel  tornare  da  Assisi. 
In  conformità  di  questo  impegno  Isabella  colla  prima  delle  let- 
tere che  pubblichiamo  scritta  dà  Assisi  il  primo  di  aprile,  an- 
nunciò al  signore  di  Camerino  che  il  venerdì  prossimo  sarebbe 
giunta  a  Serravalle,  castello  dello   stato  camerinese. 

Come-  tutte  le  mogli.  Isabella  aveva  1'  obbligo  d' informare 
il  marito  degl'  itinerari  seguiti  nei  suoi  viaggi  ed  ottenerne 
l'assenso.  Ma  ciò  non  impediva  che  ella  facesse  la  sua  volontà, 
giustificando  con  innocue  e  accorte  bugie  la  violazione  degli 
accordi  prestabiliti  o  degli  ordini  ricevuti.  Poiché  della  visita 
a  Camerino  non  aveva  tenuto  parola  col  marchese,  volle  spie- 
gargliene la  ragione  colla  lettera  del  2  api  ile  nella  quale  Isa- 
bella afterma  che  Giulio  Cesare  Varano,  non  pago  dell'  invito 
fattole  a  Loreto,  lo  aveva  istantemente  ripetuto  dopo  che  ella 
era  tornata  a  Gubbio.  Naturalmente  il  rifiuto  a  tanto  cortese 
insistenza  (inventata  dalla  marchesa,  che  l'invito  era  stato  uno 
solo)  sarebbe  stato  segno  di  alterigia  e  d'  altra  parte  ai  Gon- 
zaga giova  avere  amici  dappertutto.  Nello  stesso  modo,  molti 
anni  più  tardi,  cioè  nel  1514,  Isabella,  desiderosa  di  prolungare 
il  soggiorno  a  Roma,  dove  il  tempo  le  passava  piacevolmente 
tra  feste  e  cerimonie  in  compagnia  dei  fastosi  cardinali  di 
Leone  X,  fece  che  il  ])apa  indirizzasse  un  breve  al  Gonzaga  per 
indurlo  a  pregar  lei  di  trattenersi  a  Roma  fino  al  Natale  (1). 


(1)  Luzio  A.   Isabella  D'  Ente  nei  primordi    del  papato  di  Leone  X  e  il  suo 
viaggio  a  Roma  nel  1514-15,  Milano,  Cogliati,   1907,   54,  55 


—  5  - 

Il  giorno  fissato,  4  aprile  1494,  la  nostra  gentildonna,  ve- 
nendo da  Assisi,  accompagnata  da  nna  parte  del  suo  seguito, 
incontrò,  al  confine  del  territorio  di  Foligno  —  die  corrisponde 
a  quello  d'  oggi  sulla  nazionale  Foligno  Loreto  —  1'  ormai  vec- 
chio Varano  coi  suoi  figlioli  e  insieme  con  lui  continuò  il  cam- 
mino alla  volta  di  Serravalle.  Lungo  il  tragitto  ammirò  il  ca- 
nale sotterraneo,  tuttora  esistente  (la  botte)  fatto  costruire  da 
Giulio  Cesare  per  asciugare  la  conca  settentrionale  del  lago  di 
Colflorito  (1).  Alla  propria  destra  vide  il  forte  castello  di  Di- 
gnano  e  alla  sinistra  le  mura  di  quello  di  Montacchiello,  oggi 
scomparso,  e  in  alto,  sulla  pendice  di  Monte  Maggio,  la  rocca 
di  Telagio  anch'essa  perita  (2).  Poiché  non  ci  resta  notizia  che  i 


(1)  Vedi  Appendice,  I. 

(2)  11  nome  di  Montacchiello  resta  tuttora  nella  tradizione  locale  a  desi- 
gnare la  cresta  che  verso  W.  continua  quella  di  monte  Maggio  (in.  1376)  a 
N.  di  Serravalle.  Lo  scomparso  castello  di  quel  nome,  compreso  durante  il 
Medio  Evo  nel  ducato  di  .Spoleto  e  nella  diocesi  di  Nocera,  dovette  venire 
in  possesso  dei  Varano  sul  priucii)io  del  secolo  XV.  È  del  2  sett.  1409 
(Camerino,  per  rogito  di  Tommaso  di  Pietro,  copia  in  codice  Varanesco  del- 
l' archivio  di  Parma,  e.  311^)  la  vendita  di  una  parte  del  castello,  con  terre 
annesse,  per  il  prezzo  di  300  ducati,  a  Gentilpandolfo  e  Berardo  Varano  da 
parte  di  una  Margherita  del  fu  Antonio  da  Montacchiello.  Si  può  congettu- 
rare che  alla  giurisdizione  di  questo  cuKtrum  appartenessero  la  rocca  dì  sopra  e 
la  rocca  di  Fiordisjnna,  località  menzionate  tuttora  nella  tradizione  deglf  abi- 
tanti di  Serravalle.  Sono  ancora  discernibili  tra  il  cespugliato  di  un  poggio 
le  tracce  delle  fondamenta  nella  rocca  di  Fiordispina.  La  tenuta  di  Mon- 
tacchiello passò  alla  Camera  Apostolica  insieme  coi  beni  allodiali  dei  Varano 
e  nel  Seicento  fu  tolta  in  affitto  da  famiglie  di  Nocera.  (Tesoreria  dello  stato 
di  Camerino  voi.  Ili  nell'  archivio  di  stato  di  Roma).  Dell'  asserito  dominio 
feudale  su  Montacchiello  della  famiglia  Pierbenedetti  di  Camerino  non  cono- 
sciamo alcuna  prova.   (Cf.  Colucci  G.   Antichità  pìcane,  V.  43). 

Delia  rocca  di  Telagio  la  notizia  più  antica  è  in  un  atto  di  Berardo, 
vescovo  di  Camerino.  «  Datum  apnd  roccam  Telagli  in  ecclesia  S.  Silvestri  » 
(10  sett.  1320,  Arch.  Capitolare  di  Sanseverino,  cass.  Ili,  ,5).  Dalla  Deseri- 
pHo  Marchie  del  card.  Egidio  Albornoz  (Theixek  A.  Codex  diplomaticus  tem- 
poralis  domina  ecc.  Roma  1862,  II,  338)  sappiamo  che  nel  13.")6  la  rocca  di 
Telagio  era  nelle  mani  di  Fidesniido,  figlio  di  Rodolfo  II  Varano.  Da  Fi- 
desniido  passò  al  figlio    Giorgio,  vicario    del  papa  in  Orvieto    1'  anno  1360; 


Varano    possedessero    fuori    del  castello    di   Serravalle    comode 
case  di  abitazione,    come  a  Pioraco    e  S.  Anatolia,  ci   ])are  ve- 


morto  a  Viterbo  nell'agosto  o  settembre  del  1362  (Antonelli  M.,  La  domi- 
nazione pontificia  nel  Patrimonio  durante  gii  ultimi  anni  del  periodo  avignonese, 
Roma,  1908  p.  47  dell'  est.)-  L'  eleuco  delle  cose  contenute  nella  rocca  di 
Telarlo  si  legge  nell'  «  Inentarium  domine  Todesche  de  boiiis  flliorum  »  de- 
nunciato avanti  al  giudice  delle  cause  civili  della  curia  generale  della  Marca 
a  Fermo,  il  3  febb.  1364,  da  Todesca,  figlia  del  fu  Massio  di  Gentiluccio' 
da  Mogliano  e  vedova  del  detto  Giorgio  di  Fidesmido  Varano,  in  nome  dei 
suoi  tìgli  Berardo,  Matteo  e  Lucrezia  (Codice  Varanesco  dell'  arch.  di  Par- 
ma e.    160). 

I  documenti  del  Quattrocento  a  noi  noti  tacciono  della  rocca  di  Telagio. 
È  probabile  fosse  già  al>bandonata.  Era  pure  perita  alla  fine  del  secolo  XVI 
la  chiesetta  di  S.  Silvestro  situata  accanto  alla  rocca  di  Telagio,  e  il  ve- 
scovo di  Nocera,  Roberto  Pierl»enedetti  da  Camerino,  nella  visita  pastorale 
del  1596-97,  scriveva:  «  deinde  de  longe  aspexit  ecdesiam  S.  Silvestri  de 
rocca  Telarla  situatam  in  vocabu lo  il  piano  della  rocca  in  cacumine  montisqne 
est  diruta  »  (Arch.  vescovile  di  Nocera).  Una  postilla  marginale  a  queste 
parole  ci  apprende  che  la  chiesa  di  S.  Silvestro  apparteneva  al  vescovo  di 
Nocera  e  godeva  di  un  beneficio  cui  il  vescovo  Varino  (-\-  1537)  assegnò  a 
Gabriele  di  Giacomo  Voglia,  cappellano  di  Giulio  Cesare  Varano,  signore  di 
Camerino.  Questo  beneficio  di  S.  Silvesiro  è  mentovato  nel  catasto  Devoti 
(1783j.  Anche  alla  fine  del  Cinquecento  era  quasi  in  macerieni,  secondo  la 
citata  visita  del  Pierbenedetti,  la  chiesetta  di  S.  Niccolò  di  Val  Porrara 
della  diocesi  di  Camerino,  nominata  nelle  Collettorie  della  curia  pontificia 
fino  dal  Dugento,  che  sorgeva  nella  frazione  di  Copogna  anche  oggi  detta 
S.  Niccolò  e  che  fu  dipendenza  dell'  abazia  di  Sassovivo  (cf.  D.  Placido 
Lugano,  Le  chiese  dipendenti  dall'abazia  di  Saasovivo  in  Rivista  storica  Bene- 
dettina, VI,  88,  Roma,  1913). 

II  nome  di  Telagio  dura  ancora  ia  Capo  Telata  e  Fiè  Telaia,  vocaboli  di 
terreni  appartenenti  alla  parrocchia  di  S.  Lucia  di  Serravalle.  La  rocca 
sorgeva  nei  pressi  della  vetta  di  Monte  Maggio,  a  oriente  di  Montacchiello, 
se  male  non  interpretiamo  quanto  si  legge  in  una  sentenza  di  confini  tra 
Copogna  e  Serramula  (parte  inferiore  di  Serravalle)  pronunciata  il  24  di- 
cembre 1506  dal  noto  giureconsulto  Ippolito  Fidi  da  Fiastra,  uditore  di 
Giovanni  Maria  Varano,  e  in  un  esame  testimoniale,  pure  per  causa  di  con- 
fini tra  i  detti  due  luoghi,  in  data  23  sett.  1620.  (Libro  m«.  della  comunità 
di  Copogna  contenente  verbali  delle  aduaanze  dei  padri  di  famiglia  e  alcune 
sentenze  relative  ai  confini:  atti,  la  piti  parte  del  Seicento,  riuniti  e  cuciti 
con  grande  disordine). 


-  1  -^ 

rosiiiiile  clie  Isabella  fosse  ospitata  nelF  ampia  rocca  —  forte 
arnese  di  guerra  assai  curato  per  la  sua  posizione  dai  Cameri- 
nesi  e  spesso  nominato  nella  storia  dei  loro  contrasti  bellici  — 
la  quale  nell'  ambito  suo  comprendeva  i)arte  dell'  aggregato  di 
case  che  anche  oggi*  serba  nome  di  castello  nella  parrocchia  di 
S.  Martino  della  diocesi  di  Nocera. 

Attraversata  la  villa  di  Bavareto  e  lasciato  a  destra  il 
Cliienti,  il  corteggio  s' incontrò,  presso  a  Gelagna  e  allo  spar- 
tiacque tra  il  Chianti  e  il  Potenza,  con  Giovanna  Malatesta, 
moglie  di  Giulio  Cesare,  e  Isabella  s'ebbe  da  lei  festose  acco- 
glienze; le  quali  dovettero  certamente  ripetersi  a  Camerino  da 
parte  degli  abitanti  in  forma  di  festoni  di  verdura  e  di  spari 
quando  1'  ospite  vi  entrò  per  la  porta  S.  Giacomo  destinata, 
secondo  il  Lili  (1),  agi'  ingressi    solenni  di  personaggi  cospicui. 

Il  soggiorno  d' Isabella  nella  nostra  città  durò  due  giorni 
che  furono  sabato  e  domenica  5  e  6  aprile.  La  mattina  del  lu- 
nedì la  marchesa  di  Mantova,  accompagnata  da  Giulio  e  dai 
figlioli  di  lui,  si  condusse  a  Piòraco  passando  per  Lanciano, 
dove,  come  ella  scrive,  ammirò  il  parco,  opera  recente  di  Gio- 
vanna Mahitesta.  Da  Pioraco,  secondo  il  pristino  disegno,  la 
comitiva  avrebbe  dovuto  recarsi  a  S.  Anatolia,  presso  alle 
sorgenti  dell'  Esino:  ma,  o  perchè  1'  attraesse  la  mirabile  ame- 
nità dell'  alta  e  tortuosa  valle  del  Potenza  o  per  risparmiare 
tempo  a  so  (2)  e  nuovo  dispendio  al  Varano,  Isabella,  nonostante 
le  preghiere  di  lui,  rinunciò  alla  designata  sosta  a  S. 
Anatolia  e  volle  muovere  per  Gubbio  seguendo  la  strada  di 
Gaifana.  Pertanto,  postasi  in  cammino  la  mattina  del  martedì 
8  aprile,  attraversò  il  castello  di  S.  Giovanni  di  Fiuminata, 
passò  sotto  le  rocche    alpestri  di  Spinoli    e  Orve  —  forse  qui 


(1)  Lili  C,   Historia  di  Camerino^  TI,  317. 

(2)  Da  S.  Anatolia  a  Gualdo  di  Nocera  il  canitnino  sarebbe  stato  più 
lungo  sia  che  si  volesse  tornare  nella  valle  del  Potenza  risalendo  il  fosso 
di  Palazzo  e  discendendo  a  Fiuminata  sia  che  si  preferisse  una  delle  mu- 
lattiere che  conducono  a  Belvedere  o  a  Serradica  nel  fosso  di  Serradica. 


—   8  — 

si  congedò  dai  Varano  che  in  segno  d'  onore  la  scortavano  — 
lasciò  a  destra  la  valle  di  Soniaregia  e  giunta  al  villaggio  di 
Capodacqna,  parte  di  una  comunità  della  diocesi  e  del  territorio 
di  Nocera  cliianiata  Ginggiano,  salì  la  mulattiera'  che  rimonta 
il  fosso  del  lupo,  superò  il  monte  Faeto  e  discese  a  Gaifana 
nel  bacino  del  torrente  Caldognola,  affluente  di  destra  del  To- 
pino, a  circa  6  km  a  sud  di  Gualdo  di  Nocera  (presso  all'antica 
Tadinuni)  sulla  Flaminia.  ìTon  è  meraviglia  che  l'angusta  strada 
di  montagna  oggi  frequentata  solo  da  pochi  tra  Giuggiano  e  Gai- 
fana vedesse  nel  Quattrocento  il  sèguito  di  una  gentildonna  che 
viaggiava  per  piacere.  Il  pregio  massimo  di  ogni  itinerario,  quando 
si  viaggiava  a  piedi  o  a  dorso  di  mulo  e  di  cavallo  era  la  brevit.*!, 
e  però  si  seguivano  le  valli  e  si  attraversavano  direttamente 
le  catene  dei  monti  nel  punto  dove  si  apriva  un  sentiero.  Papa 
Niccolò  V  nel  1450  giunto  da  Roma  a  Gnaldo,  diretto  a  Fa- 
briano, si  mise  per  la  via  più  breve  e  discese,  secondo  una 
cronaca  fabrianese  (1),  la  dirupata  Val  Sorda  tra  il  monte  Serra 
Santa  (1348  m.)  e  il  monte  Maggio  (1361  m.)  che  finisce  a 
Serradica  nel  bacino  del  Giano. 

La  modificazione  apportata  al  primiero  disegno  che  fissava 
la  pernottazione  a  S.  Anatolia  fu  cagione  che  la  tappa  dell'  8 
aprile  riuscisse  lunga  e  faticosji,  che  il  cavalcare  dalle  prime 
ore  del  mattino,  dopo  una  breve  sosta,  ])er  il  «lesinare,  a  Gai- 
fana, durò  fino  a  sera  quando  si  arrivò  a  Gubbio:  una  marcia 
di  pili  che  60  chilometri.  I  cavalli  erano  stanchi  e  meritarono 
una  giornata  di  riposo:  ma  il  giovedì  tornarono  all'usata  fatica 
sulla  via  di  Cagli. 

Il  Varano,  a  dimostrare  come  gli  dolesse  che  la  visita  della 
marchesa  fosse  stata  troppo  breve,  da  S.  Anatolia  il  12  aprile 
le  scrisse  «  Habiando  qui  ad  Sancta  Anatolia  alcuni  fructi  de 
montagna  dove  la  Ex  V.  non  si  è  voluta  transferire  mi  è  parso 
farneli    parte  et  raandoli  per    Francesco  presente    latore  alcuni 


(1)  Cronaca  di  Fabriano  di  Costanzo  Gili  e  Silvestro  Guerrieri  compilata 
su  documenti.  Bibl.  coui.  di  Fabriano. 


presucti,  teste  et  lingue  salate.    La  Ex  Y.   se  dignarà    pigliare 

la  mia  ()j)tima  volniità  et  ad  quella  me  raccomando.  Ex   Sancta 
Anatolia  12  aprile  14vM  ».  (1). 

I>.   Fei.iciat^gf.li 


(1)  Ardi.  Gonzaga  di  Mantova. 


<i^       «^ 


LETTERE  D'  ISABELLA  D'  ESTE  GONZAGA,   MAR- 


CHESA   DI    MANTOVA 


I. 

A  Giulio  Cesare  Varano  -  Gubbio  1  aprile  1494 

Illuatri  domino    Camerini 

lllustris  eie.  El  niintio  che  ce  mandoe  V.  JS.  a  Lo- 
reto a  visitare  et  invitarne  a  casa  sua  ne  fece  tanta 
instantia  che  volessimo  of/ni  modo  compiacerla:  che, 
non  potendo  allora,  per  non  prevalicare  da  V  ordine 
dato  a  lo  lll.mo  S.  Duca  de  Urbino  de  venire  a  fare 
le  feste  qua,  nui  non  2)otossimo  negarli  ne  V  andata 
nostra  ad  Asisio  de  venire  a  Camerino  per  farli  que- 
sto contento.  Però,  havendo  deliberato  de  andare  sobia 
ad  Asisio,  veneri  a,  disnare  a  8j)el  et  a  cena  a  Sera- 
valle,  castello  de  V.  S.,  j)er  essere  el  sabbato  a  Came- 
rino, cum  intentione  de  starli  la  domenica,  el  lune 
venirsene  a  S.  Natòlia  et  marte  gionger  qua,  x'  è 
parso  avisarne  la  8.  V.  et  mandarli  la  lista  de  la 
committiva  nostra,  quale  per  magiore  commodità  de 
allogiamenti,  havemo  limitata.  In  questo  mexo  ne  offe- 
rimo  a   V,  8,   Eugubii  prima  Aprilis  1494. 


—    14  — 
II. 

Al  marchese  di  Mantova  -  Gubbio  2  aprile  1194 

lll.mo  Domino  nostro 

lll.mo  /Signor  mio.  Per  Amoroso  cavallaro  ho  re- 
ceuto  due  lettere  de  V.  Mv.  de  XXV  et  XX VII  del 
passato  per  le  quale  ho  inteso  el  henestar  suo  et  de  la 
nostra  figliolina,  che  me  ha  dato  grandissimo  piacere 
et  m'  è  stato  anche  gratissimo  Vainso  del  presente  che 
gli  ha  fatto  la  Maestà  del  JS.  Be  de  XXV  jumente, 
signo  de  grandissimo  amore.  Piacene  simelmente  de 
Castin,  (1)  ambasciatore  del  Turco.,  dia  speranza  alla 
Ex.  V.  de  farli  havere  la  camisa  de  Cristo  Nostro 
Signore.,  perchè^  quando  succedesse,  se  poteressimo  glo- 
riare de  haver  la  più  bella  reliquia  del  mondo.  Pin- 
gratio   V.  jS.  del  scriver  suo. 

Ceterum,  quando  io  era  a  Loreto,  il  signor  lulio  de 
Camerino  me  mandò  ad  invitare  ad  andare  a  casa  sua, 
dopo  che  gli  era  cussi  apresso,  cum  lemagiore  offerte  etma- 
giore  instantia  dil  mondo.  Io.,  per  volere  ogni  modo  essere 
qua  a  fare  Pascha,  ringraziandola  summamente,  non 
volsi  acceptare  el  partito.,  per  non  havere  anche  causa 
de  prolungare  el  intorno  mio.  Dopo  eh'  io  sono  qua, 
intendendo  che  vado  ad  Asiso,  me  ha,  ì'ejdicato  et  in- 
stato cum  grandissima  efficacia  che  per  amor  suo  et 
per  confirmatione  de  V  antiqua  amicitia  et  affinità  che 


(/)  Su  questo  ambasciatore    vedi  Pastor  L.   Geschicte  der  Papste,   III,  310, 
Freiburg,  i,  B.  :  1895, 


—  15  — 

è  fra  casa  nostra  et  sua  voglia^  esser  eontenta  de  spen- 
dere una  giornata  per  farli  una  singulare  gratta .  Ad 
che  non  ho  saiìuto  contradire,  per  non  monstrare  alte- 
ricia  et  troppo  extimatione^  sapendo  che  V.  S.  non 
2)ensa  in  altro  che  aquistar  amici.  Cussi,  jìersuadendone 
non  gli  habia  a  dispiacere,  non  mi  tolendo  giù  de  via 
piìl  de  una  giornata,  gli  andar ò  da  Asiso  et,  per  non 
diferire  per  questo  el  ritorno  mio,  starò  un  giorno 
manco  ad  Urbino  che  non  haveria  facto.  Alexandre 
da  Baiese  se  ne  ritorna,  come  me  scì^ive  V.  Ex.  a  la 
bona  gratia  de  la  quale  me  raccomando.  Euguhii  2 
aprilis  1494. 


III. 


A  Girolamo  Stanga,  messo  del  marchese  di  Man- 
tova a  Napoli  -  Camerino  5  aprile  1494. 

Hyeronimo  Stanghe 

Hieronymo,  Vui  sapeti  el  mal  servicio  che  havemo 
de  maestro  lasone  per  modo  che  non  lo  poterne  tolle- 
rare. Credemo  che  a  JVapoli  .sia  copia  de  boni  cochi; 
maxime  adesso  che  V  è  mancata  la  M.tà  del  8.  Re 
Ferrando  poteria  essere  che  se  ne  tr avaria  de  recapito. 
Vogliamo  che  faciati  ogni  diligente  inquisitione  inten- 
dendovi cum  maestro  Rosso  coco  de  la  31.  del  Re  nuo- 
vo et,  atrovandone  alcun  bonOf  lo    conducati  qua. 

Hèri,  secundo  l'ordine  dato,  venissimo  a  Serravalle 
et  havessimo  incontro  più  de  quatro  milia  el  S.  lulio 
cum  tutti  li  figlioli.   Questa  mattina,   accompagnate  da 


-   16  — 

le  loro  signorie  venessimo  qua  et  lontano  de  qui  ritro- 
vassimo più  de  quatro  milia  la  Madonna.  Da,  tutti 
siamo  molto  acarezate  et  lionorate.  Domane  staremo 
firme,  lune  andaremo  a  disnare  al  Piorieo  et  a  cena 
a  Santa  Natoia^  el  31arte  ad  Mufjubio,  seguendo  poi 
el  viagio  nostro  verso  casa. 

Camerini   V  ajìrilis   1494. 


lY. 


Al  niarcliese  di  Mantova,  Francesco  Gonza^i^a  - 
Gubbio  10  aprile  1494. 

Ill.mo  Domino  nostro 

La.  Ex  V.  senza  resjtecto  alcuno  può  sempre  aprire 
le  lettere  mie,  conio  ha  facto  de  quella  del  TU.  /S.  Don 
Ferrante  mio  fratello,  quali  ho  receuto  insieme  cum 
la  sua  de  V  ultimo  del  passato.  Et  inteso  per  essa  el 
benestare  de  V.  /S.  et  de  la  putti na  nostra:  ite  ho  preso 
grandissima  consolacione,  intendendo  maxime  che  in 
2)resentia  sua  la  facesse  vestire  (1).  Io  ancora  me  gli 
voria  essere  ritrovata  per  vedere  conio  la  se  teneva 
bona.  Piacerne  che  V.  S.  sia  andata  a  P^errara  ])er  con- 
durre lo  lll.e  8.  Don  Alphonso  mio  fratello  a  Gon- 
zaga. Ma  me  rincresce  ben  ch'io  non  sii  insieme  cum  Y- 
/Signorie  ad  pigliare  ricreatione.  Del  tutto  ringracio  V. 
Ex.  quanto  j^ià  posso.  Non  sto  già  senza,  qualche  admi- 


(1)  Luzio-Renier,   Mantova-Urbino,    74-75. 


—  17  — 

racione  che  due  lei'  "e  scripte  da  Bavenna,  una  da 
Arimine,  una  da  Loreto,  una  da  lese,  et  due  de  qui, 
da  EuguMo,  nauti  V  andata  mia  ad  Asiso,  che  sono 
in  tutto  septe  senza  quelle  che  r/li  scripsi  da  Ferrara 
et  sensa  quella  die  de  mia  mano  gli  haverà  dato  mò 
Alessandro  da  Baese,  non  habia  resposta  alcuna,  o 
almanco  aviso  de  receptione:  che,  quando  non  le  havesse 
mandate  per  nostri  cavallari  et  persone  fidate,  duhitaria 
fussino  andate  in  sinistro.  Fero  la  supplico  se  digni 
commettere  che  me  sia  notificato  la  receuta  a  ciò  non 
stia  suspesa  che   V.  Ex  non  le  hahi  havute. 

Io  andai  zohia  ad  Asiso,  comò  scrissi  per  V  ultime 
lettere  a  V.  Ex.,  et,  satis facto  al  voto,  andai  el  di  se- 
guente 2ior  satisfare  al  signore  de  Camerino  che  ne 
fece  tanta  instancia,  secando  che  2^cr  altre  mie  haverà 
inteso,  ad  jSeravalle  suo  castello,  distante  da  Camerino 
dece  milia.  Hehi  incontro  sopra  da  jSeravalle  dicto  si- 
gnore cum  li  figlioli  più  de  quatro  milia  dal  quale 
cum  tanto  honore,  careze  et  revercntia  fui  racolta  che, 
sei  fusse  stato  pheudario,  non  haveria  facto  più,  no- 
minando sempre  la  Ex  V.  per  signor  suo  et  lui  per 
servitore  de  quella.  El  medesimo  facevano  li  figlioli. 
El  sahhato,  ((ccompagnata  da  essi,  venni  a  Camerino, 
lontano  dal  quale  ritrovai  la  3Iadonna  a  cavallo,  che 
non  manco  amorevolmente  me  racolse.  Eui  allogiata 
nei  palazo  suo,  quale  è  molto  hello  (1)  et  era  benissi- 
mo apparato.  Stetti  ferma  la  domenica  pei'  vedere  hi 
terra,   quale,  per    cita  de    monte,  e  ricca  et  ben  7>oj>w- 


(1)  Nola  A. 
2  —  itti  e  Hemorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912. 


—   18  — 

lata  (1).  JEJl  lune  me  condusse  al  Piorico  loco  tanto 
ameno  quanto  la  natura  havesse  potuto  fare,  per  ha- 
vere  j??'iwwf,  presso  a  due  milia,  uno  parchetto  jneno 
de  salvatichi  animali  (2):  poi,  fra  due  altissimi  monti, 
due  laghetti  separati  et  una  pischera  cum  due  iso- 
solette in  mezzo  de  tanta  recreacione  ogni  cosa  che  più 
non  se  poterla  immaginare,  et  chi  non  li  vedesse  non 
crederia  mai  che  fra  dui  a  sperimi  monti  la  natura  ha- 
vesse insito  loco  tanto  ameno  (3).  Disnai  lì  et  gli  stetti 
tutto  el  giorno  cum  gran  piacere.  Questo  loco  ha  una 
bona  casa  jmr  del  signore  et  è  presso  a  Camerino  cin- 
que milia.  El  marte  partii  de  lì  a  bonora.  El  signore 
cum  li  figlioli  me  fecero  compagnia  più  de  cinque  mi- 
lia. In  ogni  suo  rasonamerto  et  maxime  nel  tuore  li- 
cencia  me  fecero  le  magiore  offerte  del  mondo,  conclu- 
dendo chel  voleria  che  V.  Ex  et  io  potessimo  sempre 
disponere  del  stato  et  j^a^sona  sua  conio  de  uno  nostro 
afeccionato  servitore.  Ad  che  feci  conveniente  risposta 
in  nome  de  V.  8.  et  mio,  cum  dire  che  lo  volevimo  per 
bon  fratello  et  per  la  età  sua  per  caro  jf^ftre,  ringra- 
ziandolo del  honore  et  humane  parole  usate  et  offeren- 
doli parimente  le  facultà  nostre  (4).  Le  dimostracione 
sue  sono  state  de  natura  chel  m' è  parso  mio  debito 
cusì  diff^usamente  significarle  a  V.  Ex  a  ciò  che  la 
cognosca  li  amici  suoi. 

Quel  giorno  che  partii  dal  Piorico  venni  a  disnare 


(1)  Nota  B. 

(2)  Nota  C. 

(3)  Nota  D. 

(4)  Nota  M. 


—  19  — 

a  la  Gaifana  et  a  cena  qua.  El  S.  Duca  et  M.  Du- 
cliesfia  me  vennero  incontro  un  hon  pezo.  Heri  et  hof/i 
sono  stata  ferma  per  lassare  reposare  li  cavalli.  Do- 
mane andar emo  a  Caglio^  sabato  a  Casteldurante, 
domenica,  o  lune,  ad  Urbino,  dove,  stata  tre  o  qiia- 
tro  dì  per  satisfactione  de  questi  signori,  che  fanno 
far  certe  raj)resentacione,  me  avierò  jìoi  verso  casa.  In 
questo  mezo  me  raccomando  in  bona  fjratia  de  V.  Ex. 
Eugubii  X  ajìrilis  1494  (1). 


(1)  Archivio  Gonzaga  di  Mantova,   F.,  II    9,   libro    IV. 


fe^       t^ 


Nota    A 


CENNI  STORICI  SUL  PALAZZO  DEI   VARANO 
IN   CAMERINO  (1) 


Sommario:  Le  più  antiche  case  dei  Varano  in  Camerino  —  Cenno  sulla  de- 
scrizione del  palazzo  varanesco  contenuto  nell'  inventario  borgiano  del 
1502  —  Le  case  nuove  costruite  da  Giulio  Cesare  non  furono  da  lui 
abitate  —  Quando  egli  le  costruisse  —  Ciò  che  si  può  arguire  dell'or- 
namentazione di  esse  —  Le  decorazioni  pittoriche  relative  a  Francesco 
Sforza  e  Giacomo  Piccinino  —  Analogie  e  differenze  tra  il  palazzo  di 
Camerino  e  quello  di  Gubbio  —  Le  finestre  guelfe  nel  convento  di  S. 
Maria  delle  Grazie  presso  Senigallia  —  Le  relazioni  di  Baccio  Pontelli 
con  Giulio  Cesare  —  Questi  chiamò  a  sé  alcuni  lapicidi  toscani  —  Gli 
elogi  e  gli  stemmi  dei  Varano  nella  grande  sala  —  Cenno  sulla  vita 
che  si  conduceva  nella  corte  varanesca  —  Il  palazzo  varanesco  dopo 
la  devoluzione  del  ducato  di  Camerino  alla  Santa  Sede. 

Il  comune  di  Camerino,  benché  in  possesso  delle  sue  fran- 
chigie fin  dalla  seconda  metà  del  secolo  XII  (2),  pare  non 
avesse  un  suo  proprio  ])alazzo  destinato  alle  adunanze  dei  con- 
sigli prima    della  fine    del  Dugento.    Più  documenti    di  questo 


(1)  Ci  restringiamo  ai  cenni  storici,  poiché  la  descrizione  particolareg- 
giata del  palazzo  varanesco  non  riuscirebbe  chiara  senza  illustrazioni  gra- 
fiche. Esse  con  esatta  ricostruzione  ideale  della  parte  interna  dell'  edificio 
(pianta  planimetrica  e  cortile),  quale  era  nel  Cinquecento,  sono  state  composte  e 
delineate  sui  documenti,  non  senza  industre  e  dotta  fatica,  dal  nostro  amico 
ing.  comm.  L.  Mariani,  al  quale,  mentre  gli  esprimiamo  la  nostra  gratitu- 
dine per  alcune  indicazioni  cortesemente  forniteci,  facciamo  viva  preghiera 
di  voler  rendere  di  pubblica  ragione  il  risultato  dei  suoi  studi. 

(2)  AcQUACOTTA  C,  Memorie  di  Matelica,  Ancona  1838,  I,  62,   II,  21. 


—  22  — 

j^ecolo  i)rovano  (5lie  i  consigii  si  tenevano  o  nell'  episcopio  o  in 
qualche  cliiesa  (S.  Maria  niaggioi-e  -  la  cattedrale  -  S.  An- 
gelo, S.  Venanzio,  S.  Francesco)  oppure  nelle  case  di  qualche 
l)rivato  cittadino  (1).  Nel  palazzo  dell'  inclito  Gentile  di  Jlodolfo 
Varano  si  stipularono  più  atti  (2),  mentre  egli  era  podestà,  uf- 
tìcio  conferitogli  nel  1260  certamente  dal  partito  guelfo  cui 
Gentile,  in  qualità  di  capitano  del  po])olo,  aveva  guidato  e  ri- 
condotto al  ricupero  della  città  nel  12(52  dopo  il  triennio  di 
esilio  seguito  alla  nota  vittoria  dei  Ghibellini  e  di  Percivalle 
Boria  (1259). 

Il  palazzo  di  Gentile  non  fu  fabbricato  da  lui,  come  credette 
il  Lili:  (3)  che  anche  suo  patire,  Eodolfo,  aveva  case  in  Ca- 
merino (4):  il  che  avvalora  la  nostra  non  recente  opinione  che 
la  famiglia  Varano  non  fosse  di  fuori,  ma  originaria  del  contado  ca- 
merinese.  Le  i)iù  antiche  case  dei  Varano  erano  nel  terziero 
di  Sossanto  e  corrispondono  alla  parte  del  palazzo  ducale  abi- 
tata dal  sottoprefetto  (contigua  alla  casa  Gennari)  e  ai  locali 
occupati  dal  comizio  agrario  e  dall'ufficio  di  pubblica  sicurezza. 
Anche  nel  Trecento  si  chiamavano  il  palazzo  di  Gentile  (5)  — 
nulla  di  più    probabile  che  i)er    opera  di  lui  risorgessero    dalle 


(1)  Santoni  M.  Il  libro  rosso  del  comune  di  Camerino,  Foligno,  1885,  n. 
18,  29,  30,  31,  36.  54.  Nella  casa  di  un  signor  Kerartlo  di  Venuto  si  adnnò 
il  consiglio  per  nominare  il  procuratore  che  doveva  ricevere  una  parte  delle 
terre  dei  Magalotti   (8  genu.   1259,  libro  rosso,  u.   27). 

(2)  Libro  rosso  n.  29  (dove  deve  leggersi   1262    e  non  1261),  38  e  41. 
(8)  Hisloria  di  Camerino,  II,  22. 

(4)  «  Tempore  domini  Gregori  pape  et  Friderici  impei-atoris  die  6  Tbris 
coram  D.  lacobo  priore  Sancti  lusti  et  aliis  testibus  dominus  Rodulfus  de 
Varano  lecit  testamentun:.  Reliquit  heredem  Gentilitium  eius  fìliuni  et  domi- 
ne Rocche.  Actum  Camerini  in  domibus  testatoris  ».  Codice  Vatic.  Barberin. 
2441  e.  30^.  Questo  Eodolfo  vissuto  ai  tempi  di  Gregorio  IX  e  Federico  II 
h  il  padre  di  Gentile  I  {Gentiluecio)  morto  nel  1284. 

(5)  Un  atto  del  22  ottobre  1328  col  quale  Berardo  di  Gentile  acquista 
terre  e  case  presso  Belforte  6  stipulato  nella  strada  o  piazza  pubblica  di 
Camerino  «  avanti  alla  chiesa  di  S.  Maria  maggiore  e  alle  case  dell'  inclito 
8ig.  Gentile  ».  Cod.  Varanesco  dell'  archivio  di  stato  di  Parma  e.  84. 


—  23   — 

rovine  del  sacco  del  1259  —  e  giungevano  fin  presso  all'attuale 
ingresso  della  sottoprefettura  dove,  prima  dell'  ultimo  restauro 
(1892),  si  scorgeva  manifesta  nella  esterna  adesione  delle  pietre 
la  linea  divisoria  tra  una  grossa  torre  d'angolo  di  queste  case 
e  il  palazzo  fabbricato  da  Venanzio  Varano  nella  seconda  metà 
del  secolo  XIV.  Quest'  ultimo  edificio,  che  i  nostri  eruditi  so 
gliono  chiamare  il  palazzo  di  Yénanzio,  non  <X)mprese  grande 
spazio,  poiché  tutto  fa  credere  terminasse,  includendola,  all'  o- 
dierna  sede  dell'ufficio  telefonico  provinciale.  In  esso  fu  aperta 
dallo  stesso  Venanzio  la  grande  sala  di  cui  diremo  piìi  avanti. 
Un  poco  a  levante  della  torre  d'  angolo  del  vecchio  palazzo  di 
Gentile  si  partiva  un  cavalcavia,  detto  il  .ponte  di  Madonna^ 
perchè  la  moglie  del  signore  e  le  altre  donne  di  casa  Varano 
se  ne  servivano  per  attraversare  la  strada  e  accedere  alla  cap- 
pella gentilizia  dedicata  a  S.  Ansovino  nel  duomo.  Di  questo 
passaggio,  che  probabilmente  divideva  il  terziero  di  Sossanto 
da  quello  di  Mezzo,  fanno  ricordo  documenti  del  Quattro  e 
(Jinquecento  (1). 


(1)  «  Iteni  reliquit  et  disposuit  quod  predicti  eius  fìlli  oinnes  et  siuguli 
cnuì  eoruiu  fainiliis  possiut  ire  ad  ecclesiaui  S.  Marie  maioris  de  Camerino, 
videlicet  ad  capellaiu  in  volta  supra  altare  S.  Ausoviui  ad  audienduin  mis- 
sas  et  divina  officia  et  redire  per  domos  suas  per  loca  et  partes  ipsarutu 
doniorum  niiuus  incomodas  habeutibus  ipsas  domos  prout  visuni  fuerit  dictis 
suis  filila  ordiiuire.  Diccus  dictus  testator  quod  facere  aditnni  retro  cameram 
nnicorniiornni  et  ingressuni  de  sala  grandi  et  exire  in  logiau)  Hupra  ponteni 
qui  est  ante  et  iuxta  dictam  capellani  sibi  videbatnr  actius  et  conimodius 
quain  per  alias  partes  ipsaruui  doiuoruni  ».  Testamento  di  Rodolfo  III  Varano. 

Il  ponte  che  congiungeva  le  case  dei  Varano  colla  parte  superiore  (o 
coretto)  della  cappella  di  S.  Ansovino  —  che  la  tradizione  (cf.  Benigni  Angelo, 
Frammenti  historìali  della  città  di  Camerino,  nis.  della  bibl.  Valentin,  e.  56) 
vuole  fondata  da  Gentile  —  doveva  esistere  fin  dal  secolo  XIV.  Pare  che 
ad  esso  si  potesse  accedere  da  varie  parti  e  che  Rodolfo  desiderasse  di 
aprire  un  accesso  unico.  Ignoriamo  se  la  sua  raccomandazione  fu  tradotta 
in  atto.  Il  ponte  è  ricordato  anche  nella  descrizione  dei  funerali  di  Giovan- 
na Malatesta  (1511)  e  nei  capitoli  concessi  dal  comune  di  Camerino  agli 
Ebrei,  perchè  questi,  a  cominciare  da  esso,  avevano  divieto  di  aprire  botte- 
ghe od  abitare  nelle  piazze  e  vie  principali  della  città,  (Cf.  Conti  A,  Ca- 
merino e  suoi  dintorni,  Camerino,   1872,    132-133). 


—   24  — 

Naturalmente,  a  mano  a  mano  che  la  famiglia  Varano  si 
faceva  più  numerosa,  ricca  e  potente,  acquistò  nuove  case  nella 
città  e  ampliò  le  anticlie:  di  che  si  hanno  chiare  prove  nei  te- 
stamenti (li  Gentile  II  (1350)  e  di  Eodolfo  III  (1418):  dove 
pure  si  mostra  palese  la  cura  di  dividere  le  abitazioni  in  euisa 
che  ciascuno  degli  eredi  potesse  liberamente  disporre  di  un 
certo  numero  di  stanze,  le  donne  avessero  le  loro  particolari 
dimore  e,  pur  restando  in  coujune  ingressi,  scale  e  cortili,  si 
ovviasse,  per  quanto  era  i)ossibile,  al  pericolo  di  contestazioni. 
Al  qual  fine,  come  ognuno  sa,  miravano  le  divisioni  dei  beni 
allodiali  e  dei    beni  dello    stato    che    s' incontrano    così    spesso 


La  cappella  di  8.  Ansoviuo  dovette  preesistere  nella  vecchia  cattedrale 
alla  signoria  varanesca.  I  primi  Varano  ne  accrebbero  le  rendite  e  vi  eles- 
sero il  sepolcro  gentilizio,  quando  fu  ricostruita  nel  nuovo  duomo  della 
seconda  metà  del  Dugento.  Dalle  parole  su  riferite  del  testamento  di  Rodolfo 
III  («  supra  altare  S.  Ansovini  »)  parrebbe  doversi  arguire  che  la  vera 
cappella  di  S.  Ansovino  fosse  1'  inferiore,  cioè  quella  a  livello  della  cliiesa. 
Dove  fosse  allora  1'  arca  del  Santo  —  ora  nei  sotterranei  della  cattedrale  — 
s'  ignora.  Il  Benigni  dice  che  a  suo  tempo  (metà  del  Seicento)  all'  estremo 
del  braccio  sinistro  della  crociata,  o  tranaepf,  era  la  cappella  della  S.  Croce 
—  da  cui  s'  intitolava  la  pih  nobile  e  ricca  confraternita  della  ciltà  —  e 
dirimpetto,  all'  estremo  opposto,  si  ammirava  la  moderna  cappella  di  S.  Pie- 
tro, adorna  di  oro  e  stucchi  eretta  dai  fratelli  Prospero  e  Angelo  Glori. 
«  Sopra  di  ()nesta,  così  continua  il  Benigni,  siede  la  cappella  di  S.  Ansovino 
detta  la  cappella  delli  Signori  per  essere  stata  erecta  per  quanto  ho  trovato 
da  Gentile  II  Varani  e  dotata  di  molti  benefici e  Giulio  Cesare  vi  ag- 
giunse il  pavimento  di  pietra,  di  porfido  con  la  sua  arme  nel  mezzo,  con 
lettere  che  dicono:  lalius  Cesar  C.  D.  In  questa  cappella  è  il  deposito  di 
marmo  di  S.  Ansovino  intagliato  con  molte  colonne  ».  Da  questa  descrizione 
e  specialmente  dal  particolare  del  pavimento  nella  cappella  superiore  emerge 
che  questa  fu  appunto  la  cappella  di  S.  Ansovino  posseduta  dai  Varano. 
Ma  tale  conclusione  non  ci  pare  si  accordi  con  ciò  che  si  legge  nel  citato 
testamento  del  1418.  Le  pietre  di  porfido  nominate  dal  Benigni  sono  le  stesse 
al  cui  trasporto  da  Roma  a  Camerino  consentì  Inoocenzo  VIII  col  breve 
(7  giugno  1488)  pubblicato  da  E.  MOntz,  Les  arfs  à  la  conr  des  papes  (1484 
1503),  Paris,  1898,  287.  Lo  stemma  di  Giulio  Cesare  in  mosaico  si  conser- 
vava ancora  nel  1872  colle  altre  cose  dell'  antica  cattedrale  rovinata  nel 
1799  (Conti  op.   cit.   156).    Poi  è  scomparso. 


^ 


—  25  — 

nella  storia  delle  famiglie  x)'''^!^] pesche  italiane  del  Rinasci- 
mento e  clie  si  ripeterono  quasi  ad  ogni  generazione  nella  fa- 
miglia Varano.  Provvidenze  vane,  che  le  discordie  e  i  fratricidi 
insaguinarono  più  volte  le  case  e  le  terre  varanesche. 

Il  documento,  che  ci  conservò  la  nuda,  ma  pur  ])reiiiosa 
descrizione  del  palazzo  Varano,  è  1'  inventario  fatto  compilare, 
nel  settembre  del  1502,  da  papa  Alessandro  VI,  quando  nominò 
duca  di  Camerino  il  fanciullo  Giovanni  Borgia  (1).  Esso  di- 
stingue le  case  vecchie  e  le  case  nuove:  nelle  prime  (palazzo  di 
Gentile  e  di  Venanzio)  dove  erano  le  stanze  di  Venanzio  Va- 
rano (1470  1502),  [)rimogeuito  di  Giulio  Cesare,  di  sua  moglie 
Maria  Dalla  Kovere,  dell'altro  figliolo  legittimo  Giovanni  Maria, 
della  loro  madre  Giovanna  Malatesta  e  dello  stesso  Giulio  Ce- 
sare, annovera  01)  vani  tra  cucine,  camere,  camerini,  salotti, 
studioli,  sale  e  uccellari,  4  logge  o  cortili  coperti  e  scoperti  e 
tre  cellari  o  cantine.  Nelle  case  nuove,  cioè  nel  palazzo  costruito 
da  Giulio  Cesare,  tra  camere,  anticamere,  camerini,  andati  (cor- 
ridoi), sale  e  dispcjise,  1'  inventario  registra  40  vani  non  com- 
presii  la  stalla  capace  di  94  cavalli.  Questo  edificio  pare  fosse 
destinato  più  ad  accogliere  alcuni  ufììci  dell'  amministrazione 
patrimoniale  e  dello  stato  (specialmente  que]h>  della  cancelleria)  e 
gli  ospiti  illustri  che  a  servire  di  abitazione  al  proprietario,  il 
quale  continuò  ad  abitare,  come  abbiamo  detto,  nelle  case  vec- 
chie, ossia  nel  palazzo  detto  di  Venanzio  eretto  nel  Trecento. 

E  che  non  tanto  all'  agio  proprio  quanto  a  decoro  della 
città  Giulio  costruisse  le  case  nuove,  egli  che  sì  compiacque 
delle  fabbriche  intese  ad  affermare  la  ])ropria  fede,  a  beneficare 
ed  abbellire  la  sua  Camerino  e  tale  sua  benemerenza  volle  ri- 
cordata   in  un    atto  notarile  (2),    si  può  inferire    dai    nomi  coi 


(1)  Archivio  estense  di  Modena. 

(2)  È  1'  atto  (13  nov.  1493)  col  quale  Giulio  Cesare  dona  al  monastero 
di  S.  Maria  di  Col  di  Bove  in  Camerino  dell'ordine  di  S.  Benedetto  di  Mon- 
te Oliveto,  i  beni  che  egli  possiede  nelle  adiacenze  di  Umana  e  Sirolo.  Nel 
proemio  si  legge:  «  lUnstrissimus  et  potentissimus  Dominus  Inlius  Cesar  de 
Varano  Cam.  ,etc.   volens    aguoscere  douuni    immensum  ab  altissimo,  omnipo- 


—  ^6   - 

qnali  designò  alcune  delle  stanze:  nomi,  almeno  in  i)aite,  tratti 
dalle  figurazioni  e  ornamentazioni  i)ittoriclie:  camera  della  fortuna, 
dei  leoni,  dei  pavoni,  de  li  grifoni,  delle  ninfe,  delle  aquile,  delle 
hiscie.  Queste  stanze,  destinate  ai  forestieri  ])iìi  cespicui,  do- 
vettero ospitare  la  marchesana  di  Mantova. 

Dall'epiteto  nuovo,  attribuito  al  palazzo,  e  da  qualche  parohi 
del  Lili  (1)  potrebbe  inferirsi  che  il  Varano  imprendesse  dalle 
fondamenta  la  costruzione  delle  sue  case.  Se  non  che  è  invero- 
simile che  un'  area  notevolmente  si)aziosa  fosse  restata  vuota 
di  fabbricati  fino  ai  tempi  di  Giulio  in  città  situata  sull'  an- 
gusta vetta  di  un  colle  e  dalla  crescente  pox)olaziane  sjiinta  a 
l)rofittare  di  tutto  lo  spazio  atto  alle  fabbriche.  Di  più  il  te- 
stamento di  Rodolfo  III  (1418)  contiene  un  accenno  a  case 
rimaste  incompiute  esistenti  di  fronte  al  palazzo  della  custodia 
che  trovavasi  nella  i)iazza  del  mercato,  cioè  nella  parte  orien- 
tale dell'  odierna  piazza  del  duomo.  Su  quelle  case,  con  nuovo 
disegno  e  con  opportuni  ampliamenti,  pensiamo  sorgesse  il  pa- 
lazzo di  Giulio.  Questi  lo  avrebbe  fabbricato,  secondo  il  Lili  (2), 
intorno  all'  anno  1400:  asserzione  non  consona  al  fatto  delle 
frequenti  condotte  militari  del  signore  di  Camerino  e  delle  con- 
secutive assenze  di  lui  dalla  città  negli  anni  1453-14G4  e  alla 
presunzione  che  nei  primi  tem})i  del  suo  regno  non  dovevano 
essere  copiosi  i  proventi,  mentre  occorreva  dividerli  col  cugino 
Rodolfo,  che  morì  nel  '64,  né  ancora  i  favori  ottenuti  più  tardi 
da  Paolo  II  e  da  Sisto  IV  è  le  lucrose  condotte  avevano  mi- 
gliorate le  condizioni  economiche  della  famiglia.  Che,  i)erò,  uiui 
parte  del  palazzo  fosse  già  costruita  prima  del  1470  si  può 
indurre  da  ciò  che  tra  le  figure  fatte  dipingere  nella  sala  della 


tente  Deo  sibi  iuiuiictnin  regimiuis  luagnifice  civitatis  Camerini  silique  corni- 

tatus,  fortie  et  disfcrictua,     semper  divino    lamine  inspiratus dedit  effica- 

cem  operam  sicuti  de  presenti  dat  in  construeudis  ecclesiis  cappellis  et  in 
ampliandis  rebus  omnipotentis  Dei  et  in  faciendo  hospitalia  in  ipsa  ci  vitate 
ecc.  ».  Arch.  not.   di  Cam.  Rog.   Antonio   Pascucci. 

(1)  II,   165,  213. 

(2)  II,   165. 


—  27   — 

Fortuna  mancava,  secondo  il  Lili  (1),  quella  di  Venanzio,  primo 
dei  fij>lioli  legittimi  di  Giulio  e  nato  appunto  nel  '76.  Certo  è 
che,  ammessa  pure  per  vera  la  data  approssimativamente  asse- 
gnata dal  Lili  all'  inizio  del  palazzo  —  la  quale  fa  pensare 
che  Giulio  volesse  procurare  una  separata  abitazione  al  cugino 
Eodolfo  e  alla  famiglia  di  lui  —  conviene  riferire  ad  un  tempo 
posteriore,  cioè  agli  anni  1489-92,  il  compimento  della  fab 
brica  e  la  «costruzione  della  corte,  che  di  essa  fu  1'  ornamento 
maggiore.  Appunto  agli  anni  1490-1492  appartengono  i  pochi 
documenti  a  noi  ])ervenuti  relativi  a  trattative  del  Varano  con 
un  lapicida  fiorentino,  ai  rapporti  con  Baccio  Pontelli  e  u  quie- 
tanze di  hivori  fatti  da  più  artefici  nel  palazzo.  Di  queste  fonti 
diremo  qualcosa  più  innanzi.  Ora,  per  conckidere  sul  proposito 
del  tempo  della  fabbrica,  osserveremo  che  il  Lili  si  ap- 
pose al  vero  scrivendo  che  il  Varano  nel  1489  e  negli 
anni  seguenti  «  era  tutto  ijiteso  alle  fabbriche  »  (2)  e  alla  co- 
struzione della  corte  del  palazzo.  Il  quale  dovette  essere  con- 
dotto a- termine  nello  spazio  di  molti  anni  con  lavori  lenti  e 
non  ininterrotti  secondo  la  copia  dei  mezzi  finanziai'i  e  secondo 
il  costume  quasi  generale  allora  e  poi  nelle  costruzioni  civili  e 
religiose.  Se  dobbiamo  credere  ad  Angelo  Benigni,  erudito  ca- 
merte  che  compilò  i  suoi  Frammenti  historiali  verso  la  metà  del 
Seicento,  il  palazzo  ebbe  un'iscrizione'  di  questo  tenore  «  Julius 


(1)  II,  213. 

(2)  Lili,  II,  240-41.  Iva  fabbrica  dell'  ospedale  (S.  Maria  della  Misericor- 
dia) era  finita  nel  1479,  come  attesta  P  iscrizione,  anche  questa  porduta,  ri- 
ferita dal  Lili.  «  laliits  Caesar  Varauxs  paupertati  et  misericordiae  pie  dedicavit 
a  natali  Christiana  lustri  S90  anno  quarto  ».  Si  legge  anche  in  Bombaci  G., 
Arbore  della  casa  Ma(jalotti,  Bologna,  1669,  14,  doTe  h  detto  che  l'iscrizione 
trovavasi  sopra  la  porta  della  chiesa  dell'  ospedale  e  che  al  lati  vedevansi 
le  armi  dei  12  coufrati  o  annninistratori  dell'  ospedale  nel  tempo  della  sua 
fondazione.  Il  Bombaci  ha  la  variante  «anno  III»:  ciò  che  significala  data 
1478  e  non  1483  coni'  egli  traduce.  Se  ne  inferisce  che  la  dedicazione  del- 
l'ospedale,  istituito  dal  Varano  colla  concentrazione  di  altre  opere  pie  con- 
sentita dalla  bolla  di  Sisto  IV  del  1474  (cf.  Conti  A.  Camerino  e  i  suoi 
dintorni,  62),  avvenne  nel  1478  o  1479,  quando  ne  fu  compiuta  la  costruzione. 


-  28  — 


Gaesar  Ioannis  II  filius  palatii  Jiuius  novi  et  atri  fundator  A.  D. 
MCGCGXCVIII».  Sarebbe  stato,  dunque,  finito  nel  1498,  quat- 
tro anni  dopo  la  visita  d' Isabella  d'  Este.  S' intende  che  la 
data  dell'  iscrizione  —  scomparsa  e  probabilmente  posta  nella 
corte  (atrium)  —  se  la  trascrizione  del  Benigni  è  esatta,  de- 
signa la  fine  della  decorazione  di  tutto  1'  edifìcio  (1).  Certo,  il 
cortile,  chiamato  anclie  logia  magna,  era  compiuto  fin  dal  1491  (2). 
L'inventario  del  1502  ben  poco  dice  dell'  arredauiento  delle 
stanze  dei  signori  Varano  e  dei  mobili  si  restringe  a  mentovare 
le  ledere  colle  rispettive  cariole{3)  e  qualche  banco  e  cassone: 
lacuna  che  si  può  spiegare  ammettendo  che  una  parte  delle 
cose  preziose  fosse  stata  posta  in  salvo  a  Venezia  dove,  poco 
prima  dell'  assalto  dato  a  Camerino  dalle  genti  del  Borgia, 
s' era  rifugiato  Giovanni  Maria  Varano  colla  madre,  e  ricor- 
dando che  in  molte  stanze  da  letto  solevano  mancare  le  seg- 
giole sostituite  dai  cassoni.  Non  è  da  escludere,  però,  a  spie- 
gare la  povertà  dell'  arredamento,  quale  a])parisce  nell'  inven- 
tario, che  una  parte  dei  mobili  fosse  sparita  i>er  opera  dei  Ca- 


(1)  Anche  1'  elogio  di  Giulio  Cesare  composto  da  Varino  Favorino  attri- 
l)UÌ8ce  agli  ultimi  anni  del  secolo  XV  e  precisamente  al  1499  latine  del  pa 
lazzo  «  Palatii  huìus  novi  et  atriì  fundator  MCDIC  »  Vedi  la  serie  degli  elo- 
gi dei  Varano  in  Savini  P.  Storia  della  città  di  Camerino,  2'^  ediz.  con  note 
ed  aggiunte  di  M.  Sautoui,  Camerino  Savini  1895,  224.  Ma  in  altre  reda- 
zioni dell'elogio  predetto  leggesi  la  data  1489,  pili  simile  al  vero.  Cf.  la 
cronaca  di  Camerino  in  cod.  Vat.   Borg.  282. 

(2)  Un  atto  di  cessione  enflteutica  di  due  case  da  parte  di  Annibale  Va- 
rano a  Domenico  Ridolfini,  dottore  di  medicina,  è  datato  così:  «  Actum  in 
civitate  Camerini  videlicet,  in  donjo  lUu.  domini  lulii  Cesaris  posita  in  con- 
trada Medii  iuxta  plateam  comunis  et  iuxta  logiam  magnani  dicti  Uln. 
Domini  etc.   ».  Camerino  7  aprile  1491.   Rog.    Antonio  Pascucci. 

(3)  La  carriola  era  «  un  lettuccio  sulle  rotelle  che  di  giorno  spingevasi 
e  rimaneva  nascosto  sotto  il  letto  più  grande  »  Galli  Ettork,  La  casa  di 
abitazione  a  Pavia  nelle  campagne  nei  secoli  XIV  e  XV,  in  Bollettino  della 
Società  pavese  di  storia  patria,  Pavia  1901.  Cf.  ad  verbum  il  dizionario  de- 
gli Accademici  della  Crusca  (quinta  impressione,  Firenze,  1866)  dove  un 
esempio  del  Panciatichi  fa  pensare  che  nella  carriola  si  usasse  mettere  vesti 
ed  altri  oggetti. 


—  29  — 

merinesi  nei  giorni  seguiti  alla  cattura  di  Giulio  e  dei  figlioli. 
Della  casa  principesca  del  Kinascimento  non  si  palesa  nianife 
stanjente  il  carattere  di  eleganza  artistica  dal  documento 
borgiano  che  abbiamo  dinanzi;  ma  non  è  da  credere  che  ne 
fossero  prive  le  case  del  Varano,  massime  quella  costruita  da 
lui.  11  freddo  annotatore  tiene  conto  di  ciò  che  al  nuovo  pro- 
prietario preme  di  difendere  da  pericoli  o  danni  e  però  registra 
gli  usci  e  i  telai  delle  finestre  e  tace  le  pitture  murali,  gì'  in- 
tagli e  i  fregi  artistici  delle  porte.  Gli  usci  sono  asporta- 
bili e  gli  affreschi  e  gli  intagli  fan  parte  dell'  immobile. 
È  parola  di  molti  camini  —  fatti  necessari  dal  clima  rigido  — 
di  alcuni  soffitti  a  quadroni  (cassettoni),  di  cui  alcuni  dorati, 
di  stndioU  e  di  una  libreria  che  attestano  la  cura  della  vita 
dello  spirito:  sono  anche  ricordate  le  uccelliere  dove  si  tene- 
vano uccelli  piccoli  e  graziosi  e  grossi  rapaci.  Di  porte  con 
pilastri,  fregi  e  cornici,  di  camini  con  intagli  in  pietra,  di  sof- 
fitti dorati  in  legno,  di  pitture  murali  occorre,  frequentissima 
menzione  in  un  altro  inventario,  posteriore  di  due  secoli  a 
quello  borgiano,  fatto  compilare  nel  1701  dalla  reverenda  ca- 
mera apostolica  per  conoscere  lo  stato  del  palazzo  della  teso- 
reria di  Camerino  di  sua  proprietà  (1). 

D' intagli  e  soffitti  parla  pure  il  Lili  (2):  il  quale  con  senso 
d'arte,  che  tanto  ])iii  lo  onora  quanto  era  piìi  raro  ai  suoi  tempi, 
esalta  la  bellezza  semplice  e  composta  del  portale  del  palazzo 
di  Giulio  —  due  colonne  ai  lati  con  architrave  adorno  del 
semibusto  del  Varano  —  e  deplora  che  un  governatore  ])onti- 
ficio  lo  atterrasse  «  per  intagliarvi  il  suo  nome  o  frapporvi 
l' aruie  che  oggi  vi  sono  di  ninno  artificio  o  nobile  architet- 
tura »  (3).  Colla  scultura  gareggiò  la  pittura  uell'  abbellire  il 
[)alazzo,  le  cui  stanze,  secondo  il  nostro  storico,  erano  «  tutte 
universalmente    historiate  con    pitture  a  fresco    e  a  olio  »    (4). 


(1)  Aich.   di  Stato  in  Roma  Tesoreria  dello  stato  di  Cameriuo  voi.  III. 

(2)  II,  220. 
(.3)  II,  241. 

(4)  II,  213,  240. 


—  30  — 

Al  tempo  del  Lili  accoglievano  gli  uffici  del  tesoriere  dello 
stato  di  Camerino  e  pativano  già  le  oftese  del  tempo  e  degli 
uomini,  cosicché  le  pitture  erano  qua  e  là  «  barbaramente  of- 
fuscate col  bianco  e  colla  calce  ».  In  una  stanza,  quella  della 
Fortuna,  il  Lili  vide  molte  figure,  cioè  1  personaggi  della  fami- 
glia Varano  di  tre  generazioni  a  cominciare  da,  Rodolfo  III 
(1424)  fino  a  Giulio  Cesare,  molti  cavalieri  raffiguranti  ca])itani 
di  ventura  camerinesi  al  Lili  sconosciuti,  qualche  rappresenta- 
zione uìitologica  e  i  due  grandi  condottieri  italiani  del  secolo 
XV,  Giacomo  Piccinino  e  Francesco  Sforza  il  quale  era  rai)pre- 
sentato  «  so])ra  un  carro  tirato  dalla  Fama  e  dalla  Fortuna 
con  le  tre  parche  avanti  che  ordiscono  i  stami  della  sua  vi 
ta  ».  (1)  Aveva  ben.  ragione  il  Varano  di  conformarai  ai  suoi 
tempi  nell'  onorare  di  fede  e  di  culto  la  Fortuna,  egli  che, 
scamilato  miracolosamente,  ancora  in  fasce,  a  crudelissime  per- 
secuzioni, aveva  potuto  restituire  forza  e  lustro  alla  famiglia 
decimata  e  spodestata:  e  doveva  altresì  compiacersi  di  eternare 
in  Camerino  la  memoria  dell'  avo  suo  Rodolfo  IV,  autore  mas- 
simo della  potenza  a  cui  casa  Varano  era  giunta  nel  primo 
trentennio  del  secolo,  e  quella  di  quei  due  capitani  delle  opposte 
fazioni  militari  in  Italia.  Francesco  Sforza,  eversore  della  si- 
gnoria nel  1433  e  1434,  aveva  poi  concorso  a  consolidarla 
(l)oichè  fu  risorta,  e  il  fratello  di  lui.  Alessando,  ebbe  impalmata 
Costanza  Varano),  e  in  più  modi  nveva  favorito  Giulio,  marito 
di  una  sua  ue[)ote:  Giacomo  Piccinino,  l' ultimo  «lei  grandi 
condottieri  politici,  col  quale  Giulio  militò  nel  regno  di  Napoli 
contro  Ferdinando  d'Aragona,  simboleggiava  la  fazione  bracce 
sca,  grande  benefattrice  della  signoria  camerte  come  quella  che 
nel  novembre  del  '43  aveva  colle  armi  ricondotti  a  Camerino 
i  Varano  e  coronati  di  pieno  successo  gl'iijtrighi  e  gli  sforzi 
di  Elisabetta  Malatesta,  madre  di  Rodolfo  IV. 


(1)  II,  241.  Pare  che  la  raffigurazione  dei  personaggi  storici  conteuipo- 
rauei  non  fosse  frequente  uella  decorazioue  pittorica  delle  case  fiorentine. 
Cf.  SCHiAPARELLi  A.  La  casa  fiorentina  e  i  suoi  arredi  nei  secoli  XI F  e  XV, 
Firenze,  Sansoni,   1908,   I,   152  e  segg. 


-  31  — 

Di  quale  disegno  e  magistero  fossero  le  numerose  pitture 
che,  stando  al  Lili,  sì  aftbllavano  sulle  ])areti  della  stanza 
della  Fortuna  —  occupante,  verosimilmente,  lo  spazio  in  cui 
oggi  sono  gli  uffici  del,  rettore  e  del  segretario  dell'  università 
e  1'  attiguo  corridoio  per  cui  si  passa  alla  bibli<)teca  Valenti- 
niana  —  non  possiamo  dire,  I  pochi  disegui,  che  il  Lili  fece 
trarre  delle  figure  di  principi  e  principesse  di  casa  Varano  e 
che  solo  dopo  la  sua  morte  furono  incisi  su  rame  a  cura  di 
Giusei)pe  Antonucci  (1),  non  ci  affidano  di  sufficiente  fedeltà 
per  giudicare  del  i)regio  delle  pitture:  riserva  che  ci  vien  sug- 
gerita dalla  grande  uniformità  dei  volti.  Nemmeno  ci  è  dato  di 
sai)ere  se  le  pitture  fossero  di  buon  fresco  o  a  guazzo,  come 
quelle  dei  manieri  di  Beldiletto,  Pioraco  e  Santa  Anatolia. 
("osi  pure  ignoriamo  affatto  se  le  denominazioni  di  leoni,  pavoni, 
grifoni,  aquile,  bisce  ecc.,  imposte  ad  alcune  delle  stanze,  deri- 
vassero da  figurazioni  del  fregio  che  soleva  adornare  in  alto  le 
pareti  accanto  al  soffitto  o  se,  coni'  è  più  i)robabile,  anche  per 
la  menzione  di  pitture  nell'  inventario  del  1701,  si  riferissero 
alle  decorazioni  delle  pareti  stesse.  Ad  ogni  modo  è  certo  che 
ad  ornare  l' interno  del  palazzo  varanesco  la  pittura  concorse 
così  larganìente  da  superare,  almeno  sotto  il  rispetto  del  nu- 
nuuìcro  delle  decorazioni,  il  celebratissimo  palazzo  di  Urbino. 
Forse  perciò  il  Lili  scrisse  che  Giulio  Varano  e  Federico  di 
Montefeltro  gareggiarono  di  magnificenza  nell'erigere  la  proprie 
case  (2).  Come  il  palazzo  di  Urbino,  anche  il  Varanesco  ebbe 
il  giardino  e  il  parchetto  da  giostra  e  graiuli  stalle  e  cantine. 
Né  vi  mancava  la  spezieria. 

Giulio  Cesare  Varano,  condottiero  valoroso  e  cercato  da 
l)rincipi  e  repubbliche,  ammiratore  dei  guerrieri  dell'anchità  di 
cui  rinnovò  il  nome  nei  figlioli  naturali  (Annibale,  Cesare, 
Pirro),  non  insensibile  al  fervido  moto  intellettuale  del  Rina- 
scimento, volle  che  la  sua  dimora,    dalle  linee  semplici   e  pure 


fi)  Vedi  V  juticolo  di    M,   Santoni  sulla    storia  del     Lili  nella    Bibilioteca 
storica  di  Carlo  Lozzi,  Imola,    1886. 
(2)  II,  213,    247. 


—  32  — 

e  dalla  vaga  ornamentazione,  attestasse  che  la  signoria  vara- 
nesca  era  per  lui  risorta  a  ricchezza  e  latenza  e  sapeva  emu- 
lare le  altre  della  regione.  Benché  il  nuovo  edificio,  couie  quello 
di  Gubbio  (1),  includesse  antiche  e  modeste  case,  i)ure  si  con- 
formò a  un  prefisso  disegno:  di  che  ci  persuadono  la  disposi- 
zione delle  stanze,  ciò  che  ci  è  pervenuto  della  bellissima  corte 
e  le  legittime  induzioni  consentite  dai  documenti.  È,  difatti, 
evidente  che  le  molte  stanze  del  piano  sovrastante  alla  corte 
o  sono  disposte  intorno  a  questa  o  sono  rivolte  verso  la  piazza 
del  Duomo  e  verso  la  vìa  nova  (detta  così  nel  Quattrocento  e 
Cinquecento,  poi  la  piana,  oggi  Favorino)  e  che  le  colonne,  gli 
archi,  le  finestre  a  croce  (guelfe),  le  targhe  portanti  il  cane  ma- 
rino coi  vari  (stemma  dei  Varano)  o  con  la  rosa  o  col  nodo 
d' amore  dei  Malatesta,  cose  tutte  che  si  ammirano  ancora, 
presuppongono  un  concetto  direttivo  ispirato  dallo  stile  della 
Rinascenza.  Inoltre  la  notizia  contenuta  nella  seconda  ])arte 
dell'  inventario  del  150L>  die  sei  stanze  avevano  tutte  le  me- 
desime dimensioni  e  il  ricordo  che  leggiamo  nell'  inventario 
della  Camera  Apostolica  (1701)  di  camini  e  finestre  adorne  di 
cornici  e  fregi  sembrano  escludere  ogni  dubbio  intorno  all'  esi- 
stenza di  un  disegno  comi>iuto  in  tutte  le  sue  parti.  Chi  ne  fu 
l'autore?  Alla  domanda  non  è  possibile  rispondere  che  con  una 
congettura. 

Non  occorre  notare  che  una  delle  parti  dei  i)alazd  del  Ri- 
nascimento nelle  quali  più  rifulgeva  la  ricchezza  dei  pro})rietari 
e  V  ingegno  artistico  degli  architetti  era  1'  atrio  o  cortile.  Qui 
si  apriva  quasi  semi)re  l'ingresso,  qui  cominciava  o  si  svolgeva 
la  scala,  qui  erano  ammessi  sud<liti  e  forestieri,  qui  si  compi- 
vano ceriuionie  e  alcuni  princii)i  davano  udienza.  Nei  ])alaz/>i 
di  Urbino  e  di  Gubbio  il  cortile  è  come  il  centro  di  tutto 
1'  edificio  dove  lo  stile  architettonico  del  tenqìo  lia  lasciato  le 
pivi  visibili  impronte  e  dove  si  è  spiegata    1'  eleganza  della  co- 


% 


(1)  Calzini  E.  Il    palazzo    di  Gubbio  iu  Archivio    storico  doli'  arte,  Serie 
II,  I,   373  (1895). 


—  33  — 

struzione  (1).  Da  ciò  la  convenienza,  anzi  la  necessità,  quando 
manchi  la  facciata  —  1'  altra  parte  degli  ediflzi  civili  destina- 
ta a  rivelare  la  bellezza  delle  linee  —  d' istituire  raffronti  tra 
1  cortili  per  giudicare  dei  rapporti  genetici  dell'  architettura 
dei  palazzi.  Ora  chi  riguardi  il  cortile  del  palazzo  varanesco 
—  quale  era  avanti  che  le  colonne  di  arenaria,  ofl'ese  dagli 
agenti  atmosferici  e  dai  terremoti  e  minaccianti  rovina,  fossero 
rivestite  degli  odierni  pilastri  in  laterizi  —  e  lo  avvicini  al 
cortile  del  palazzo  di  Gubbio  —  in  buona  parte  riprodu- 
zione di  quello  di  Urbino  e,  come  questo,  dovuto,  secondo 
l'opinione  degli  storici  e  dei  critici,  a  Luciano  da  Vrana  —  (2) 
non  può  non  vedere  la  palese  somiglianza  del  semplice  e  snello 
porticato.  Sopra  al  quale,  nel  cortile  di  Camerino,  gira  una 
fascia  in  pietra  chiusa  fra  due  trabeazioni  e  adorna  di  targhe 
lapidee  portanti  scolpiti  alternatamente  lo  stenuua  dei  Varano 
e  alcuni  emblemi  araldici  di  Giovanna  Malatesta.  Tra  l'una  e  l'altra 
targa  erano  grafiti  rappresentanti  sirene  e  al  sommo  di  ciascun 
arco  del  portico,  sotto  alla  fascia,  una  corona  o  ghirlanda  a  rilievo 
con  in  mezzo,  a  grafito,  la  sigla  di  Giulio  Cesare  Varano:  un'ipsi- 
lon maiuscola  e  una  C  vagamente  intrecciate  {lulhis  Caesar  Vara- 
ima).  La  fascia  e  le  corone  (o  tondi)  si  vedono  anche  nel  palazzo  di 
Gubbio.  La  maggior  diff"erenza  si  scorge  nella  parte  superiore 
dove  il  palazzo  varanesco  ha  grandi  finestre  a  croce,  di  bella 
forma,  ma  semplicissime  —  tre  nei  lati  lunghi  e  due  negli  al- 
tri —  ciascuna  rispondente  a  una  colonna,  mentre  quelle  di 
Gubbio  sono  rettangolari ,  separate  da  alti  pilastri,  con  capi- 
tello ionico  corinzio,  a  riscontro  dei  capitelli  del  portico,  e  fian- 
cheggiate da  pilastrini.  Tra  l'una  e  l'altra  delle  finestre  guelfe 
continuava  la  decorazione  a  grafito  e  consisteva  in  figure 
mitologiche  ciascuna  con  la  proi)ria  denominazione  :  Melpo- 
mene,    Venere  (la    dea    sulla  conchiglia    in  atto    di    guidare    1 


(1;  BiJDiNiCH  e,  Il  palazzo  ducale  di   Urbino,  Trieste,   1904,   135. 
(2)  Calzini  E.   Il  palazzo  ducale    di  Gubbio  in  Archivio    storico  dell'  arte 
Serie  II,   I,    .374. 

3  —  itti  e  Memorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1913. 


34 


delfini)  Apollo  (suonante  la  lira,  circondato  dalle  muse),  V Aurora 
(sul  carro  tirato  dalle  colombe),  la  Fortuna  (anche  questa,  la 
ruota  in  mano,  sul  carro  tirato  da  cavalli),  le  Grazie^  Mercurio, 
Minerva.  Un'ultima  fascia  sopra  a  queste  figure  e  sotto  l'ampio 
sporto  si  componeva  di  due  fregi  sovrapposti:  l' inferiore  a 
candeliere  e  fogliame,  1'  altro  di  losanghe  alternate  con  circoli. 
Di  tutta  questa  ornamentazione  a  grafito  —  che  incliniamo  a 
credere  del  secolo  XV  e  ispirata  dal  largo  uso  che  se  ne  fece 
allora  in  Roma  (1)  --  oggi  non  resta  che  qualche  pallida  trac- 
cia nella  parete  rivolta  a  levante:  ma  di  quale  vago  effetto 
essa  dovesse  essere  un  temi)0  si  i)uò  giudicare  dal  disegno  che 
delle  parti  che  ancor  duravano  fece  fedelmente  eseguire  l' ing. 
Mariani  nel  1889. 

Assai  più  solida  e  ricca  appare  la  decorazione  della  parte 
superiore  nel  palazzo  di  Gubbio  dove  i  fregi  nella  pietra  delle 
finestre  e  dei  pilastri,  onde  esse  sono  divise,  meglio  apiccano 
sulle  pareti  costruite  in  cotto.  Un'  altra  non  trascurabile  diffe- 
renza è  costituita  dalla  mancanza  del  porticato  nel  lato  della 
corte  di  Gubbio  rivolto  a  sud  ovest  e  addossato  al  monte,  in 
cui  il  muro  non  ha  che  archetti  e  caditoie.  Ne  vorremo  tacere 
che  in  luogo  delle  ghirlande  il  palazzo  di  Gubbio  ha  semplici 
tondi,  forse  un  tempo  adorni  di  maioliche  colorate,  che  i  pe- 
ducci degli  archi  non  somigliano  nei  fregi  a  quelli  di  Camerino 
e  che  nel  palazzo  varanesco  mancano  i  rosoni  posti  nel  centro 
delle  arcate  di  Gubbio.  In  conclusione,  pure  ammettendo  che 
Giulio  Cesare  Varano,  che  ebbe  costanti  rapporti  colla  corte 
feltresca  e  vi  allogò  il  proprio  parente    Piergentile  (2),  potesse 


^ 


(1)  Burckhardt  Iacopo,   Cicerone,  Mittelalter  I,   147-48,  Leipzig,  1911. 

(2)  Vedi  Ratti  F.,  Della  famiglia  Sforza,  Roma,  1795,  II,  138,  e  Zan- 
NONi  G.,  Scrittori  cortigiani  dei  Montefeltro  in  Rendiconti  dell'  Accademia  dei 
Lincei,  Roma,  1894,  p.  80.  Piergentile,  figlio  di  Rodolfo  IV,  dal  1503  fu 
alla  corte  di  Giovanni  Sforza  a  Pesaro  dove  morì  per  un  calcio  di  mulo 
nel  1508.  Pare  fosse  fiero  nemico  di  Pandolfo  CoUenuccio  e  ne  tramasse  la 
rovina  presso  il  signore  della  città.  Di  ciò  lo  accusa  una  lettera  a  Giovanni 
Sforza  di  Francesco  Gonzaga,  marchese  di  Mantova,  Goito  6  luglio  1504. 
C'f.  Renier  R.  Niccolò  da  Correggio  in  Giornale  storico  della  lett.  it.  XXI,  235, 


—  35  — 

ammirare  le  costrnzioni  ispirate  o  commesse  dal  duca  Federico, 
assai  lodate  dai  contemporanei,  massime  nella  nostra  regione, 
non  crediamo  di  dover  riconoscere  tali  affinità  tra  il  palazzo 
di  Camerino  e  quelli  di  Gubbio  e  Urbino  da  far  ritenere  che 
il  primo  derivasse  da  questi. 

Forse  il  raffronto  tra  i  palazzi  feltreschi  e  ((uello  di  Came- 
rino fornirebbe  argomenti  di  valore  decisivo,  massime  ai  dotti 
di  critica  d'arte,  ae  il  porticato  del  secondo  non  ci  fosse  celato 
dai  pilastri  in  cotto  in  cui  sono  chiusi  archi,  capitelli  e  colonne. 
Ma,  se  non  e'  inganniamo,  le  analogie  dei  ymrticati  si  possono 
spiegare  colle  forme  d'  architettura  prevalenti  sul  cader  del 
Quattrocento  nell'  Italia  centrale  e  il  motivo  caratteristico  del 
disegno  del  palazzo  varanesco  si  deve  scorgere  nelle  finestre  a 
croce.  Ora  finestre  a  croce  si  veggono  in  un  edificio  coevo  al 
palazzo  di  Camerino,  cioè  nel  convento  di  S.  Maria  delle  Gra- 
zie, a  tre  Km.  da  Senigallia,  eretto  da  Giovanni  Della  Rovere 
nel  1491  con  disegno  dell'  architetto  fiorentino  Baccio  Pontelli 
e   coli'  opera    di  Sabatino    da  Fabriano,    maestro    di  muro  (1). 


Un  figliolo  di  Giulio  Cesare  (probabilmente  Annibale)  assistè  alle  nozze 
di  Gnidobaldo  Montefetiro  con  Elisabetta  Gonzaga  (1488).  Rknier,  Mantova- 
Urbino,  p.   18. 

Diretti  rapporti  con  Federico  di  Montefeltro  ebbe  Giulio  Cissare  nel  1477, 
come  si  arguisce  dal  breve  di  Sisto  IV  indirizzato  al  Varano  il  10  giu- 
gno di  queir  anno  per  invitarlo  a  tener  le  sue  genti  agli  ordini  del  duca 
di  Urbino,  gonfaloniere  della  Chiesa.  Cf.  Zampetti  Tullia,  Giulio  Cesare 
Varano,  Roma,   1900,  doc.  42. 

(1)  «  Et  fu  pigliato  questo  luoco  di  Santa  Maria  delle  Grazie  nel  1491. 
Et  1»  sua  Eccellentia  [Giovanni  Della  Rovere]  lo  edificò  tutto  dalli  fondamenti 
come  appare,  eccetto  la  chiesia,  perchè  voleva  fare  una  chiesia  tanto  magna 
et  ornata  quanta  ne  fusse  un'  altra  in  Italia  per  chiesia  de  frati  dell'  obser- 
vantia  tanto  et  io  so  certo  che  lui  mandò  più  maestri  per  l' Italia  per  cer- 
care se  trovassero  alcnne  chiesie  che  fossero  belle  per  portare  il  diseguo  et, 
benché  le  ne  fussero  portati  piìi,  lui  n'  ellesse  doi  che  li  piacevano,  cioè  la 
chiesia  di  Sauto  Bernardino  apresso  Siena,  detta  la  Capriola,  et  1'  altra  la 
chiesia  del  loco  nostro  de  Vercello  et  più  volte  io  ebbi  quel  disegno  in  mano. 
Volse  dare  al  maestro  che  edificò  il  loco  14  milia  ducati  d'  oro  se  voleva 
fare  la  detta  chiesia,  ma  il  maestro  non  lo  volse    fare  perchè  li  pareva  che 


—  36  — 

Ivi  il  chiostro  elegante,  ma  inferiore  a  tanti  altri  del  tempo, 
ha  le  piccole  finestre  rettaiigolari  che  danno  Ince  alle  celle,  né 
certo  poteva  avere  le  grandi  finestre  guelfe  (1),  ma  queste  si 
ai)rono  sulle  pareti  esterne  in  capo   ai  lunghi  corridoi. 

Non  conosciamo  edifi<;i  di  carattere  <;ivile  dovuti  al  Pontelli 
dai  quali  trarre  qualche  utile  elemento  di  raffronto.  E  non  sa 
premmo  dire  se  le  somiglianze  manifeste  nella  forma  e  nei 
fregi  dei  capitelli  pensili  del  cortile  di  Camerino  e  di  quelli  delle 
lesene  della  chiesa  di  S.  Aurea  in  Ostia,  attribuita  al  Pontelli 


fuase  poco  per  fare  tale  edifitio.  Fu  disognato  nel  1191  a  di  15  d'  agosto.  Il 
maestro  che  disegnò  il  luoco  si  chiamava  maestro  Baccio  da  Urbino.  Il 
maestro  che  1'  edificò,  cioè  che  lavorava,  si  chiamava  maestro  Sabbatino  da 
Fabriano.  In  prima  che  fosse  edificato  questo  luoco  di  Santa  Maria  delle 
Grati©  qui  proprio  era  bosco  et  ci  era  una  chiesetta  tutta  piena  de  spine  e 
d'  elula  [edera]  d'  intorno  la  quale  si  chiamava  S.  Maria  del  Pignotto  »  La 
vita  et  gesti  della  bona  memoria  signor  lohan  Prefetto  di  Frate  Gratia  de  Fran- 
cia in  Cod.  Vatic.  Urb.  1023,  e.  321. r.  Cf.  Sikna  L.  Storia  di  Senigallia, 
ivi,  1746,  p.  160.  Il  Burckhardt  (Der  Cicerone,  li,  143,  decima  ediz.  Leipzig, 
1910)  attribuisce  la  chiesa  di  S.  Maria  delle  Grazie  a  Sabatino  da  Fabriano: 
ma  questi  non  fu  che  1'  esecutore  del  disegno  del  Pomelli.  Frate  Grazia  è 
fonte  autorevolissima,  essendo  stato  guardiano  del  convento  di  Senigallia, 
come  egli  stesso  dice  nel  dar  termine  all'  opera  sua,  ricca  di  preziose  no- 
tizie. Pare  che  Senigallia  ammirasse  il  fervore  artistico  e  letterario  di  Ur- 
bino e  di  qui  chiamaese  artisti  e  letterati.  E  da  Urbino,  oltre  il  Pon- 
telli, fece  venire  Luciano  da  Vrana  detto  anche  lui  da  Urbino:  denomi- 
nazione, che,  del  resto,  può  spiegarsi,  come  nel  caso  del  Pontelli,  col  fatto 
dell'  essere  questi  artefici  cittadini  e  proprietari  in  Urbino.  Cf.  Nuova  rivista 
Misena  Vili,  1895,  p.  30.  Ai  funerali  di  Giovanni  Della  Rovere  (morto  il 
6  nov.  1501)  disse  1'  elogio  1'  umanista  Ludovico  Odasi  da  Padova,  precet- 
tore e  segretario  di  Guidobaldo  Montefeltro,  duca  d'  Urbino,  cognato  del 
Della  Rovere.  (Cronaca  di  frate  Grazia).  Tale  componimento  è  da  aggiungere 
agli  altri  mentovati  da  A.  Pinetti,  L'  umanista  Ludovico  Odasio  alla  córte  dei 
duchi  d'  Urbino  in  Archivio  storico  lombardo,  XXXIII  fase.  10,  1896. 

(1)  «  Neil'  interno  del  chiostro  di  Senigaglia  appaiono  delle  alte  e  grosse 
fiinestre  a  croce,  che  sono  un'  imitazione  perfetta  delle  grosse  finestre  del 
palazzo  Venezia  a  Roma  ».  Cosi  Paolo  Giordani,  Baccio  Pontelli  a  Roma  in 
Arte,  1908  p.  105.  Evidentemente  il  critico  non  vide  il  chiostro  di  S, 
Maria  delle  Grazie  e  fu  ingannato  da  qualche   informatore, 


—  37   - 

dal  Guglielmotti,  (1)  possano  tenersi  motivo  sufficiente  a  conclu- 
dere che  l'architetto  fiorentino  fu  l'autore  del  disegno  del  palazzo 
varanesco.  Certo,  questa  nostra  opinione  si  avvalora  principal- 
mente da  ciò  che  sappiamo  dei  rapporti  del  Pontelli  col  Varano. 

Il  21  luglio  1492,  presso  la  Torre  dei  Bilancioni  (oggi  Torre 
del  Parco)  un  computista  del  signore  di  Camerino,  Bartolomeo 
di  Tommaso  da  Pesaro,  riceveva  mediante  rogito  del  fido  notaio 
di  casa  Varano,  Antonio  Pascucci  dal  castello  di  S.  Giovanni 
di  Fiuminata,  dichiarazione  di  debito  da  parte  di  maestro  Bar- 
tolomeo (Baccio)  di  Fino  Pontelli,  architetto  del  papa,  per  la 
somma  di  400  fiorini  che  il  detto  maestro  confessava  di  avere 
avuti  in  prestito  dal  Varano  e  prometteva  di  restituire  avanti 
il  prossimo  settembre  (2).  Questo  debito  del  Pontelli  rappresen- 
tava veramente  un  semplice  mutuo?  Se  ne  deve  dubitare,  che 
1'  atto  lo  dice  risultante  dal  computo  dei  denari  somministrati 
a  maestro  Baccio  da  Giulio  Cesare,  dalla  costui  moglie  Gio- 
vanna Malatesta  e  da  Annibale,  figliolo  illegittimo  di  Giulio. 
'Ne  l' intervento  del  ragioniere  s' intenderebbe  senza  ammettere 
che  fra  i  contraenti  fossero  partite  di  dare  e  di  avere,  che, 
cioè,  la  somma  di  400  fiorini  formasse  l'avanzo  degli  anticipati 
compensi  all'artefice  per  servigi.  Ignoriamo  quali  questi  fossero 
ma  non  è  dubbio  —  e  la  qualifica  di  architetto  del  papa  lo 
conferma  —  che  si  riferissero  a  lavori  nella  signoria  camerte 
per  edifici  militari  o   civili. 

Il  Varano  poteva  aver  conosciuto  il  Pontelli  in  Toscana:  più 
probabilmente  nella  Marca  dove  l'artista  dimorò  in  due  distinti 
periodi,  dal  1479  al  1482  in  Urbino  al  servizio  del  duca  Fede- 
rico e  dal  1487  fino  alla  morte  —  seguita  in  Urbino  —  mentre, 
per  commissione  di  papa  Innocenzo  Vili,  dirigeva  la  costruzione 
delle  rocche  di  Osimo,  Ofifida  e  Iesi.  (3)  Sappiamo  che  con  breve 


(1)  Storia  delle  fortificazioni  nella  spiaggia  romana,  Roma,  1880,  55. 

(2)  Aleandri  V.  L'  architetto  Baccio  Pontelli  debitore  di  Giulio  Cesare   Va- 
rano in  Arte  e  Storia,  XXIII,  n.  18,  Firenze  1904. 

(3)  Muntz  E.,    Les  aria  à  la    cour    d«8  jpapes    Innocent    Vili,     Alex.     VI, 
Pie  III,  Paris,  1898,  47. 


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(tei  4  maggio  1492  Innocenzo  Vili  prescrisse  al  governatore 
della  Marca  di  Ancona  di  ricliiamare  il  Pontelli  a  Iesi  perchè 
vi  terminasse  la  rocca  restata  incompiuta  per  l'assenza  di  lui.  (1) 
Dunque  il  Pontelli,  non  pago  della  larga  provvisione  di  25 
ducati  al  mese,  non  attendeva  assiduamente  alle  opere  affidategli 
e  accettava  altre  commissioni.  iNel  1491,  come  vedemmo,  diede 
il  disegno  per  il  convento  di  S.  Maria  delle  Grazie  a  Senigallia: 
1'  anno  seguente  era  a  Camerino  o  per  dirigere  il  compimento 
del  palazzo  varanesco  o  per  consigliare  Giovanna  Malatesta 
negli  adattamenti  del  maniero  della  Torre  di  Lanciano  o  per 
altri  lavori  (2).  Ti!  probabilissimo  che  altre  volte  egli  fosse 
salito  a  Camerino,  poiché  l'accenno  alle  molteplici  somministra- 
zioni di  denaro  da  parte  di  Giulio  e  Annibale  Varano  e  di 
Giovanna  Malatesta  implica  varietà  di  commissioni  date  in  tempi 
diversi;  di  che  ci  pare  sia  indizio  anche  l'entità  della  somma 
(400  fiorini)  alla  cui  restituzione  Baccio  si  obbligava  coli'  atto 
del  25  luglio  1492.  Il  quale  crediamo  possa  avere  rapporto  di 
causalità  colla  minaccia  contenuta  nel  breve  citato  di  sostituire 
al  Pontelli  un  altro  architetto,  se,  entro  un  termine  da  asse- 
gnarsi, non  fosse  tornato  a  dirigere  la  fabbrica  della  rocca  di  Iesi. 
Poiché  il  Pontelli  -  come  molti  altri  nmestri  del  tempo  -  al- 
l'architettura era  giunto  dalle  officine  d'intaglio  e  di  tarsia  questa 
fu  la  prima  sua  arte  e  pare  che  per  essa  fosse  chiamato  in 
Urbino  dal  Montefeltro  -  non  é  da  ritenere  fuori  del  verisimile 
che  potesse  aver  dati  disegni  e  consigli  alla  esecuzione  dei  lavori 
decorativi  in  legno  che  non  mancavano  nelle  case  vecchie  e 
nelle  nuove  del  Varano.  Ancora  nel  1701  alcune  stanze  e  qual- 
che camerino  del  palazzo  nuovo  mostravano  assai  vaghi  soffitti 


(1)  GlANUlzzi  P.,  Documenti  in  Archivio  storico  dell'arte  III,  298  (Roma 
1896),   doc.   IV. 

(2)  Si  noti  che  i  Varano  e  i  Della  Rovere  vissero  in  grande  dimestichezza 
anche  prima  del  parentado  conchiuso  colle  nozze,  celebratesi  nel  1497,  di 
Venanzio  Varano  e  Maria  della  Rovere,  figlia  di  Giovanni,  signore  di  Seni- 
gallia. Queste  nozze  erano  state  fissate  fin  dal  148.5,  il  che  apprendiamo  da 
una  lettera  di  Giulio  al  duca  di  Milano,  15  luglio  1485.  Arch.  di  stato  di 
Milano. 


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antichi  requadrati  con  rosoni  dorati  e  l'inventario  del  1502  eDii- 
inera  nove  stanze  soffittate  fra  cui  le  due  chiamate  dei  leoni  e 
delle  bisce  con  soffitto  a  quatruni  la  prima  e  a  quatruni  dorati 
la  seconda.  E  perchè  non  vorremo  ammettere  che  al  maestro 
fiorentino  si  dovessero  i  disegni  degli  ornati  lapidei,  cioè  delle 
trabeazioni,  dei  pilastri,  dei  festoni  che  decoravano  nell'interno 
del  palazzo  porte,  finestre  e  camini  ? 

Tanto  più  accettabile  ci  apjjarirà  la  supposizione  che  il  si- 
gnore di  Camerino  chiedesse  l'opera;  di  qualche  insigne  architetto 
a  disegnargli  il  palazzo,  se  terremo  conto  delle  sue  cure  intese 
a  condurre  buoni  artefici  forestieri  anche  per  le  parti  secondarie 
e  ornamentali  dell'  edificio  a  cui  egli  volle  raccomandare  il  suo 
nome  di  principe  amico  delle  arti.  L'  11  dicembre  1490  riceve- 
vano dal  Tarano  270  fiorini  per  lavori  fatti  nelle  case  di  lui 
un  Agostino  e  un  Cecco,  padre  e  figlio,  forse  maestri  da  muro,  (1) 
entrambi  da  Fabriano,  luogo  donde  uscirono  quel  Sabatino  che 
eseguì  il  disegno  del  Pontelli  a  S.  Maria  delle  Grazie  presso 
Sinigallia,  e  quel  Bartolomeo  di  Pietro  Giunta  che  restaurò  il 
palazzo  comunale  di  Iesi  nel  1475.  (2)  Il  3  maggio  del  '91  un 
messo  di  Giulio,  Pier  Matteo  di  Venanzio  da  Camerino,  som- 
ministrava 30  fiorini  a  Francesco  di  Filippo  di  Leonardo  da 
Lalora,  capo  dei  lapicidi  addetti  ai  lavori  in  pietra  nella  abbadia 
di  S.  Pietro  di  Perugia,  a  patto  che  entro  un  mese  si  recasse 
a  Camerino  per  compiervi  quanto  il  Varano  gli  avrebbe  com- 
messo. La  promessa  non  fu  mantenuta  e  il  denaro  fu  restituito, 
come  ci  apprendono  i  libri  di  amministrazione  dell'  abbadia 
predetta  (3).  Ma  il  Varano,  edotto  della  perizia  dei  lapicidi  toscani, 


(1)  La  quietanza  è  «  prò  toto  laborerio  facto  per  ipsos  ruagistrum  Ciccum 
et  magÌBtrnm  Augnstinum  ia  domibus  dicti  IH. mi  domini  usque  in  presentem 
diem.  »  Arch.  not.  di  Camerino,  Kog.   di  Antonio  Pascucci. 

(2)  Vedi  GiANANDREA  A.  Il  palazzo  comunale  di  led,  Iesi,   1887,   12. 

(3)  Manari  D.  Luigi,  Documenti  e  note  ai  cenni  storico-artistici  della  basi- 
lica di  S.  Pietro  in  Perugia,  in  L'  Apologetico,  periodico  religioso,  IV,  371-72 
Perugia  1865.  Si  hanno  qui  molti  nomi  di  maestri  di  pietra  toscani  che 
lavorarono  a  Perugia. 


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fece  venire  a  sé  un  altro  maestro  della  cui  opera  ci  dice  qua! 
cosa  un  rogito  del  nostro  archivio  notarile.  È  la  quietanza,  in 
data  12  luglio  1491,  per  la  somma  di  419  fiorini  e  09  soldi  che 
un  Francesco  di  Matteo  Fasini,  detto  Lancino,  da  Settignano 
dichiara  di  aver  ricevuto  in  compenso  dei  lavori  in  pietra  da 
lui  o  dai  suoi  garzoni  diretti  e  fatti  nella  casa  nuova  e  in  altri 
luoghi  del  Varano. 

Uno  di  quei  lavori  era  certamente  il  lastricato  in  pietra  nel 
cortile  del  ])alazzo  dove  maestro  Lancino  si  obbliga  a  rifare 
tutte  le  pietre  e  le  commessure  già  da  lui  collocate  e  lavorate, 
ma  non  bene  riuscite.  Per  una  sonima  stabilita  assume  anche  l'ob- 
bligo di  eseguire,  secondo  i  patti  contenuti  in  altra  scritta  speciale, 
la  bocca  di  un  pozzo  che  si  trovava  in  una  corte  del  palazzo, 
forse  la  principale.  Da  ultimo  il  lapicida  promette  di  fare, 
su  disegno  di  Giulio  Cesare,  quattro  armi  o  scudi  in  pietra 
da  collocarsi  negli  spigoli  del  palazzo  (1).  Può  credersi  che  si 
tratti  di  quattro  delle  24  targhe  —  sette  nei  due  lati  lunghi 
e  cinque  negli  altri  ~  che  ornavano  il  fregio  sovrastante  al 
colonnato  e  portavano  scolpiti  o  lo  stemma  dei  Varano  (i  vari  col 
cane  marino  per  cimiero)  o  emblemi  araldici  dei  Malatesta  (la  rosa 
o  il  nodo  d'  amore).  Se  il  Varano  avesse  usata  la  pietra  d' Istria, 
come  fece  il  comune  di  Iesi,  che  con  essa,  perchè  resistente 
al  ghiaccio,  ordinò  a  maestro  Michele  da  Milano  di  formare,^ 
scolpire  gli  scudi  col  leone  rampante,  emblema  della  città  (2), 
ci  sarebbero,  probabilmente,  pervenute  molte  delle  belle  targhe 
lavorate  dallo  scalpellino  di  Settignano.  Ma,  fatte  di  pietra 
arenaria,  le  più  perirono.  Ne  restano  solo  alcune,  né  tutte  in 
buono  stato. 

Gran  peccato  è  che  non  ci  sia  pervenuto  alcun  disegno 
della  facciata  del  palazzo  verso  la  strada.  Che  il  prospetto  dif- 
ferisse da  quello  del  palazzo  vecchio  o  di  Venanzio  (sec.  XIV), 
è  manifesto  non    solo  per  i  tempi    diversi  della   costruzione,  sì 


(1)  Appendice,   II. 

(9)    GlANANDREA   op.    cit.    p.    2c 


—  41  — 

anche  per  le  parole  dell'  erudito  Benigni  (1).  Del  portale,  come 
dicemmo,  conosciamo  solo  il  poco  clie  ne  dice  il  Lili.  È  dubbio 
se  le  finestre  avessero  la  stessa  forma  di  quelle  del  cortile:  cliè 
nell'  inventario  del  1701  n'  è  ricordata  una  a  croce  e  un'  altra 
avente  nel  mezzo  una  colonnina,  cioè  bifora.  Ma  né  le  notizie 
di  questo  documento  danno  luce  sufficiente  a  chiarire  il  punto, 
né  si  può  escludere  la  possibilità  che  quella  bifora  non  fosse 
antica. 

Se  il  signore  di  Camerino  vivajnente  si  compiacque  di  con- 
ferire lustro  alla  pr  )])ria  famiglia  e  al  piccolo  stato  coll'erezione 
del  palazzo  nuovo,  sull'  esempio  dei  vicini  signori  e  delle  città 
della  regi(me  —  gli  Ottoni  di  Matelica  (2),  gli  Sforza  di  Pe- 
saro, i  Della  Kovere  di  Senigallia,  i  Montefeltro  d'  Urbino,  i 
comuni  di  Iesi  e  di  Ancona  —  continuò  tuttavia,  ad  abitare 
come  diceuìmo,  nelle  case  vecchie.  Quivi  noteremo,  accanto  a 
uno  studiolo  di  Giulio  Cesare  e  a  una  cappellina  «  una  camera 
secreta  dove  dormiva  lo  signore,  softìctata,  intabolata  dentro,  con 
lectera  et  una  fenestra  ferrata  et  invitriata  et  uno  uscio  ». 
Non  sappiamo  quale  foSvSe  il  rivestimento  ligneo  di  questa  stan- 
za: ma,  se  essa  era  segreta,  non  par  verosimile  che  le  pareti  interne 
di  legno  avessero  decorazioni  in  tarsia  come  i  celebrati  stud:oli 
di  Federico    di  Montefeltro  in    Urbino. 

Del  palazzo  vecchio  la  parte  i)iù  appariscente  dovette  essere 
allora  e  poi  la  grande  sala  che  nell'inventario  del  1502  è  registrata 
così:  «  Item  una  sala  grande  con  doi  camini  soffictata  con  la  soia 
porta  et  credenza:  octo  fenestre  grande,  doi  piccole:  de  lungheza 
coutovinti  pedi  et  larga  pedi  quaranta  et  quatro  con  sidici  banchi 
in  essa  sala  de  tavoloni  de  ulmo,  vinti  pezi  de  stanghe  con  ferrecti 
da  pendere  pandi  da  raza  [2)anni  d'arazzo]  »  (3).  In  questa  grande 


(1)  «  Questo  palazzo  /l'  apostolico  e  della  tesorerìa] ... .  fu  edificato  in  più 
fiate  et  da  diversi  signori  et  per  questo  non  è  unito  nell'architettura  ». 
Frammenti  historiali  e.   SO"". 

(2)  ACQUACOTTA,    op.    CÌt.    II,    10. 

(3)  Molte  parole  dell'  inventario  borgiano  ricordano  1'  italiano-romagnolo 
del  contemporaneo  cronista  forlivese  Andrea    Bernardi  detto  Novacula  (Vedi 


-in- 
sala si  compivano  dal  signore  gli  atti  e  le  cerimonie  più  so- 
lenni, si  teneva  udienza,  si  accoglievano  e  si  festeggiavano,  an 
che  con  spettacoli  drammatici,  gli  ospiti.  L' inventario  borgiano 
ci  ha  serbato  ricordo  dei  cavalietti  di  legno  coi  quali  si  costrui- 
va il  palco  (1).  Qui  si  fece  l' esposizione  della  salma  di  Gio- 
vanna Malatesta  il  2  nov.  1511  (2)  e  qui,  anche  dopo  finita 
la  signoria  varanesca,  in  onore  dei  molti  personaggi  che  pas- 
savano per  la  prossima  strada  Loreto  Roma,  si  diedero  feste 
e  dispendiosi  spettacoli  dall',  impoverito  comune  di  Camerino 
invano  repugnante  a  questo  oneroso  tributo,  che  gli  era  imposto 
dal  governo  papale.  Specialmente  fastosa  fu  la  cerimonia  per 
il  passaggio  della  regina  Cristina  di  Svezia  1'  undici  dicembre 
1655  (3).  La  grande  sala,  costruita  da  Venanzio  Varano  —  di 
che  ne  accerta  il  trovarne  ricordo  nel  testamento  di  Rodolfo 
III  (1418)  —  adornata  di  arazzi  (aparata)  al  tempo  di  Giulio 
Cesare  in  occasione  di  feste,  ebbe  più  tardi  una  stabile  e  ajj- 
pariscente  decorazione. 

Giovanni  Maria  Varano,  unico  dei  figli  di  Giulio  Cesare 
scampato  alle  vendette  dei  Borgia,  come  fu  investito  del  titolo 
di  duca  di  Camerino  da  Leone  X,  zio  materno  di  sua  moglie 
Caterina  Cibo,  quasi  presago  dell'  imminente  fine  dell'  avito  do- 
minio, volle  che  nella  grande  sala  fossero  dipinti  gli  stemmi 
degli  antenati  che  avessero  regnato  e  fosse  scritto  un  breve 
elogio  di  ciascuno  di  questi.  Gli  stemmi  erano  collocati  in  alto 
sulla  parete,    a  destra    di  chi  entrasse,    quelli  degli    uomini  di 


le  sue  cronache  pubblicate  da  G.  Mazzatinti  a  cura  della  r.  Deputazione 
storica  della  Romagna,  Bologna  1895-97).  Anche  il  Novacula  scriTe  pandi 
per  panni  e  sondo  per  sono.  Forse  1'  estensore  dell'  inventario  fu  uno  dei 
molti  romagnoli  a  servizio  dei  Borgia. 

fi)  Neil'  inventario  delle  case  vecchie,  a  e.  90'':  «  Item  una  stanza  dove 
sedeva  cinque  cavallecti  de  legname  da  edificare  el  barco  ne  la  sala  ».  Com- 
medie si  diedero  nel  1451  per  le  nozze  di   Giulio  Cesare.   Cf.   Lili    II,  206. 

(2)  Vedi  la  descrizione  dei  Funerali  di  Giovanna  Malatesta  pubblicata  da 
M.  Santoni,  Camerino,  1881. 

(3)  Satini  P.  op.  cit.  138,  140,  141,   142,  156,   163-64. 


—  43  — 

casa  Varano,  sulla  parete  a  sinistra  quelli  delle  donne  venute  spose 
nella  famiglia  (1).  Degli  elogi  ci  pervenne  copia  nella  storia  del  Lili 
e  nelle  carte  di  altri  eruditi  camerinesi  del  Seicento  dalle  quali 
li  i)ubblicò  il  Santoni  in  appendice  al  Compendio  del  Savini.  Degli 
stemmi  ci  è  pervenuta  una  riproduzione  a  colori,  che  tuttofa  cre- 
dere fedele,  insieme  colla  copia  degli  elogi  autenticata  da  tre 
notai  (1609),  in  un  fascicolo  cartaceo  appartenuto  al  compianto 
e  illustre  concittadino,  Servilio  Marsili  (2).  Qui  lo  scudo  vara- 
nesco  portante  1  vari  (ora  bianchi  su  campo  azzurro,  ora  az- 
zurri su  campo  d'argento),  e  sormontato  dall'elmo,  non  sempre 
ha  per  cimiero  il  cane  marino  che  vediamo  in  tutti  gli  stemmi 
varaneschi  in  pietra    dei  secoli    XIV  e  XV.  Nello    stemma    di 


(1)  A  e.  2  (lol  cod.  Vatic.  Barber.  lat.  5276  si  ha  :  «  La  sala  del 
palazzo  di  Camerino  è  grande  palmi  44  e  20  larga.  In  faccia  dell'  entrata, 
nel  muro,  quasi  presso  alli  travi  è  un  giro  finito  de  quadri  con  1'  arme 
de  Varani  a  mano  diritta  e  a  mano  manca  ammezzato  (?)  da  quelle  delle 
mogli  dove    si    sa    che    sia    stato    fatto    questo  dall'  ultimo    dominatore    di 

essa  casa  che  pare poiché  in  lui  mancò    la    signoria.  Ma  perchè,  per 

la  vecchiezza,  molte  cose  non  s'intendono,  ci  mettei'ò  le  seguenti.  Quadro 
nel  mezzo  al  quadro  grande  —  Origo  dominoruvi  de  Vara.no  —  » .  Se- 
guono alcuni  degli  elogi  con  molte  lacune  ed  errori.  Il  recto  della  carta 
2  ed  ultima  finisce  «  sui  Ladislao  rege  »:  frammento  dell'  elogio  di  Rodolfo 
III.  A  tergo  della  e.  2,  scritte  per  traverso  si  leggono  le  parole:  «  Niccolò 
[il  Lili,  II,  241,  dice  Giacomo']  Piccinino,  vestito  di  lungo  di  broccato,  senza 
barba.  Ancora  Francesco  Sforza  da  Milano  senza  barba  e  capo  calvo  in  Ca- 
merino in  una  camera  ».  Questi  ritratti  insieme  con  altri  dei  Varano,  erano 
nella  sala  della  Fortuna,  cioè  nel  palazzo  di  Giulio  e  non  nella  sala  grande, 
come  scrisse  il  p.  Orazio  Civalli  nella  nota  visita  triennale  (Colucci  Anti- 
chità Picene,  XXV  p.  39).  Gli  elogi  del  Favorino  si  hanno  anche  in  Cod. 
Vat.  Capp.  165  e.  90. 

(2)  L'  autenticazione  dei  notai  camerinesi  Giulio  Bellazzi,  G.  Battista  Ver- 
gelli  e  Giuseppe  Rovelli,  in  data  5  novembre  1609,  si  riferisce  alla  trascri- 
zione degli  elogi  a  ciascuno  dei  quali  sovrasta  nelle  pagine  in  folio  il  doppio 
stemma  del  personaggio,  di  cui  parla  1'  elogio,  e  della  moglie.  Alla  copia 
dell'  autenticazione  precedono  notizie  storiche  su  Camerino  che  è  lecito  cre- 
dere fossero  scritte  dal  Massarelli,  leggendosi  esse  in  un  volume  ms.  di  lui 
conservato  nella  Valentiniana. 


—  44  — 

alcuni  personaggi  il  cimiero  è  costituito  da  un  particolare  embleuìa 
araldico,  o  adottato  realmente  dai  singoli  antenati  di  Giovanni 
Maria,  o  ad  essi  da  lui  attribuito.  Il  cimiero  di  Rodolfo  I  (-{-1316), 
è  un  cane  seduto  colla  zampa  destra  anteriore  levata  in  alto, 
quello  di  Giovanni  I  (-j-1385),  soprannominato  nell'elogio  spac- 
calferrOj  è  fatto  di  due  mani  in  atto  di  spezzare  un  ferro  da 
cavallo  (1):  due  falci  sormontano  1'  arme  di  Venanzio  (-j-  1380) 
detto  falciai/erro:  una  testa  di  cavallo  con  un  corno  uscente 
dalla  fronte  (unicorno  o  lioncorno),  sovrasta  allo  scudo  di  Gentile 
III  (-1-1399),  di  Piergentile  (-]-  1433)  e  Rodolfo  IV  (-{-1464):  il 
grifo  alato  di  Perugia  è  cimiero  nello  scudo  di  Berardo  III 
(-f-1434).  Un  sole  raggiante  sopra  all'elmo  si  vede  nello  scudo 
di  Berardo  I  (-H1329),  di  Gentile  II  (-f  1355)  e  Berardo  II 
(-}- 1350). 

I  signori  di  Camerino  adottarono  lo  stemma  parlante  dei 
vari  (probabilmente  dall'  avito  castello  di  Varano  d<mde,  a  no- 
stro avviso,  vennero  a  Camerino  nel  Dugento  o  prima)  al  quale 
sovrapposero  il  cimiero  del  cane  marino  durante  il  secolo  XIV, 
quando  cominciarono  a  signoreggiare  nella  loro  città.  Tra  le 
armi  varanesche  a  noi  pervenute  (fatta  eccezione  di  quelle  di- 
pinte nella  grande  sala  del  palazzo  ducale)  non  se  ne  conosce 
alcuna  che  porti  altre  figure:  cosicché  par  credibile  che  lo 
stemma  derivasse  unicamente  dalla  signoria  e  che  gli  scudi,  dove 
non  si  vedono  che  i  vari,  siano  da  assegnarsi  all'  ultimo  dei 
signori,  Giovanni  Maria  Varano,  il  quale,  conseguito  il  princi- 
pato col  diploma  pontificio  del  30  aprile  1515,  soi)presse  1' em- 
blemac  della  città  per  affermare  la  legittima  derivazione  e  1'  au- 
tonomia della  propria  sovranità.  È,  dunque,  assai  probabile  che, 
se  altri  segni  e  altre  figure  araldiche  furono  da  Giovanni  Maria 
attribuite  ai  suoi  antenati,  egli  non  avesse  altra  giustificazione 
storica  che  la  tradizione  domestica  relativa  ai  fatti  e  alle  pre- 
dilezioni dei  singoli  dinasti  camerti:  tradizione,  la  quale  nulla 
vieta  di  ritenere  che  fosse  avvalorata    da  fonti  attendibilissime 


(1)  LiLi,  II,  68,  106. 


—  45  — 

a  noi  ignote,  quali  sarebbero  i  sigilli,  dove  talora  all'  arme 
della  famiglia  si  accompagna  una  particolare  impresa  araldica  (1). 
E  a  questo  proposito  non  vogliamo  tacere  che  il  grifo  ])erugino 
nelP  arma  di  Berardo  II F  ci  sembra  pienamente  spiegato  dall'ami- 
cizia e  parentela  di  questo  Varano  con  Braccio  da  Montone  e 
1'  unicorno  di  Gentile  III  trova  conferma  nella  menzione  della 
camera  degli  unicorni  che  si  legge  nel  testamento  di  Rodolfo 
III  (1418).  Non  sarebbe,  perciò,  ragionevole  ripudiare  come 
falsi  i  personali  emblemi  araldici  di  cui  discorriamo.  Ma  è  dub- 
bio che  SII  questo  ])articolare  si  facessero  allora  diligenti  ricer- 
che: e,  certo,  non  si  fecero  a  proposito  delle  geste  degli  antenati, 
che  il  duca  Giovanni  Maria,  seguendo  l'esempio  di  altri  princii>i 
e  delle  rejmbbliche  di  Firenze  e  Vene/in,  volle  brevemente  ricor- 
date negli  elogi  comi)ilati  dall'  umanista  c« inerte.  Varino  Favo- 
rino,  vescovo  di  Nocera  (1^).  V^ero  è  che  i  i)iù  di  essi,  nella 
loro  semplicità  epigrafica  ci  conservarono  ])reziose  notizie  con 
precise  e  quasi  sempre  veridiche  determinazioni  cronologiche. 
Ma  nel  proemio  e  nell'  elogio  di    Gentile  I  è  i)ure  palese    l' in 


(1)  Ci  piace  notare  che  il  sigillo  di  Rodolfo  Varano  illustrato  dal  Santoni 
(Bullettino  di  Numismatica  e  Sfragistica,  II,  43,  Cameriuo,  1884-86)  e  attribuito 
a  Rodolfo  II  {-\-  1384)  ha  la  corona  marchionale  e  il  cane  marino  armeggiato  che 
appariscono  nello  scudo  di  Rodolfo  II  dipinto  nella  sala  del  palazzo  ducale. 
Dubitiamo,  però,  per  ragioni  che  qui  sarebbe  troppo  lungo  esporre,  che  quel 
sigillo,  già  esistente  nella  jireziosa  collezione  Corvisieri  (passata  al  museo  di 
Castel  S.  Angelo)  sia  fattura  del  secolo  XVIII  ispirata  allo  stemma  di  Ro- 
dolfo dipinto  nella  sala  ducale.  Se  il  nostro  venerato  maestro,  Milziade 
Santoni,  dotto  numismatico,  avesse  avuto  modo  di  esaminare  V  originale,  in 
luogo  di  un'  accurata  riproduzione  a  penna,  avrebbe  concepito  gravi  dubbi 
sull'  autenticità  di  esso. 

(2)  Bknigni.  op.  eit.  e.  201^  «  Camerini  F.  nei  Supplementi  al  Lili.  Si 
noti  che  quelli  stampati  dal  tipografo  Sarti  a  Camerino  nel  1835  non  com- 
prendono tutte  le  aggiunte  fatte  dal  Camerini.  Questi  completò  la  Storia  del 
Lili  e  ne  preparò  un  bellissimo  esemplare  per  la  stampa  ora  posseduto  dal 
chiar.mo  dott.  cav.  Battibocca,  alla  cui  cortesia  dobbiamo  —  e  glie  ne  siamo 
grati  —  di  averlo  potuto  esaminare.  Per  gli  esempi  di  epigrafi  storiche  nel 
Rinascimento  vedi  Burckhardt  I.  La  civiltà  del  Rinascimento  in  Italia,  trad, 
it.,   ediz.   di  G.   Zippel,  Firenze  1899,  I,   314, 


-   46  - 

tendiniento  di  attribuire  alla  famiglia  Varano  un'origine  antica 
ed  illustre  per  la  quale  i  signori  di  Camerino  si  collegano  al- 
l' Impero  romano  —  giusta  le  tendenze  classiche  del  Cinque- 
cento —  appariscono  primi  autori  della  conversione  dei  Camerti 
al  Cristianesimo  e  instauratori  del  culto  della  Vergine  e  di  S. 
Venanzio  (alla  prima  è  dedicata  la  cattedrale,  il  secondo  è  il 
protettore  della  città)  e  si  dicono  investiti  di  Camerino  dal 
pontefice  Alessandro  IV,  asserzione  quest'ultima  da  rapportarsi 
alla  costante  prevalenza  del  Guelfismo  nel  nostro  comune.  Fa 
vole  dovute  alla  vanità  umnna,  all'  interesse  politico,  alle  qua- 
lità di  umanista  e  di  vescovo  che  si  congiungevano  nel  dotto 
Favorino  e  ad  antiche  tradizioni  locali.  Ma  con  queste  non  ha 
che  vedere  certamente  la  curiosa  storiella  che  Gentile  I  fosse 
capitano  di  un  Edoardo,  re  d'  Inghilterra,  e  da  costui  Rodolfo  I 
(-[-1316)  ricevesse  l'ordine  della  giarrettiera  (1),  di  cui  il  cin- 


(1)  «  Rodnlfus  primus  Gentilis  fìlìus  habuit  Galateam  a  rege  Angliae  a. 
1285  et  confirmatus  fuit  in  Canipaniae  comitatu  ab  Honorio  Pont.  IV  a.  Ì285. 
Regnavit  cuui  fratre  anuis  XXXII.   Obiit  a.   1316.  Uxor  ignoratur.  » 

Il  Lili  (II,  68-69),  a  proposito  di  questo  elogio,  notò  che  il  Sansovino  in- 
tende Galateam  per  nome  di  donna  e  dice  che  questa  Galatea  fu  di  sangue 
reale  d'Inghilterra  e  moglie  di  Rodolfo.  Aggiunse  poi  che  nell'arme  di 
Rodolfo  dipinta  nella  sala  si  vedeva  il  cingolo  della  giarrettiera:  ma  non 
tacque  1'  obiezione  dell'  impossibilità  che  sul  principio  del  Trecento  si  conce- 
desse l'  ordine  cavalleresco  istituito  da  Edoardo  III  non  prima  del  1349.  A 
noi,  poiché  conviene  conciliare  ì' uxor  ignoratur  coli'  esistenza  del  cingolo 
della  giarrettiera  nello  stemma  di  Rodolfo  I,  parve  di  dover  ammettere  un 
errore  di  trascrizione  nella  parola  galateam.  Di  fatti  in  una  copia  (cod.  Vat. 
Borg.  282  s.  n.  d.  e.)  della  raccolta  di  notizie  dagli  eruditi  cittadini  del 
Sei  e  Settecento  chiamata  talora  Cronaca  Varana,  talaltra  «  Historie  di  Ca- 
merino »  compilata,  non  senza  favole  ed  errori,  forse  sul  finire  del  sec.  XVI, 
nel  cui  testo  italiano  sono  inseriti  più  passi  degli  elogi  del  Favorino,  leg- 
giamo: »  Ròdulfus  habuit  calarem  (sic)  a  rege  Angliae,  1285.  »  In  un'  altra 
copia  (tra  le  carte  di  M.  Santoni)  si  legge  calcarem  (sic).  Si  tratterebbe, 
dunque,  degli  sproni,  insegna  cavalleresca  che  non  ha  che  vedere  colla  giar- 
rettiera. Si  può  anche  pensare  a  galatium,  insegna  marchionale  usata  in 
Francia  nel  M.  Evo  (Ducange  Gloosarium,  ad  verbura).  Ma  non  possiamo 
accogliere  1'  ipotesi  di  un  errore  di  trascrizione  ora  che  abbiamo  sotto  gli 
occhi  la  citata  autentica  trascrizione  degli  elogi  dove  è   scritto:  galateam;  se 


--  47  — 

golo  fu  effettivamente  dipinto  nel  mezzo   dello  scudo   di    questo 

Kodolfo. 

# 
*     # 

Della  vita  che  si  conduceva  entro  alle  sale  eleganti  del 
palazzo  dei  Varano  negli  ultimi  decenni  del  Quattrocento  e  nei 
primi  del  Cinquecento  non  ci  resta  alcuna  diffusa  descrizione. 
Tuttavia  gli  accenni  dei  diari  liliani  relativi  a  visite  di  prin- 
cipi e  a  varie  cerimonie,  alcune  parole  dell'  autobiogratìa  di 
Camilla  Varano  (Beata  Battista)  e  le  induzioni  consentite  dal 
complesso  dei  fatti  noti  intorno  al  carattere  e  alle  geste  di 
Giulio  Cesare,    al  palazzo  da  lui    costruito,  e  al  regno   di  Gio- 


pure  non  sì  voglia  supporre  nell'  originale  la  forma  galateram  (dall'  italiano 
giarrettiera  o  gartiera,  traduzione  suggerita  dalla  somiglianza  del  snono) 
colF  abbreviazione  della  r,  ohe  non  fu  veduta  o  fu  negletta  dai  trascrit- 
tori del  Seicento.  In  latino  l'ordine  della  giarrettiera  si  chiamò  ordo  garterii 
(dall'  inglese  garier),  come  si  vede  nei  documenti  riferiti  da  J.  Denni- 
STOUN,  Memoirs  of  the  dukes  of  Urbino,  II,  444,  446,  London,  1851.  Rispet- 
to al  fatto  asserito  è  lecito  dubitare  che  non  si  tratti  di  anacronismo  dovuto  a 
semplice  ignoranza  poiché,  sebbene  lo  spirito  critico  e  V  accertamento 
dei  fatti  nello  studio  della  storia  e  nella  genealogia  delle  famiglie  prin- 
cipesche del  Cinquecento,  malgrado  1'  opera  del  Valla  e  di  pochi  altri 
critici  umanisti  ,  fossero  quasi  sconoseiuti  ,  tuttavia  non  è  credibile 
che  s'  ignorasse  il  vero  intorno  alle  onorificenze  conseguite  dalla  fa- 
miglia Varano.  D'  altra  parte  in  quei  pretesi  rapporti  dei  primi  Varano 
coi  re  d'  Inghilterra  si  potrebbe  vedere  lo  studio  di  assegnare  ai  Varano 
il  medesimo  vanto  —  la  decorazione  delle  insegne  della  giarrettiera  — 
onde  era  lodata  la  casa  ducale  di  Urbino  allora  rappresentata  da  Fran 
Cesco  Maria  Della  Rovere,  aperto  nemico  del  duca  di  Camerino,  perchè 
fautore  dei  tentativi  di  Sigismondo  di  cacciare  lo  zio  dall'  avito  dominio. 
L'  aver  fatto  Gentile  I  capitano  del  re  d'  Inghilterra  dovette  essere 
un'  abile  preparazione  alla  fandonia  della  giarrettiera  concessa  al  figlio 
di  lui,  Rodolfo.  Il  Sansoviuo  (Dell'  origine  e  dei  fatti  delle  famiglie  illustri 
d'Italia,  Venezia  1582,  e.  15"^),  che  ebbe,  certo,  notizia  degli  elogi  del  Fa- 
voriuo,  diede  Galatea  per  moglie  a  Rodolfo  e  tacque  il  nome  della  jnoglie 
di  Berardo,  altro  figlio  di  Gentile  I.  Però  il  Lili  affermò  che  la  moglie  di 
Berardo  si  chiamò  Emma  «  nome  francamente  inglese  »  e  congetturò  che 
anche  costei  fosse  principessa  britannica.  Ma  1'  elogio  di  Berardo  ripete 
ì'uxor  ignoratxir  di  quello  di  Rodolfo:  il  che  è  a  noi  sufficiente  motivo  a  ripu- 
diare le  relazioni  e  le  parentele  inglesi  dei  primi  Varano  alle  quali  prestò 
parziale  fede  il  Litta.   (Famiglia   Varano). 


—  48  — 

vanni  Maria  ne  fanno  certi  che  la  i)iccola  corte  di  Camerino 
ebbe  costumi  gentili,  vide  sontuose  feste  e  banclietti,  fu  di- 
spensatrice di  favori  e  godette  là  benevolenza  dei  sudditi,  no- 
nostante quella  immutabile  volontà  Uhertesca  che  Ludovico  Clodio 
attribuì  alle  classi  diligenti  di  Camerino,  Ci  basti  riferire  un 
breve  passo  della  relazione  che  quel  sicuro  conoscitore  delle 
cose  di  Camerino  e  astuto  politico  compilò  e  indirizzò  a  papa 
Alessandro  VI  quando  questi  lo  ebbe  incaricato  di  procedere, 
come  oggi  diremmo,  a  una  diligente  inchiesta  circa  le  cause 
onde  era  derivata  la  ribellione  al  governatore  pontifìcio  e  s'era 
effettuata  1'  effìmera  restaurazione  del  dominio  varanesco  nel 
novembre  del  1502.  L'arciprete  di  Caldarola  —  così  dalla  sua 
patria  fu  chiamato  il  Clodio  avanti  che  fosse  vescovo  di  No- 
cera  —  dopo  aver  chiarite  Io  i)rime  due  cause  della  ribellione 
di  Camerino,  espone  la  terza  colle  parole  seguenti:  «  La  terza 
causa  è  stata  una  universal  perdita  di  tutta  la  terra,  e  mas- 
sime di  giovani,  di  tutta  la  ricreazione  sua  che  avevano  in 
Camerino  la  quale  tutta  era  nella  corte  di  casa  Varana:  adesso 
[gennaio  e  febbraio],  come  erano  ventiquattro  ore,  tutta  la  Terra 
andava  a  corte:  chi  a  scaldarsi,  chi  a  giuocare,  chi  a  ronfa  (1), 
chi  a  tavolieri,  chi  a  sentir  nuove,  chi  a  parlare  al  signore 
fino  a  tre  e  quatr'  ore  di  notte,  poi  il  giorno  chi  a  giuocare  alla 
palla,  chi  uccellare  col  signore  e  questo  sempre,  ad  ogni  tempo, 
per  modo  che  ricordandosi  ogni  dì  e  sera  la  università  tutta 
de  la  privazione  di  tal  ricreazione  non  le  pareva  saper  vivere, 
sospirando  ogni  uomo  la  sera  a  casa  al  foco,  dicendo:  Ove  sta 
casa  Varano!  Crescendoli  ogni  di  più  il  desiderio  di  aver- 
la ed  anco  la  ricreazione  delle  donne  di  Camerino  perchè 
la  Madonna  aiutava  questa  passione  per  modo  che,  quando  sen- 
tirono Giovan  Maria,   corsero  tutti  con  desiderio   gridando:  Va- 


(1)  La  ronfa  era  un  jjiuoco  di  carte  proprio  più  della  plebe  che  dei  prin- 
cipi, secondo  un  passo  delle  rime  del  Lasca  riferito  dai  dizionari  della  Cru- 
sca e  del  Toinniaseo.  Dei  giuochi  di  carte  del  Rinascimento,  mentovati  in 
una  dotta  nota  dai  sig.ri  Luzio-Reniek  in  Mantova- Urbino  p.  63-65,  soprav- 
yive  ancora  nelle  nostre  campagne  il  nichino  o  scassaquindici, 


—  49  — 

rano  con  ogni  ricreazione  sua  venuta.  Son  cose  die  non 
paiono  niente  e  nondimeno  importano  tutto  Io  stato.  »  (l). 
Chi  non  ripensa  alla  benignità  e  affabilità  verso  i  sudditi  di 
altri  principi  del  Rinascimento  e  alle  parole  semplici  e  ve- 
ridiche di  Vespasiano  da  Bisticci  colle  quali  si  esalta  la  popo- 
larità di  Federico  da  Montefeltro  tra  gli   Urbinati  ? 


Quando,  finito  tra  noi  il  principato  e  seguita  1'  annessione  di 
Camerino  agli  stati  della  chiesa  nel  1545,  il  governo  pontiti(;io 
concesse  una  limitata  autonomia  coi  noti  capìtoli  intposti  alla 
nostra  città  dal  cardinal  Durante,  la  Curia  papale  ordinò  che 
lo  stato  di  Camerino  avesse  una  sua  speciale  tesoreria  (2).  Gli 
uffici  di  questa  amministrazione  furono  collocati  nel  i)alazzo  di 
Giulio  Cesare,  che  si  disse  palazzo  della  tesoreria,  mentre  il 
tesoriere  e  il  vicetesbriere  ebbero  per  abitazione  il  palazzo  di 
Venanzio  con  la  sala  grande  la  quale  continuò  a  servire  a 
cerimonie,  spettacoli  e  ricevimenti.  Il  go'v amatore,  cioè  il  pre- 
lato rappresentante  del  papa,  come  oggi  il  sottoprefetto,  abitò 
il  palazzo  di  Gentile.  Questo  e  l'altro  contiguo,  abitato  dal 
tesoriere,  furono  spesso  designati  colla  denominazione  di  palazzo 
apostolico  (3).  A  pian  terreno,  dov'  è  ora  1'  ufficio  telefonico,  fu 
posta  la  cancelleria  criminale    congiunta  coli'  appartamento  del 


(1)  Relazione  dello  Stato  di  Camerino  di  Lodovico  Clodio  pubblicata  da  A. 
Conti  in  Archivio  storico  marchigiano  diretto  dal  prof.  Cesare  Rosa,  Ancona 
1879,  p.   217  e  segg. 

(2)  I  registri  della  tesoreria  di  Camerino  (1539-1808)  si  conservano  nel 
R.  Archivio  di  stato  di    Roma. 

(3)  Benigni  op.  cit.  loc.  cit.  Il  palazzo  ducale  è  chiamato  palazzo  del  Go- 
vernatore, tesoriere,  cancelliere  e  carceri  in  una  pianta  dell'  antichissiìna  città  di 
Camerino,  a  penna,  recentemente  (1912)  acquistata  dalla  biblioteca  Valenti- 
niana.  Questo  disegno,  pregevole  documento  in  tanta  rarità  di  fonti  storiche 
cittadine,  fu  tracciato  nel  Seicento,  come  dimostra  la  scrittura  dei  nomi,  da 
un  ignoto  Camerinese.  Le  prigioni  erano  un  tempo  nel  palazzo  della  custodia 
o  guardia,  il  quale,  verosimilmente,  sorgeva  nella  piazza  del  Duomo  di  fron- 
te al  palazzo  nuovo,  o  di  Giulio.  Lo  demoli  mons.  Taverna  milanese,  gover- 
natore di  Camerino,  che  trasferì  le  carceri  in  una  parte  del  vecchio  palazzo 

i  —  km  «  Henorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912, 


—  50  — 

giudice  criminale  (1).  Più  in  giù    era  1'  ufficio  del    podestà  con 
«  V  udienza  e  sala  dei  notai  » . 

Il  palazzo  varanesco,  a  cominciare  dal  Cinquecento,  fu  sot- 
toposto a  restauri  e  rifacimenti  dei  quali  non  è  nostro  proposito 
discorrere  qui.  Eicordererao  soltanto  che  il  più  antico,  per  quanto 
ci  consta,  è  del  1571  (2)  e  il  più  radicale,  se  non  c'inganniamo, 
fu  eseguito  per  ospitare  l' università  degli  studi  istituita  da 
Benedetto  XIII  nel  1728.  Pare  che  le  trasformazioni  più  rag 
guardevoli  cominciassero  nel  1749  quando,  secondo  scrisse  Luigi 
Sparapani  nella  sua  storia  inedita  di  Camerino  (parag.  527, 
ad  annum),  la  camera  apostolica  cedette  al  comune  una  parte 
del  palazzo  a[»puTito  per  1  bisogni  delle  facoltà  universitarie. 


di  Gentile  dove  fece  apporre  la  seguente  iscrizione:  Has  aedes  vetnstate 
iam  collapsas  instaurari,  carceresque  e  reraotiori  translatos  pubblicae  iudi- 
ciorum  comoditati  in  eis  construi  curavit  a.  MDLXIX:  «  Cf.  Argenti  Venan- 
zio, Eaccolto  Historico,  Ms.  Valent.  e.  244^^  e  Savini  P.  Storia  di  Cam.  140. 

(1)  Salmon  Lo  stato  presente  di  tutti  i  paesi  e  popoli  del  mondo,  Venezia, 
Albrizzi  1757,  voi.  XXI  con  incisione  (a  p.  554)  che  riproduce  la  piazza  del 
Duomo  di  Camerino. 

La  cancelleria  criminale  si  trovava  nel  palazzo  varanesco  anche  ai  tempi 
di  Giulia  Varano  e  di  suo  padre  Giovanni  Maria.  Il  Lili  (II,  339)  ricorda 
P  incendio  di  alcune  stanze  del  palazzo  e  con  osse  di  tutte  le  scritture  della 
cancelleria  criminale,  incendio  avvenuto  uell'  ottobre  del  1539  per  «  li  fuochi 
d'  allegrezza  »  accesi  a  festeggiare  la  visita  di  papa  Paolo  III. 

(2)  Del  21  marzo  1571  (Roma)  sono  i  capitoli  per  il  restauro  del  palazzo 
della  corte  in  Camerino  tra  la  Rev.  Cam.  Apostolica  rappresentata  da  Gia- 
como Melchiorri,  vescovo  di  Macerata  e  chierico  della  Camera,  e  il  maestro 
muratore  Giacomo  Bartolini  da  Città  di  Castello,  abitante  in  Roma,  sulla 
piazza  degli  Orfanelli.  Ai  capitoli  segue  un  accessio  nella  quale  «  magister 
lannottus  Alibertinus  florentinus  lapicida  in  Urbe  ubi  dicitur  la  Ciambella  » 
si  dichiara  responsabile  in  solidum  col  detto  maestro  Giacomo  per  1'  osservanza 
degli  obblighi  da  questo  assunti.  Il  restauro  consisteva  nella  costruzione  di 
cinque  grossi  contrafforti  in  cotto,  anche  oggi  esistenti,  destinati  a  sostenere 
il  palazzo  di  Gentile  e  di  Venanzio  dal  lato  di  levante,  con  la  rilevante  spesa 
di  scudi  4003  e  baiocchi  20.  Biblioteca  Vallicelliana  di  Roma  Cod. 
mise.  G.  63,  e.  373.  Allora  fu  ampliato  1'  alloggio  del  governatore  e  aperta 
la  comoda  scala  a  chiocciola  di  106  gradini.  Cf.  Savini  o^.  cit.  p.  128.  Sul 
primo  contrafforte  o  sperone  (verso  S.  Venanzio)  si  vede  tuttora  1'  iscrizione 
«  Piu8   V.  pont.  max.    MDLXXI  » 


N  OT  A     B 

SULLE    CONDIZIONI 

ECONOMICHE  E  DEMOGRAFICHE  DI  CAMERINO 

E  SULLA    RICCHEZZA  DELLA    FAMIGLIA  VARANO 


Sommario  :  La  prosperità  economica  di  Camerino  dal  sec.  XIV  al  XVI  de- 
rivò più  dall' industria  e  dal  commercio  che  dall'agricoltura  —  L'in- 
dustria più  fiorente  era  quella  della  lana  —  Cominciò  la  decadenza  nel 
primo  trentennio  del  Cinquecento  —  Si  aggravò  dopo  la  devoluzione 
del  ducato  alla  Santa  Sede  —  Indarno  nel  Seicento  si  tentò  di  dare 
nuovo  impulso  all'arte  della  seta  I  proventi  di  Giulio  Cesare  Varano 
quali  risultano  dalla  descrizione  dello  stato  di  Camerino  nell'  archivio 
estense  di  Modena  -  Il  Varano  comperò  moltissime  terre  —  I  dati 
demografici  —  Presunta  popolazione  della  città  e  dello  stato  nei  secoli 
XVI  e   XVII. 

Della  prosperità  economica  di  Camerino  e  dei  Varano  c'in- 
trattenemmo in  una  nostra  memoria  (1)  e  però  non  crediamo 
necessario  ripetere  quanto  ivi  scrivemmo.  Aggiungeremo  poche 
notizie.  La  produzione  agricola,  risultante  soprattutto  di  grano, 
orzo,  spelta,  vino,  olio,  croco  e  bestiame,  coltivati,  secondo  tre 
tipi  di  contratto   —  il  cottimo,    il  lavoreccio  e  la  sòccita  —  (2) 


(1)  Belle  relazioni  di  Francesco  Sforza  coi  Camerti  e  del  suo  governo  nella 
Marca  in  questi  Atti  N,  S.   voi,   V-  402,  403,   409,  410,   415. 

(2)  Tanto  il  lavoreccio,  quanto  il  cottimo  erano  a  tempo  determinato.  Il 
primo  contratto  (colonia  parziaria)  stabiliva  la  ripartizione  dei  prodotti  tra 
proprietario  e  lavoratore  a  quote  fisse:  quasi  sempre  a  metà  (mezzadria),  se 
si  trattava  di  terre  collinose  o  in  pianura,  con  vantaggio  del  lavoratore 
(^/s  o  ^/ó)  8®  di  terre  montuose  o  sterili.  Il  cottimo  stabiliva  in  una  misura 
fissa  la  parte  del  prodotto  spettante  al  proprietario  (per  lo  più  tante  salme 
di  grano  o  spelta),  lasciata  al  lavoratore  tutta  la  restante.  In  complesso,  tali 


—  52  — 

non  bastava  ai  bisogni  degli  abitanti,  causa  la  prevalenza  del 
terreno  montuoso  e  boscoso.  Cespugliato  e  macchia  copiivano 
allora  gran  parte  delle  colline  poste  oggi  a  coltura.  Se  gli  atti 
notarili  coi  frequentissimi  contratti  provano  il  grande  numero 
di  terre  coltivate,  ciò  deve  spiegarsi  non  coli'  estensione  del- 
l' agricoltura,  bensì  coli'  enorme  frazionamento  della  proprietà 
terriera;  fatto,  a  nostro  avviso,  assai  antico  e  però  tale  da  far 
dubitare  di  quella  concentrazione  dei  possessi,  che,  secondo  gli 
storici,  si  sarebbe  avverata  dappertutto  nel  periodo  feudale.  La 
divisione  della  proprietà  non  poteva  compensare  colla  maggiore 
relativa  produzione  la  preponderanza  dei  monti  e  dei  boschi: 
indi  la  continua  importazione  del  grano  dalla  bassa  Marca,  cura 
costante  dei  Varano.  Ancora  più  di  un  secolo  do])o  la  fine  della 
Bignoria  varanesca  il  cardinal  Casanata,  governatore  di  Came- 
rino, così  scriveva  del  territorio  della  città:  «  Stendesi  il  suo 
stato  (di  Camerino)  per  venti  miglia  di  lunghezza  e  circa  60 
altre  di  giro.  La  maggior  parte  è  montuoso,  ma  tra  V  uno  e 
l'altro  monte  si  dilatano  brevi  sì  ma  amene  pianure  dalle  quali 
e  dai  colli  piìi  colti  si  raccoglie  abbondantemente  (benché  non 
a  sufficienza  al  mantenimento  de'  suoi  popoli)  ciò  che  al  vitto 
umano  si  desidera  »  (1). 

Alla  deficiente  produzione  agricola  sopperivano  i  guadagni 
della  esportazione  dei  prodotti  dell'  arte  della  lana  fiorente  tra 
noi  come  nelle    altre  piccole  città    dell'Appennino   umbro-mar- 


contratti  durano  tuttora:  ma  senza  il  carattere  di  sopraffazione  della  proprietà 
sul  lavoro  che  la  legislazione  medievale  sanciva.  Vedi  la  rubrica:  De  labora- 
toribus,  lahoritiis  et  coptumis  nello  statuto  di  Camerino,  Gioioso,  1563,  e.  108. 
La  sòccita  concerne  il  bestiame,  come  tutti  sanno. 

Nel  contado  di  Camerino  abbondavano  l**  vigne  che  si  davano  a  lavo- 
reccio  (mezzadria)  coli'  obbligo  da  parte  del  proprietario  di  fornire  le  canne 
e  i  vimini  e  qualche  prestito  in  denaro. 

(1)  Informazione  sopra  lo  stato  di  Camerino  alla  Sacra  Congregazione  sojìra 
lo  sgravio  delle  comunità,  15  sett.  1655.  ms.  fra  le  carte  di  M.  Santoni  nella 
Valentiniana.  Con  amplificazione  mendace  Fkancesco  Pamfilo  scrisse  del 
territorio  camerte:  Undique  sunt  saltus:  steriles  vix  terra  niyricas  lunipero- 
sque  parit:  tam  lapidosus  ager  »  De  laudibus  Piceni  p.  84,  Macerata,   1575, 


—  53  — 

chigiario,  perchè  favorita  dalla  coj)iosa  pastorizia  e  dalla  rela- 
tiva ])rossiinità  a  centri  di  produzione  e  consumo  quali  Roma, 
Perugia  e  Siena  dove  i  uiercanti  caraerinesi  trasportavano  a 
dorso  di  mulo  i  loro  tessuti.  I  numerosi  salvacondotti  concessi 
dagli  ufficiali  della  Curia  pontifìcia  a  mercanti  di  Cauierino  diretti 
a  Roma  o  ad  altre  città  dello  stato  ecclesiastico,  gli  scambi 
commerciali  con  Siena  attestati  dai  carteggi,  la  presenza  di 
mercanti  toscani  a  Camerino  (1),  la  floridezza  della  colonia 
israelitica  (donde  i  molti  Camerino  e  Camerini  sparsi  oggi  per 
V  Italia),   l' esistenza  nella    città  di    quattro  banche    e    di    una 


(1)  Negli  atti  di  Ser  Arcangelo  (V  Innocenzo,  cancelliere  del  vescovo  Fa- 
brizio Varano,  troviamo  ricordati  un  Pietro  di  Bartolomeo  da  Firenze  orefice 
camerinese  (Camerino  16  luglio  1498)  e  un  Francesco  fiorentino,  favnliaris 
sive  magister  camere  domini  lulii  Cesaris  (25  sett.  1493).  Fu  pure  di  Firenze 
quel  Francesco  Morelli-Boni  che  esercitò  la  mercatura  per  molti  anni  in  Ca- 
merino e  che,  forse  colla  complicità  del  Varano,  fece  moneta  falsa  (Cf.  Zam- 
petti T.   Giulio  Ces.    Varano  doc.  XVIII,  4  luglio  1468). 

Nel  settembre  del  1470  era  a  Camerino,  o  nei  dintorni,  un  valente  orafo 
fiorentino,  Simone  di  Giovanni  liberti,  al  quale,  perchè  meglio  potesse  cu- 
rarsi della  malattia  d'  occhi  che  lo  affliggeva,  papa  Paolo  II,  suo  estima- 
tore e  mecenate,  mandava  la  somma  di  100  ducati.  Cf.  il  documento  (3  sett. 
1470)  pubblicato  da  G.  Zippel,  Vite  di  Paolo  II  di  Gaspare  da  Verona  e 
Michele  Cancnsi  (Muratori  B.  I.  S.  Città  di  Castello,  IHll,  p.  191)  opera 
ricchissima  di  documenti  e  di  preziose  illustrazioni  della  storia  politica  e 
artistica  del  Rinascimento. 

Si  è  detto  essere  venuto  alla  corte  varauesca  negli  anni  1470  e  1471 
per  missioni  politiche  1'  autore  del  Morgante,  Luigi  Pulci.  Se  non  che  le  sue 
lettere,  e  meglio  un  sonetto  di  Matteo  Franco,  attestano  che  egli  viaggiava 
per  negozi  mercantili.  Il  Franco  dice  che  il  Pulci  veniva  quassù  cercando  el 
chermisi:  il  che,  però,  non  significa  che  fiorisse  grandemente  tra  noi  1'  arte 
della  seta  allora  poco  coltivata  in  paragone  di  quella  della  lana.  Vedi  Let- 
tere di  Luigi  Pulci  a  Lorenzo  il  Magnifico  e  ad  altri  edite  da  Salvatore  Bongi 
Lucca,  1868,  38,  39,  46  e  Volpi  G.  Luigi  Pnlci,  studio  biografico  in  Giornale 
storico  della  lett.  italiana,  XXII,   1893,   13,   14. 

Delle  relazioni  di  Camerino  con  Firenze  e  con  i  Medici  e  del  frequente 
andare  e  venire  di  ebrei  e  mercanti  camerinesi  tra  Marca  e  Toscana  fanno 
chiara  testimonianza  le  lettere  di  Giulio  Cesare  Varano  a  Lorenzo  il  Magni- 
fico esistenti  in  piìi  filze  del  carteggio  mediceo  nelP  archivio  fiorentino. 


^  54  — 

strada  detta  dei  mercanti,  il  grandissimo  numero  di  contratti 
di  comi)ra-vendita  di  gualchiere  e  di  pannilana  di  Camerino 
I)rovano  ad  evidenza  la  prosperità  dell'  industria  della  lana  e 
del  conseguente  commercio,  la  cui  floridezza  riceve  luminosa 
conferma  dal  trattato  di  concittadinanza  stipulato  nel  1474  tra 
i  comuni  di  Camerino,  Ancona  ed  Ascoli  dove  si  aiferraa  che 
il  trsifftco  delle  tre  città  contraenti  avanza  quello  di  tutte  le 
altre  della  regione  (1).  E  che  il  denaro  abbondasse  risulta  in 
modo  non  dubbio  dalla  frequenza  dei  depositi  nei  rogiti  notarili. 
I  danni  patiti  dalla  città  per  1'  assedio  postole  dalle  milizie 
borgiane  nel  giugno  e  luglio  del  1502,  per  la  guerra  tra  il  duca 
Giovanni  Maria  Varano  e  suo  nepote  Sigismondo  nel  1522  e 
specialmente  per  il  sacco  datole  dalle  milizie  di  Sciarra  Colonna 
nel  1527  menomarono  notevolmente  la  prosperità  economica  di 
Camerino  (2).  La  decadenza  si  aggravò  quando,  dopo  la  fine 
della  signoria  varanésca  e  della  breve  dominazione  di  Ottavio 
Farnese  (1540-45),  venuto  lo  stato  di  Camerino  sotto  l' imme- 
diata giurisdizione  dei  papi,  scomparve  la  borghesia  mercantile 
e  si  costituì  1'  oligarchia  locale  dei  possidenti  che  formarono  i 
consigli  cittadini,  vsecondo  i  capitoli  del  cardinal  Durante  (1545). 
Allora,  come  accadde  nelle  altre  città  dello  stato  ecclesiastico,  a 
causa  dell'  esaurimento  economico  e  politico  della  nazione  e  dei 
grandi  eventi  che  conducevano  sulla  scena  della  storia  le  na- 
zioni dell'Occidente  europeo,  illanguidirono  e  si  spensero  le 
industrie  locali.  Alla  scaduta  arte  della  lana  si  cercò  di  sosti- 
tuire quella  della  seta  che  non  aveva  ricevuto  grandi  cure  per 
lo  addietro.  Al  principio  del  Settecento  i  mercanti  di  seta  in 
Camerino  erano  ancora  abbastanza  numerosi,  ma  non  ritraevano 
dalla  loro  operosità  cospicui  guadagni  e  però  lesinavano  le 
mercedi  agli  operai.  Di  questi  assunse  la  tutela  il  consiglio 
comunale  —  composto  in  prevalenza  di  nobili  possidenti  — 
con  alcune  deliberazioni  lesive  degl'  interessi  degl'industriali  e 
dei  mercanti  i  quali,  all'  intento  di  farle  annullare,  ricorsero  al 


(1)  LiLi  II,  222,   23,  e  Maroni  M.   Concittadinanze  unite,  Ancona,   1905. 

(2)  Peranzoni  N.  De  laudibua  Piceni  in  Colucci,  XXV,  98. 


—  56   - 

tribuiiiile  della  Sacra  Consulta.  Tale  reclamo  contiene  una  ape- 
eie  di  antefatto  in  cui  si  afferma  che  la  decadenza  economica 
di  Camerino  fu  effetto  della  esclusione  dei  mercanti  dai  consi- 
gli cittadini  e  si  riferisce  questo  passo  della  relazione  del  Ca- 
sanata:  «  Nella  città  è  distinta  la  nobiltà  dalla  plebe,  benché 
anticamente  tutto  il  popolo  fosse  annoverato  per  le  arti.  Di 
queste  ne  fiorivano  per  1'  addietro  molte  con  grandissimo  co- 
modo delli  cittadini:  ma,  essendo  ultimamente  mancata  quella 
della  lana,  si  travaglia  solamente  in  quella  della  seta  e  concia 
de'  corami:  la  prima  con  1'  impiego  di  qualche  somma  conside- 
rabile e  dell'applicazione  della  maggior  parte  dei  cittadini,  e  la 
seconda  con  debole  sforzo  di  qualche  mercante  ».  (1)  Piri  esplici- 
tamente i  mercanti  rilevano  la  funesta  sopraffazione  dei  possidenti 
colle  ])arole  :  «  Quando  1'  ambizione  dei  Nobili  ha  prevalsu- 
to  [sic]  di  scacciare  dal  consiglio  li  cittadini  inferiori,  allora 
la  città  è  andata  miserabilmente  deteriorando  e  da  uno  stato 
precedentemente  florido  pervenuta  ad  una  strettissima  schiavitù, 

(1)  I  capitoli  dell'  arte  della  seta  dell'  anno  1687  furono  pubblicati  da  M. 
Santoni  in  Archìvio  storico  dell'Umbria  e  deUe  Marche,  Foligno  1884  I,  61 
e  segg.  La  coltura  dei  gelsi  (Statuto  di  Camerino  e.  108)  e  1'  arte  della  seta 
si  praticavano  anche  nel  secolo  XV. 

Luigi  Sparapani  (-f-  1821)  nella  sua  Storia  di  Camerino  (nella  bib.*  Valen- 
tiniana  a  cui  è  pervenuta  coi  mss.  del  can.  Santoni),  sotto  l'anno  1681,  nota 
che  «  la  concia  delle  pelli,  il  lavorio  della  seta  e  1'  altro  dei  pettini  furono 
le  arti  più  favorite  dai  Camerinesi  »  e  aggiunge  che  le  prime  due  industrie 
erano  proprie  della  città,  la  terza  del  contado  (parag.  526).  Questo  storico, 
sebbene  non  conoscesse  quasi  altra  fonte  che  il  Lili,  dove  delle  condizioni 
economiche  si  leggono  scarsi  cenni,  bene  intese  e  rilevò  che  la  prosperità 
di  Camerino  negli  ultimi  secoli  del  Medio  Evo  doveva  ripetersi  dall'  indu- 
stria e  dal  commercio,  non  già  dall'  agricoltura  (paragrafi  522-27  e  altro- 
ve). Di  famiglia  borghese  —  e  però  affatto  diversa  da  quella  che  si  estinse 
colla  nota  amica  di  Alessandro  Verri,  1'  intellettuale  Margherita  Sparapani- 
lìoccapaduli  —  giureconsulto  valente,  lo  Sparapani  sentì  V  alito  rinnovatore 
della  coltura  scientifica  del  secolo  XVIII  e  deplorò  la  decadenza  della  vita 
intellettuale  ed  economica  della  sua  patria,  imputandola  al  corporativismo 
gretto  della  nobiltà  imperante  a  Camerino,  come  in  tutto  il  resto  dello  stato 
ecclesiastico. 


—  56  — 

come  ben  lo  dimostra  una  relazione  della  chiara  memoria  del 
card.  Casanata,  ma  anche  lo  comprovano  tante  notorie  liti  oc- 
corse nei  tem])i  passati  e  lo  confermano  le  presenti  che  si  trat 
tano  in  varie  congregazioni  di  questa  corte  di  Roma  »  (2).  Eter- 
na lotta  di  classe  ! 

Se  consideriamo  la  somma  dei  redditi  dello  stato  di  Ca- 
merino e  di  quelli  patrimoniali  di  Giulio  Cesare  Varano  nel 
1502,  ammontanti,  i  primi,  a  circa  19300  fiorini  e  i  secondi  a  piiì 
che  12700  (3),  dovremo  riconoscere  che  la  ricchezza  dei  signori  di 
Camerino,  fatta  ragione  dei  tempi  e  della  fortuna  degli  altri 
principi  dello  stato  ecclesiastico,  non  era  delle  |)iù  modeste.  Ma 
non  si  deve  trascurare  un  altro  cespite  assai  ragguardevole, 
quello  delle  condotte  militari.  Le  grosse  paghe  concesse  dai 
maggiori  stati  d'  Italia  ai  condottieri,  quando  questi  fossero  si- 
gnori di  terre,  castelli  e  città  —  come  i  piccoli  dinasti  dello 
stato  della  Chiesa  —  più  che  al  criterio  economico  della  pro- 
porzione tra  la  ricompensa  e  le  qualità  personali  di  chi  rende 
un  determinato  servigio,  benché  indubitatamente  alcuni  signori 
si  segnalassero  per  il  loro  valore,  rispondevano  alle  particolari 
condizioni  nelle  quali  il  servizio    militare  si  compieva.  Di  fatti 


(1)  «  Alla  sacra  consulta  monsignor  Foscari  ponente  Camerinen.  capitulorum 
per  li  mercanti  di  seta  e  manuali  della  città  di  Cameriìio  contro  alcuni  fattionarii 
sotto  nome  della  medesima  città  »  Korna,  typis  de  Comitibns,  1709.  Questa 
memoria  defensionale  munita  di  prove  e  quella  della  parte  avversa  trovansi 
nella  miscellanea  Franceschi  della  bib^  Valentiniaiia.  Secondo  le  dichiarazioni 
documentate  dei  mercanti,  la  produzione  della  seta  iu  Camerino  al  principiare 
del  Settecento  era  in  tanta  copia  che  in  soli  quattro  mesi  e  10  giorni  (a.  1709) 
si  tesserono  da  32  botteghe,  o  fabbriche,  canne  22,288,  pari  a  metri  44,577.  Cf. 
1'  opuscolo  del  comm.  O.  VrrALiNi  per  le  nozze  Bruschetti-Carocci,  Cameri- 
no, Savini,   1878. 

(2)  App.,  III.  Le  rendite  dello  stato  erano  alquanto  scemate,  causa  i  tristi 
eventi  del  1527,  al  finire  della  reggenza  di  Caterina  Cibo,  se  costei  ne  valu- 
lutava  1'  ammontare  a  14  mila  scudi,  equivalenti  a  28  mila  fiorini,  cifra  iu 
cui  riteniamo  fossero  compresi  i  redditi  dello  stato  e  quelli  dei  beni  allodiali 
(1534).  Vedi  la  già  citata  memoria  sulla  vita  di  Caterina  Cibo  Varano,  p. 
194  e  288.  Che  lo  scudo  valeva  due  fiorini  si  ha  dallo  Statuto  di  Camerino 
(Camerino  1563)  e.   131^ 


—  57  — 

le  compagnie  comandate  dai  signori  risultavano  in  buona  parte 
di  uomini  d'  arme  e  di  fanti  che  erano  sudditi  del  capitano  e 
quindi  a  lui  vincolati  per  legami  ben  più  saldi  che  non  fossero 
quelli  meramente  militari.  Ne  doveva  scaturire  —  a  prescindere 
dal  numero  —  una  compagine  più  omogenea  e  sicura,  una 
maggiore  disciplina  e,  in  complesso,  un'  azione  bellica  meno 
inefticace  di  quella  che  potevano  spiegare  le  piccole  coD)pagnie 
capitanate  da  condottieri  privi  di  signorie. 

Giulio  Cesare  Varano,  sempre  intento  a  imprese  guerresche 
e  solito  a  tenere  in  armi  fanti  e  cavalieri,  ebbe  anche  lui  con- 
dotte laute,  massime  ai  tempi  di  Paolo  II  e  Sisto  IV,  dalle 
quali  trasse  quei  guadagni  che  gli  permisero  così  le  ricche  fab- 
briche come  le  numerose  compere  di  terre  attestate  dall'inven- 
tario dell'  archivio  estense  e  da  un  libro  di  amministrazione 
del  suo  patrimonio  (1).  I  protocolli  di  Antonio  Pascucci,  notaio 
dei  Varano  contengono,  soprattutto  per  l'ultimo  ventennio  del 
secolo  XV,  un  gran  numero  di  acquisti  di  terre  in  tutte  le 
parti  del  piccolo  stato:  acquisti,  suggeriti  oltreché  dalla  ragione 
economica,  cioè  dalla  tendenza  del  capitale  a  cercare  la  terra, 
anche  dalla  ragione  jìolitica  che  traeva  i  signorotti  del  Rinasci- 
mento a  consolidare  la  signoria  col  possesso  fondiario  e  a  vin- 
colare a  se  il  contado.  Il  novero  dei  beni  allodiali  di  Giulia, 
figlia  ed  erede  dell'  ultimo  dei  Varano  e  duchessa  di  Urbino, 
disteso  in  grosso  fascicolo  (2),  dovette  costituire  il  fondamento 
della  rilevante  indennità  di  78  mila  scudi  che  la  Reverenda 
Camera  Ax)Ostolica  pagò  a  quella  principessa  nel  1539,  quando 
ella  rinunciò  ai  suoi  diritti   sul  ducato  di  Camerino. 

* 
#     * 

La  Descriptio  Marchine  (8)  di    Egidio  Albornoz  (1356)  asse- 


(1)  Libro  dell'entrata  e  dell' uscita  delle  possessioni  di  lulio  da    Varano.  Cod. 
Magliabechiano  ci.  XXVI,  30  nella  bib.  nazionale  di  Firenze. 

(2)  «  Copia  del  catasto  dell'  apprezzo  della  111. ma  Casa  Varano  »   registro 
cartaceo  in  folio  di  p.   114  in  Archivio  di  Stato  di  Parma,  IX,  5, 

(3)  TuElXER  A.    Codex    diplomaticus    temporalis    domini    S.    Sedis,  II,  343, 
Koma,  1862. 


—   58  — 

gna  al  comune  di  Camerino  8  mila  fumanti,  il  che,  secondo  il 
computo  di  cinque  persone  per  fuoco,  imj)licherebbe  la  popola- 
zione di  40  mila  abitanti.  È  certo  che  in  questo  numero  sono 
compresi  tanto  gli  abitanti  del  territorio,  o  distretto,  cainerinese, 
soggetto  allora  al  comune,  quanto  quelli  di  alcune  grosse  comu- 
nità rurali,  già  nel  Quattrocento  dette  terre  raccomandate,  cioè: 
Sefro,  8.  Anatolia,  Serrapetrona,  Camporotondo  ed  altre  mi- 
nori (1).  In  tutta  hi  regione  una  sola  città,  quella  di  Fermo, 
con  10  mila  fuochi,  avrebbe  superato  Camerino  ai  tempi  del 
grande  cardinale  Egidio.  Meno  di  venti  anni  dopo,  nel  1371, 
un  altro  legato  pontificio  in  Italia,  il  cardinale  Anglico,  chia- 
mava Camerino  «  insigni»  et  pulchra  cuni  magno  comitatu  »  (2). 
Forse  crebbero  la  ricchezza  e  la  popolazione  sul  finire  del  Tre- 
cento e  nei  ])rimi  decenni  del  secolo  seguente  quando  i  Varano 
ebbero  ottenuto  in  vicariato  o  in  feudo  più  che  venti  tra  città, 
terre  e  castelli  delle  valli  del  Chienti,  del  Potenza  e  del  I^Iera. 
Tuttavia,  anche  alla  metà  del  Quattrocento,  quando  la  signoria 
varanesca  era  ristretta  agli  antichi  confini,  Camerino  appariva 
ricca  e  popolosa  e  Flavio  Biondo  la  qualificava:  «  in  Picenti- 
bus  primaria  opiìms  et  popitli  frequentia  ».  (3). 

L'  inv_entario  del  1502  ci  offre  due  dati  demografici  a  scopo 
fiscale:  quello  dei  fochi,  5540  in  tutto  il  ducato,  dei  quali  1233 
nei  tre  tcrzieri  della  cittA,  e  l'altro  delle  ventine  {'i).  Ogni  grup- 
po di  venti  uomini  d'età  superiore  a  quindici  anni  era  detto 
ventina,  forniva  due  fanti  che  dovevano  correre  in  armi  al 
cenno  del  comune  di  Camerino    o  dei  signori   Varano  e  i)agava 


(1)  «  Castra  occupata  per  Camerinenses:  Canipirotuiidi,  Caldarole,  Serre 
filioruiu  Petroni,  Ploraci,  S.  Anatolie,  Caprilie,  Fluininate  »  Theiner  l.  cif. 
Nel  novero  dei  luoghi  di  cui  la  Descriptìo  nota  i  fumanti  da  antico  registro 
della  Camera  apostolica  non  appare  alcuno  di   questi  castelli. 

(2)  Theiner,  op.  cit.  II,  527. 

(3)  Italia  iUmtrata,  Venezia,  (1.558  e.  129''\  Anche  Leandro  Alberti,  De- 
scrizione di  tutta  Italia,  Venezia,  1553,  e.  251  disse  la  nostra  città  «  ben 
piena  di  popolo  ». 

(4)  Santoni  M.  Le  ventine  in  Appennino,  IV,  n.  14,  Camerino,  1879. 


—  5^   - 

una  tassa  annua  (ciascun  nomo  tre  soldi  e  sei  denari  della 
Marca)  destinata  allo  stipendio  dei  medici  e  dei  maestri  di 
scuola.  Gli  uomini  superiori  ai  15  anni  erano  1451  in  città  e 
10538  in  tutto  il  ducato.  La  cifra  dei  fuochi,  moltiplicata  per 
5,  fa  salire  la  popolazione  della  sola  città  a  6165  abitanti  e  a 
27700  quella  dell'intero  ducato.  Ma  non  si  deve  dimenticare 
che  nel  computo  dei  fuochi  l' inventario  tace  affatto  delle  quat- 
tro grosse  terre  sopra  mentovate,  come  di  alcune  altre  anch'esse 
raccotnandate  {l)y  e  naturalmente  esclude  dal  novero  le  famiglie 
degli  immuni  dalla  tassa  o  perchè  privilegiate,  o  perchè  di  estrema 
povertà.  Così  dalla  somma  degli  uomini  d'età  superiore  ai  quindici 
anni  devono  escludersi  gli  esenti  dalla  tassa  personale  delle 
ventine.  Ci  pare,  dunque,  che  il  numero  delle  famiglie,  tra- 
smessoci dall'  inventario,  abbia  a  valutarsi  notevolmente  infe- 
riore al  vero  e  che  non  ci  si  possa  tacciare  di  esagerazione, 
se  alla  cifra  su  indicata  di  27700  abitanti,  tenendo  conto  delle 
terre  raccomandate,  del  clero  (la  cui  proporzione  si  calcola  che 
variasse  in  Italia  dal  6  all'  8  7o)  e  dei  nulla  tenenti,  aggiun- 
giamo altre  sei  o  sette  migliaia,  cosi  da  toccare  le  35  mila 
anime  sparse  nella  città  e  nel  territorio,  cioè  press'a  poco  nel 
r  attuale  circondario.  Più  di  settemila  dovevano  essere  gli  abi- 
tanti della  città  quanti,  all'ingrosso,  ne  contava  Urbino  ai  tempi 
di  Federico  e  Guidobaldo  di  Montefeltro  (2).  Né,  considerata 
la  montuosità  delF  alta  Marca  e  tenuto  conto  della  demografia 
dell'  Italia  del  Einascimento,  dove  non  vivevano  più  di  undici 
milioni  d'  uomini  e  assai  rari  erano  i  centri  cittadini  che  oltre- 
passassero i  centomila  abitanti  (3),  si  dee  meravigliare  che  fos- 


(1)  Vedi  App.  III. 

(2)  LuzzATTO  G.  Il  censimento  della  popolazione  nel  ducato  d'  Urbino  nel 
secolo  XVI,  iu   «  Le  Marche  »   II,  202,  Fano,    1902. 

(3)  Beloch  G.  La  popolazione  d' Italia  nei  secoli  XVI,  XVII,  XVIII, 
Estr.  dal  Bullettin  de  1'  Institut  internatiouale  de  statistique,  III,  1888,  Roma. 
Secondo  i  diligenti  e  acuti  studi  del  Beloch  V  Italia,  alla  metà  del  Cinque- 
cento,  contava  11,165,000  abitanti.  Cinque  città  superavano  i  centomila:  Na- 


—   60   - 

sero  stimate  yjopolose  Urbino  e  Camerino.  Naturalmente,  in  que- 
st'ultimo luog^o,  per  necessità  topografica,  un  quartiere  di  den- 
sità relativamente  alta  fu  il  borgo,  del  quale  il  Lili  scrisse 
«  superare  d'  ampiezza  molte   altre  città  »   (l). 

Le  cifre  forniteci  dalla  sicura  testimonianza  dell'  inventario 
borgiano  provano  che  1'  avv.  Luigi  Sparai)ani  nella  sua  storia 
inedita  di  Camerino  (2),  scritta  tra  la  fine  del  Settecento  e  il 
principio  dell'  Ottocento,  cadde  in  non  lieve  errore  attribuendo 
alla  sola  città,  circa  l' anno  1560,  13500  abitanti.  Sulla  fede 
di  lui  il  compianto  erudito  M.  Santoni  fece  salire  a  quasi  21 
mila  gli  abitanti  •  del  centro  urbano  nella  seconda  metà  del  se- 
colo XV,  al  tempo  di  Giulio  ('esare  Varano  (3).  Il  vero  è  che 
nel  1566  gli  abitanti  di  Camerino,  giusta  i  computi  del  libro 
dei  fuochi  di  qnell'  anno  —  che  registra  tutte  le  bocche  —  erano 
4992,  esclusi  gli  ecclesiastici  (4).  Scemarono  verosimilmente 
sulla  fine  del  Cinquecento  per  le  pestilenze  e  si)ecialmente  per 
la  terribile  carestia  degli  anni  1590  e  1591.  Il  JMassarelli  (pri- 
mo decennio  del  secolo  XVII)  scrisse  che  i  fuochi  iji  città  nel 
1602  non  erano  più  di  900  (5).  Ma  i  vuoti  pare  si  colmassero 
nel  Seicento,  se  dice  il  vero  una  relazione  (Ul  vescovo  Pran 
soni  del  1666  la    quale  assegna    alle  tre  parrocchie  urbane  (S. 


poli  (237,  784)  Milano  (170,000).   Venezia  (159,467)    Palermo  (114,131)  Roma 
a09,729). 

(1)  II,   350, 

(2)  Storia  nis.  di  Camerino  dall'  anno  444  di  Roma  all'  anno  1802  d.  C. 
parag.  432  e  segg.,  all'  anno  1570.  Vedi  anche  Savini  P.  Compendio  della 
storia  di  Camerino,  128. 

(3)  Nota  al  Satini,  op.  cit.  l.  cit. 

(4)  Arch.  Coni,  di  Camerino.  Il  calcolo  fu  fatto  dal  nostro  dotto  amico, 
V.  Aleandri. 

(5)  Savini  op.  cit.  151-52.  «  Dall'  anno  della  mortalità  1590  in  qua  è 
sminuita  la  città  assai  di  gente  e  dall'  ultima  descritioue  dei  fochi,  fatta  del 
1602,  si  è  trovato  esservi  nella  città  solamente  900  fochi  dove  prima  passava  il 
numero  di  1400.  »  Massareixi,  Trattato  dell'  origine  et  historia  della  città  di 
Camerino,  ms.  della  Valentiniana  di    Camerino,   8.  n.  d.  e. 


—  61   - 

Venanzio,  Duomo,     S.  Maria    in  via)  7  mila  anime  e  29230    al 
distretto  o  territorio  (1), 


(1)  «  Rclatio  status  ecclesie  Camerinensìs  exhihita  sacrae  congregaiioni  concila 
tridentini  die  5  martii  1607,  cod.  Vatic.  Barberin.  2853  e.  227  e  segg.  Un'al- 
tra testinioiiiauza  del  secolo  XVII  è  la  notizia  che  leggiamo  in  un  Tolume 
nis.  di  cose  agiografiche  e  profane  relative  a  Camerino  compilato  dal  p.  Do- 
menico Passini  delia  congregazione  dei  Filippini:  «  21  febb.  1664,  fu  data 
V  assegna  dell'  anime  della  città  e  stato  di  Camerino,  la  quale  ascende  al 
numero  di  .36817  anime.  »  Bibl.  Valent.* 


fe^w       «^ 


^ 


K  O  T  A     C 


LANCIANO 


Sommario:  Le  piÌL  antiche  nieuzioni  di  Lanciano  —  Quando  e  perchè  vi 
sorse  la  rocca  —  I  possessi  adiacenti  —  Giovanna  Malatesta  ricostruì 
e  ampliò  gli  edifici  e  dal  marito  ebbe  in  dono  il  luogo  —  Questo,  dopo 
la  devoluzione  del  ducato  camerte,  fu  posseduto  in  enfiteusi  da  varie 
famiglie  —  I  restauri  di  Alessandro  Bandini  —  Aspetto   attuale. 

Si  è  creduto  che  qui  nell'  alto  Medio  Evo  fosse  una  delle 
otto  corti  o  possessi,  che  la  celebre  Abazia  di  Farfa  ebbe  nel- 
1'  antico  comitato  di  Camerino  (1).  Ma  i  documenti  farfensi  non 
ci  tramandarono  il  ricordo  di  una  corte^  bensì  di  una  chiesa 
di  S.  Angelo  di  Lanciano  (2),  la  quale  ignoriamo  dove  precisa- 
mente fosse.  Non  pare  si  possa  identificare  colla  parrochiale 
del  villaggio  di  S.  Angelo,  presso  a  Castel  S.  Maria,  sì  per  la 
la  non  trascurabile  distanza  da  Lanciano,  sì  ])erchè  nei  docu- 
menti del  secolo  XVI  il  villaggio,  che  oggi  designi  ano  colla 
semplice  denominazione  di  S,  Angelo,  era  detto  di  Camogiano 
o   Canesiano  (3):  nome  scomparso  affatto  dalla  tradizione  orale. 


(1)  Conti  A.  Carnet-ino  e  i  suoi  dintorni,  Camerino,  1872,  53  e  Santoni 
M.  Il  diploma  del  cardinal  Sinibaldo  Fieschi,  legato  della  Marca  per  le  franchi- 
gie dei  Canierinesi,  Camerino,  1894,  p.  11.  Le  corti  farfensi  nel  comitato  o  dio- 
cesi di  Camerino,  secondo  i  documenti  farfensi,  furono:  Trevenano,  S.  Abbon- 
dio, S.  Vito,  Salabona,  Selvapiana,  S.  Anzia  in  Castello  Petroso  (Pieroaara) 
Casa  Feuaria  e  S.  Maria  in  Manciano.  Cf.  Chronicon  Farfense  ediz.  Balza- 
ni, passim.  È  dubbio  se  il  vico  S.  Angelo  mentovato  a  e.  LXII  del  Largitorio 
di  Gregorio  di  Catino  (ms.  Farfense  298,2  nella  Nazionale  di  Roma)  si  rife- 
risca a  Lanciano. 

(2)  Chronicon  farfense,  I,  339,  II,   7,  282. 

(3)  Arch.  arciv,  di  Camerino,  Pergam.   9  ott.   1558  e  visita  pastorale  del 


64  — 


Col  semplice  nome  di  Lanciano  il  luogo  è  ricordato  nel 
diploma  del  card.  Sinibaldo  dei  Fieschi,  lecito  della  Mar- 
ca, concesso  1'  anno  1240  al  comune  di  Camerino  a  confer- 
ma delle  sue  franchig^ie  (1).  I  documenti  a  noi  noti  tac- 
ciono di  Lanciano  tino  alla  metà  del  Trecento.  11  testamento 
di  Gentile  II  Varano  (28  genn.  1350)  nomina  «  domos  omnes 
et  castellare  et  molendina  Lanciani  »  cose  assegnate  dal  testa- 
tore a  Gentile,  quarto  dei  ue])oti  ex  filio  (2).  Ma  Lanciano  non 
è  nominato  né  tra  i  castelli,  né  tra  le  rocche  che  nella  notis- 
sima   Descriptio    Marchie    il  cardinale    Egidio  xVlbornoz,  legato 


delegato  apostolico  De  Lunel,  vescovo  di  Gaeta,  14  febb.  1572  e.  43,  dove 
si  legge:  «  in  loco  qui  dicitur  Camogiani.  »  Un  breve  d'  Innocenzo  Vili, 
27  agosto  1488.  concede  di  vendere  alcuni  beni  delle  chiese  di  S.  Cassiano 
di  Fiuminata  e  S.  Angelo  di  Canesiano  a  Cristoforo  da  Pioraco,  rettore  di 
esse,  Arch.   Vatic.  Arm.   39,  tomo  20  e.  465.'" 

(1)  «  lurisdictioneni  vero  quam  ecclesia  romana  habet  vel  consuevit  habere 
in  Lauzano  et  saia  adiacentiis  et  quibusdam  honiinibns  ultra  Potentiani  vobis 
de  gratia  duximua  concedendam  »  Vedi  Santoni  M.  Il  diploma  del  cardinal 
Sinibaldo  Fieschi  l.  e.  Da  qual  titolo  derivasse  la  giurisdizione  della  Curia 
pontificia  su  Lanciano  non  sapremmo  dire.  Di  tale  giurisdizione  troviamo 
menzione  nel  cod.  Vat.  Barb.  latino  2441  (e.  25'')  che  contiene  preziose 
e  sconosciute  notizie    su    Camerino  e  sui    Varano.   «  Simon  tituli,   S.  Martini 

presbyter  card,  apostolica  sedis  legatus  Perusii  octavo  cai apostolica    sede 

vacante.  Concessit  d.  Gentili  de  Varano  potestati  Camerini  de  bona  [sic]  sive 
possessione  posita  in  curia  Ploraci  et  Lanciani  videlicet  terras,  molendina, 
hominumque  servitia  ad  romanam  ecclesiam  pertinentia  iurisdictionem  et  do- 
miuia  que  dieta  ecclesia  habere  consuevit  tenendi,  possidendi  eaque  frueudi 
«te.  cura  pieno  iure  et  pieno  dominio  et  proprietate.  »  Evidentemente  la 
cessione  fatta  dal  cardinale  feimone  Paltinieri  dovette  essere  conferma  di 
quella  del  card.  Fieschi  (1240).  Gentile  Varano  dal  libro  rosso  del  comune 
e  da  una  pergamena  dell'  arch.  com.  apparisce  podestà  di  Camerino  nel  1266 
e  nel  1272,  quando  la  sede  pontificia  non  era  vacante.  Pertanto,  se  dob- 
biamo credere  alla  notizia  del  cod.  Barberiu.,  conviene  ammettere  che  te- 
nesse queir  ufficio  un'  altra  volta,  forse  durante  la  lunga  vacanza  della  sede 
papale  di  due  anni  e  nove  mesi  alla  morte  di  Clemente  IV.  Del  card.  Pal- 
tinieri, morto  nel  1276,  vedi  l'importante  sentenza  contro  i  Ghibellini  della 
Marca  (Fabriano  10  maggio  1265)  in  Gentili  Gian  Cahlo,  De  ecclesia  sep- 
tempedana,  Macerata,   1838,  III,  290. 

(2)  Codice  Varanesco  nell'  archivio  di  Parma  e.  92, 


-   65  — 

d'  Innocenzo  VI,  designa  come  appartenenti,  a  buon  diritto  o 
|)er  usurpazione,  al  comune  di  Camerino  o  ni  Varano.  At- 
tesa la  diligenza  di  quel  documento,  tale  silenzio  vuol  signifi- 
care che  gli  edifìci  di  Lanciano  non  avevano  ancora  funzioni 
militari.  Le  quali  cominciarono  negli  ultimi  decenni  del  Trecento. 
Un  indice  frammentario  di  un  libro  di  amministrazione  — 
disgraziatamente  perduto  —  di  liodolfo  II f,  sotto  al  titolo  «  La- 
vorecci  de  le  fortezze  et  case  »  (1405)  registra  Lanciano  e 
Aiello.  Tre<lici  anni  dopo,  nel  1418,  lo  stesso  Rodolfo  III  con 
disposizione  testamentaria  assegna  al  ])rimogenito  Gentilpandolfo 
le  rocche  di  Lanciano  e  di  Aiello  fornite  di  giurisdizione  e  posses- 
si (1).  Dunque  nel  1350  a  Lanciano  erano  un  molino  e  un  castellare, 
cioè  una  casa  fortificata,  nel  castello  di  Aiello  alcune  case  e 
una  torre.  Poco  più  di  50  anni  dopo  Lanciano  e  Aiello  avevano 
la  rocca.  La  spiegazione  del  fatto  è  da  cercare  nella  situazione 
della  collina  di  Camerino  e  nelle  vicende  (iei  Varano  nel  sec. 
XIV.  L'eminente  elevazione  su  cui  sorge  la  città  si  collega  verso 
nord  est  a  monte  Letegge  (catena  del  Suavicino)  con  lene  declivio, 
mentre  ha  pendii  lunghi  e  ripidi  verso  le  altre  direzioni  dell'oriz- 
zonte. Pertanto  i  pericoli  e  gli  assalti,  onde  Camerino  fu  minac- 
ciata ed  espugnata  nel  M.  Evo,  vennero  sempre  dal  lato  meno 
munito  dalla  natura,  i)er  opera  specialmente  delle  vicine  e  rivali, 
Matelica  e  Sanseverino.  Nella  seconda  metà  del  Trecento  Ko- 
dolfo  Varano,  favorendo  la  riconquista  dello  stato  ecclesiastico 
da  parte  del  cardinale  Egidio  Albornoz  e  mescolandosi  attiva- 
mente con  varia  politica  ai  maggiori  eventi  degli  stati  italiani, 
come  accrebbe  la  ricchezza  e  potenza  della  famiglia,  così  espo 
se  a  non  lievi  pericoli  ii  piccolo  stato.  Quand'egli  dall'alleanza 
coi  Fiorentini  e  colla  lega  'formatasi  contro  pa])a  Gregorio  XI 
improvvisamente    tornò    sotto    le    bandiere  papali    (sett.   1377), 


(1)  L'  indice  qui  citato  fu  rinvenuto  da  M.  Santoni  nell'  archivio  nota- 
rile di  Camerino  e  in  piccola  parte  pubblicato  nel  Bollettino  di  nuniiamatico 
e  sfragistica,  Camerino,  1884-86,  48,  56.  Il  tetstamento  di  Rodolfo  III  è  nel 
codice  Varanesco  dell'  archivio    di  Parma  e.   320. 

5  —  itti  e  Hemorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912. 


—  66  — 

più  città  della  Marca,  istigate  e  sovvenute  dalla  repubblica  di 
Firenze,  gli  assalirono  i  dominii  aviti  e  gli  acquisti  recenti.  Natu 
Talmente  tra  i  più  fieri  nemici  erano  i  Matelicesi  e  i  Sanseve- 
rinati  che  concorsero  alla  vittoria  del  conte  Lucio  Landò,  con- 
dottiero dei  Fiorentini,  su  Rodolfo,  presso  al  castello  della  Rancia 
(ottobre  1377).  Per  alcuni  anni  durarono  intense  le  ostilità  dei 
Varano  cogli  Ottoni  di  Matelica  e  cogli  Smeducci  di  Sanseve- 
rino,  alimentate  dalla  irnv^otenza  in  cui  lo  scisma  d'  occidente 
travolse  il  governo  pontificio.  Giovanni  Varano,  che  pare  risie- 
desse in  Camerino,  mentre  Rodolfo,  il  maggiore  dei  fratelli  e 
rappresentante  della  famiglia  in  tutti  gli  affari  politici,  dimorava 
d'  ordinario  a  Tolentino,  intraprcvse  la  costruzione  di  una  serie 
di  fortificazioni  al  duplice  fine  di  contenere  gli  eventuali  nemici 
interni  e  allontanare  gli  esterni.  Restaurò  le  rocche  di  Api)en- 
nino  e  di  Capriglia,  am])liò  quella  di  Sentino  ed  eresse  il  ma- 
niero di   Beldiletto  (1). 

Con  queste  opere  mirò  ad  assicurare  il  confine  dal  lato  di 
Sud  e  Sud-Est  e  a  dominare  il  tratto  dell'alta  valle  del  Chienti 
compreso  nella  signoria  camerte  e  già  difeso,  a  monte,  dal 
castello  di  Serravalle  e  dai  fortilizi  adiacenti  di  Montaceli i elio 
e  Telagio,  a  valle  dalle  rocche  di  Varano  e  Camixdarzo.  Ma  la 
persistente  inimicizia  di  Matelica  e  Sanseverino  imponeva  di 
assicurare  la  città  verso  Nord  e  verso  Nord  P^st,  cioè  dalla 
parte  del  fiume  Potenza.  Già  al  juincipio  del  secolo  il  comune 
di  (damerino  aveva  ottenuto  da  Raimondo  di  Valenza,  legato 
di  Clemente  V,  di  poter  compiere  la  costruzione  di  Casteirai 
mondo  (così  detto  dal  nome  del  legato)  e  di  erigere  fortilizi  sul 
monte  di  Beregna  e  nella  Pieve  di  Aria,  sul  fiume  Cesolone  (2). 
E  si  era  costruito  Castelraimondo  e,  malgrado  la  tenace  o])po- 
sizione  di  Sanseverino,  si  era  mantenuto  il  i)osseSvSo  di  Fannia 
(torri    di  Orespiero).  Ma  queste  difese    non  parevano  sufficienti. 


(1)  Feliciangeli  B.,   Di  alcune    rocche    dell'  antico    stato    di    Camerino    in 
questi  Atti  N.  S.  voi.   I,   162,  Ancoua,    1904. 

(2)  Cocl.  Vatic.  Barberi!!.    2441,  e.   33^, 


-   67  — 

Onde  Giovanni  Varano,  d'accordo  col  comune  di  Camerino, 
deliberò  di  fabbricare  una  nuova  linea  di  opere  fortitìcatorie,  un 
8emi(^;ercliio  che  da  Pioraco  giungesse  allo  spartiacque  tra  il 
Ch lenti  e  il  Potenza,  alle  falde  di  monte  Letegge.  Da  ciò  la 
cos  ruzione  di  tre  nuovi  fortilizi:  la  torre  detta  Porta  di  ferro, 
sulle  rive  del  Potenza  tra  Lanciano  e  Pioraco,  la  Torre  chia- 
mata da  Giovanni  Varano  salvimi  me  fae,  detta  più  tardi  dei 
Bilancioni  o  Bianconi  od  anche  del  parco,  e  quella  di  Beregna 
battezzata  dal  fondatore  col  nome  di  troncapassi.  A  collegare 
e  fare  piìi  efficace  V  azione  di  tali  difese  il  Varano  ampliò  i 
fortilizi  di  Lanciano  e  di  Aiello,  che  nei  documenti  del  Quat- 
trocento sono  noverati  tra  le  rocche,  fece  la  tagliata,  fosso  con 
terra])ieno  e  grossi  alberi  abbattuti  (aperto,  probabilmente, 
lungo  la  destra  del  Potenza  e  lungo  il  fosso  della  rocca  d'Aiello 
dalla  torre  del  Parco  a  torre  Beregna)  e  fortificò  il  borgo  di  S. 
Venanzio  nella  città  di  Camerino  (1). 


(1)  «  In  Dei  nomine  anno  Domini  millesimo  CCCLXXXI  indictione  UH 
tempore  domini  Urbani  pp.  VI  die  dominico    prima    mensis    septenibris  pre- 

sentibus  etc magnificus  et   potens  miles    dominus    Johannes  domini  Be- 

rardi  de  Camerino  nomine  et  vice  comunis  et  populi  civitatis  Camerini  et 
nomine  omninm  de  domo  sua  de  Varano  et  in  servitiis  sancte  Ecclesie  fnn- 
davit  qnandam  terrim  Tel  fortellitinm  in  monte  Beregne  et  vocatnm  fnit 
troncapassi  posiinm  in  districtu  Camerini  inxta  etc.  Item  anno  domini 
MCCCLXXXII  die  XX  jnnii  V  indictione  edificata  et  facta  fnit  turrys  salvum 
me  fac  per  dictnm  dominum  loh.annem.  Item  anno  domini  MCCCLXXXII 
die  XX  iuuii  edificata  fnit  tnrris  porte  ferri  per  dictnm  dominum  Ioannem. 
Item  unno  Domini  MCCCLXXXII  facta  fuit  lagliata  a  truncapasso  nsque  ad 
castrnm  Ploraci  per  d.  dom.  lohannem  prò  defensione  civitatis  Camerini.  » 
Codice  Varanesco  dell'  arch.   di   Parma  e.  245"', 

La  porta  di  ferro  sorse  lungo  il  Potenza  non  lungi  dal  punto  in  cui  co- 
mincia il  canale  del  molino  di  Lanciano,  non  sappiamo  con  sicurezza  se 
sulla  destra  o  sulla  sinistra  del  fiume.  La  denominazione  dura  tuttora  e  de- 
signa i  terreni  circostanti  all'inizio  del  vallato  senza  che  si  possa  dire  se 
il  vocabolo,  scomparso  dal  catasto  moderno,  sia  adojìerato  ad  indicare  una 
ben  delineata  località.  Una  tradizione  orale,  raccolta  dall'  ing.  comm.  Luigi 
Mariani,  accenna  ad  una  torre,  posta  sulla  sinistra  del  fiume  nel  piano  di 
Contra,  le  cui  rovine  sarebbero    servite    per    fabbriche    fatte  a  Lanciano  nel 


—  68  — 

Alla  rocca  di  Lanciano,  oltre  i  niolini,  andavano  congiunti 
notevoli  estensioni  di  terra,  le  quali  bastarono  a  garantire  la 
dote  (5  mila  ducati)  di  Sveva  dei  conti  di  Loreto  Aprutino 
andata  sposa  a  Gentilpandolfo  Varano,  primogenito  di  Rodolfo 
III,  nel  1401  (1).  Questo  ci  apprende  una  bolla  di  Calisto  III 
(1456)  che  a  frate  Bartolomeo,  vescovo  di  Corneto  e  Montella- 
acone,  ordina,  in  conforuìità  di  una  sentenza  giudiziaria,  di 
prendere  possesso  della  rocca  di  Lanciano  e  delle  sue  terre  e 
di  farne  consegna  alle  vedove  Antonia  Smeducci  e  Orsolin» 
Trinci,  figlie  ed  eredi  della  fu  Sveva  di  Loreto  la  cui  dote  era 
stata  impegnata  e  ipotecata  nella  rocca  predetta  (2).  Giulio  Ce- 
sare Varano  e  suo  cugino  Rodolfo  dovettero  affrettarsi  a  com- 
porre la  lite  colle  loro  ])arenti  e  a  pagare  il  pro[)rio  debito, 
perchè  12  anni  dopo  Lanciano  venne  compresa  nel  novero  delle 
13  rocche  dello  stato  di  Camerino  nominate  nella  investituia 
di  Paolo  II  a    Giulio  Cesare    Varano,    figli   e    nepoti,    atto  di 


Settecento  e  nell'  Ottocento.  Ma  nna  notizia  da  noi  letta  in  un  nis.  dell'  ar- 
chivio parrocchiale  di  Pioraco  attesta  esplicitamente  che  il  vocabolo  porta 
di  ferro  «ra  dato  a  un  terreno  ìielle  pertitianze  di  Seppio  appresso  il  fiume  Po- 
tenza, dunque  sulla  destra  del  fiume  (Supplica  del  pievano  Gaetano  Caselli 
al  couiiglio  comunale  di  Pioraco  in  data  1.  maggio  1768).  Che  la  porta  di 
ferro  Cverosimilmente  destinata  a  trattenere  le  eventuali  incursioni  dei  Mate- 
lioesi  contro  Camerino  quando  fosse  venuto  in  lor  potere  il  castello  di  S. 
Maria  situato  sulla  retta  Seppio-Matelica  «  già  tanto  conteso  tra  Camerino 
a  Matelica  nel  DugentoJ  si  trovasse  sulla  destra  del  Potenza  si  può  arguire 
dall'  essere  sulla  medesima  riva  la  torre  del  Parco,  opera  pur  essa  di  Gio- 
vanni Varano.  Della  tagliata,  nel  Cinquecento,  pare  restasse  o  si  conoscesse, 
solo  il  tratto  dalla  torre  del  Ponte  a  Torre  Beregna.  Cf.  St aiuta  Camerini 
Camerino,  1563,  e.  110*,  lib.  IV,  rub.  .57.  Per  le  fortificazioni  del  borgo  di 
8.  Venanzio  vedi  LiM,  II,  121.  Sulla  parete  settentrionale  della  torre  del 
Ponte  (o  del  Parco)  vedesi  tuttora  lo  stemma  varanesco  con  intorno  la  scritta: 
«  J.  D.  MCCCLXXXI  (sic).  Hoc  castrum  fec.  fieri  Ioannes  D.  Berardi  d. 
Gentilis  d.  Berardi.  » 

(1)  Codice  Vatic.   Barber.   2441  e.   45*. 

(2)  Reg.  Vatic.  444  e.  82''.  Delle  due  figlie  di  Gentilpandolfo  Varano  qui 
nominate  Antonia  fu  moglie  di  Smeduccio  Smeducci  da  Sanseverino  e  Orso- 
lina  di  Ugolino  Trinci  da  Foiigno, 


—  69   - 

grande  rilievo  in  quanto  con  esso  i  Varano  per  la  prima  volta 
ottennero  la  legittimazione  del  loro  principato  ereditario  (1). 
L' inclusione  di  Lanciano  tra  le  rocche  dello  stato  di  Camerino 
non  vuol  dire  che  fosse  ancora  arnese  di  guerra.  Le  case  for- 
tificate di  Giovanni  Varano  giacevano  anzi  in  rovina,  quando 
della  posizione  amenissima  s'  invaghì  Giovanna  Malatesta,  moglie 
di  Giulio  Cesare,  e  volle  trasformare  quel  luogo  in  un  delizioso 
maniero.  Mentre  il  marito  abbelliva  e  beneficava  la  città  col 
palazzo  nuovo  e  colla  fabbrica  dell'  ospedale,  Giovanna  restau- 
rava a  sue  spese  la  rocca  di  Lanciano  e  vi  costruiva,  stando 
al  Lili,  la  corte  e  una  grande  sala  dove  fece  dipingere  i  ritratti 
delle  donne  illustri  quasi  a  riscontro  dei  gloriosi  guerrieri  fatti 
effigiare  da  Giulio  nel  suo  palazzo  di  Camerino  (2).  Questi 
lavori  di  restauro,  secondo  1'  iscrizione  incisa  in  onore  di  lei 
nella  rocca,  per  ordine  del  figliolo,  e  tuttora  esistente  {S),  ap- 
parterrebbero all'  anno  1489,  cosicché  li  avrebbe  potuti  vedere 
Isabella  D'Este:  ma  costei  non  accenna  che  al  parco  e  agli  animali 
che  lo  popolavano.  Vero  è  che  la  proprietà  di  Lanciano  non 
fu  di  Giovanna  Malatesta  prima  del  1492,  quando  il  marito 
le  donò  quella  rocca  con  tutti  i  possessi  adiacenti,  come  risulta 
da  un  rogito  di  quell'  anno  (4):  la  qual  cosa  potrebbe  far  pen- 
sare che  la  signora  di  Camerino  solo  allora  avesse  cominciato 
a  prodigare  le  sue  cure  al  prediletto  luogo  di  diporto.  Ma, 
senza  dire  che  tale  ipotesi  contrasta  alla  precisa  testimonianza 
dell'  iscrizione    su  ricordata,    non  si  deve    dimenticare    che    la 


(1)  Lili  II,  217  e  Zampetti  Tullia,  Giulio  Cesare  Varano,  signore  di 
Camerino,  105. 

(2)  Lili,  II,  241. 

(3)  Illustrissiiua  domina  Ioanna  Malatesta  Varana  filia  principis  Sigi- 
smundi  Ariminensis  et  neptis  ducis  Francisci  Sfortiae  nupsit  septimo  aetatis 
anno  illustrisaiiuo  lulio  Caesari  Varano  Caraertium  principi  optimo  et  hano 
arcem  dirutam  propriis  pecuniis  iustauravit  anno  a  natali  christiauo  MCCCCLX 
XXVIIII  reguavit  cum  marito  unum  et  L  aunos  cum  Alio  pientissimo  Ioanne 
Maria  novem  obiit  in  festo  omnium  sanctorum  inaudito  dolore  fllii  et  totius 
populi  MDXI. 

(4)  Arcb.  not.  di  Camerino,  Rogito  di  Antonio  Pascucci,  11  dicembre  1492, 


—  70   — 

Malatesta  dimoniva  a  Camerino  già  da  40  anni  e  che  quindi 
aveva  avuto  il  tempo  e  1'  agio  di  occuparsi  di  Lanciano  cui 
ella  anteponeva  a  Beldiletto  probabilmente  perchè  i)iìi  vicino 
a  Camerino  e  di  piìi  felice  postura  come  soggiorno  estivo.  È 
molto  verosimile  che  già  da  più  anni  le  fosse  lasciato  il  godi- 
mento delle  non  tenni  rendite  di  Lanciano  colle  quali  provvide 
alle  spese  dei  restauri  e  che  consistevano  nei  proventi  del  mo- 
lino —  di  esso  erano  obbligati  a  servirsi  molti  villaggi  del 
bacino  del  Potenza  —  e  nei  frutti  di  una  vigna  e  dei  vasti 
poderi  circostanti.  Il  i)rezioso  inventario  dei  beni  dei  Varano 
e  delle  rendite  dello  stuto  caraerte,  fatto  comiulare  nel  1502 
da  papa  Alessandro  VI,  assegna  Lanciano  al  terriero  di  Mezzo 
della  città,  e  nota  che  «  è  un  casale  con  palazzi  et  ]»eschere  et 
belle  abitazioni  ».  V'era  un  castellano-fjittore  retribuito  con  30 
tiorini  l'anno.  Da  lui  ricevevano  ordini  gli  abitanti  dei  villaggi 
di  Mecciano,  Ormagnano  e  Seppio  ai  quali  incombeva  l'obbligo 
di  far  la  guardia  alla  rocca  (1).  Evidentemente  questi  obblighi 
e  apparati  militari,  imposti,  forse,  da  Giovanni  Varaifo,  nel  Tre- 
cento, non  si  effettuavano  più  e  Lanciano  non  era  che  luogo 
di  svago.  Quando,  nel  1522,  Giovanni  Maria  Varano  duca  di 
Camerino,  si  fu  coli'  assassinio  liberato  del  nepote  Sigismondo, 
molesto  pretendente  all'  avita  signoria,  a  festeggiare  il  sospirato 
successo  si  recò  a  Lanciano  e  Pioraco  insieme  colla  duchessa 
Caterina  Cibo,  mentre  parte  dei  sudditi  inorridiva  e  mormorava  (2). 
Dopo  la  breve  dominazione  di  Guidobaldo  Della  Rovere 
(1535  39)  e  di  Ottavio  Farnese  (1540  45),  devoluto  lo  stato  di 
Camerino  alla  S.  Sede,  insieme  coi  beni  allodiali  dei  Varano, 
alcune  delle  rocche  coi  rispettivi  possessi  passarono  nel  Cin- 
quecento e  Seicento  a  famiglie  nobili  di  Camerino.  Lanciano 
fu  ceduta  dapprima  in  affitto  ai  Voglia  che  la  tennero  fino  al 
1621.  Passò  poi  in  enfiteusi  ai  Rosa  i  quali  nel   1680  la  rinun- 


(1)  Dooazione  già  citata  della    rocca    di    Lanciano  a  Giovanna  Malatesta 
da  parte  del   marito. 

(2)  LlLl  II,  294.  Lo  storico  attinse  al  diario  del  suo  antenato  Bernardino, 
come  si  vede  in  nis.  Liliano,   IV,  34  nella  Valentiniana. 


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ciarono  a  favore  dei  Rossetti.  Estintasi  questa  famiglia,  Ales- 
sandro Bandini  ebbe  il  possesso  di  Lanciano  e  Bustano  con 
titolo  di  marchese  nel  1754  dal  papa  Benedetto  XIV  (1). 

Lanciano  —  proprietà  del  principe  Giustiniani-Bandini  — 
è  oggi  una  villa  che  ha  aspetto  di  castello,  perchè  vi  si 
veggono  piccoli  merli  guelfi  e  due  torri,  una  sul  lato  set- 
tentrionale, l'altra  sul  meridionale.  Ma  chi  esamini  da  presso 
si  avvede  subito  che  né  i  merli,  né  la  torre  dal  lato  di  Sud 
risalgono  ad  età  remota  e  appartengono,  invece,  ai  restauri 
fatti  eseguire  dal  marchese  Alessandro  Bandini  dei  quali  parla 
l' iscrizione  situata  sotto  al  loggiato  a  riscontro  di  quella  de- 
dicata da  Giovanni  Maria  Varano  a  sua  madre,  Giovanna  Ma- 
latesta.  La  torre  verso  settentrione  è  certamente  anteriore  al 
secolo  XVIII:  il  che  è  più  chiaramente  manifesto  dal  materiale 
della  base  e  dallo  spessore  delle  mura.  Accanto  si  apre  l' in- 
gresso della  villa  con  arco  a  tutto  sesto,  in  parte  in  pietra, 
coperto  d'  edera:  opera  moderna.  A  pochi  metri  da  esso,  sotto 
1'  edera  lussureggiante,  esiste  la  base  di  una  grossa  torre  che 
si  ergeva  sulla  scoscesa  riva  sinistra  del  Potenza  e  che  verso 
il  fiume  ha  una  grande  porta  con  architrave  in  pietra:  l'ingresso 
principale,  verosimilmente,  dell'  antica  rocca.  Questa  torre  e 
l'altra  in  piedi,  trasformata  dai  risarcimenti  e  forse  decapitata, 
dovettero  formare  la  parte  essenziale  del  fortilizio  nel  Trecento 
e  nel  primo  Quattrocento  prima  dei  restauri  di  Giovanna  Ma- 
latesta.  Le  due  torri,  sullar^sinistra  del  fiume,  erette,  probabil- 
mente, da  Giovanni  Varano  e  tra  loro  collegate,  cinte  all'intorno 
da  corsi  d'  acqua,  cioè  verso  oriente  dal  fiume  e  verso  ponente 
dal  canale  o  vallato  del  molino,  potevano  concorrere  a  quel 
1'  azione  di  difesa  militare  che  il  Varano  si  studiò  di  rendere 
compiuta  colla  linea  di  fortificazione  detta  tagliata.  È  credibile 
che  dopo  la  parziale  rovina  di  quelle  costruzioni,  le  quali,  seb- 
bene annoverate  col  nome  di  rocca  di   Lanciano  tra   le  fortez  e 


(1)  Attingiamo  la  notizia  dui    uoini    degli    enfiteiiti  dalle  schede    Santoni 
dove  non  è  citatla  a  fonte. 


—  72  — 

dello  stato  eamerte,  furono  considerate  militarmente  inutili  e 
trascurate,  ])erchè  situate  sulla  sinistra  del  fiume  e  percliè  la 
sig^noria  vamnesca  s'era  saldamente  afforzata  nei  primi  decenni 
del  Quattrocento,  uè  più  temeva  i  nemici  esterni,  Giovanna 
Malatesta  ampliasse  il  fabbricato  intorno  alla  torre  di  nord  e 
formasse  il  parco.  Degli  edifìci  allora  eretti  forse  oggi  non  resta 
che  una  piccola  parte  nell'  ala  settentrionale  del  castello  adia- 
cente a  quella  torre:  del  parco  si  vedono  gli  avanzi  nelle  an- 
nose quercie  sulle  rive  del  Potenza.  Due  secoli  di  abbandono, 
durante  i  quali  gli  enfiteuti  di  Lanciano  non  curarono  clie  le 
terre,  jjrodussero  nuove  rovine,  finché  Alessandro  Bandini, 
attratto  dalla  bellezza  del  luogo,  si  risolse  a  farne  un  ameno 
soggiorno  estivo.  E  vi  ordinò  lavori  ampi  e  dispendiosi  che, 
secondo  le  parole  della  lapide  già  ricordata,  ingrandirono  e 
trasformarono  gli  edifici  esistenti  (1).  Appartiene  a  questo  tempo 
la  così  detta  galleria,  una  grande  sala  rettangolare,  adorna  di 
pitture,  fabbricata  sopra  il  portico  che  unisce  le  due  ali  del 
castello,  con  disegno  di  Giovanni  Antinori  da  Camerino,  uno 
dei  piti  reputati  architetti  del  Settecento  (2).  Sulla  parete 
esterna  dovette  allora  esser  collocato  lo  stemma  dei  Varano 
che  ancor  vi  si  vede  e  che  non  sappiamo  dove  fosse  in  addietro. 
Questo  Alessandro  Bandini  arrecò  alla  sua  prosapia  nuovo 
decoro  di  nobiltà  e  di  prosperità  economica  e  ii  piacque  della 
tradizione  della  patria  e  degli  avi.  Ottenuto  il  titolo  di  mar- 
chese di  Lanciano  e  liustano  nel  1754,  riuscì  nel  1773  a  con- 
seguire le  pingui  enfiteusi  di  Piastra,  di  San  Kocciano  e  di  S. 
Maria  in  Selva  —  più  tardi  mutate  in  proprietà  dal  figlio  Si- 
gismondo (1802-1803)  -  ricostruì  Lanciano  (1769)  e  restaurò 
(1796)  la  cappella  gentilizia  nel  duomo  di  Camerino  eretta  dal 


(1)  D.  O.  M.  —  Alexander  Bandinius  patricius  —  Camera  claviger  impe- 
rialÌ8  —  Lanciaui  et  Rustani  marchio  —  arcem  incuria  ac  vetustate  teniporis 
—  pene  collabentem  pristinae  —  firmitati  in  hauc  ampliorem  —  splendidiorem- 
que  formam  —  ornatam  restituii.  —  Anno  MDCCLXIX. 

(2)  Ricci  A,  Memorie  storiche  delle  arti  e  degli  artisti  della  Marca  di  Ancona, 
Macerata,  1834,  II,   387. 


—   73  — 

remoto  antenato  Melchiorre,  cavaliere  e  precettore  dell'  ordine 
di  S.  Giovanni,  vissuto  nel  secolo  XV  (1).  Della  sua  ricchezza 
e  della  devozione  al  papato  volle  dar  segno  nel  giugno  del 
1 782,  qnando,  presso  alla  rocca  della  Rancia  (fondata  sul  Chienti 
e  nel  territorio  di  Montemelone  da  Rodolfo  II  Varano  nel  1352), 
offerse  ristoro  di  bevanda  e  di  cibo  a  papa  Pio  VI  (il  Pelle- 
grino Apogtoliiio)  reduce  dal  non   lieto  viaggio  di  Vienna. 


(1)  La  prima  cappella  a  destra  del  duomo  di  Camerino  ricostruito,  com'  è 
noto,  nei  primi  decenni  dell'  Ottocento,  dopo  il  terremoto  del  1799,  conserva 
tuttora,  oltre  allo  stemma  dei  Bandini,  un  medaglione  coli'  effige  di  Mel- 
chiorre e  1'  iscrizione:  «  Sacellum  Deo  in  honorem  B.  M.  V.  a  fr.  Melchiorre 
Bandinio  camerte  equite  hierosolym.  conditum  sec.  XV  Alexander  Bandiuius 
instaurat  anno  MDCCXCVI  »  Cf.  Fkliciangeli  B.  Sulle  opere  di  Girolamo  di 
Giovanni  da  Camerino,  pittore  del  secolo  XV,  Camerino,   1910,   10,  28. 


«^       fe^ 


V 


K  o  T  À    D 


PI  ÒK A  C  O 


SoMMAHio:  Le  memorie  dell'evo  romano  u  eli' alta  valle  del  Potenza  —  La 
bellezza  del  paesaggio  —  Le  fortificazioni  medioevali  —  Notizie  sul- 
l'  industria  della  carta  Piòraco,  luogo  di  villeggiatura  dei  Varano, 
menzionato  dai  poeti  Lazzarelli  e  Benivìeni  —  I  laghi  e  le  isolette 
—  Le  memorie  francescane  —  Cenno  su    alcune  cose  d'  arte. 

L'  alta  valle  del  Potenza  è  una  delle  più  agevoli  e  amene 
dell'Appennino  umbro  marchigiano,  Lunga  circa  14  Km.  dalle 
sorgenti  del  fiume  a  Pioraco,  chiusa  tra  monti  non  molto  ele- 
vati, ma  ricchi,  massime  nelle  età  trascorse,  di  foreste  e  di 
cespugliati,  si  svolge  tortuosa,  con  lievissimo  pendio,  e  i)resenta 
aspetti  sempre  varii  e  attraenti  ora  per  1'  orrido  alpestre,  ora 
l)er  vaghezza  e  grazia  di  acque  e  di  prati.  Notissima  nell'  evo 
romano,  quando  vi  passava  quel  ramo  della  via  Flaminia  che 
era  la  \m\  breve  comunicazione  dall'Umbria  propriamente  detta 
all'  Adriatico,  nell'  Età  di  mezzo  irta,  dapprima,  di  rocche  feu- 
dali, indi  contrastata  tra  i  comuni  di  Nocera,  Fabriano  e  Ca- 
merino e  venuta  poi,  per  la  maggior  parte,  in  dominio  di 
quest'  ultima  città,  acquistò  più  tardi  prosperità  e  fama  per 
l' industria  della  fabbricazione  della  carta  che  a  Pioraco  sorse 
nel  Trecento  e  vi  fiorisce  tuttora. 

Dei  tempi  dell'  impero  romano  restano  a  Pioraco:  il  ponte 
Marmone,  un  tratto  di  sostruzione  dell'  antica  strada  a  valle 
del  paese  e  sulla  sinistra  del  Potenza  e  un'iscrizione  un  tempo 
collocata  sul  ponte  ad  attestarne  la  costruzione  o  il  restauro 
da  parte  di  Ottaviano  Augusto  patrono,  ed  ora  nascosta  sotto 
l'intonaco  e  in  parte  coperta  da  un  muro   in  una  stanza  che  i 


—  76   - 

Piorachesi,  con  eufemismo  di  ardire  fantastico,  chiamano  tea 
tro  (1).  Auguriamo  si  trovi  miglior  luogo  a  sì  venerando  testi- 
monio della  sapienza  dell'  impero  romano  che  in  fatto  di  via- 
bilità può  insegnare  molto  anche  al  secolo  XX. 

La  strada  romana  che,  come  è  detto  nell'  itinerario  di  An- 
tonino Pio,  tra  Nocera  e  Settempeda  (Sanseverino)  aveva  due 
stazioni,  Dubios  a  8  miglia  da  ì^ocera  e  Prolaqueum  a  16  mi- 
glia, è  ancor  visibile  in  più  tratti.  A  valle  di  Pioraco  corri- 
sponde, per  il  tracciato,  a  quella  che  è  stata  costruita  nel  1911 
X)er  dare  accesso  alle  nuove  grandi  cartiere:  a  monte,  dopo  il 
ponte  Marmone,  costeggiava,  al  pari  dell'odierna  provinciale,  la 
sinistra  riva  del  Potenza,  e  in  alcuni  punti  era  tagliata  sul 
vivo  scoglio,  dove  si  scorgono  qua  e  là  i  solchi  dei  carri,  e 
passava  a  un  livello  notevolmente  superiore  a  quello  della 
strada  presente,  perchè  la  valle  era  occupata  dal  lago.  È  tradi- 
zione che  sopra  uno  scoglio,  che  sovrasta  alla  strada,  designato 
col  nome  di  Mascione,  a  circa  200  metri  dal  ponte  Marmone, 
si  vedesse  inciso,  or  non  sono  molti  anni,  il  n.  XVI  (2). 
A  Pioraco,  /nel  1897,  si  fecero  altri  trovamenti  dell'evo 
romano  dei  quali  non  resta  che  il  ricordo,  tutto  essendo  stato 
ricoperto  per  i  lavori  dell'  acquedotto:  gli  avanzi  di  un  teati-o 
e  di  una  piscina  epuratoria  o  limarla,  i  primi  v>i'esso  alla  chiesa 
di  S.  Francesco,  gli  altri  presso  alla   pieve  di  S.  Vittorino  (3). 


^ 


(1)  Corpus  iuscriptionuni  latiuarum,  XI,  P.  I,   819. 

(2)  L'  egregio  mona.  Ludovico  Ludovici,  pievano  di  Pioraco,  tanto  bene- 
merito delle  memorie  storiche  del  suo  paese,  crede  che  nella  sporgenza  poco 
regolare,  che  pare  artificialmente  scolpita  sullo  scoglio,  si  debba  riconoscere 
la  forma  di  una  colonna  miliar«  e  che  la  denominazione  di  mascione  derivi 
da  manaio.  Non  sapremmo  dire  quanto  di  vero  possa  esaere  in  tale  opinione. 
Ma  è  un  pò  strano  che  quel  numero  XVI,  manifestamente  visibile  quindici 
o  venti  anni  fa,  ora  si  celi  ad  occhi  ben  più  acuti  dei  nostri. 

(3ì  Ne  scrisse  il  compianto  archeologo  can.  M.  Santoni  in  Appennino, 
giornale  camerinese,  10  sett.  1897.  Egli,  quale  r.  ispettore  onorario  per  la  con- 
servazione dei  monumenti,  inviò  al  Ministero  della  P.  I.  un  cenno  delle  sco- 
perte avvenute  in  Pioraco  perchè  fosse  inserito  nelle  Notizie  degli  ecavi. 
Un  funzionario  rispose  cambiando  arbitrariamente  la  piscina    limarla  in  cali- 


—  77  — 

Non  par  dubbio  —  ed  è  ragionevole  ripetere  il  fatto  dalla 
prossimità  del  ramo  della  via  Flaminia  —  che  del  territorio 
di  Camerino  la  parte  meno  povera  di  memorie  romane  sia  l'alta 
valle  del  Potenza,  poiché  ivi,  senza  dire  dei  monumenti  di 
Pioraco  e  di  quanto  fu  rinvenuto  nei  pressi  della  stazione  di 
Dubios  (1),  furono  scoperti:  in  contrada  Paradiso  un  sepolcro 
romano  dall'ing.  comm.  Luigi  Mariani,  una  grande  anfora  figu 
lina  a  Castel  S.  Angelo  (2),  le  tracce  di  un  edificio,  forse  una 
villa,  presso  Perito,  (3)  e  un'iscrizione  a  Mergnano  S.  Pietro  (4). 


darium  e  promettendo  l'inserzione  che  poi  non  avvenne.  Vedi  anche  nna  cor- 
rispondenza da  Pioraco,  in  data  15  ott.  1897,  della  Proviruna  Maceratese  do- 
ve la  piscina  divenne  nn  impluvium. 

(1)  Cf.  Osservazioni  sull'antico  Dubios  in  CoLUCCi,  Antichità  picene, 
XXII,   30. 

(2)  Ludovici  L.,  Pioraco  e  le  antiche  sue  memorie,  Matelica,  1901,  13.  In 
questo  opuscolo  si  discorre  anche  di  templi  e  di  altari  a  divinità  pagane  e 
della  caserma  degli  antichi  soldati  romani.  Ma  le  pietre,  che  dovrebbero 
essere  indizi  degli  uni  e  dell'  altra,  possono  non  avere  relazione  alcuna  col- 
1'  antichità.  Dei  magazzini  militari  è  menzione  anche  in  Spada  Lionello, 
Due  settimane  nell'  Appennino  centrale,  ovvero  storia  naiìirale  e  cenni  storici  di 
Pioraco  e  suo  territorio,  Osimo,  Quercetti  1878,  7.  Le  etimologie  di  nomi  sto- 
rici proposte  dallo  Spada  farebbero  arrossire    Varrone  e  Menagio. 

(3)  PlGORlNi  L.  Notizie  degli  scavi,  1897  p.  95  e  segg.  Il  Pigorini  discorre 
anche  delle  tracce  di  abitazioni  umane  preistoriche  rinvenute  da  raons.  Lu- 
dovici. Nel  1882  in  una  caverna  presso  al  paese  distrutta  per  la  costruzione 
della  nuova  strada  furono  trovati  alcuni  oggetti  di  bronzo,  per  i  quali  vedi 
Santoni  M.  Notizie  degli  scavi,  1882,  p.  104-105. 

(4)  Un  lastrone  in  calcare  (m.  1,49X1)  ■  dello  spessore  di  18  cent.  -  gia- 
cente in  una  stalla  di  proprietà  della  famiglia  Rocchetti,  porta  incise  su  due 
colonne  in  bei  caratteri,   forse  dei  primi   secoli   dell'  Impero,  le  parole  : 

C  -  L  -  F  -  COR  FADIAE  -  L  -  L 

.  .  A  E  D EVCHINEMl 

A.  F  .  .  .  R.  .  .  I  T  VXORI 

FRATE FECIT 

L'  epigrafe,  certamente  sepolcrale,  segnalata  al  can.  Santoni  dall'  illustre 
senatore  Luigi  Pigorini  con  lettera  del  6  settembre  1897,  non  appaie  nel 
Corpus  Inscriptionum.  Alcune  delle  lettere  della  prima  colonna  assai  consunte 
sono  state  da  noi  supplite. 


—  78  — 

Isabella  d'  Este,  benché  non  ignara  di  storia  romana  e  in- 
namorata dell'  antico,  non  ebbe,  certo,  notizia  alcuna  dei  ricordi 
romani  a  Pioraco,  né  curò  di  rnccoglierne,  tutta  i)resa  di  ammi- 
razione per  la  bellezza  del  paesaggio.  II  quale  attrae  l'occhio 
e  l'anima  del  viandante  sopratutto  per  il  contr.ivsto  tra  l'aspetto 
del  luogo  a  valle  del  i>aese  e  quello  a  monte:  il  primo  selvaggio 
e  quasi  pauroso,  massime  a  chi  lo  riguardi  salendo  l'antica  strada 
(i'  unico  accesso  prima  del  1884),  per  le  alte  e  strapiombanti 
rupi  di  monte  Primo  e  monte  Gemmo  non  divise  che  da  breve 
spazio  dove  rumoreggia  spumoso  il  Potenza,  il  secondo  lieto 
di  verdi  praterie  e  di  boscose  pendici.  Tra  i  due  sì  diversi 
tratti  della  valle,  n«d  ])unto  più  angusto  di  essa,  si  aft'ollano 
e  si  inerpicano  le  case  di  Pioraco.  Il  pittoresco  i)aesaggio  nei 
tempi  della  marchesa  di  Mantova  era  fatto  assai  più  singolare 
che  oggi  non  sia  dai  due  laghi  in  cui  si  allargavano  il  Potenza 
e  lo  Scarsito,  suo  affluente,  cristallini  e  vivi  di  verdi  riflessi, 
e  dalla  linea  delle  torri  e  delle  mura  che  mirabilmente  armo- 
nizzava nel  colore  e  nella  funzione  di  difesa  colle  ru])i  cir- 
costanti. 

Due  muri  chiudevano  1'  abitato  verso  oriente,  cioè  a  valle. 
Quello  superiore  cingeva  il  castello  propriamente  detto  e  in  esso 
si  a[)riva  la  [)orta  del  eastrum  :  il  muro  inferiore  congiungeva  i 
due  monti  opposti  e  accanto  alla  ])orta,  sotto  cui  passara  la  strada, 
e  alla  destra  del  fiume,  aveva  una  torre,  distrutta  dalle  tìamme 
nel  1889,  la  quale  pare  dovesse  precipuamente  servire  a  per- 
mettere V  apertura  e  la  chiusura  di  una  saracinesca  a  fine 
di  allagare,  quando  la  difesa  lo  esigesse,  lo  s])azio  tia  le  due 
cinte  in  cui  sorse  il  borgo.  Presso  alla  porta  della  cinta  ester- 
na una  ])ietra  ha  la  data  1445,  ad  attestare,  ]ìrobabilmente, 
un  restauro  eseguito  a  cura  della  saggia  e  risoluta  Elisabetta 
Malal està- Varano  che  per  il  figliolo  Kodolfo  e  per  il  nepote 
Giulio  Cesare  resse  la  jìiccola  signoria  camerte  dal  1443  al  1448. 
Dal  lato  di  ponente  chiudeva  il  castello  un'  altra  cerchia  di 
mura  merlate  avente  due  porte,  quella  di  Fiuininata  sulla  vstra- 
da  romana  e  quella  dì  Sefro  presso  alla  chiesa  di  S.  Francesco, 


~   79  — 

Un  secondo  nìuro  di  sbarramento,  dal  lato  di  mezzogiorno,  si 
spiccava  dagli  scogli  di  monte  Gualdo,  propaggine  del  contraf- 
forte che  divide  il  Potenza  dallo  Scarsito,  e,  attraversando  con 
un  arco  quest'  ultimo  fiume,  terminava  sul!'  opposta  pendice  di 
monte  Primo.  Una  torre,  fabbricata  sullo  scoglio,  sovrastava 
alla  porta  di  Fiuminata,  un'  altra,  (nella  tradizione  orale  la 
guardiola,  della  quale  resta  qualche  misero  avanzo)  si  ergeva 
sopra  uno  scoglio  —  poco  meno  che  inaccessibile  —  di  monte 
Primo,  verso  sud,  isolata  con  taglio  artificiale.  Scorgeva  Lan- 
ciano e  Rocca  d'Aiello  (dalla  sommità  forse  anche  la  torre  dei 
Bilancioni),  non  poteva  contenere  che  pochissimi  uomini  ed  era 
destinata,  a  nostro  avviso,  più  alle  segnalazioni  che  a  scopi  di 
vera,  attiva  difesa  (1). 

Due  documenti  del  secolo  XIII  fanno  menzione  della  rocca 
di  Pioraco:  uno  dei  quali,  registrato  dal  libro  rosso  di  Carne 
rino,  è  il  diploma  col  quale  1'  imi)eratore  Ottone  IV  conferma 
i  privilegi  della  città  e  le  condona  le  ingiurie  e  i  danni  recati 
all'Impero  nella  rocca  e  nel  castello  di  Pioraco  {2i),  l'altro  è 
una  deliberazione  del  consiglio  generale  dei  Camerinesi  guelfi, 
profughi  dalla  patria  —  dopo  la  parziale  distruzione  della  città 
nel  1259,  opera  dei  ghibellini  favoriti  da  Manfredi,  re  di  Sici- 
lia —  per  premiare  un  concittadino,  Giovanni  di  Atto,  che 
«  nell'  espugnazione    della  rocca  di    Pioraco  era  stato  il  primo 


(1)  Di  multe  delle  notizie  raccolte  sulle  fortificazioni  lìiedioevali  di  Pio- 
raco eiamo  debitori  alla  cortesia  e  dottrina  dell'  ing.  comm.  Luigi  Mariani 
a  cui  rendiamo  vivissime  grazie. 

(2)  LiLi  C.  Historia  di  Camerino  I,  230  e  Santoni  M.  Il  libro  rosso  del 
Comune  di  Camerino,  Foligno  1885,  doc.  n.  2.  (S.  Salvatore  dell' Amiata  29 
agosto  1210).  Il  Lili,  forse  sulla  fede  delie  parole  del  diploma  imperiale,  cre- 
dette ad  una  sconfitta  toccata  all'  avanguardia  dell'  esercito  di  Ottone  IV 
nella  gola  di  Pioraco.  Ma  di  essa  manca  ogni  indizio.  Ci  pare  che  le  offese 
fatte  da  Camerino  ai  diritti  imperiali  in  Pioraco  possano  significare  un'  in- 
debita occupazione  di  cosa  che  1'  impero  pretendeva  per  sé.  Anche  i  papi  si 
studiarono  di  serbare  il  dominio  dei  luoghi  fortificati  e  di  sottrarli  ai  vicini 
comuni,  sicché  Onorio  III  nel  1216  avrebbe  riservato  alla  Chiesa,  di  fronte 
fil  comune  di  Camerino,  le  rocche    di    Pioraco    e  Serravalle,     LiLi,  II.  234, 


—  80  — 

a  salirne  le  mura  ».  (1)  Nei  documenti  a  noi  noti  posteriori  alla 
seconda  metà  del  Dugento  non  si  trova  piìi  ricordata  la  rocca, 
benché  tale  denominazione  apparisca  nel  piìi  recente  catasto.  Dura 
tuttora  il  vocabolo  rocchetta  a  designare  uno  spazio  occupato  da 
case  sul  fianco  di  Monte  primo,  al  cominciare  dell'abitato,  sopra 
alla  strada  nuova  che  sale  da  ponte  Cannaro.  Ma  già  nella 
prima  metà  del  Quattrocento  la  rocchetta  non  era  più  arnese 
militare  e  vi  sorgevano  case,  di  che  ne  accerta  un  atto  notarile 
del  1425  (2).  Alla  fine  di  quel  secolo  Pioraco  non  aveva  più 
né  rocca,  né  rocchetta,  se  pure  l'una  fu  cosa  distinta  dall'altra 


(1)  Feliciangkli  B.  Di  alcune  rocche  dell'  antico  stato  di  Camerino  in  que- 
sti Atti  N.  S    I,  38-39  (Ancona  1904). 

(2)  Una  certa  Pucciarella  «  quondam  Contutii  Ufredutii  de  castro  Plora- 
ci vendidit  Benedicto  Macteì  de  Pioraco  uuam  petiam  terre  viueate  positani 
in  sindicatu  dicti  castri  in  loco  qui  vulgariter  dicitur  la  rocchetta  iuxta  etc.  » 
Pioraco  30  ott.  1425  in  rogiti  di  Bartolomeo  di  Nicola  da  Fiuminata.  Arch. 
not.  di  Camerino,  credenza  V,  n.  28.  Si  noti  che  questo  bastardello  dovrebbe 
essere  riunito  agli  altri  due  che  sono  dello  stesso  notaio,  seguati  col  n.  22 
(anni  1405-1433).  Bartolomeo  di  Nicola  non  rogava  sempre  nel  natio  castello 
di  S.  Giovanni  di  Fiuminata  e  a,  Pioraco,  che  molti  dei  suoi  rogiti  furono 
scritti  a  S.  Anatolia  e  a  Camerino.  É  un  esempio  tipico  del  nomadismo  dei 
notai  del  Medio  Evo.  In  uno  dei  suoi  bastardelli  abbiamo  trovato  una  me- 
moria non  priva  di  pregio  per  la  storia  dei  Varano,  perchè  e'  informa  della 
data  precisa,  che  invano  si  chiede  alle  numerose  fonti  sincrone,  della  uccisione 
di  Giovanni  A'^arano,  fatto  perire  dai  fratelli,  e  della  decapitazione  di  Pier- 
gentile  seguita  per  volere  del  fiero  Vitelleschi  a  Recanati  nel  1433.  Cf  Gior- 
nale storico  della  letteratura  italiana,  XXIII,  5,  Torino  1894  e  questi  Atti 
N.  S.  voi.  VI,    180  e  segg.   «  Memoria,  quod  in  anno  Domini  MCCCCXXXIII 

ind tempore  domini  Eugeni!  pape  IV  die  sabati  VITI  mensis  augusti  Pe- 

trusgentilis  domini  Rodulfi  dominus  de  Camerino  dieta  die  ivit  ad  terram 
Sancti  Severini  locuturus  domino  gubernatori  Marchie  et  ad  solvendum  cer- 
tam  qnantitatem  prò  censu  seu  afiScto  quod  tenehatur  solvere  prò  parte  sua  et 
ibi  dieta  die  per  dictum  domiuum  gubernatorem  fuit  captuset  retentus  necpotuit 
reverti  Camerinum.  Et  dieta  die  post  predicta,  quasi  in  hora  XXIII  dicti 
diei  fuit  occisus  et  mortuus  Ioaunes  Kodulfi  de  Camerino  frater  carnalis  dicti 
Petrigentllis.  Et  die  veneris  XVIII  mensis  septembris  fuit  incisum  caput 
dicto  Petrogentili  in  civitate  Eecanati  »  Arch.  not.  di  Cam.  Rogiti  di  Bar- 
tolomeo di  Nicola  voi.  2.  nel  recto  dell'  ultima    carta,  Cf.  LiLi,  II,  172. 


-   81  - 

«  È  Castel  murato  ed  ha  la  torre  »  Così  di  Pioraco  nel  docu- 
mento del  1502,  già  citato,  il  quale  distingue  i  luoghi  muniti 
di  rocca  dagli  altri  difesi  da  una  semplice  torre,  die  talora  era 
quella  posta  sopra  alla  porta  dove  si  pagava  W  passo  o  pedaggio  (1). 
Le  acque  del  Potenza,  le  mura  e  il  raffermato  dominio  dei 
Varano  tacevano  buona  guardia  al  castello.  Tuttavia  esso  fu 
ancora  una  volta  testimone  di  a])parecclii  e  fatti  guerreschi 
quando,  nell'  estate  e  nell'  autunno  del  1527  e  al  principio  del 
1528,  Ercole  Varano  di  Kodolfo  IV,  coi  tìglioli  Alessandro  e  Mattia, 
tentò  di  torre  la  signoria  di  Camerino  alla  duchessa  Caterina 
Cibo,  vedova  di  Giovanni  Maria  Varano  e  reggente  per  la  figlia 
Giulia.  11  castello  di  Pioraco  si  diede  ad  Ercole  Varano  (set- 
tembre 1527)  che  vi  si  potè  sostenere  contro  i  partigiani  e  i 
difensori  della  duchessa  fino  al  febbraio  del  '28,  allorché  ne  fu 
cacciato,  secondo  il  Lili,  dagli  stessi  abitanti,  paurosi  del  sac- 
cheggio a  cui  per  opera  di  milizie  mercenarie  inviate  alla  Cibo 
dal  duca  di  Urbino,  Francesco  Maria  Della  Rovere,  era  stato 
abbandonato  il  castello  di  Pievebovigliaua  anch'esso  ribelle  alla 
reggente.  Ercole  Varano,  fuggito  da  Pioraco  e  raggiunto  presso 
Souìaregia,  fu  catturato  e  condotto  nella  rocca  di  Pesaro  (2). 


(1)  Il  pedaggio  di  Pioraco  nel  1297  fu  ceduto  per  un  anno  dal  comune 
di  Camerino  ad  un  certo  Mercato  nativo  di  quel  castello  per  sole  cinque 
libre  di  denari  (Arch.  com.  di  Camerino  Libro  rosso,  s.  n.  d.  e,  nel  verso 
della  carta  che  segue  alla  prima  che  contiene  1'  indice).  Ma  il  commissario 
pontificio,  che  nel  1430  per  volere  di  papa  Martino  V  divise  tra  i  discordi 
fratelli  Varano  le  rendite  dello  stato  paterno  e  delle  terre  umbre  e  marchi- 
giane tenute  in  vicariato,  collocato  Pioraco  nella  porzione  di  Giovanni,  com- 
putò la  rendita  annuale  del  passo  in  15  ducati.  (Sentenze  arbitrali  di 
Astorgio  Agnesi,  vescovo  di  Ancona  e  luogotenente  della  curia  della  Marca, 
in  data  Sanseverino  13  luglio  e  5  settembre  1430  in  pergamene  di  Urbino 
nell'  archivio  di  stato  in  Firenze).  Nel  1430  i  luoghi  di  confine  nella  signo- 
ria caraerte  soggetti  a  pedaggio  erano:  Passus  Trave  due.  XVI.  Passus  Beregne 
due.  XX.  Cese  due.  XIII.  Vallis  Sancti  Angeli  due.  V.  Ploraci  due.  XV. 
Turris  Biancioni  d.  XVI.  Valcimarie  due.  XL.  Plebis  Turine  due.  XXIV. 
Cesapalumbi  d.  X.  Nel  1297  il  passo  di  Serravalle  fu  venduto  dal  comune 
di  Camerino  per  un  anno  lib.   105.  É  singolare  che  non  sia  ricordato  nel  1430. 

(2)  Lili,  II,  316. 

—  itti  <  UeDorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marcite.  1912. 


—  82  — 

Già  ai  tempi  d'  Isabella  D'  Este  i  Pioracheai  si  chiarivano 
alieni  dai  ludi  di  Marte  e  amatori  della  i)ace  altrice  di  ricchez- 
za. Da  più  di  un  secolo  coltivavano  l'industria  dei  pannilana  e 
della  carta  e  fornivano  i  loro  prodotti  ai  numerosi  mercanti 
della  vicina  Camerino.  Un  erudito  camerinese  del  Seicento  scrisse 
che  Giulio  Cesare  Varano  «  introdusse  il  modo  di  far  la  carta 
e  lo  fece  esercitare  nel  castello  di  Pioraco  »:  ma  tale  arte  vi 
esisteva  fin  dal  Trecento.  Non  è  però  da  revocare  in  dubbio  che 
alla  floridezza  di  quell'industria,  attestata  per  il  Quattro  e  Cin- 
quecento dai  frequenti  contratti  d'  acquisto  da  parte  anche  di 
forestieri,  concorressero  eflBcacemente  i  Varano  i  quali  trassero  a 
a  «è  il  monopolio  del  commercio  dei  cenci  nel  loro  stato,  pos- 
sedettero cartiere  in  Pioraco  e  j)ermisero  che  meicanti  camerinesi 
ve  ne  stabilissero.  Tra  i  j>iù  ricchi,  e  proi)rietario  anche  lui  di 
cartiere  i>iorachesi,  fu  Melchiorre  di  Angelo  della  famiglia  dei 
Paolucci,  ])adre  di  quell'Angelo  che  nel  1502,  insieme  con  altri, 
agevolò  l'acquisto  di  Camerino  a  Cesare  Borgia,  si  ebbe  in  pre 
mio  1'  ufficio  di  tesoriere  del  ducato  camerte  e  patì  poi  le  ven 
dette  di  Giovanni  Maria  Varano.  D'ordinario  le  cartiere  erano 
affidate  ad  abitanti  «lei  luogo  che  ricevevano,  oltre  i  locali  e 
gì'  istrumenti  necessari  alla  fabbricazione,  determinate  quantità 
di  cenci  e  si  obbligavano  a  consegnare,  entro  prefissi  termini  di 
tempo,  denaro  e  carta.  Questa  era  di  piìi  marche  o  filigrane, 
se  fina  —  le  più  usate:  l'oca,  la  rosa,  la  sirena,  l'agnus  Dei  — : 
era  detta  del  fioretto  —  come  oggi  —  se  di  qualità  meno 
buona  (1). 


(1)  La  menzione  più  antica  della  fabbricazione  della  carta  a  Pioraco  si 
riferisce  agli  anni  1363-66,  date  segnate  nel  registro  di  un  mercante  fabrianese, 
Ludovico  d'Ambrogio,  che  vi  notò  una  compera  di  carta  acquistata  a  Pioraco 
portante  il  segno  della  levere  e  del  dì-ago.  Vedi  ZoNGHi  AureIjIO,  Le  pili  an- 
tiche carte  fairianesi  alla  esposizione  dì  Torino,  Fano,  1884  p.  7  -  8.  Per  le 
marche  o  filigrane  vedasi  la  recente  pubblicazione  del  prof.  Augusto  Zonghi, 
I  segni  della  carta,  la  loro  origine,  e  la  loro  importanza,  Fabriano,  1911.  Mat- 
teo Pascucci,  1'  autore  della  vita  di  S.  Venanzio  e  della  Beata  Battista 
Varano,  attribuì  a  Giulio  Cesare  anche  un  decreto  vietante  ai  cartai  piora- 
ohesi  di  restare  assenti  da  Pioraco  piìi  di  15  giorni,  sotto  pena    della    vita, 


—  83   - 

Qualche  utilità  materiale  il  castello  di  Pioraco  traeva  pure 
dai  frequenti  vsoggiorni  dei  Varano,  aignori  di  Camerino,  che 
fin  dal  Trecento  vi  possedevano  molini,  terre  e  case  (1).  Queste 
dovettero    essere    ampliate  e    adornate  da    Giulio  Cesare,    del 


a  fine  di  impedire  la  propagazione  dei)'  arte  e  di  conservare  il  grosso  pro- 
vento di  4  mila  scudi  provenienti  dalla  gabella  della  carta.  Esagerazioni 
patenti,  se  non  favole.  Vedi  Pascucci,  Scritti  i^arii  Ms.  della  A^alentiniana 
senza  numerazione  di  carte.  Che  i  Varano  riservassero  a  sé  la  einciara  o  la 
facoltà  di  acquistare  gli  stracci  risulta  dagli  atti  coi  quali  essi  la  cedevano 
ad  altri  per  determinati  compensi.  Ricorderemo  il  contratto  del  24  marzo  1491 
rogato  da  Antonio  Pascucci,  notaio  dei  Varano,  in  cui  Giovanna  Malatesta 
Varano  concede  a  Domenico  di  Bartolomeo  da  Pioraco  «  usufructuum  cinciarie 
de  civitate  et  comitatu  Camerini  prò  uno  anno  incipiendo  in  Kalendis  aprilis 
cum  pactis,  modia  et  conditionibus  hactenus  consnetis  prò  pretio  125  floreno- 
rum.  »  Torà  Varano,  vedova  di  Niccolò  Trinci,  il  19  febb.  1450,  diede  in 
affitto  una  cartiera  a  Bartolomeo  di  Giacomo  da  Pioraco  per  un  anno  e  per 
il  prezzo  di  25  fiorini.  La  predetta  signora  promette  di  consegnare  in  Ca- 
merino a  Bartolomeo  «  sex  miliaria  cincioruin  subtilium  ad  sceltam  cameri- 
nensem  de  quibus  sex  miliaril)us  cinciorum  diotns  Bartolomeus  promisit  la- 
borare  et  cartam  facere  et  cousignare  maguifice  domine  Tore  ]»ro  quolibet 
miliari  cinciorum  20  rismas  carte  firn?  et  bone  acte  ad  scribendum  ponderis 
sexdecim  librarum  cum  dimidio  prò  qualibet  risma  »  Rog.  Pascucci  -  Il  31 
ottobre  1450  Melchiorre  di  Angelo  fa  quietanza  a  Piermatteo  di  Lorenzo  del 
castello  di  Pioraco  di  tutto  ciò  che  il  detto  Piermatteo  dovesse  a  Melchiorre 
per  il  fitto  «  valcherie  a  carta  et  occasione  cinciorum  ».  E  ciò  fa  perchè 
Piermatteo  promette  di  dare  per  il  resto  del  fitto  ed  entro  il  mese  di  mag- 
gio p.  V.  «  octo  ballas  carte  videlicet  sex  ballas  carte  fine  et  duas  ballas 
floricti  et  de  decem  rismas  prò  qualibet  balla  ».  Arch.  not.  di  Camerino, 
Rogiti    Pascucci. 

Per  Angelo  di  Melchiorre,  le  cui  ricchezze  provenienti  princii)almente  dal 
commercio  si  possono  arguire  dai  frequentissimi  contratti,  registrati  negli 
atti  dell'  archivio  notarile,  vedi  LiLI  II,   258,  271. 

(1)  Case  e  gualchiere,  quali  proprietà  dei  Varano,  sono  nominate  nell'atto 
col  quale  Rodolfo  di  Berardo  acquistò  nel  1355  il  patrimonio  del  cugino 
Rodolfo  di  Giovanni.  Vedi  Feliciangeli  B.  Di  alcune  rocche  dell'  antico 
sfato  di  Camerino  in  questi  Atti,  N.  S.  I,  52,  Ancona  1904.  Le  case  di  Pio- 
raco restarono  possesso  comune  tra  i  quattro  figli  di  Rodolfo  III  nella  di- 
visione delle  terre  del  contado  camerte  stipulata  nel  1429.  In  Turchi  O, 
Camerinum  aacrum.  Doc.    104, 


—  84  — 

quale  lo  stemma  col  suo  nome  vedesi  ancora  in  una  di  esse 
sulla  piazza  principale  (1).  L'altra  casa,  di  maggiori  dimensioni, 
ora  in  istato  di  lacrimevole  abbandono,  fornita,  un  temjK),  di 
cortile -- cinto,  dicono,  da  portici  —  con  giardino  e  palombaro, 
aveva  ampie  stanze  e  un  salone,  che  oggi  quei  del  luogo  chia- 
mano il  capannone,  dove  si  conserva,  sotto  la  data  1400,  gra- 
fita, a  cifre  arabiche  di  scrittura  del  tempo,  un  avanzo  di  de- 
corazione pittorica  a  guazzo  raffigurante  una  bottiglia  con  ac- 
canto un  panierino  di  pere:  motivo  quest'  ultimo  rlie,  com'  è 
noto,  ricorre  nelle  decorazioni  pittoriche  di  Beldiletto  e  S. 
Anatolia  e  che  il  Lili  (li,  220)  spiegò  colla  passione  infelice 
di  Giulio  Cesare  per  una  donna  della  famiglia  Pero/zi  cameri- 
nese.  L'  abitazione  dei  Signori  a  Pioraco  aveva  nome  di  corte: 
designazione  restata  nella  tradizione  locale  a  indicare  il  giardino. 
«  Item  le  case  de  la  corte  sono  in  Pioraco  con  lo  cortile,  palom- 
hara,  orti  et  pescera  apresso  la  piazza  de  Sancto  Victorino,  la 
via,  lo  fiume,  lo  monte  et  V  orto  di  Santo  [Francesco]  ».  Così 
l' inventario  borgiano  del  1502. 

L'  accentramento  statale  rappresentato  dalla  conquista  del 
Valentino  non  segnò  la  fine  dei  lieti  giorni  della  corte  piora- 
chese  che  negli  ultimi  anni  del  Quattrocento  aveva  accolti 
ospiti  ragguardevoli.  Ancora  vi  risonavano  festose  risa  al  tempo 
dell'  ultimo  dei  Varano  (2).    Ma,  forse    la  predilezione    per  Pio- 


(1)  In  una  camera  di  questa  casa  resta  tuttora  una  Vergine  col  Bambino 
affrescata  da  buon  pennello  del  secolo  XVI.  Si  dice  che  fosse  dipinta  da 
Camilla  da  Varano,  figlia  di  Giulio  Cesare,  (Beata  Battista  da  Caiuerino  ^  1526). 
Ma  non  si  conosce  prova  od  argomento  qualsiasi  che  avvalori  tale  tradizione, 
cui,  del  resto,  contraddice  il  silenzio  dell'  aurea  autobiografia  della  Beata 
colà  dove  ricorda  gli  svaghi  e  le  vanità  della  prima  giovinezza  spesa  in 
cantare,  ballare,  sonare  e  pazzeggiare.  Opere  spirituali  della  B.  Battista  Varano 
a  cura  di  M.  Santoni,  Camerino,  Savini,  1894,  11.  Per  la  tradizione  rela- 
tiva all'  affresco  cf.  Pigorini-Beri  Caterina,  Il  Venerdì  Santo  a  Pioraco  in 
Natura  ed  Arte,  V,   746. 

(2)  I  luoghi  di  villeggiatura  dei  Varano  erano  Beldiletto,  Lanciano,  S. 
Anatolia  e  Pioraco.  Qui  soggiornò  anche  Giovanna  Malatesta  che  nel  1476 
Ti  diede  alla  luce  il  primogenito  dei  maschi,  Venanzio  (Lili  II,  224).  Luoghi 


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raco  l'aveva  mostrata  Giulio  ('esare.  Certo,  egli  si  compiaceva 
di  condurre  i  forestieri  ad  ammirare  le  bellezze  dell'alta  valle  del 
Potenza  —  come  fanno  i  Camerinesi  anche  oggi  —  e  al  tempo 
suo  ai)partengono  la  menzione  e  le  lodi  di  Pioraco  che  ci  la- 
sciarono due  poeti  umanisti,  Ludovico  Lazzarelli  da  Sanseverino 
e  Girolamo  Beni  vieni,   fiorentino. 


di  svago  furono  anche:  la  rocca  di  Sentine  (dove  erano  le  prigioni  per  i  rei 
politici)  la  Torre  dei  Bilancioni  (Torre  del  Parco)  e  Mergnano  S.  Savino. 
Pare  che  talora  i  Varano  soggiornassero  anche  nella  rocca  d'  Ajello  (Cf.  la 
nostra  memoria:  Notizie  e  documenti  sulla  vita  Caterina  Cibo-  Varano,  duchessa 
di  Camerino,  Camerino,  1891,  182-93).  A  Sentino  si  crede  fossero  stipulate 
nel  novembre  del  1444  le  nozze  di  Costanza  Varano  con  Alessandro  Sforza 
(cf.  Giornale  storico  della  lett.  it.  XXIII,  43).  Ivi  fu  pure  accolto  Antonio  di 
Niccolò  degli  Abbati  da  Pesaro  inviato  da  Alessandro  Sforza  nel  1457  a 
regolare  coi  Varano  il  pagamento  del  residuo  della  dote  di  sua  moglie 
Costanza  morta  dieci  anni  prima.  (Arch.  not.  di  Cam.  Rog.  di  A.  Pascucci, 
Rocca  di  Sentino  13  dicemdre  1457).  Dalla  Torre  dei  Bilancioni  è  scritta 
una  lettera  di  Giulio  Cesare  a  Lorenzo  de'  Medici  per  raccoaiandare  il  ca- 
merinese  Girolamo  Bidolli,  dottore  di  leggi,  aspirante  alla  nomina  di  ufficiale 
alla  mercanzia  a  Firenze  (16  ott.  1476,  Arch.  mediceo  avanti  il  principato. 
Carteggio,  F.  33,  873)  ed  è  datato  V  istrumento  della  dote  di  Emilia  Varano, 
figlia  naturale  di  Giulio  Cesare  e  moglie  di  Ranuccio  di  Antonio  Ottoni  dei 
Signori  di  Matelica  (23  marzo  1480,  Rog.  di  A.  Pascucci).  La  torre,  detta 
anche  del  Ponte,  col  diritto  di  tenervi  osteria  e  macello,  per  concessione  di 
Caterina  Cibo-Varano,  reggente  di  Camerino  (1527-35),  passò  in  proprietà 
della  confraternita  del  Sacramento  eretta  nella  cattedrale  di  Camerino.  Data 
dapprima  in  enfiteusi  a  certi  Cruciano  Puntoni  e  Pietro  Sensini  da  Camerino, 
perchè  il  canone  non  fu  più  pagato  dagli  eredi  dei  primi  concessionari,  fu 
dalla  confraternita  venduta  ad  Evangelista  Palletta,  vescovo  di  Tuscolo,  detto  il 
cardinale  di  Cosenza,  per  la  somma  di  784  scudi.  Una  bolla  di  Paolo  V  (24  di- 
cembre 1614.  Pergani.  dell'archivio  arcivescovile  di  Cam.)  diretta  all'arcidiacono 
e  al  vicario  generale  della  diocesi,  approvò  quella  vendita.  Più  tardi  Giu- 
seppe Palletta  ottenne  il  titolo  comitale  della  Torre  del  Parco  (dura  anche 
oggi  nei  suoi  discendenti)  con  chirografo  di  Clemente  XI  (10  giugno  1701, 
Arch.  di  stato  iu  Roma,  Segretari  e  concellieri  della  R.  C.  A.).  È  probabile 
che  si  caricassero  un  pò  le  tinte,  quando  si  volle  giustificare  la  cessione  —  a 
cui  ostavano  i  canoni  della  Chiesa  e  uno  speciale  rescritto  di  Paolo  II  — 
rappresentando  quasi  inmiinente  la  rovina  della  torre,  il  cui  stato,  a  giudi- 
care da  quello  presente,  doveva  essere  abbastanza  buono.  Forse  fin  d'  allora 


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il  primo,  autore  del  noto  poemetto  latino  Bomhyx,  ospite  di 
Fabrizio  Varano,  vescovo  di  Camerino,  a  cui  si  dice  fosse  stato 
maestro,  cominciò  a  scrivere  in  Pioraco  il  suo  lungo  ]>oema  in 
16  libri  «  De  fastis  christianae  religioni»  »,  tuttora  inedito,  che 
terminò  a  Koma  (1).    11  secondo,  Girolamo    Benivieni,  fu  certa- 


erano  caduti  i  ripiani  e  le  volte  interne:  ma  le  quattro  mura  erano  certo 
ben  salde. 

A  Merguano  S.  Savino,  lungo  la  via  che  scende  alla  provinciale  verso 
Nord,  si  vede  una  torre  di  assai  modesta  altezza,  perchè  dimezzata,  oggi 
proprietà  del  Sig.  Carlo  Nicolai  e  ridotta  ad  uso  di  granaio  e  cantina  del 
colono.  La  porta  dagli  stipiti  a  grossi  conci  squadrati  e  scalpellati,  di  pietra 
arenaria,  con  grande  architrave  luonolite  riposante  su  due  mensole,  a  cui 
rispondono  sulla  soglia  due  pietre  rientranti,  mostra  costruzione  antica  e 
non  volgare.  Le  pareti  interne,  orientale  e  occidentale,  del  vano  a  pian  ter- 
reno, a  volta,  sono  adorne  di  serie  di  vari  in  nero  (forse  originariamente  in 
azzurro  anneriti  poi  dal  tem))o  e  dall'umidità)  su  fondo  bianco  in  mezzo  alle  quali 
è  una  fascia  o  fregio  di  rose  in  rosso.  Non  par  dubbio  che  in  tale  decorazione 
si  abbiano  a  riconoscere  gli  emblemi  araldici  di  Giulio  Cesare  Varano  e  di 
Giovanna  Malatosta.  Sulla  parete  che  guarda  verso  mezzogiorno  si  discer- 
nona  a  stento  le  tracce  di  un'  altra  pittura  murale  contornata  da  un  fregio 
con  fiori  e  frutta.  Sul  muro  di  fronte  al  primo  ramo  dell'  angusta  scaletta 
è  tracciata  a  carbone  la  figura  di  un  guerriero  che  il  tempo  va  scolorando. 
La  testa  coperta  da  una  celata,  il  corpo  protetto  dallo  scudo,  tiene  nelle 
mani  un'  asta  e  ha  sopra  il  capo  una  scritta  in  nero  su  due  linee,  illeggi- 
bile o  quasi.  Non  vi  potemmo  leggere  chele  parole:  «  Non  passar  chi  no.n  ». 
Il  piano  superiore  della  torre  ha  una  finestra  che  fu  una  volta  feritoia, 
come  si  rileva  dalla  forna  e  direzione  del  doppio  sedile  interno.  Pen.siamo 
che  la  torre  con  qualche  costruzione  vicina,  ora  scomparsa  o  trasformata,  sia 
anteriore  al  secolo  XV,  cioè  al  tempo  in  cui  Giulio  Cesare  e  Giovanna,  attratti 
dall'eminenza  e  dal  temperato  clima  del  luogo,  adattarono  o  vollero  adattare 
ad  uso  di  soggiorno  campestre  gli  antichi  edifici. 

Degli  altri  numerosi  possessi  dei  Varano  nel  territorio  camerinese  —  che 
non  siano  stati  o  non  siano  oggi  in  castelli  e  ville  —  uno  solo,  per  quanto 
ci  è  noto,  serba  ancora  qualche  traccia  di  quei  proprietari,  ed  è  Ro vegliano 
dove,  in  una  casa  colonica,  durai  lo  stemma  varanesco  in  arenaria  col  solito 
cane  marino  e  coi   vari. 

(1)  LancelIìOTTI  GianfranCESCO,  Ludovici  LazzareUi  septempedani  poetae 
laureati.,  Bombyx,  Aeesii  1765,  p.  10  e  15.  Lo  stesso  LazzareUi  nel  lib.  XVI 
dei  Fasti  scrisse:  Clansit  Roma,  meos  orditur  Ploraca  fastos.  Secondo  gli  autori 
della  Biblioteca  Picena  (Osimo  1796,  V,  243)  il  LazzareUi  pronunciò  un'  ora- 


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mente  a  Camerino,  in  gioventù,  e  vide  la  verde  valle  dell'alto 
Potenza  che  gli  diede  materia  ad  alcuni  versi  della  prima  delle 
sue  ecloghe  intitolata  Varo  e  da  lui  dedicata  a  Giulio  Cesare, 
come  il  poeta  stesso  dice  nell'  argomento.  Così  nell'  ecloga  è 
ricordata  1'  amenità  dei  prati  a  monte  di  Pioraco: 

L'  aura,  gli  uccelli  e  le  fontane 


Eisonar  fanno  'I  ciel  là  dove  esprome 
Natura  un  fiume  che  d'  alj)estre   vena 
Potente  surge  ond'egli  ha  preso  il  nome. 
Nella  pili   vaga  parte  et  piìi  amena 
Del  dilettevol  colle  un  prato  siede 
Bel  sì  eh'  immaginar  non  puossi  appena. 
Ivi  tra  1'  erba  e  i  fior  lieti  si  vede 
Mille  pastor  che  sicuro  ocio  pasce 
Et  riposo  tranquillo  e  pura  fede. 
Ivi  non  fiera,  ivi  non  cosa  nasce 

Nocente  alcuna,  ivi  tra   sterpi  o  rubri 
Non  è  chi  1'  erbe  aveuenate  lasce. 
Nitide  corron  1'  acque    et  da  colubri 

Purgate  sempre:  '1  ciel    benigno  e  '1  vento 
Soave  e  1'  erbe  e  fior  dolci  et  salubri. 
A  così  riposato,  a  così   lento 

Stato  ni'  inclina  '1  ciel.  Varo  m' invita 
Taro,  salute  al  mio  languido    armento. 
Varo  per  cui  mia  fragil    vita, 

E  tu  '1  sai  lasso  pur  1'  alma  che  fore 
Ritiene  ancor  lalma  [sic]  smarrita  ».  (1) 


zione  per  le  nozze  di  Emilia  Varano  con  Ranuccio  Ottoni.  L'  istrnmento  do- 
tale è  dell'  anno  1480:  ma  ignoriamo  il  tempo  delle  nozze.  Il  3  agosto  1493 
è  mentovato  col  titolo  di  poeta  quale  testimonio  di  un  atto  notarile  insie- 
me con  un  Venant'ms  Marchittì  da  Camerino.  Arch.  not.  di  Cam.  rog.  di 
Arcangelo  d'  Innocenzo,  cancelliere  della  curia  vescovile. 

(1)  Opere  di    Girolamo  Beni  vieni   fiorentino  novissimamsnte  rivedute,  Ve- 
nezia, Niccolò  Zoppino,   1522,  e.  82'', 


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È  la  poesia  pastorale  artefatta  che  imperversò  nella  nostra 
e  in  altre  letterature.  Ma  non  ci  par  dubbio  che  questi  versi 
accennino  ad  un  paesaggio  reale  veduto  e  ammirato.  Il  poeta 
visitò  Camerino  prima  del  1481,  anno  in  cui  dall'officina  tipo- 
grafica del  Miscomini  vennero  in  luce  a  Firenze  le  sue  ecloghe. 
Le  quali,  secondo  1'  autorevole  opinione  del  più  recente  storico 
della  poesia  j)astorale  italiana,  sarebbero  state  composte  tra  il 
1478  e  il  1481  (1).  Se  il  futuro,  appassionato  seguace  di  fra 
Girolamo  Savonarola  e  coraggiovso  consigliero  di  moderazione  a 
papa  Clemente,  dopo  la  vittoria  su  Firenze  nel  1530,  facesse  lungo 
soggiorno  fra  noi  o  vi  tornasse  dopo  il  li81  non  sappiamo. 
Non  crediamo  di  poterlo  confondere  con  un  Girolamo  da  Firenze 
che  era  a  Camerino  nel  1495  (3). 

Del  fatto  che  a  monte  di  Pioraco  le  acque  correnti  formarono 
due  laghi  è  testimonianza  geologica  la  morfologia  della  valle, 
mentre  il  nome  di  Prolaque  e  Prolcbce,  che  si  legge  nell'itinerario 
di  Antonino  Pio  e  negli  atti  della  vita  di  S.  Vittorino  (3),  n'è, 
verosimilmente,  la  testimonianza  linguistica.  Ma  non  occorre 
incomodare  ne  la  geologia,  né  la  linguistica  per  dimostrare 
1'  esistenza  dei  due  laghi  poiché  questi  durarono  fino  a  tempi 
relativamente  a  noi,  vicini.  Il  documento  i)iìi  antico  in  cui  si 
parli  di  un  lago  i)loracense  è  un  lodo  arbitrale  del  luglio  1298 
nel  quale  è  fatto  obbligo  ai  Piorachesi  di  demolire  un  certo 
muro  che  essi  avevano  costruito  e  che  a  danno  degli  abitanti  di 
Sefro    impediva    il    deflusso  delle  acque  dello    Scarsito   ed  era 


(1)  Carrara  E.,  La  poesia  pastorale,  Milano,   Vallardi,   1908,   175. 

(2)  Testimonio  ad  un  atto  del  16  giugno  stipulato  da  sei-  Innocenzo  di 
Arcangelo,  cancelliere  del  vescovo  Fabrizio  Varano.  Arch.  not.  È,  forse,  il 
Girolamo  Vigori  fiorentino,  mercante  di  panno  di  lana  e  seta,  che  appare  in 
un  rogito  del  notaio  Antonio  Pascucci,  4  luglio  1480.  Un  altro  poeta,  an- 
che lui  di  nome  Girolamo,  il  Montagnani,  dedicò  a  Giulio  Cesare  Varano 
alcune  sue  liriche  latine:  Hher  de  amoribus,  de  ìiece,  et  epistolae  amatoriae  » 
Cod.  22  della  raccolta  Morbio  nella  Braidense  in  Mazzatinti  G.  Inventari 
dei  ìnss.  delle  biblioteche   d' Italia,  VII,  29-30. 

(3)  Pelerà  Bomanorum  itineraria,  Amsterdam,  1735,  p.  311-12,  Bollano 
Aeta  Sanctorum,    lan.  8,  I,  500,  Antuerpie,  1643. 


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stato  quindi  cagione  di  zuffe  tra  i  due  paesi  (1).  I  documenti 
del  Quattrocento  si  riferiscono  alla  facoltà  che  i  Varano,  per 
uno  o  due  anni  e  per  un  compenso  assai  variabile,  concedevano 
di  esercitare  la  pesca  nei  due  laghi:  1'  uno  detto  di  Pioraco, 
formato  dal  Potenza,  1'  altro,  di  Sefro,  formato  dallo  Scarsito. 
Nel  1502  da  questo  affitto  si  traevano  50  fiorini  1'  anno:  ma  a 
circa  15  fiorini  fissano  il  provento  due  contratti  del  Quattro- 
cento, in  uno  dei  quali  viene  mentovato  il  recessorium  o  sara- 
cinesca (2)  che,    per  il  lago  di    Pioraco,  era  a  pochi    metri  dal 


(1)  Si  trova  tra  i  documenti  della  pubblicazione  fatta  dal  pievano  di 
Pioraco  D.  Ferdinando  Angelici  in  una  lite  contro  il  marchese  Bandini. 
«  Storia  dello  Scarsito  di  Pioraco  dall'anno  1298  al  1805,  Matelica,  Pignotti, 
1859. 

(2)  Neil'  inventario  (a.  1502)  dell'  archivio  estense:  «  Iteni  el  laco  de 
Pioraco  se  vende  1'  anno  fiorini  cinquanta  » 

In  un  frammento  di  bastardello  del  notaio  Pascucci  di  cui  non  è  possi- 
sibile  determinar  1'  anno,  ma  che  è  certamente  vicino  al  1457,  leggiamo  che 
Ber  Puccetto  di  Ser  Luca,  fattore  dei  fratelli  Varano,  diede  in  affitto  a  Tom- 
maso di  Antonio  da  Pioraco  per  due  anni,  a  cominciare  dal  mese  di  aprile, 
i  due  laghi  di  Sefro  e  di  Pioraco  alle  solite  condizioni  e  al  prezzo  di  31 
fiorini  e  mezzo.  Un  altro  contratto  contiene  qualcosa  di  piti  «  Die  19  nov. 
1457.  Ser  Pucciptns  Ser  Luce  de  Camerino  ut  et  tamquam  procurator  Illu- 
strium  dominornm  locavit  ad  coptumum  Giorgio  Ioannis  de  castro  Ploraci  et 
Francisco  Ioannis  etiam  de  Pioraco  prò  uno  anno  proximo  futuro  incipieudo 
in  Kalendis  aprilis  p.  f.  lacnm  de  Sefrio  cum  pactis  et  conditionibus  hacte- 
nus  consuetis  et  cum  hoc  quod  si  lacua  non  posset  piscari  per  maius  tem- 
pus  uno  mense,  quod  prò  ilio  pluri  debeat  fsicj  prò  rata  restaurari  de  pretio 
infrascripto,  videlicet  quando  jaceret  lacus  propter  recessorium.  Et  hoc  fecit 
quod  promiserunt  tenere  ad  usum  boni  coptumarii  et  solvere  prò  coptumo 
XV  florenos  videlicet  medietatem  in  medio  anno  et  aliara  in  fine  dicti  anni 
et  pisces  et  gamraaros  cousuetos.  »  Ci  pare  evidente  che  il  risarcimento  prò 
rata  di  cui  qui  si  parla  debba  appartenere  ai  cottimari  od  affittuari  del  lago 
i  quali  cercavano  e  pattuivano  un  compenso  alla  cessazione  del  lavoro  della 
pesca  e  del  consecutivo  provento.  Dovrebbe,  dunque,  leggersi  debeant  dove  è 
scritto  debeat.  Ma  di  errori  e  di  omissioni  non  mancano  i  bastardelli  o  im- 
breviature,  massime  se  si  tratti,  come  in  questo  caso,  di  convenzioni  consuete 
e  periodiche.  Quanto  alla  locuzione  :  «  lacus  iaceret  propter  recessorium  »  la 
interpretiamo  nel  senso    che,    abbassandosi    (iaceret)  le    acque    dei  laghi   per 


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ponte  Marmoiie  colà  dove  se  ne  vede  ancora  la  scanalatura 
su  i)ilastri  lapidei.  È  probabile  che  un'altra  saracinesca  si  tro- 
vasse nel  muro  di  sbarramento  che  chiudeva  il  lago  sefrano  e 
che  la  funzione  di  entrambe  avesse  i)recipua  attinenza  colla 
difesa. 

Belle  due  isolette,  che  la  marchesa  di  Mantova  ammirò,  non 
si  saprebbe  deterujinare  se  appartenessero  a  uno  solo  dei  laghi. 
Forse  la  prima,  cioè  la  più  vicina  a  Pioraco,  risultava  di  quella 
elevazione  del  terreno  che  la  strada  di  8efro  su])era  dopo  ol- 
trepassata la  così  detta  cartiera  del  palazzo.  L'  altra  isoletta 
era  senza  dubbio  ijel  lago  di  Sefro  di  che  abbiamo  notizia  certa 
da  un  docuniento  del  1489,  cioè  l'atto  di  donazione  delle  terre 
che  Giulio  Cesare  Varano  possedeva  in  Umana  e  Sirolo  a  un 
poeta  e  umanista  anconitano  venuto  a  Camerino,  insieme  con 
alcuni  illustri  concittadini,  per  stringere  alleanza,  in  nome  del 
♦proprio  comune,  col  signore  di  Camerino  e  con  lui  fermare  gli 
accogli  intesi  a  sostenere  il  re  di  Napoli,  Ferdinando  d'Aragona, 
e  il  costui  genero  Mattia  Corvino,  re  di  Ungiieria,  contro  papa 
Innocenzo  Vili.  Il  Varano  condusse  la  comitiva  a  Pioraco  e 
mediante  1'  oi)era  del  fido  notaio  Pascucci  diede  forma  di  rogito 
alla  propria  generosità  verso  il  magnifico  cavaliere  aurato  e  poeta 
laureato  Francesco  Cinti  dei  Dionisi,  «  in  quadam  insulecta 
existente  intus  lacum  qui  dicitur  lu  laco  sefrano  in  qua  insu- 
lecta, ut    dicebatur,  fuit  locus    fratrum   Sancti    Francisci  x>  (1). 


1'  apertur<a  della  saracinesca  fino  a  un  certo  limite,  fosse  vietata  la  pesca 
per  impedire  la  distruzione  dei  pesci. 

I  laghi  e  i  pescatori  di  Pioraco  sono  oggetto  di  una  speciale  rubrica 
dello  statuto  di  Camerino  nella  quale  si  vieta  di  portare  il  pesce  fuori  del 
territorio  della  città.  Cf.  Statata  populi  civitatis  Camerini,  Camerino.  Gioioso, 
1563,  e.   127.'- 

(1)  Arch.  not.  di  Camerino  Rog.  29  maggio  1489.  Tra  i  testimoni  sono 
i  nobili  uomini:  Giuliano  di  Ber  Antonio  dei  Saraceni,  Antonio  di  Francesco 
Ferretti,  Girolamo  di  Pompeo  Scacchi  tutti  di  Ancona,  il  poeta  Macario  Muzio 
da  Camerino  e  Galeotto  Giugni  da  Firenze.  Per  le  relazioni  di  Giulio  Cesare 
Varano  con  Mattia  Corvino  vedi  LiLl  II,  240;  Fraknoi  d.'  Wilhelm  Ma- 
thias  Corvinus  Konig    von   Ungarn,    Freiburg  im  Brisgau,    "1891    p.  262-263  e 


--  91   — 

Chi  da  Pioraco  risale  lo  Scarsito,  dopo  poco  più  di  mezzo  Km., 
8i  avvede  di  ima  lieve  sporgenza  del  suolo  sulla  quale  è  age- 
vole ancora  discernere  qualche  tratto  delle  fondamenta  di  un 
muro,  in  questo  luogo,  detto  di  Malpasso,  fu  eretto  un  piccolo 
convento  dell'  ordine  di  9.  Francesco  nel  secolo  XIII  e  non 
molti  anni  dopo  la  morte  del  Sauto.  Circa  il  1327,  a  apese  di 
una  pia  donna,  Margherita  dei  Salimbeni,  (che  dovette  esaere 
della  ricca  e  potente  famiglia  di  Camerino)  i  Francescani,  ornai 
alieni  dalle  capanne  e  dai  rustici  rifugi  che  erano  tanto  piaciuti 
al  loro  i)afriarca,  lo  sposo  della  Povertà  —  ebbero  più  degna 
sede  entro  il  castello  di  Pioraco  in  un  nuovo  convento,  più  tardi 
ampliato  ed  ornato  —  non  è  detto  quando  —  da  un  conte 
Kaniero  nobile  di  Camerino  e  da  un  maestro  Pietro  Antonio, 
provinciale  della  Marca.  Sulla  tìne  del  Cinquecento  la  chiesa 
a])pariva  nell'interno  tutta  dipinta  colle  storie  di  S.  Francesco  e 
conteneva  le  tombe  dei  nobili  di  Somaregia.  Questo  ci  apprendono 
il  Wadding  e  il  Civalli  (1).  Ne  da  essi  discordano  le  fonti  ])iù  anti- 
che: il  Provinciale  ordinis  Minorum  e  il  trattato  sull'indulgenza 
della  Porziuncula  di  Assisi  di  Francesco  di  Bartolo  entrambi  del  se- 
colo XIV.  Il  secondo  racconta  che  un  tale  di  Sanseverino,  verso  il 
1335,  in  viaggio  verso  Assisi  per  il  perdono,  fece  la  sua  confessione 
generale  nel  convento  di  Pioraco  e  che  una  donna  di  questo 
paese,  ossessa  dai  demoni,  non  guarì  se  non  quando  frate  Guar- 
nitto,  il  guardiano  dei  Francescani  del  luogo,  la  condusse  a 
visitare    S.    Maria    della    Porziuncula  (2).  Discendiamo    poi    al 


Carusi  K.   Dispacci  e  lettere  di  Giacomo  Gherardi,     Roiua,   1909,    p.  CLXXII, 
CLXXIV,    103,   410. 

(1)  Wadding  L.  Annales  Minorum  IX,  182,  Roma  1734,  Civalli  O.  Tisita 
triennale  in  CoLUCCi,   Antichità  picene.  XXV,   73. 

(2)  Vedi  Bullarium  franciscanum,  V,  589,  Roma,  1879  e  Sabatibr  P. 
Tractatus  Francisci  Bartoli  de  indulgentia  S.  Mariae  de  Portiuncula,  Paris,  1900, 
60  e  61.  Cf.  anche  Foglietti  R.  Pioraco,  Torino,  Baglione,  1899,  23.  L'au- 
tore di  questo  opuscolo  comunicò  al  Sabatier  (op.  cit.  204)  la  notizia  che  a 
Malpasso  fu  un  antico  tempio  pagano:  di  che  uou  si  ha  il  menomo  indizio. 
Il  povero  Foglietti,  uomo,  del  resto,  d'ingegno  e  dottrina  non  comuni,  incli- 
nava a  vedere  le  traccie  dell'antichità  e  della  preistoria  anche  dove  non  sono. 


—  92  — 

1407  coi  flocnmenti  da  noi  conosciuti,  e  nei  bavStardelli  del 
notaio  già  mentovato,  Bartolomeo  di  Nicola,  troviamo  ricordo 
della  chiesa  di  S.  Francesco  di  Pioraco  nel  testamento  di  un 
Giacomo  di  Paolo  da  Castel  S.  Giovanni  di  Fiuminata,  clie, 
avanti  di  partire  pellegrino  al  santuario  di  S.  Giacomo  di  Ga- 
lizia, volle,  secondo  1'  uso,  disporre  dei  snoi  beni  e  mostrare  la 
sua  devozione  anche  ai  vicini  padri  di   S.  Francesco  (1). 

Oggi  la  chiesa,  ramrnodernata,  ha  di  notevole,  nelP  interno, 
una  tela  del  Seicento  con  S.  Carlo  Borromeo,  forse  di  scuola 
bolognese,  e  d'  antico  serba  l'abside  e  il  portale  sormontato  da 
bifora  a  tutto  sesto.  La  i)orta  sul  fianco  settentrionale  con 
sull'architrave  le  parole  «  Società»  cordigeromm  1618  »  è  di 
recente  fattura  e  non  può  essere  stata  trasportata  dal  piccolo 
convento  dell'  isoletta  del  lago  sefrano,  come  alcuno  crede.  Del 
convento  secolarizzato  durante  il  regno  italico  di  Napoleone  I, 
non  restano  che  il  chiostro  —  dove  si  vedono  gli  nrchi  chiusi  — 
e  alcune  stanze  di  cui  una  assai  grande,  forse  quella  che,  secondo 
la  tradizione,  servì  alle  adunanze  di  un  capitolo  provinciale  (2). 
Da  pochi    mesi  vi    rombano  i  motori  di  un  molino  elettrico. 


(1)  Castel  S.  Giovanni    di    Finnaiuata,    2    febbr.    1407.   «  Volens  visitare 

ecclesiani  S.   lacobi  apostoli Itein  reliqnit    plel)i  de  Plorano    dnode- 

ciin  denarios,  operi  ecclesie  S.  Francisci  de  l'ioraco  diios  solid.  den.  Item 
prò  operibus  occlesiaruni  8.  lohannis,  S.  Racchiani,  Sancte  Marie,  S.  Petri 
et  S.  Pauli  12  den.  prò  ipsaruni  qualibet.  Item  operi  S.  Cassiaui  5  solid. 
den.  »  Arch.  not.  di  Cam.  Rogiti  di  Bartolomeo  di  Nicola  nel  primo  dei 
due  bastardelli  esistenti  al  n.  33  della  cred.  5.  Le  chiese  qui  nominate  pos- 
sono fare  intendere  quanto  grande  ne  fosse  il  numero  nelle  nostre  valli  fino 
al  Settecento.  A  S.  Francesco  erano  due  campane:  la  più  grossa  portava  la 
solita  scritta  «  Mentem  sanctam  spontaneam  eie.  indi  »  Petrus  Curpensis  fecit 
MCCCCLXXXXVIIII.  Sulla  minore  si  leggeva:  MCCCCIII  M.  Antonins  me 
in  veneciis  M.  »  La  prima  si  ruppe  nel  1881  e  fu  rifusa  a  fare  la  nuova 
campana,  come  si  ha  da  Ludovici  Ludovico,  Relazione  di  tina-  nuova  cam- 
pana fusa  dai  fratelli  De  Poli  di  Fittorio  Veneto  nel  settembre  del  188 L  s.  1. 
d.  stampa. 

(2)  CiVAi.Li  op.  cit.  74  che  assegna  il  capitolo  al  1326  con  manifesto  er- 
rore, che  il  convento,  secondo  il  Wadding,  stette  fino  al  1327  nelP  isoletta 
di  Malpasso. 


—  93  — 

Ben  venj^ano  le  feconde  api»licazioni  della  scienza  quando 
aieno  senza  offesa  di  quella  vita  spirituale  che  si  nutre  delle 
bellezze  naturali  ed  artistiche.  Qui  il  carbone  bianco  fornisce 
nuovo  alimento  all'industria  della  carta,  madre  ed  altrice  della 
possente  invenzione  onde  fu  la  moderna  civiltà:  ma  da  esso  si 
aspetta  un  altro  non  meno  grande  benefìcio:  la  ferrovia  Càstel- 
raimondo-Nocera,  alla  cui  costruzione,  fatta  ragione  dei  tempi,  si 
oppongono  minori  difficoltà  e  minori  spese  di  quelle  die  ebbero 
a  superare  e  sostenere  i  Komani  ])er  congiungere  Prolaqueum 
con  Nuceria  Camellaria. 

Da  più  che  due  secoli  sono  andati  scomparendo  i  laghi  a 
monte  di  Pioraco,  sostituiti  da  pingui  pascoli  che  la  reverenda 
Camera  Apostolica  dal  Cinquecento  al  Settecento  affittò  o  ce- 
dette per  ridicoli  canoni.  Scemò  la  pesca  dei  celebrati  gamberi 
e  capeiciotti:  non  così  che  il  comune  di  Pioraco  non  sentisse 
il  bisogno  di  anteporre,  nel  proprio  stemnni,  con  apparenza  di 
retrivismo,  il  gambero  ad  altro  qualsiasi  simbolo  che  raffiguras- 
se 1'  operosità  industriale  (1).  Ma,  se  il  disi)arire  dei  laghi  fece 
che  una  parte  del  fondo  della  valle,  nei  pressi  di  Fiuminata, 
fosse  posta  a  cultura  e  producesse  foraggi,  cereali  e  legumi,  è 
probabile  che  ciò  concorresse  a  rendere  i)iù  frequenti  quelle 
inondazioni  che    attrassero    l' attenzione    degli    ingegneri    della 


(1^  PiGORiNi  Beri  C.  Il  venerdì  santo  a  Pioraco  in  Natura  ed  Arte  anno 
V,  1895-96,  746.  Sul  pulpito  della  chiesa  plebale  era  scolpito  in  legno  e  di- 
pinto un  gambero  rosso  su  campo  azzurro,  forse  in  memoria  di  un  preteso 
miracolo  seguito  nel  1594,  quando,  dopo  una  terribile  alluvione  che  allagò 
il  paese,  si  vide,  ritiratesi  le  acque,  un  gambero  ancor  vivo  sulla  predella 
di  un'  altare  della  chiesa  di  S.  Francesco.  Pare  che  quell'  ornamentazione 
del  pulpito  del  Sei  o  Settecento  bastasse  a  giustificare  la  proposta  attuata 
una  trentina  d'  anni  fa  di  porre  il  gambero  al  naturale  su  campo  rosso 
nello  stemma  del  comune  dove  in  passato  era  stata  la  figura  del  patrono 
S.  Vittorino,  come  dimostra  un  timbro  in  ferro  colla  data  *17l4  e  le  parole 
'<  comunitas  castri  Ploraci  »  Si  volle  ripudiare  il  santo  in  nome  dei  tempi 
nuovi  e  si  prese  per  insegna  un  crostaceo  che  nella  opinione  volgare  è  la 
negazione  del  progresso.  Cecità  frettolosa!  Preferiamo  pure  la  zoologia  alla 
storia,  ma   siamo  più  oculati  ^  più  cauti. 


—  94  — 

Camera  Apostolica  fin  dal  1702  e  che  ora  impongono  al  genio 
civile  dello  stato  italiano  la  costruzione  di  nuovi  e  potenti 
argini  (1). 


La  pesca  e  l' industria  della  carta  dovettero  ben  presto  ri- 
volgere i  pensieri  dei  laboriosi  Pioracbesi  a  fini  pratici  —  a 
questi  oggi  s'  informa  quasi  esclusivamente  la  loro  attività, 
secondo  vogliono  i  temjù  —  :  ma,  poiché  la  prosi)erità  materiale 
fu  sempre  stimolo  alla  elevazione  degl'  intelletti  e  degli  animi, 
non  tacquero  in  essi  i  bisogni  dello  spirito,  ^on  sapremmo  dire 
quali  esempi  imitabili  di  opere  artistiche  dessero  a  Pioraco 
nelle  proprie  case  i  Varano.  Le  decorazioni  pittoriche  alle  quali 
abbiamo  accennato  furono,  assai  verosimilmente,  di  disegno  rozzo 
e  prive  di  vera  im})ronta  d'arte,  se,  come  è  lecito  congetturare, 
uscirono  da  quel  medesimo  pennello  a  cui  si  debbono  le  altre 
di  Beldiletto  e  di  8.  Anatolia,  più  atte  a  col[)ire  colle  dimen- 
sioni delle  figure  e  colla  vivezza  dei  colori,  che  non  colla  pu 
rezza  delle  linee  e  la  forza  dell'  espressione.  Ma,  a  prescindere 
dallo  scultore  Armanno  da  Pioraco  che  lasciò  il  suo  nome  in 
uno  dei  leoni  che  ai)partennero  ad  un  portale  della  antica  cat- 
tedrale di    Camerino  (ultimi  decenni    del  sec.   XIII),  (2)   tracce 


(1)  Angelo  Benigni  che  scrisse  i  suoi  Frammenti  historiali  della  città  di 
Camerino  verso  il  1660  (Ms.  della  Valentiniana  e.  313)  ci  fa  sapere  che  ai 
suoi  tempi  il  lago   di    Pioraco    era  quasi  riempito. 

Un  architetto  della  R.  Camera  Apostolica,  Sebastiano  Cipriani,  incaricato 
nel  1702  di  studiare  i  rimodi  atti  a  salvare  dalle  inondazioni'  del  Potenza  i 
prati  e  i  campi  di  Fiuminata  propose  anzitutto  il  divieto  di  coltivare  le  ter- 
re adiacenti  al  fiume.  Arch.  di  Stato  in  Roma,  Tesoreria  di  Camerino,  III, 
1701-1717. 

(2)  I  due  leoni  in  pietra  cornea  oggi  esistenti  nel  sotterraneo  del  duo- 
mo —  dove  dell'  antica  chiesa  romanica  si  conservano  altri  pochi  fram- 
menti —  appaiono  della  stessa  mano,  benché  portino  due  diverse  iscrizioni. 
Nella  base  di  uno  di  essi  in  caratteri  gotici  si  legge:  Magister  Armanus  de 
l'ioraeo  fecìt  hoc  opus.  Vittorio  Aleandri  (Due  leoni  e  maestro  Armanno  da 
Pioraco  in    Chienti  e    Potenza,  Camerino    1904,   7  febbraio)  sulle    orme    del 


—  95  — 

notabili  lasciarouo  di  sé  artefici  ignoti  nelle  due  chiesette  del 
Crocifisso  e  di  8.  Sebastiano.  La  prima,  più  antica,  fuori  del 
paese,  a  valle  e  accanto  al  fiume  —  di  una  strana  architettura 
per  le  parti  onde  si  compone  l'edificio  in  cui,  però,  i  costoloni 
di  una  piccola  abside  e  qualche  finestra  attestano  della  origine 
remota  —  contiene  una  maestà,  che  oggi  costituisce  1'  altare, 
ivi  trasportata,  dicono,  dalla  vicina  riva  del  fiume.  La  Vergine 
col  Bambino  nel  cavo  di  un  arco  e  i  due  angeli  nelle  pareti 
di  esso  —  figure  dipinte  nel  Quattrocento  e  assai  guaste  dai 
ritocchi  —  ci  parvero  cose  poco  pregevoli.  Assai  bello  è  invece 
qualche  volto  affrescato  sui  muri  della  maestà  nei  quali  è  age- 
vole discernere  due  e  ])ertìno  tre  strati  d'  intonaco  dipinto.  Un 
tabernacolo  in  legno  coli'  Annunciazione  ricopre  la  parte  ante 
riore  dell'altare  e  il  medesimo  soggetto  in  affresco  del  secolo  XVI. 

Tutta  adorna  di  pitture  votive  era  un  tempo,  come  ogni 
visitatore  può  vedere,  la  chiesetta  di  8.  Sebastiano  situata  nel 
borgo  e  già  minacciata  di  distruzione  dall'irresistibile  avanzare 
del  trionfale  industrialismo,  moderno  rappresentato  dall'ampia 
cartiera  ora  in  costruzione.  Qua.  e  là,  sotto  l'intonaco,  si  veg- 
gono figure  di  santi  non  senza  qualche  segno  di  bellezza  arti- 
stica e  di  quell'intima  fede  che  nelle  frequenti  jK'stilenze  traeva 
le  turbe  i)erco8se  di  terrore  a  prostrarsi  dinanzi  agli  altari  di 
8.  Sebastiano  e  S.  Rocco.  Questi  due  santi  sono  raffigurati 
sulla  parete  di  destra  con  buon  disegno  e  col  rosso  crudo  che 
è  caratteristico  delle  jtitture  murali  delle  chiese  di  cam])agna. 
Chi  scoprisse  diligentemente  questi  affreschi  vi  troverebbe,  oltre 
iscrizioni  votive  e  date  del  secolo  XV  e  XVI,  alcun  buon  se- 
gno dei  tempi  felici  dell'  arte.  Ai  quali  pure  appartengono, 
ma  solo  per  la  cronologia,  le  figure  affrescate,  assai  mal  ridotte, 
ancor  visibili  sulle  pareti  della  scaletta  che  conduce  alla  tribu- 
na dell'  organo  nella  pieve  di   S.  Vittorino. 

Di  gran  lunga  superiore  alle  rappresentazioni   i)ittoriche  qui 


Larjzi  credette  di  scorgere  in  una  delle  iscrizioni  alcune  lettere  greche.  Noi 
siamo  d'altro  avviso.  Ma  sarebbe  fuor  di  luogo  chiarire  qui  questo  problema 
di  epigrafia, 


—  96  — 

sopra  ricordate  è  da  giudicare  un  angelo  su  tavola  -  già  si)or- 
tello  di  armadio  —  in  atto  di  compiere  la  salutazione  alla  Ver- 
gine, posseduto  dal  rev.mo  monsignor  Ludovici.  La  grazia  del- 
l'attitudine e  la  soavità  dell'espressione  lo  fanno  assai  pregevole, 
cosicché,  secondo  la  nostra  impressione  di  profani,  esso  non 
sarebbe  al  tutto  disgradato,  se  figurasse  a  fianco  della  mirabi- 
le Annunciazione  di  Girolamo  di  Giovanni  nella  pinacoteca  di 
Camerino.  QuCvSto  angelo  (secolo  XV)  e  un  camino  in  pietra 
con  eleganti  fregi  cinquecenteschi  ci  parvero,  sotto  il  risi)etto 
artistico,  le  cose  migliori  di  quante  relative  alle  memorie  locali 
adunò  con  lungo  amore  nella  sua  raccolta  il  volonteroso  i)ievano 
monsignor  Ludovici  al  quale  ci  piace  render  qui  i)ubbliclie  grazie 
della  liberale  cortesia  onde  favorì    le  nostre  ricerche. 


«<^      fe^ 


Nota    E 


DI  ALCUNI  RAPPORTI  DEI  VARANO  COI  GONZAGA 


Sommario:  Le  lettere  scritte  dai  Varano  ai  Gonzaga  sono^  per  lo  pivi,  offi- 
ciose —  Trattano  d'  invio  di  doni,  chieggono  notizie,  raccomandano 
persone,  alcune  delle  quali  ci  sono  alFatto  ignote  —  I  Varano  chiede- 
Tano  spesso  il  dono  di  cavalli  delle  celebri  scuderie  dei  Gonzaga  e  lo 
ricambiavano  con  prodotti  dell'  Appennino  camerinese  —  Eapporti  d'Isa- 
bella D'Este  con  Fabrizio  Varano,  vescovo  di  Camerino  —  Notizie  di 
questo  umanista,  che  fece  parte  dell'  accademia  romana  —  Altre  rela- 
zioni d'  Isabella  D'  Este  con  altri  Varano  e  specialmente  con  Caterina 
Cibo-Varano. 

I  Gonzaga  e  i  Varano,  divisi  dalla  grande  distanza  dei  due 
principati,  benché  affini  (certo,  per  le  nozze  di  Battista,  figlia 
di  Costanza  Varano  Sforza,  con  Federico  di  Montefeltro  il  cui 
tìglio  sposò  Elisabetta  Gonzaga),  non  ebbero  frequenti,  assidui 
rapporti:  ma  questi  furono  ispirati  a  simpatia  e  benevolenza. 
Le  non  numerose  lettere  dei  Varano  custodite  nell'  archivio 
Gonzaga  di  Mantova,  delle  quali  siamo  informati  —  le  piìi  degli 
ultimi  quindici  anni  del  secolo  XV  e  dei  primi  del  XVI  —  con- 
tengono couuinicazioni  di  notizie  politiche,  o  di  eventi  domestici, 
richieste  e  scambi  di  servigi  e  favori,  o  raccomandazioni  di 
persone  e  dimostrano  che  le  due  famiglie  si  trattavano  con  la 
officiosa  cordialità  propria  delle  persone  che  sanno  di  non  avere 
interessi  comuni.  In  più  stretti  rapporti  furono  nel  1496,  allorché 
due  figli  di  Giulio  Cesare  Varano,  Annibale  e  Venan?.io,  cam- 
peggiarono contro  i  Francesi  nell'  Italia  meridionale,  dove  a 
combattere  contro  gli  stranieri  si  trovò  anche  il  marchese  Fran- 

1  —  itti  e  Memorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912. 


—  98  — 

Cesco  Gonzaga  stipendiato  dalla  repubblica  veneta  (1).  In  quel- 
l'occasione Venanzio  si  ebbe  particolari  segni  di  cortesia  dal  mar- 
chese di  Mantova,  di  che  Giulio  Cesare  ringrazia  il  Gojizaga  con 
lettera  da  Camerino  del  27  dicembre  1496^  mentre,  in  altra  lettera 
colla  stessa  data  ad  Isabella  le  rinnova  la  preghiera  di  tornare  a 
Camerino  per  farvi  lungo  soggiorno  (2).  Più  tardi,  nel  1501,  lo 
stesso  Venanzio  Varano,  per  cagione  a  noi  ignota,  ebbe  a  so- 
stenere le  sue  ragioni  dinanzi  al  marchese  di  Mantova  in  una 
controversia  giuridica  con  uno  Stefano  da  Vergara  e  però  mandò 
a  Mantova  messer  Ricciardo  Fontani  da  Cerreto  di  Si)oleto, 
uditore  del  signore  di  Camerino  e  della  medesima  famiglia  da 
cui  uscirono  il  grande  Gioviano  e  il  minore  umanista  Tommaso  (3). 
Alcune  lettere  dei  Varano  ai  Gonzaga,  presentando  qualche 
inviato  e  pregando  di  prestargli  intera  fede,  dissimulano  la  trat- 
tazione di  negozi  delicati,  secondo  il  costume  dei  tempo,  che,  in 
politica,  alla  lettera  preferiva  il  discorso  per  inter[)osta  persona, 
se  la  prudenza  consigliasse  il  segreto  e  non  si  volesse  che  dei  ne- 
goziati restasse  traccia  o  si  bramasse  di  non  tener  fede  agl'impe- 
gni. Altre  missive  comunicano  o  domandano  notizie  politiche. 
Cosi,  p.  es.,  Annibale  Varano,  con  lettere  al  marchese  del  22 
maggio  e  del  28  luglio  1501,  ti:asmette  novelle  della  guerra 
franco-spagnuola  nel  regno  di  Napoli:  il  22  novembre  dello 
stesso  anno  il  ventenne  Giovanni  Maria  Varano,  1'  ultimo  dei 
figlioli  legittimi    di    Giulio,  dicendosi    «  desideroso  d' intendere 


(1)  Sanudo  M.  Diarii,  I  93,  103,  183  (Venezia,  1879)  e  Luzio-Renier, 
Mantova- Urbino,  87,  90.  Venanzio  Varano  al  principio  della  guerra  (primi 
di  ottobre  del  1495)  era  caduto  prigioniero  dei  Francesi.  M.  Sanudo,  Spedi- 
zione di  Carlo  Vili  in  Arch.  veneto,  1873,  632,  LlLi,  II,  243.  Altra  breve 
prigionia,  per  opera  degli  Orsini,  gli  toccò  insieme  collo  zio  materno  di  sua 
moglie,  il  duca  d'  Urbino,  nel  gennaio  del  '97.  M.  Sanudo,    Diarii,  I,  496. 

(2)  «  Adcadendomi  questo  messo  non  ho  voluto  venga  senza  questi  po- 
chi mei  versi  alla  E.  V.  rechiedendola  de  fede  che  '1  me  voglia  osservare 
quanto  quella  me  promesse  che  '1  venga  ad  stare  qua  in  questi  soi  lochi 
cum  uni  almeno  per  dui  mesi  certificandola,  che,  venendo  ad  me  serra  tanto 
piacere  quanto  mai  altro  potesse  recevere.  » 

(3)  Camerino  13  aprile  1501, 


—  99  — 

qualche  nova  utile  presertim  ad  questa  afflicta  Italia  »  chiede 
d'  essere  informato  delle  «  cose  quale  se  tractano  nella  Germa- 
nia ed  appresso  la  Cristianissima  Maestà  di  Francia  >>  e,  circa 
un  mese  dopo,  lo  stesso  Giulio  mandava  a  Mantova  il  proprio 
cancelliere  Silvio  per  intendere  il  concilio  dell'  imperatore  Mas- 
similiano: parole  che  si  riferiscono  manifestamente  al  trattato 
di  Trento  e  al  convegno  di  Blois  (1). 

La  visita  d'  Isabella  a  Camerino  concorse  a  rendere  i  Va- 
rano pili  deferenti  e  devoti  alia  corte  di  Mantova:  il  che  si 
vede  nelle  lettere  scritte  da  essi  doiio  il  '94  per  dare  o  chie- 
dere novelle  della  salute  o  i)artecipare  qualche  nascita  in  fami- 
glia. Dà  una  di  esse  apprendiamo  che  nel  maggio  o  giugno  1501 
venne  al  mondo  Sigismondo  Varano,  l'infelice  figlio  di  Venanzio 
e  di  Maria  Della  Rovere  (2). 

Delle  persone  raccomandate  dai  Varano  ai  Gonzaga  possia- 
mo credere  che  fossero  degne  di  protezione  il  venerabile  frate 
Andrea  da  Niano  «  procuratore  et  executore  de  Santo  Spirito  di 
Eoma  »  e  il  gentiluomo  perugino  messer  Girolamo  Della  Stafi'a.  Ma 
si  potrebbe  dubitare  che  fosse  cittadino  santissimo  quel  Branca, 
nato  suddito  del  duca  di  Urbino  e  mandato  a  Gubbio  da  Gio- 
vanna Malatesta-Varauo  il  10  aprile  del  '94,  appena  Isabella  si  fu 
allontaiuita  da  Camerino,  acciò,  munito  di  calda  commendatizia, 
chiedesse  alla  marchesa  di  Mantova  una  grazia  molto  desiderata. 
Kifugiatosi  a  Camerino  dopo  aver  commesso  un  omicidio  nel 
ducato  urbinate  e  allogatosi  presso  il  Varano,  per  mezzo  di 
questo  aveva  ottenuto  l'assoluzione  dal  bando  ed  ora  colla  me 
diazione  d'Isabella  sperava  di  conseguire  la  grazia  anche  dalla 
pena  pecuniaria  a  cui  era  stato  condannato.  Del  resto,  senza 
dire  che  ignoriamo  affatto  i  motivi  e  le  circostanze  del  reato, 
perche  dovremmo  fare  alte  meraviglie  della  protezione  accordata 


(1)  Cf.   Cipolla  C.  Storia  delle  signorie  ifaliaiie,  Milauo,   1881,  p.  784. 

(2)  Lettera  di  Venauzio  al  marchese  e  alla  marchesa,  Cameriuo.  2  giugno 
1501.  Rubrica  Eoma.  Il  26  maggio  1500  Giulio  Cesare  scriveva  da  Ca- 
meriuo ai  coniugi  Gonzaga  per  congratularsi  della  nascita  di  un  tìglio  ma- 
schio che  fu  Federico,  primo  duca  di  Mantova, 


—  100  — 

agli  omicidi  da  qualche  principe  del  Rinascimento,  mentre,  i)ur 
nella  nostra  raffinata  civiltà,  i  malfattori  intelligenti  hanno 
tanta  fortuna?  (1) 

Nulla  sappiamo  di  quel  maestro  Niccolò  fiorentino,  familiare 
del  marchese,  che  da  Mantova  s'era  recato  a  Camerino  e  della 
cui  opera  il  Varano  si  loda  in  una  lettera  al  Gonzaga  del  18 
luglio  1485.  Dalla  Toscana  si  spargevano  allora  per  tutta  Italia 
numerosi  artefici  dei  quali  talora  conosciamo  soltanto  il  nome, 
come  di  questo  maestro  Niccolò,  tal' altra  solo  le  attitudini,  oltre 
il  nome,  come  di  quell'  Adriano,  fiorentino  anche  lui,  versatile 
artista,  scultore,  medaglista,  improvvisatore  e  musico,  che  Eli- 
sabetta Gonzaga,  duchessa  di  Urbino,  raccomandava  al  fratello 
nel  maggio  del  1495  (2).  Ci  è  pure  ignoto  quel  messer  Alberto, 
suddito  del  duca  di  Milano  e  uomo  di  grande  ingegno  col  quale 
Giulio  Cesare  Varano  dice  di  aver  conferito  su  «  alcuni  dise- 
gni i)ertinenti  a  lo  uso  militare  et  expugnatione  di  terre  » 
nell'  atto  che  lo  invia  a  Milano  e  lo  raccomanda  a  Ludovico 
il  Moro  (3). 

Tutti  sanno  che  le  corti  italiane  del  Rinascimento  solevano 
scambiarsi  doni,  massime  cose  mangerecce,  prodotti  delle  terre 
rispettive.  Da  Urbino  e  da  Pesaro  partivano  alla  volta  di  Fer- 
rara., Mantova  e  Milano  mazzi  di  fichi  secchi  e  talvolta  il  vino 
di  pome  granate  di  Roccaeontrada  (Arcevia)  del  quale  fa  parola 
al  duca  di  Milano  Giacomo  Giordani  da  Pesaro  (4).  Da  Mantova 
a  Ferrara  viaggiavano  spesso  i  rinomati  carpioni  del  Garda  (5). 
I  Varano  di  Camerino  solevano  presentare  gli  amici  di  carni 
salate  non  alterabili  nei  lunghi  viaggi  e  abbondanti  nell'  alta 
Marca  allora  che  folti  boschi  coprivano  colli  e  monti,  soprattutto 


(1)  Lettere  di    Giulio    Cesare    al    marchese    14    dicembre    1491  e  13  ott. 
1501.  Lettera  di  Giovauna  Malatesta  alla  marchesa,  Cameriiio  10  aprile  1494. 

(2)  Luzio-Renier,   Mantova  e   Urbino,   84, 

(3)  Camerino  24  ott.   1498,  Arch.  di  Milano,   Potenze    estere,    Camerino. 

(4)  11  febb.  1458  Arch.  di  stato  di  Milano.   Pesaro.  Dai    carteggi  di  que- 
st'  archivio  e  di  quello  di  Modena  risulta  V  invio  dei  lichi  secchi. 

(5)  Luzio-Renier,  Mantova  -  Urbino^  57. 


—  101  — 

intorno  alla  nostra  città,  e  alimentavano  di  ghiande  saporose 
stuoli  di  suini,  come  accade  tuttora  in  qualche  parte  dell'  A- 
bruzzo.  Facemmo  già  ricordo  dei  prosciutti  e  delle  lingue  e 
teste  salate  che  Giulio  Cesare  offerse  alla  marchesana  nel  '94. 
Cinque  anni  dopo  è  menzionato  un  altro  dono  de  alcìini  frutti 
della  montagna  che  pensiamo  consistesse  delle  solite  carni  sa- 
late (1).  Il  19  nov.  1500  Annibale  Varano  manda  al  marchese 
«  dieci  para,  de  tracossi  de  carne  salata  fructi  de  quisti  pagisi  » 
e  aggiunge:  «  son  pochi  ad  ciò  che  le  sappiano  migliori  »  Que- 
ste offerte,  semplici  e  un  pò  rusticane,  davano  ardire  ai  Varano 
di  chiedere  il  ricambio  di  dono  ben  più  prezioso  e  desiderato 
che  non  fossero  i  prosciutti  e  i  tracossi,  vogliam  dire  i  cavalli, 
dei  quali  era  dovizia  nella  signoria  gonzaghesca.  La  razza  man- 
tovana, la  prima  d' Italia  (2),  dava  prodotti  assai  ricercati  così 
per  i  palli,  come  per  la  guerra:  e  i  figlioli  del  signore  di  Ca- 
merino ne  domandarono  più  volte  al  marchese.  Nel  1500  An- 
nibale Varano  lo  ricercava  di  un  barbero  e  Venanzio,  1'  anno 
seguente,  di  un  friscione  (frisone,  olandese),  la  razza  preferita 
per  gli  usi  militari  (3).  Il  Gonzaga,  alla  sua  volta,  profittava 
di  quanto  il  territorio  di  Camerino  poteva  fornirgli.  Sappiamo 
dell'invio  a  Mantova  di  due  asini  riproduttori  e  di  due  aquile: 
quelli  rappresentavano  un  prodotto  jìroverbi  al  mente  noto  nelli, 
Marca  inferiore,  ma  jiiuttosto  scarso  nel  territorio  di  Camerino, 
come  si  ])uò  arguire  dalle  parole  dello  stesso  donatore,  il  Va- 
rano: queste,  le  aquile,  strappate  ai  rupestri  nidi  dell'Appennino, 
erano    allevate  nello    stanzone  munito    di    rete,  che    è    notato 


(1)  Giulio  Cesare  al  marchese  12  aprile   1499. 

(2)  Cf.  Cavriani  C.  Le  razze  gonzagheache  di  cavalli  nel  Mantovano  e  la  loro 
influenza  sul  puro  sangue  inglese,  con  documenti  inediti,  in  Rassegna  contem- 
poranea, Roma,   1909,  fase.  Ili,    117-.S2,  IV,   106-109. 

(3)  La  lettera  di  Annibale  è  del  15  maggio  1500,  quella  di  Venanzio  del 
12  aprile  1501.  A  questa  ne  segui  un'  altra,  pure  c^.i  Venanzio,  indirizzata 
ad  Enea  Forlani,  uno  dei  segretari  del  marchese,  e  chiedente  lo  stesso 
favore. 


—  102  — 

nell^  inventario  del    palazzo    varanesco  (l).    Tra  i  nostri    monti 
s' incontrava  ancora  qualche  capriolo  (2). 

Oltre  la  politica,  la  milizia  e  lo  sport  diedero  occasione  e 
alimento  alle  relazioni  dei  Varano  coi  Gonzaga  lo  spirito  della 
Rinascenza  e  l'intellettualità  d'  Isabella  D'Este.  Costei  qualche 
mese  dopo  la  visita  fatta  a  Camerino,  avuta  notizia  da  Teofilo 
Collenuccio,  figlio  dell'umanista  Pandolfo,  che  Fabrizio  Varano 
di  Rodolfo  IV,  fin  dal  giugno  del  1482  vescovo  di  (Jamerino, 
aveva  composto  versi  ad  imitazione  di  altri  di  Alfano  Alfani 
da  Perugia,  scrisse  a  Fabrizio  chiedendogliene  cojìia.  Questo 
componimento,  secondo  le  parole  della  marchesa,  era  «  fatto  con 
tale  arte  che  chi  lo  legeva  a  la  directa  laudava  una  donna, 
chi  cominciava  a  la  fine  d'  esso,  legendolo  indreto  al  reverso, 
era  tuto  contrario  e  la  vituperava  ».  Tanto  più  Isabella  si  di- 
ceva bramosa  di  avere  quel  bizzarro  componimento,  poiché  aveva 
inteso  essere  Fabrizio  persona  virtuosa  et  docta:  parole  che  ci 
fanno  ritenere  che  egli,  forse  perchè  lontano,  non  avesse  cono- 
sciuta la  marchesa  nel  tempo  della  visita  di  lei  a  Camerino. 
Il  vescovo  rispose  in  questi  termini:  «  111. ma  et  Ex. ma  Domina. 
Ricevuta  la  lettera  di  V.  E.  mandai  subito  uno  mio  ad  Came- 
rino per  satisfare  ad  la  domanda,  non  ad  la  expectativa  de  quella: 
li  quali  retrovati  gli  mando.  Non  che  io  i)resuma  quelli  esser 
degni  non  dico  de  comparire  al  conspecto,  ma  né  essere  ascoltati  da 
la  E.  V.  desideroso  demonstrarli  etiam  in  minimis  voler  satisfarli 
comò  afiectionatissimo  mancipio.  Tali  quali  sono  gli  mando: 
però  che  non  furono  composti  i)er  elegantia  né  per  fama,  ma 
per  prova  se  erano  possibili  ad  farsi,  così  volgari  corno  latini 
et  sì  comò  potrà  cognoscere  in  essi.  Essendo,  come  sono,  inele- 
ganti, cognoscerà  non  esser  mio  tale  exercitio.  Quale  sia  de 
Alfano  o  tnio  non  lo  recognosco  per  non  averci  trovato  el  titulo, 
né  in  ciò  faccio    difficoltà  essendo  infra    ambedue  un'  anima  in 


(1)  Giulio  al  marchese  20  maggio    1501  e  Annibale    allo    stesso    19    nov. 
1500. 

(2)  Vedi  lettera    di    Caterina    Cibo-Varano    da    Camerino  11  agosto  1530 
nelle  nostre  Notizie  e  documenti  sulla  vita  di  Cai.    Cibo,   265. 


^   Ì03  — 

iiiodo  che,  mentre  tale  rasonamento  era  infra  de  noi,  volendo 
exemplificare,  quello  che  volevamo  intendere  con  la  penna, 
benché  separati,  componessimo  uno  medesimo  verso  et  havuta 
insieme  qualche  dolce  parola  de  la  nostra  unanimità,  esso  ne 
compose  uno  et  io  1'  altro.  Attribuisca  V.  S.  Ill.ma  il  megliore 
ad  Alfano  et  1'  altro  ad  me:  et  h avevo  facto  in  lo  medesmo 
artificio  uno  sonecto  borchiellesco  quale,  per  non  haverlo  re- 
trovato, non  lo  mando.  Queste  simili  rime  i)rimo  aspectu  apaiono 
alquanto  durecte  o  aspre  ad  legere  ])er  la  difficile  loro  composi - 
tione.  Me  rendo  certo,  vedendosi  tal  principio,  per  li  ingegni  de 
li  vostri  de  là  ss  ne  faranno  de  più  eleganti  et  che  più  piaceran- 
no ad  V.  Ex.  Ad  noi  basterà  haverli  retrovati  in  tale  artificio. 
Me  lacomando  iterum  ad  piedi  di  quella.  Ex  S.  Anatolia  XI 
oct.  1494  .  (1)  Da  questa  lettera  impariamo  che  Fabrizio  poetò 
anche  in  volgare  e  si  dilettò  di  quei  giocherelli  poetici,  come 
li  chiama  il  Renier,  che  sono  i  versi  retrogradi,  e  delle  bizzarrie 
del  famoso  Burchiello,  rinnovate  dal  Pistoia.  Giovanetto,  aveva 
studiato  nell'università  di  Perugia,  dove  si  legò  di  fraterna  amicizia 
con  Alfano  Alfani  (2).  Che  negli  anni  primi  gli  fosse  precettore 
Lodovico  Lazzarelli,  vissuto  per  qualche  tempo  alla  corte  di 
Giulio  Cesare  Varano  e  beneficato  anche  dal  vescovo  Fabrizio, 
fu  scritto  dal  Turchi  e  dal  Lancellotti  (3),  ma  non  è  provato  e 


(1)  Luzio-Renier.  La  coltura  e  le  relazioni  letterarie  d' Isabella  I)'  Eate, 
in  Giornale  storico  della  letteratura  Italiana,  XXXIX,  249-50,   1902. 

(2)  Giulio  Cesare  Varano,  scrivendo  da  Camerino  (16  ottobre  1474,  Ar- 
chivio fiorentino.  Carteggio  mediceo,  F^  30,  n.  984)  prega  Lorenzo  dei  Me- 
dici di  permettere  che  Bernardo  Lippi  da  Arezzo,  avvocato  generale  della 
Curia  della  Marca  d'  Ancona  e  scudo  di  ttitti  i  fioi-entini  in  questa  provìncia, 
mandi  a  studiare  a  Perugia,  piuttosto  che  a  P'sa,  un  suo  figliolo  di  17  anni 
dimorante  nella  corte  varanesca,  affinchè  sia  affezionato  compagno  al  nepote 
di  Giulio,  il  magnifico  Fabrizio  che  lo  zio  intende  mandare  allo  studio  di 
Perugia.  Da  questa  lettera  è  dato  inferire  che  Fabrizio  fosse  coetaneo  del 
figliolo  di  Bernardo  Lippi  o  avesse  qualche  anno  di  meno  e  quindi  fosse 
nato  tra  il  1457  e  il  1460.  L'  amico  di  lui  crediamo  possa  identificarsi  con 
quel  Lorenzo  Lippi  Collense  mentovato  dal  Gikaldi  (De  poetis  nostrornm  tem- 
porum,  ediz.  Wotke,  Berlin,  1894,  24)  e  dal  Lancellotti    (Bombyx,  21). 

(3)  Turchi,  Carutrinum  saorum,  297,  Lancellotti,    Bombyx^  9, 


—  104  — 

non  è  in  tutto  probabile,  che  il  poeta  setteinpedano  superava 
Fabrizio  solo  di  pochi  anni,  ne  questi  chiama  il  Lazzarelli  con 
altro  titolo  che  di  vate  nei  versi  a  lui  consacrati  ed  editi  dal 
Lancellotti.  Chi  che  si  fosse  il  suo  maestro,  è  certo  che  avanzò 
sicuro  negli  studi  e  compose  molti  carmi  latini  non  privi  di 
correttezza  e  fluidità  che  si  leggono  in  alcuni  codici  della  bi- 
blioteca Fabretti  di  Perugia  e  dei  quali  pubblichiamo  quello  in 
lode  del  marchese  di  MantoviR,  preteso  vincitore  a  Fornovo  (6 
luglio  1495).  (1)  Quanto  il  vescovo  camerte  sapesse  di  critica 
dei  testi  e  di  archeologia  apparisce  dai  suoi  rapporti  con  Aldo 
Manuzio,  che  ce  lo  rivelano  ricercatore  di  manoscritti  greci  (2), 
da  una  lettera  a  lui  indirizzata  dal  jioeta  spoletino  Pier  Giu- 
stolo,  in  cui  si  discorre  di  una  interpretazione  proposta  da  Fa- 
brizio di  un  passo  di  Claudiano  (3),  da  un'  altra  lettera  del 
nostro  vescovo  diretta  all'Alfani,  dove  è  parola  di  una  variante 
di  un  passo  di  Plinio  (4),  dalla  partecipazione  alla  ristamjia  di 
Tolomeo  (5)  e  soprattutto    dall'  oi)uscolo   Gollectanea   Urbia,  che 


(1)  Appendice,  IV. 

(2)  Una  missiva  di  Scipione  Carteromaco  ad  Aldo  Manuzio  (19  aprile  1505 
da  Roma  dove  pare  soggiornasse  allora  il  vescovo  di  Camerino,  cf.  Liu,  11, 
272)  attesta  che  il  grande  editore  trattava  con  Fabrizio  per  acquistare  da 
lui  un  esemplare  di  Ateneo.  Uu'  altra  lettera  dello  stesso  Carteromaco  (Roma 
14  aprile  1507)  al  Manuzio  fa  ricordo  di  un  viaggio  dello  scrivente  nella 
Marca  e  a  Bologna  insieme  col  cardinal  Farnese  e  di  domande  rivolte  a 
Fabrizio  per  avere  quelli  opuscoli  di  Virgilio  che  dovevano  servire  per  la 
stampa  dopo  essere  stati  corretti  dal  Varano.  Da  questa  lettera  si  ha  che  il 
vescovo  possedeva  una  sua  casa  a  Fabriano,  Dr  Nolhac  P.  Lea  correapon- 
danta  d'  Aide  Matinee  in  Studi  e  documenti  di  Storia  e  Diritto,  Vili.  287, 
289-90,   Roma,    1887. 

(3)  Petri  Francisci  Iustuli,  Opera  Academiae  Spoletinae  atudio  ruraua 
vulgata  et  ineditis  aueta,  Spoleto,  1855,  143.  Il  Giustolo  (p.  101)  ricordò  Fa- 
brizio con  lode  e  con  affetto  uell' ecloga  che  prende  nome  da  Genga,  luogo 
allora  compreso  nella   diocesi  di  Camerino. 

(4)  Camerino  26  uov.  1489  in  Conkstabile  Giancarlo,  Memorie  di  Alfa- 
no Alfani,  Perugia,   1848,  p     105-07. 

(5)  Blessich  a.  La  geografia  alla  corte  aragonese  di  Napoli  Roma,  Loescher 
1897,   36-37. 


—  105  — 

dimostra  salda  conoscenza  dei  classici  latini  e  della  topografia 
di  Roma  antica,  che  ebbe  agio  di  studiare  sui  luoghi  (1).  De- 
gli antichi  scrittori  latini  fu  commentatore  lodato  ai  suoi  tempi, 
sicché,  non  molti  anni  dopo  la  sua  morte,  taluno  era  accusato  di 
aver  largamente  attinto  ai  commenti  di  lui  ad  Ausonio,  Solino 
e  Ovidio  (2). 

Dedito  alla  poesia  e  allo  studio  pare  non  si  conìmovesse 
troppo  delle  calamità  pubbliche  —  all'  amico  Alfani  raccoman- 
dava di  non  crucciarsi  della  invasione  dei  Francesi  (3)  —  e  si 
compiacesse  di  soggiorni  campestri.  Da  S.  Anat(>lia  è  scritta 
la  lettera  alla  marchesa  di  Mantova  e  in  Pievetorina,  all'ombra 
di  salici,  presso  ad  ameni  ruscelli,  ricevette  egli  il  Giustolo  (4). 
Ma  non  neglesse  i  suoi  doveri  i)astorali  nei  quali  ci  piace  d'im- 
maginarlo assorto  nel  1489  quando,  scrivendo  al  diletto  amico 
perugino,  si  dice  occupatissimo  in  molte  faccende  e  dei  quali  si 
manifesta  sollecito  in  una  lettera  ad  un  ignoto  cardinale,  un 
protettore  dei  Varano  e  della  città,  per  accompagnare  due  ca- 
nonici della  cattedrale  camerte,  Piermarino  e  Lorenzo,  inviati 
a  Koma  colla  missione  di  ottenere  che  cessino  le  vessazioni  di 
certi  decimatori  esigenti  dal  cajìitolo  somme  non  dovute  (5). 


(1)  Ve(\i  il  raro  libretto  «  De  Roma  \  prisca  et  \  nova  varii  \  autoren  prout 
in  se  I  quenti  \  paj  gella  cer  |  nere  est.  Rome  ex  aedibns  lacobi  Mazochii  Ko. 
Achadeniia  bibliopolae  a  D.  MDXXIII  etc.  Coni' è  noto,  in  questa  ristampa, 
con  aggiunte,  del  De  mirahilibus  Urbis  di  Fkancesco  Albertixi  (cf.  1'  edi- 
zione di  A.  Schmarzow,  Heilbronn,  1886)  a.  e.  140,  è  una  breve  sezione  in- 
titolata. «  Fabricii  Varani  episcojìi  caviertis  de  urbe  collectanea  »  in  cui  si  parla 
delle  porte  e  dei  colli  dell'Urbe.  A  Roma  Fabrizio  fece  soggiorno  più  volte  dopo 
nominato  vescovo  (13  giugno  1482)  e  prima  dell'anno  1500,  sotto  il  pontificato 
di  Innocenzo  VITI  e  Alessandro  VI  (cf.  i  versi  del  Lazzarelli  che  ricordano 
Fabrizio  quale  socio  dell'  accademia  di  Pomponio  Leto  in  Lancellotti  op.  cit. 
123).  Può  tenersi  per  certo  che  egli  partecipò  alle  gite  archeologiche  tra  i 
monumenti  antichi  di  Pomponio  Leto  e  degli   altri  accademici  romani. 

(2)  Mariangeli  Accursii,  Diatribae,  Roma,  Argenti,  1524  s.  u.  d.  e.  e 
Fabricii  Alberti,  Bibliotheca  latina,  Venezia,  Coleti,    1728,  II,  92. 

(3)  CONESTABILE,    op.    cit.    p.    102-04. 

(4)  Lett.  cit.  Spoleto  7  ott.   1499. 

(5)  Camerino  5  settembre  1501.  Biblioteca  Angelica  di  Roma;  Ms.  1077  f.  11. 


—  Ì06  — 

Se  Fabrizio,  il  cui  fratello  maggiore,  Ercole,  dimorante  a 
Ferrara,  considerava  Giulio  Cesare  quale  usupartore,  a  suo 
danno,  dell'  avita  signoria,  si  dolesse  o  si  allietasse  della  rovina 
apportata  nella  sua  famiglia  dal  nepotismo  borgiano,  non  è  dato 
sapere.  Poiché  nel  1503  era  a  Roma  —  donde  scrisse  una  let- 
terina al  cardinale  Ippolito  D'  Este  a  proposito  di  un  beneficio 
ecclesiastico  da  questo  desiderato  —  (l)è  lecito  congetturare  che 
Alessandrt)  VI  non  si  fidasse  troi)po  di  lui  e  non  lo  vedesse 
volentieri  a  Camerino  e  che  egli,  tornato  in  patria  dopo  la  morte 
del  papa,  vivesse  in  sincera  concordia  col  i)arente  Giovanni 
Maria  fino  alla  morte  che  lo  colse  a  Fabriano,  non  ancor  vec- 
chio, nel  marzo  del  1508  (2).  Tra  i  suoi  carmi  ve  n'  ha  che 
cantano  le  lodi  di  Venanzio  e  Giovanni  Maria,  figli  di  Giulio 
Cesare,  col  quale  ebbe  rapporti  sinceramente  amichevoli,  secondo 
appare  da  una  sua  lettera  all'  Alfani  (3):  testimonianze  queste, 
a  nostro  avviso,  di  viva  gratitudine  per  i  benefici  e  favori  onde 
(forse  per  motivi  i)olitici)  il  dinasta  cauìerte  colmò  il  vescovo 
Fabrizio,  suo  nepote  cugino.  Il  quale,  e  per  la  dottrina  critica 
ed  archeologica,  i)er  1'  arte  poetica  che  felicemente  coltivò,  per 
le  relazioni  che  ebbe  col  Maturanzio,  col  Carteromaco,  col  Can- 
talicio,  con  Iacopo  Antiquari,  col  concittadino  Francesco  S[)erulo 
e  con  altri  letterati  del  tempo  e  per  aver  fatto  parte  della  ac- 
cademia romana  di  Pomponio  Leto  nel  secondo  periodo  di  essa  (4), 


(1)  Arch.  Estense  di  Modena,  Lettere  dei  vescovi,   Roma   3  aprile  1503. 

(2)  Secondo  il  Lili  (II  273-74)  il  corpo  fu  trasportato  a  Camerino  e  se- 
polto nella  cattedrale  (cioè  nella  cappella  gentilizia  dei  Varano).  E  lo  stori- 
co aggiunge:  «  fu  per  qualche  tempo  coperto  da  un  sasso  scritto  in  questa 
forma  :  «  Fabritius  Varauus  episcopus  Camerini  frater  Petri  Gentilis  vir  in 
sacris  literis  maxime  eruditus,  philosophia  et  legum  scientia  pollens  qui  eccle- 
siam  camerinensem  optirae  guljernavit,  obiit  anno  1508  ». 

(3)  Camerino  22  maggio  1501  in  Conestabile  op.  cit.   107-108. 

(4)  Cf.  i  versi  del  Lazzarelli  pubblicati  dal  Lancellotii  (op.  cit.  122,  123) 
i  quali  si  hanno  a  riferire  alla  seconda  accademia  perchè,  secondo  le  notizie 
biografiche  del  poeta  settenipedauo,  questi  non  giunse  a  Roma  che  dopo 
il  1469. 

Il  cod.  Vatic.  Lat.  5890  contiene  sei  lettere    del    Maturanzio  a  P"'abrizio, 


—  107  — 

meriterebbe  d'essere  meglio  conosciuto.  A  noi  basti  qui  il  poco 
che  se  n'  è  detto  per  concbiiulere  che  il  buon  gusto  di  Fabrizio 
ci  consente  di  creder  probabile  che  a  lui  si  debba  la  costru- 
zione dell'  elegantissimo  portale,  ricco  di  graziosi  fregi,  che 
adorna  la  sacrestia  di  8.  Venanzio  in  Camerino.  Sopra  la  co- 
lonna di  sinistra  si  legge:  tyjXó6sv  late  à[j,órjTot,  la  nota  formula 
rituale  dei  sacerdoti  pagani  (procul  este  prof  ani,  Aeneid.,  VI,  258) 
ripetu'^a  in  ebraico  sull'altra  colonna.  Ci  piace  immaginare  che 
Fabrizio  e  il  suo  amico  Lazzarelli,  che  conosceva  1'  ebraico, 
suggerissero  questa  iscrizione  all'  opera  di  S.  Venanzio  che  in 
buona  parte  rinnovò  la  chiesa  verso  il  1480  (1). 

L'influsso  di  Isabella  D'Kste  valse  a  far  sentire  il  desiderio 
della  poesia  anche  agli  uomini  intonti  alle  armi.  Venanzio  Va- 
rano, avendo  avuto  occasione  di  visitare  la  corte  di  Mantova, 
ne  apprezzò  il  carattere  spirituale  e  la  consuetudine  di  ricercare 
e  gustare  le  novità  letterarie  e  però,  tornato  a  Camerino,  volle 
ricordare  alla  marchesa  la  promessa  di  mandargli  i  più  recenti 
componimenti  dei  due  poeti  alla  moda.  Serafino  Aquilano  e  il 
Tebaldeo,  allora  esaltati  dal  mal  gusto  cortigiano  dei  letterati 
e  dei  principi.  E  lo  fece  con  questa  letterina:  «  Ill.ma  et  Ex. ma 
Domina,  Venendo  Vincentio  presente  exhibitore  là  per  alcune 
facende  prego  V.  E.  che  i)er  lui  mi  voglia  mandare  qualche 
cosa  nova  o  del  Thebaldeo  o  de  Seraphino,  come  mi  ])rome8e 
quando  fui  lì,  che  mi  sarà  cosa  gratissima,  offerendomi  fare  il 
medesimo  verso  V.  E.  quando  mi  accada  cosa  alcuna  nova  a  la 
quale  sempre  mi  ricomando.  Camerino  VIII  julii  1499.  Venan- 
tius  Varanius  Camerini  etc.  (2). 

Durante  il  soggiorno  che  Isabella  fece  a  Roma  nel  1514  e 
nel  1515  indubbiamente  conobbe  Caterina  Cibo,  figlia  di  Mad- 
dalena de'  Medici  e  però    nepote  di    Leone  X,  allora    fanciulla 


tatte  senza  data  e  di  scarso  interesse    per   la    biografia    del    vescovo  di  Ca- 
merino. 

(1)  Santoni  M.  e  Aleandri  V.  La  chiesa  di  Camerino  rinnovata  nel  secolo 
XV,  in  Rassegna  bibliografica  dell'  arte  italiana,   IX,  (1906). 

(2)  Arch.   Gonzaga. 


—  lOS  — 

e  già  promessa  a  Giovanni  Maria  Varano  al  quale  andò  sposa 
nel  1520.  Le  due  donne  si  rividero  dieci  anni  dopo,  al  tempo 
di  Clemente  VII,  quando  la  marchesa  di  Mantova  lungamente 
dimorò  a  lloma  (dove  fu  anche  spettatrice  del  celebre  sacco)  e 
Caterina,  duchessa  di  Camerino,  vi  tornò  due  volte  nel  1525  e 
nel  1526.  Ad  Isabella,  che,  diretta  a  Eoma,  passava  nella  valle 
del  Ohienti  per  il  territorio  di  Camerino,  presentò,  in  segno  di 
omaggio,  i  suoi  uomini  armati  il  duca  Giovanni  Maria  il  24 
febbraio  1525,  mentre  Caterina  era  a  Roma  (1). 

La  ricchezza  e  l'eletto  gusto  degli  abbigliamenti  della  mar- 
chesana avevano  fatto  di  lei  la  regina  della  moda  fin  dagli 
inizi  fastosi  del  pontificato  di  Leone  X,  sicché  non  è  meraviglia 
che  la  duchessa  di  Camerino,  piti  tardi  reggente  del  suo  i)iccolo 
stato  per  la  figlia  Giulia,  cercasse,  come  altre  gentildonne,  i! 
consiglio  e  1'  opera  d' Isabella  D'  Kste  per  la  confezione  delle 
])roprie  vesti.  È  del  10  agosto  1533  una  lettera  della  marchesa 
a  Caterina  per  annunziarle  che  si  stava  eseguendo  a  Mantova 
una  sua  commissione  (2).  Non  sai)piamo  se  altri  rapporti  inter- 
cedessero tra  le  due  dame  diverse  d'  età,  come  di  gusti,  e  tut- 
tavia entrambe  segnalate,  ciasciin.i  nella  pro])ria  condizione, 
per  operosità  politica  e  per  vita  di  pensiero. 


(1)  «  Paaaò  per  lii  valle  del  Chienti  la  marchesana  di  Mantova  che  veniva 
da  S.  Maria  di  Loreto  e  andava  ad  Konia  al  jìerdono  qnale  si  diceva  che 
menava  60  mule  e  il  S.  Duca  li  andò  all'  incontro  con  alquanti  cavalli  e 
fo  fatta  la  mostra  da  Conte  e  da  Achille  »  Diario  di  Bichnardino  Liu  in 
Carte  Liliane,  t.   IV,  Valentiniana  di  Camerino. 

(2)  «  Voglio  che  sappi  già  essersi  dato  principio  a  lavorar  le  vesti  et 
spero  che  habbiuo  tutte  a  riuscire  tali  [sic]  et  perchè  il  desiderio  che  tengo 
di  vederle  di  tutta  bellezza  è  infinito  et  perchè  in  questa  cittade  sono  per- 
sone che  in  ricamare  hanno  quella  scientia  che  habbino  altri  in  Italia  et 
che  la  prefata  M.™*!  d'  Orleans  et  V.  S.  rimarranno  satisfatte.  »  Luzio-Rknier 
Il  lusso  d'  Isabella  D'  Esie  marchesa  di  Mantova  in  Nuova  Antologia,  IV  se- 
rie voi.   62,   455  56  (1   giugno    1896). 


Appendice 


I. 

LETTERA  DI  GIULIO    CESARE  VARANO 

A    GIOVANNI    DI    COSIMO    DEI    MEDICI 

(Camerino  20  gennaio  1458)  (1) 


Magnifico  vir  et  taniquani  frater  amatissime  etc.  La  gran  sicurità 
qual  continuamente  lio  abbiita  colla  M.  V.  me  rende  pronto  ad  pigliar 
coufidentia  di  quella.  Unde  al  presente  me  occorre  voler  fare  ascintare 
una  acqua,    la  qual   è  in    una  pianura    in  nel  mio    tenere  (2)    et    qui 


(1)  Archivio  di  stato  iu  P^'ireiize,  Carteggio  Mediceo,  filza  VI  n.   306. 

(2)  Crediamo  che  quest'  acqua  sia  quella  del  lago  inferiore  di  Colfiorito, 
che  Giulio  Cesare  Varano,  mediante  canali  (forme),  raccolse  nel  cunicolo 
(botte)  che  finisce  sopra  il  castello  di  Serravalle,  lungo  ni.  446.  Vedi  Mex- 
Gozzi  G.  Dei  Plestinì  Umbri  in  Antichità  Picene,  XI,  Fermo,  1790,  83.  Il  10 
dicembre  1461  i  cugini  Rodolfo  e  Giulio  Cesare  Varano,  in  nome  proprio,  e 
Ser  Ansovino  di  Ser  Domenico  da  Camerino,  in  nome  della  città,  donarono 
a  Cesare,  figlio  di  Giulio,  «  hi  piano  de  Fistia  si  ve  vulgariter  dictum  In 
piano  de  Serravalle  »  (Rog.  di  Antonio  Pascucci  nelP  archivio  notarile  di 
Camerino).  Questa  donazione  sembra  avvalorare  la  nostra  ipotesi. 

Quasi  nel  medesimo  tempo  si  apprestavano  altri  prosciugamenti  nei  pressi 
di  Foligno,  come  mostra  il  breve  seguente  di  papa  Calisto  III  indirizzato 
«  dilecto  filio  Aroiolo  de  Azolinis  de  Firmo    utriusque  iuris  doctori  ». 

Calistus  pp.  III. 

Nostra  Fulginei  comunitas  desiccationem  paludium  sibi  vicinarum  sumere 
desiderat.  Nos<iue  etiam  ad  hoc  eo  sumus  prodi viores  quo  intelligimus  ibi 
aerem  salubriorem  agrique  colendi  copiam  inde  colonos  esse  assecuturos.  Sed, 
cum  alie  siut  ibi  vicine  comunitates  que  super  hiis  aliquod  interesse  preten- 
dere possent,  ea  propter  voliunus  ut  operam  tnam  in  hoc  diligenter  adhibeas 
comunitatumque  omnium  quarum  noveris  interesse  votis  debite  perscrutatis, 
postqnam  ad  hoc  eque  omnium  concordia  pariter  atque  voluntas  accesserit, 
desiccaudi  onujimodoque  toUendi    lacunas    illas  auctoritate  nostra  petentibua 


—  110  — 

abbio  carestia  de  ingegneri  in  tali  exercitii  docti  secando  si  convcrria, 
et  sento  lì  in  Firenze  ne  sono  perchè  si  sono  exercitati  in  ne  le  Chiane. 
Pertanto  priegho  la  IVI.  V.  li  piaccia  voler  mandarmene  uno  de  quelli 
qui  ad  Camarino,  al  qual  parendoli  si  possa  fare  li  darrò  in  le  mano 
et  con  utile  et  non  parendoli  si  possa,  mi  levar<à  fantasia  de  la  testa 
et  lui  non  perderà  li  passi.  Et  di  questo  la  M.  V.  mi  farà  gran  pia- 
cere. Offerendome  ad  quella  con  tucte  mie  facultà.  Camereni  XX'*  ja- 
nuarii   1458. 

Julius  Cesar  de    Varano    Camerini  etc. 
(A  tergo)  [Magn]iflco    viro 
taraqunm  [fratri]  amatissimo  lo- 
[hanni  Cosilie  de 
[Medicis]  de  Florentia. 


IL 

RICEVUTA  DI  UN  LAPICIDA    DA  SETTIGNANO 

A  GIULIO  CESARE   VARANO  (1) 

(Camerino  12  luglio   1491) 


Die  duodecima  mensis  iulii  1491,  Actuni  in  civitate  Cauierini  vide- 
licet  sub. logia  comunis  diete  cìvitatis  sita  in  centrata  Medii  iuxta  plateaiu 
comunis  et  iuxta  domum  heredum  Pandulfi  Francisci,  presentibus  Pe- 
tro  Paulo  Bartholomei  Fatii  et  Ser  Macteo  Venantii  alias  da  Fratesacco 
de  dieta  civitate  Canierini  testibus  etc.  Franciscus  Mactei  Fosini  alias 
Lancino  de  Septignano  comitatue  Florentie  per  se  et  heredes  suos,  sua 
expontanea  voluntate,  fecit  tìnem,  quietationera  etc.  Ser  Perluce  Eva- 
gneliste  de  dieta  civitate    et  mihi  notarlo    infrascripto  ut  et  tamquam 


plenam  et  ouinimodam  liceutiain  impartiaris.  Ubi  vero  quid  opponi  coutiii- 
gat  incontinenter  rei  nos  vel  apostolicani  camerara  quare  predicta  fieri  non 
debeat  per  tuas  literas  certiorare  curabis.  Datura  Rome  apud  S.  Petrum  sub 
anulo  piscatoris  die  XVI  mensis  iunii  MCCCCLVII,  pontific.  anno  tertio /sic/ 
(Arch.  Vaticano,  Arra.    39,  8,  e.   1^). 

(1)  Arch.  not.  di    Camerino,   Rogiti    di  Antonio  Pascucci,   Cred.  8,    1.  n. 
di  posiz.    122, 


—  Ili  - 

publice  persone  ijresentibus  et  stipulantibus  et  recipientibns  nomine 
et  vice  111.  Domini  lulii  Cesaris  de  Varano  Camerini  etc.  et  eius  here- 
dibus  de  quadringentis  decem  et  noveni  florenis  et  solidis  sexaginta 
novem.  ad  rationem  40  bononenorum  argenti  prò  quolibet  floreno  qui 
sunt  prò  salario,  coptumo  et  mercede  ipsius  Fraucisci  prò  toto  conci- 
mine lapidum  et  prò  toto  laborerio  facto  et  quod  dictus  Franciscus 
fieri  ,fecit  usque  in  pi'esentem  diem  inclusive  eideni  IH.  domino  tam 
prò  domo  et  in  domo  ipsius  IH.  Domini  nuper  facto  quam  in  aliis 
quibuscumque  locis  que  omnia  et  singula  laboreria  et  loca  et  quodlibet 
predictorum  dictus  Franciscus  et  Ser  Perlucas  dictis  nominibus  volue- 
runt  et  mandarunt  in  presenti  instrumento  haberi  prò  particulariter  ac 
sufficienter  expressis  ac  si  de  ipsis  ac  quolibet  ipsorum  facta  esset 
mcntio  specialis.  Et  hoc  fecit  dictus  Franciscus  prò  eo  quia  ibidem 
presente  interrogante  et  acceptante  dicto  Ser  Perluca  et  me  notaro  in- 
frascripto  dictis  nominibus  dixit,  asseruit  et  piene  confessus  et  con- 
tentus  fuit  sibi  fuisse  et  esse  de  dictis  quadringentis  decem  et  novem 
florenis  et  sexaginta  novem  solidis  denariorum  integre  et  plenarie  so- 
lutum  et  satisfactum  computatis  omnibus  denariis  liabitis  a  dicto  Ser 
Perluca  per  ipsum  Franciscum  et  alios  eius  nomine  in  grano,  vino, 
carnibus,  pannis,  rebus  et  bonis  quibuscumque  et  tam  a  dicto  Ser 
Perluca  quam  ab  aliis  quibuscumque  usque  in  presentem  diem  inclusive 
et  in  pluribus  et  diversis  vicibus  et  locis  inclusis  usque  in  dictum 
hodiernum  diem  inclusive:  liiis  tamen  pactis  expresse  liabitis  et  flrmatis 
inter  dictos  contrahentes  quod  in  presenti  quietatione  non  intelligatur 
ncque  sit  modo  aliquo  inclusum  sed  penitus  exclusum  et  reservatum 
laborerium  factum  et  fieri  factum  per  dictum  Franciscum  in  monasterio 
Sancte  Giare  de  Camerino  (1):    item  quod  dictus  Franciscus    usque  ad 


(1)  Con  atto  del  4  gennaio  1484  (Rog.  di  Antonio  Pascucci  arch.  not.  di 
Camerino)  Giulio  Cesare  consegna  il  monantero  di  S.  Chiara  al  padre  Dome- 
nico da  Leonessa,  vicario  generale  dei  Minori  Osservanti  nella  Marca  ed 
assevera  di  avere  costruito  il  monastero  stesso  «  suis  sumptibus  et  magnis 
impeusis  ».  Se  non  che  Camilla  Varano  (la  Beata  Battista)  datava  le  suo 
lettere  dal  monastero  di  S.  Maria  nova:  il  che  vuol  dire  che  il  luogo  ritenne 
per  qualche  tempo  V  antico  nome  impostogli  dal  fondatore  Giovanni  Varano 
Cf  1385)  che  vi  stabilì  gli  Olivetani.  Se  ne  può  inferire  che  Giulio  Cesare 
non  fabbricò  il  convento  dalle  fondamenta,  ma  ampliò  ed  adattò  per  le  mo- 
nache di  S.  Chiara  V  antico  monastero  degli  Olivetani.  A  questi  fu  dato 
1'  altro  monastero  di  S.  Gregorio  e  di  S.  Maria   di  Coldibove  arricchito  (ro- 


—  112  -^ 

festura  omnium  Sanctortim  proxime  futurura  teneatur  et  debeat  in 
bona  forma  ad  dictum  boni  magistri  facere  de  lapidibus  quatuor  arma 
in  spiculis  cortili»  diete  domus  dicti  Illu.  Domini  secundum  designimi 
factum  per  prefatum  Illu,  Dominum  lulium  Cesarem  et  similiter  teneatur 
et  debeat  reactare  sive  reacconciare  omnia  concimina  lapidum  de  dicto 
cortile  diete  domus  in  bona  forma  et  ad  dictum  boni  magistri  videlicet 
illa  concimina  facta  et  fieri  facta  per  dictum  Franciscum  videlicet  illa 
concimina  que  non  essent  bene  facta  per  dictum  Franciscum  vel  ipsius 
Francisci  ministro»  vel  aliquem  ipsorum  Francisci  et  ministrorum  suorum 
similiter  usque  ad  festum  omnium  sanctorum  proxime  futurum.  Item  quod 
nsque  ad  dictum  terminum  dictus  Franciscus  teneatur  et  debeat  facere 
buccbam  cisterne  existentis  in  reclaustro  diete  domus  eo  modo  et  forma 
proutdicit  scripta  facta  occasione  diete  buccbe  inter  ili.  dictum  dominum 
et  dictum  Franciscum.  Et  factis  predictis,  ut  supra,  per  dictum  Fran- 
ciscum quod  dictus  111.  Dominus  Julius. Cesar  teneatur  et  debeat  solvere 
dicto  Francisco  prò  sua  mercede  predicti  laborerii  trigintaquinque  fio- 
renos  cum  dimidio  ad  rat.  40  bononenorum  argenti  prò  quolibet  lio- 
reno.  Item  quod  dictus  Franciscus  teneatur  et  debeat  dare  et  solvere 
dicto  Illu.  domino  medietatem  XXVII  ducatorum  auri  usque  ad  termi- 
num predictum  quos  XXVII  ducatos  auri,  ut  dicebatur,  babuerat  dictus 
Franciscus  et  Marcus  Micbelis  de  Septignano  a  dicto  Illu.  domino  in 
ci  vitate  Floi-entie  per  manus  Hieroniuii  Gruidatii  de  Florentia  nisi 
dictus  Franciscus  intra  dictum  terminum  monstraverit  dictum  Marcum 
restituisse  dicto  Illu.  domino  dictos  XXVII  ducatos  auri.  Item  quod  in 
presenti  quietatione  non  includantur  ncque  inclusi  intelligantur  sed 
penitus  exclusi  XV  floreni  quos  dictus  Franciscus,  ut  ipse  asseruit,  de- 
bet  recipere  ab  spetialibus  personis  de  civitate  Camerini  occasione 
stratarura  et  acconciraine  ipsarum   (1)     usque  in  presenteni  diem.   Item 


gito  di  A.  Pascucci  13  nov.  1493)  colle  proprietà  di  due  altri  monasteri 
(delle  monache  di  S.  Maria  de  Silva  e  dei  monaci  di  S.  Pietro  di  Elee)  e  della 
chiesa  di  S.  Michele  di  Antico,  Il  Lili  (II,  237)  ebbe  notizia  della  consegna  del 
monastero  di  S.  Chiara  e  scrisse  che  essa  fu  fatta  al  confessore  della  Beata 
Camilla.  Che  tale  fosse  il  padre  Domenico  da  Leonessa  non  risulta  in  ni  un 
modo. 

(1)  Poche  erano  le  strade  selciate  (per  lo  più  con  mattoni)  anche  nel 
Cinquento.  Tra  i  lavori  edilizi  di  Giovanni  Maria  Varano  il  diario  di  Pie- 
rantonio  Lili  ricorda  la  selciatura  di  una  strada:  «  1509.  Lu  lU.mo  signor  Gio. 
Maria  fece  sfasciare  li  balcunl  di  Lorenzo  e  tirare  inderetro  le   case  di  Pe- 


—  113   - 

quod  in  presenti  quietatione  non  includantur  contenta  in  quadam 
scripta  dieta  die  facta  per  dietimi  Ser  Perlucam  inter  dictum  ili.  do- 
niinum  et  dictum  Franciscum  que  scripta  et  contenta  in  eo  sunt  pe- 
nitiis  exclusa  a  presenti  quietatione  quia  sic  actum  pactuni  et  expresse 
conventum  extitit  inter  dictos  contrahentes  etc,  Eenumptians  dictus 
Franciscus   etc, 


III. 

«SUMMARIO  DE  TUCTO  INTROITO  DEL  STATO  DE  CAMERINO»  (1) 


In  primis  per  focili,  dative  et  lioniini  del  contado  et  de  la  cita  de 
Camerino  come    particularmente  in  questo  [libro]    fiorini   12028,     soldi 
XIIII,   denari  X  ad  grossi  X  per  fiorini: 
Item  per  XII   (2)  t<irre  reconimendate  et  per 


tripaulo  de  lu  Sborghero  e  quelle  de  li  lieredi  de  m.  Matteo  e  molte  altre 
e  foce  li  quattro  pantiglie  in  nella  piazza  di  corte  e  fé  lu  jardino  canto  la 
casa  di  quelli  di  Salambè  [SalimbeneJ  80[>ra  la  fonte  di  Cisterna  e  fece  mat- 
tonare la  strada  canto  la  casa  di  Gio.  di  Nuccio  ».  -Bib.  Valent.  Carte 
Liliaiie,  II,   71''. 

(1)  «  Ragioni  e  descrizione  del  ducato  di  Camerino  »  e.  86^  e  segg.  in 
Archivio  Estense  dì  Modena. 

(2)  Il  ms.  ha  chiaro  XII:  ma  conosciamo  solo  nove  terre  raccomandate,  cioè 
quelle  di'  cui  fa  menzione  lo  statuto  di  Camerino  (e.  15'',  ISO""):  S.  Anatolia 
Sefro,  Serrapetrona,  Camporotondo,  Poggio  [ Poggi osorri fa],  Dignano,  Rocchetta 
Percanestro  ed  Elei.  Di  queste,  appunto  perchè  raccomandate,  tace  l'inventario 
del  1,502  nel  novero  delle  torre  e  dei  castelli.  Non  sapremmo  dire  quali  siano  le  al- 
tre tre,  se  pure  si  debba  escludere  un  errore  di  trascrizione.  Non  crediamo  che 
possano  essere  Macereto  (Visso  ?)  Pastinia  (?)  Appignano  (nel  territorio  di  Ascoli? 
cf.  Dizionario  geografico  delle  Marche  in  Ciavarini  C.  Collezione  di  documenti  storici, 
I,  22  e  42,  Ancona,  1870.  Il  castrum  Appignani  potrebbe  anche  essere  quello  vici- 
no a  Treia):  luoghi  sui  quali  accampava  ragioni  il  comune  di  Camerino  (Statuto 
e.  13^).  Di  sei  delle  nove  comunità  rurali  o  terre  raccomandate  a  noi  note 
conosciamo  lo  statuto,  garanzia  di  una  ristretta  libertà  amministrativa:  S. 
Anatolia,  Serra,  Camporotondo,  Sefro,  Poggio  e  Rocchetta.  Ma  nel  Seicento, 
giusta  la  relazione  del  card.  Casanata,  solo  le  prime  quattro  godevano  ancora 
di  qualche  parvenza  di  autonomia. 

8  —  itti  e  Memorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912, 


—  114  — 

li  hebrei in  questo    f.   1193,  soldi 

78  ad    dieta    rasione F.  MCXCIII  S.  LXXVIH 

Itera  per  le  guardie  se  fanno  in  la  cipta  cioè 
per  la  graveza  posta  a  tucti  li  homini 
da    XV    anni    in    su    che    provengono 

da et  da   pontature  che  ne    cavava 

sotto  sopra  el  S"".  lulio,  pagati  li  oflSciali 
et  portenari  et  altre  spese  come  appare 
in  un  foglio  in  questo  fiorini  septecento    F,  Dl'C 

»  per se  rescotono  da  le  castella  acor- 
date per  le  guardie  come  in  questo  appare    F,  CCCXXr   S.  LXIIII 

»  la  gabella  de  la [carne?]  se  ne  ca- 
va sotto  sopra,  uno  anno  per  1'  altro, 
trattene  le  spese F.  MCCCC 

»      la  gabella  del    vino    dentro  et  di    fora 

se  ne  cava  l'anno,  trattene  le  spese  circa    F.  D 

*  le  banche  de  la  ciptà,  cioè  quatro  ban- 
che sondo  vendute  l'anno   fiorini  cento    F.  C 

>      le  beccane  del    conta   de  Camerino    se 

vendono  l'anno  come  in   questo  fiorini    F.  CLX  .. 

»      la  gabella    de  la se  vende   l'anno    F.  C 

»      lo  oflìcio  de  la  staterà  se  vende  l'anno    F.   CXX 

»  lo  officio  del  sale  spaccia  1'  anno  ra." 
[migliara]  400  in  iSO  quale  ha  receuto 
in  Tolentino  a  bolognini  17  lo  cento 
et  per  vecture  se  paga  bolognini  2  per 
cento  et  in  Camerino  se  vende  33  Y3 
al  cento  che  se  ne  guadagna  fiorini  2 
soldi  40  del  migliaro,  in  tutto  .     .      .    F.  M 

»      la  gabella  de  la  feccia  se  vende  l'anno    F.  XXXXV 


In  segno  di  sudditanza  offrivano  il  pallio  nella  chiesa  di  S.  Venanzio  il 
giorno  della  festa  (18  maggio)  le  terre  di  :  Rocchetta,  Monte  S.  Polo  (oggi 
Montecavallo)  e  Poggio  Sorrifa.  Offrivano  nn  cero:  Gagliole,  Dignano,  Per- 
canestro  ed  Elee,  Valle  S.  Angelo,  Rocca  Maia,  Sentino.  Da  una  descri- 
zione della  festa  di  S.  Venanzio  nella,  seconda  metà  del  Cinquecento  pub- 
blicata da  Camese  (M.  Santoni)  in  Appennino,  Vili  n.  16^  Camerino  X5 
piaggio  1883, 


—  115  — 

»  lo  ofl8cio  del  apprezo  fa  1'  anno  circa 
f.  140  che  prevene  allo  levare  de  la  libra 
ad  uno  et  ponere  ad  l'altro  .     .     .      .     F.  CXXXX 

»  per  lo  salario  de  li  balii  da  diverse  ca- 
stella,   pagano F.  CLXV 

»      li  malefitii  sogliono  fructare  l'anno  circa    F.   M 

»      lo  officio  de    danni  dati    fructa  1'  anno 

circa F.  ce 

»      li  pasculi    de    le    montagne    se    vende 

l'anno F.  DCC 

Itera  de  molina  22  se  affictano  1'  anno  some 
1615,  che  a    fiorini  4  la    soma  vaglia- 

'  "  m 

no,  come  appare  in  lista F.   VICCCCLX 

Item  de  le  possessioni  frutta  l'anno  cioè  se- 
cundo  l'anno  passato  se  ebe  grano  so- 
me 1038  7^  che  a  fiorini  4  la  soma 
summa F.  IIIICLIIII 

Item  fu  ricolto  in  ditto  anno  orgio  some  45 

coppe  III  che  a  fiorini  2  la  soma  monta    F.  LXXXXI,    s.  XL 

Item   fu  ricolto    in  ditto    anno    spelta     some 

1039  che  a  bolognini  50  la  soma  monta    F.  CCLVIII,   s.  XL 
»      fu  ricolto  in  ditto  anno  fava  some  4  che 

a  fiorini  4  la  soma  monta  .  .  .  .  F.  XVI 
»  de  vino  some  circa  950  si  pò  ricogliere 
1'  anno  in  vigne  XVIII  haviva  lo  Si- 
gnore deli  quali  se  ne  abatte  per  acon- 
ciare diete  vigne  some  350,  restano 
some  600  vale  fiorino  uno  la  soma  ,  F.  DC 
»  per  some  4500  in  circa  de  fieno,  se 
stima  faranno  el  piano  de  Serravalle, 
el  piano  de  monte  Laco,  el  piano  de 
Pioraco,  el  piano  de  Beldelecto,  li  prati 
del  Parco,  el  prato  de  Canalecchio  (1) 
el  prato  de  Ruitino  (2),  el    quale   non 


(1)  Canalecchio  o  Cananecehio  casale,  proprietà  dei  Varano,  nel  bacino  del 
Fiastrone  a  S.   dell'  Abbadia  di  Fiastra  e  a  NE  di  Urbisaglia. 

(2)  liovetino  teoimeuto    con    rocca,     a    Sud    di  Montalto  in    provincia  di 
Ascoli  Piceno,  proprietà  di  Giulio   Cesare  Varano, 


—   116  — 

se  trova  mai    ad  vendere    tucto:  se  ne 

pò  cavare  1'  anno    netto F.   CCC 

»  le  raolina  dell'  olio  cioè  una  casa  ad 
Valcimarra;  la  macena  de  Borgiano,  la 
ttiacena  de  la  Pievefaveri,  la  macena  de 
Vistignano,  tucte  sondo  macene  del  Si- 
gnore, fructano  quartaroni  XXVIII  de 
olio  1'  anno  et  per  le  molina  de  Croce 
ne  pò  haver  1'  anno  quartaroni  dui  de 
olio,  in  tucto  quartaroni  30,  vagliono 
ad  fiorini  doi  lo  quartarone  .  .  .  .  F.  LX 
»  per  pesone  de  diete  case  non  obstante 
ce  sondo  de  le  altre  pagano  come  ap- 
pare inventario  in  questo  .  .  .  .  F.  XX 
»      el  laco  de  Pioraco    se  vende  l'anno     .     F.   L 

Item  lo  carnevale,  la  Pasqua  et  Io  Natale 
sondo  costumati  che  li  contadini  presen- 
tano lo  Signore  fra  tucti  circa  para  360 
de  pulii  quali  lo  Signore  li  donava  la 
maior  parte  ad  eoi  ciptadini  .... 

Item  parte  de'  nostri  vellani  pagano  1'  anno 
soma  una  di  paglia  1'  anno  per  foco 
che  ne  posseva  bavere  circa  some  1200 
1'  anno  la  quale  se  frugava  in  la  corte 
del  Signore 

IV. 

CARME  DI  FABRIZIO  VARANO 

IN    LODE    DI    FRANCESCO    GONZAGA 

DOPO  LA  BATTAGLIA  DI  FORNOVO 

{6  luglio  1495) 


Fabrititis   Varanus  ad  Ill.mum  Principem  Mantuanttm  (1) 

Assertor  quondam  patriae  post  fata   Camillus 
Contudit  audaci  gallica  gaesa  manu 


(1)  Biblioteca  A.  Fahretti  di  Perugia  Cod.  C,  61,  e.  125' 


—   117  — 

Expulit  Italia  Brennuin,  gentemque  superbam: 

Ob  rneritum  facti  fama  perennis  erit. 
Hannibalem  edoniuit  Fabius  cunctando:  sed  acer 

Marcellus  docuit  cedere  posse  ducem. 
Ista  Syracusium  superavit  fama  tiiumpliura, 

Romulidum  fastos   fortia  facta  replent. 
Sed  tua  qui  annales  capient?  qui  plurima  fasti 

Gesta?  quis  aeternae  conditor  historiae? 
Marcellum  superas  referentem  et  signa  Camillum 

Et  Fabium:   istorum  quod  fuit  unus   habes. 
Gallorum  vinci  docuisti  posse   tyrannum 

Sol  US:   et  liostiles  pila  ti  mere  manus. 
Nam  secus:  Ausonias  dura  baccliaretur  in  urbes, 

Parthenopes  postquauì  coeperat  imperium. 
Indoraitum  subito  domuisti  Marte  furorem: 

Testi»  sanguinea  per  vada  Taurus  aqua. 
Quin  et  ab  Italia  per  te  rex  gallicus  ommi 

Pellitur:  o  nostro  tempore  Martis  bonor! 
Te  quoque  barbaricas  nunc   insectante  catervas, 

Alpinas  nollent  transiliisse  nives, 
UtquH  olira  incensam  extiuxerunt  sanguine  Romam 

Sanguine  delebunt  sic    Latii  opprobrium. 
In  te  omnes  vertunt  oculos:  age,  redde  paterno 

Fernandum  solio:  laurea  certa  manet. 
Conspirant  Superi:   pervix  Victoria    tecum  est: 

Adventum  trepidat  barbara  turma  tuum. 
Fulmina  Martis  babes  tecum,  terrorque  metusque 

Ensiferi  armisonum  concomitantur  iter. 
Mantua  surge,  novum  produc  veneranda  Maronem 

Qui  canat  ardenti  raartia  bella  tuba. 
Materiam  tribuis  superet  quae  temporis  huius 

Ingenia,  Andinae  vix   adeunda  lyrae. 
Me  tua,  surame  Ducum,  audentem  clementia  reddet 

Bella  quibus  poterò  dicere  carminibus, 
Qui  licet  eloquio  cedam  raaioribus,    ipsa 

Materia  priscis  anteponendus  ero  (2). 


(2)  Per    Isi  battaglia    di  Foruovo    e  le    compoaizioni    poetiche  cui    diede 


—  118  — 

Nel  medesimo  codice    miecellaneo  si    trovano  altr^  24   composizioni 
poetiche  di  Fabrizio  Varano  delle  quali,  per  quanto  ne  sappiamo,  solo 

tre  sono  note  per  le  stampe.   Diamo  qui  il  primo  verso  di  ciascuna: 

1  Quid  cessas,  mea  Musa?  quid  mor arisi    .     .      .     a  e.   21^ 

2  Si  potuit  quondam    chara    prò   coniuge   vates       .      .  e.   43'" 

3  Claudus  habet  Venerem  faher:  est   Vulcanus:  hahebor  e.  44^ 

4  Vtilcani  duo  sunt:  Me  Thuscus,  Lemnius  alter     .      .  ibid. 

5  Phrix  ardet:  dat  vela;  Helenam  rapii,  armai  Ahrides  ibid. 

6  Conveniuni  magnis  si  distica  parva  triumphis       .      .  ibid. 

7  Tres  Laedam  pereunt  fratres:  Lycus,  Ornitus,  Astur  e.   55^ 

8  Alphoene,  o  nimium  chare  et  amabilis e.   56' 

9  Hxprimit  ars  totam  parva  sub  imagine  Cyprii     .      .  e.    123^' 

10  Ars  clausit    Venerem  parva  sub  imagine  totam     .      .  Ibid. 

11  Marmoreas  premerei  cubitis  cum  Leda  fenestras       .  ibid. 

12  Vade  Bheatinos  celerà  proficiscere  in  agros    ...  e.   124' 

13  Natura  humano  cedai  superata  labori e.   125'' 

14  Cum  meo  doctiloquo  celebras    epigrammata  cantu 

15  Quo  Ubi,   Petre,  litem  plectrof  qua  largus  acerra 

16  Quid  varios  qnereris  casus  f  quid  saeva  minacis  . 

17  Quid  Ubi  cum  tenera  nimium  crudelis  amica  . 

18  Ve  Ubi,  ve  extremam  video  perusina,  ruinam 

19  J,  nunc  perfacilis  legi  Poeta e.   18' 

20  Me  quoties  vili  tectum  videbis  amictu e.   59' 

21  Dura  viro  semper  fuit  et  contraria  coniunx    ...  e.   108' 

22  Funde  prius  gelidos  a  vertice,  lupiter,   imbres     .     .  e.   114'' 

23  Cum  tuo  Phoebeo  modulata    epigrammata  plectro     .  e.   121'' 

24  Qui  Superum  tanetos   curam  negai  esse 


e. 

126'- 

e. 

126' 

e. 

128"- 

e. 

133-^ 

e. 

15' 

e.   121^ 


I  carmi  n.<^  16  e  23,  tratti  da  altro  codice  della  stessa  biblioteca 
di  Perugia  (60,  306),  furono  pubblicati  da  Giancarlo  Conestabilk, 
Memorie  di  Alfano  Alfani.  p.  179  e  102:  il  n.  18  si  trova  in  Vermi- 
gligli G.  B.  Memorie  di  Iacopo  Antiquari,  Perugia,  1813,  342.  Questa  in- 
vettiva contro  un  Giorgio  Spreti,  elevato  immeritamente  a  una  catte- 
dra dello  studio  perugino,  ricorda  alcuni  di  coloro  che  ivi  avevano 
insegnato  con  plauso  universale.  Tra  essi  è  invocato  un  Francesco,  che 


luogo  vedi  Luzio-Rekier,  Francesco  Gonzaga  alla  battaglia  di  Fornovo,  secondo 
\  documenti  mantovani,  in  Aroh.  storico  italiano,  Serie  V,  t.  VI,  1890. 


—  119   — 

è  Francesco  Matiiranzio,  il  noto  umanista  e  cronista  perugino  e  non 
lo  stesso  Varano,  come  credette  A.  Della  Torre  {Paolo  Marsi  da 
Fescina,  Rocca  S.  Casciano,  1900,  p.  37),  tratto  in  errore  dal  Vermiglioli 
che  nelle  Memorie  per  servire  alla  vita  di  Francesco  Maturanzio,  Pe- 
rugia, 1807,  169  equivocò  nel  nome  del  Varano,  ribattezzandolo  in 
Francesco.  Corresse  poi  1'  errore  in  Biografia  degli  scrittori  perugini, 
Perugia,   1829,   II,   112-113.     ' 

Il  Maturanzio  fu  in  assidui  rapporti  col  vescovo  di  Camerino  e 
forse  lo  visitò  nella  sua  diocesi.  Nel  carme  indirizzato  a  Fabrizio  (ci- 
tato dal  Vermiglioli  nelle  Memorie  di  Maturanzio  (p.  109)  e  contenuto 
nel  codice  perugino  C.  61;  comincia:  Antistes  populi  decus  camertis) 
fa  dolce  rimprovero  all'aulico  di  trascurare  le  muse  per  gli  studi  giuridici 
e  a  proposito  dei  cospicui  proventi  del  Varano  ricorda  i  fertili  campi  e 
la  carta  di  Pioraco.  I  titoli  dei  due  brevi  carmi  di  Fabrizio  da  noi 
qui  sopra  segnati  coi  numeri  9  e  10  «  De  imagiincula  Veneris  apud 
Ducem  urbinatem  e  De  eadem  Venere  »  ci  fanno  pensare  alla  Venere 
che  per  mezzo  di  Cesare  Borgia  ottenne  Isabella  D'Este  nel  1502.  Cf. 
Luzio-RenieR;,  Mantova- Urbino   138-139,   179. 

II  Lancellotti  {op.  cit.  44,  45)  diede  in  luce  due  epigrammi  del  nostro 
Fabrizio  in  lode  del  Lazzarelli  e  in  nota  fece  ricordo  di  una  medaglia 
in  onore  di  Fabrizio  Varano,  da  ascriversi  al  secolo  XV,  posseduta 
dai  Pieiagostini  e  fatta  incidere  nel  Settecento  da  Giuseppe  Antonucci 
per  adornare  la  storia  del  Lili.  Evidentemente  è  la  terza  delle  meda- 
glie dei  Varano  pubblicate  dal  Litta  (Famiglia  Varano).  Sebbene  il 
motto  «  Delectans  calamos  dulciter  ore  ciet  »  la  figura  di  Euterpe  e 
il  nome  di  questa  musa  in  greco  ben  si  addicano  al  nostro  poeta, 
pure  non  si  i^uò  credere  che  fosse  coniata  nel  Quattrocento  per  lui, 
ostando  1'  assenza  di  simboli  della  dignità  vescovile  e  le  parole:  «  ex 
Camerini  due.  ».  Il  titolo  ducale  nei  Varano  è  posteriore  alla  morte 
di  Fabrizio.  Verosimilmente  il  Fabrizio  di  questa  medaglia  è  il  figliolo 
di  Ercole  che  fu  cavaliere  di  Rodi  e  morì  nel  1553  (Litta,  tav.  III). 
Vedi  1'  iscrizione  tombale  di  questo  Fabrizio,  dove,  però,  manca  la 
qualità  di  cavaliere  di  Gerusalemme,  in  Galletti,  Inscriptiones  Piceni 
Bomae  extantes,  Roma  1761,   111. 


UN'  ORAZIONE  INEDITA  DEL  CAED.   ZABARELLA 

PER  LE  NOZZE  DI  BELFIORE    VARANO 

CON  GIACOMO  DA   CARRARA 


Nel  codice  5513  della  Palatina,  oggi  Biblioteca  di  Corte 
in  Vienna,  si  conservano,  inedite,  due  orazioni  del  Card.  Fran 
Cesco  Zabarella  (1),  composte  e  recitate,  secondo  Angusto  Kneer, 
che,  in  una  sua  breve  monogratìa  sul  celebre  umanista,  le  ad- 
ditò per  il  primo,  (2)  in  occasione  del  matrimonio  di  Belfiore, 
figlia  di  Rodolfo  III  Varano  (3),  con  Giacomo,  secondogenito  di 
Francesco  Novello  da  Carrara.  La  speranza  di  integrare,  con 
nuovi  dati  di  fatto ,  il  racconto,  che  di  quelle  nozze  si  leg- 
ge nella  Cronaca  Carrarese,  (4)  m' indusse  a  procurarmi  copia 
dei  due  discorsi,  e  sebbene  ciò  non  abbia  giovato  affatto  al 
mio  assunto,  pure  non  mi  sembra  inutile  pubblicarli,  e  aggiun- 
gere così  un    documento  nuovo    all'  operosità  letteraria    e  poli- 


(1)  Tabulae  codicum  manuscriptorum  praeter  graccos  et  orientales  in  Biblio- 
theca  Palatina  Vindobonensi  aaservatorum.  Edidit  Aoademia  Caesarea  Vindobo- 
nensis,   Volumen  IV,   Vindoboiiae,   1870,  p.   146. 

(2)  Kneer  A.  Kardinal  Zabarella  fFranciacus  de  Zabarellis,  Cardinalis  Flo- 
rentinus  1360-1417).  Ein  Beitrag  zur  Geschichte  des  grosaen  abendlàndiachen 
Sohismaa,  Erster  Teil.  Mlinster,   1891,  p.   31  n.    3. 

(3)  Del  nome  di  Belfiore  (il  Luta  IV,  Varano  tav.  2*,  la  chiama  Co- 
stanza), della  sua  discendenza  da  Rodolfo  III,  (il  Gatari,  Cronaca  Carrarese 
in  ms.  Marc.  It.  FI,  37,  e.  571  la  dice  figlia  di  Gentile  e  sorella  di  Ro- 
dolfo) della  sua  identità  con  la  sposa  di  Giacomo  da  Carrara,  credo  non  si 
potrà  più  discutere  quando  saranno  edite,  come  spero,  le  lettere  del  Co- 
piarlo Marciano  della  Cancelleria  Carrarese  (Mss.  Lat.  XIV  93),  dove  sono 
largamente  documentate  le  trattative  preliminari  al  matrimonio. 

(4)  Gatari  -  Cronaca  Carrarese  in  E.  I.  S.  XVII,  col  862  e  M«.  Marc. 
cit.  tratto   dall'  originale. 


—   122   - 

tica  dello  Z,  e  una  testimonianza  storica  diretta,  per  quanto 
vaga  e  insuftìcente,  alla  narrazione  del  Gatari.  Ma  sono  vera- 
mente due  le  orazioni  e  due  le  circostanze  solenni  —  1'  arrivo 
della  sposa  e  la  funzione  religiosa  —  in  cui  furono  pronuncia- 
te? Lo  Kneer,  che  non  se  ne  occupa  di  proposito,  non  s'av- 
vede, che  la  supposta  seconda  orazione  (e.  210a  -  210b  del 
codice)  non  è  se  non  la  riproduzione,  in  forma  un  po'  meno 
scorretta,  della  seconda  parte  della  prima:  (e.   107a  108b)    Vide- 

hunt  omnes (da  e.  108a)  preceduta  da  un  titolo  fittizio  «  In 

matrimonio  et  nupciis  »;  (1)  e  che  il  cronista  fa  tutt'  uno  del 
solenne  ingresso  di  Belfiore  e  delle  feste  pel  matrimonio,  e, 
come  non  parla  di  discorsi  nuziali,  così  non  fa  menzione  di 
alcun  rito  solenne  (la  desponsatio  cum  anulo  era  già  avvenuta 
nel  dicembre  1402  a  Camerino)  che  ne  porgesse  motivo  (2). 
D'  altronde,  anche  accettato  come  sta  il  racconto  del  Gatari, 
a  cui,  dove  non  esistano  prove  di  fatto  contrarie,  non  si  può 
ragionevolmente  negar  fede,  è  pur  vero,  che  la  seconda  parte 
del  prin)o  testo,  1'  elogio  cioè  degli  sposi  e  delle  loro  illustri 
famiglie,  riprodotto  nella  così  detta  seconda  orazione,  è  com- 
piuto in  sé,  sebbene  possa  sembrar  troppo  vago,  troppo  breve 
ed  unilaterale  data  la  circostanza  e  1'  oratore,  di  cui  si  cono- 
scono ben  altrimenti  notevoli  saggi  —  ad  es.  l' orazione  in 
morte  di  Francesco  il  Vecchio  da  Carrara,  che  ha  valore  di 
documento  storico  —  ed  è  anche  vero,  che  la  prima  parte  — 
una  serie  di  considerazioni  filosofiche  generali  sul  matrimonio, 
malamente  ripresa  in  due  periodi  e  bruscamente  troncata  — 
si  lega  male  con  la  seconda,  anzi  richiede,  di  necessità,  uno 
svolgimento  e  forse  una  conclusione  a  se. 

Comunque  sia  di    ciò,  il  testo,    nella  prima  trascrizione,  al 
l' infuori    di  qualche    incertezza  di    senso,  dovuta  ad   errori  di 


^ 


(1)  Le  varianti  di  questa  seconda  copia,  (e.  210a-210b  del  codice)  che 
spesso  correggono  il  testo  errato  della  prima,  sono  riferite  in  nota. 

(2)  Anche  ammettendo  con  lo  Kneer,  che  si  tratti  realmente  di  due  di- 
stinte orazioni,  la  prima  dovrebbe,  pel  contenuto,  riferirsi  alla  solennità  delle 
nozze,  la  seconda  all'arrivo  a  Padova,  e  non  viceversa,  come  par  che  egli 
eroda  (op.  cit.,  loc.  cit.). 


—  123  — 

copia,  lascia  senza  risposta  altri  e  ben   piìi  interessanti  quesiti 
d' indole  storica. 

Quando  fu  recitata  l'orazione  nuziale?  Nel  1412  dice  il 
manoscritto,  cioè,  rettifica  lo  Kneer,  nel  1402;  ma  è  invece  certo 
che  Belfiore  Varano  giunse  a  Padova  dopo  il  18  febbraio 
1403  (1)  e  cioè,  probabilmente,  il  22  di  quel  mese,  come  si 
legge  nella  redazione  Marciana,  più  autorevole,  della  cronaca 
del  Gatari  (2).  Dove  fu  recitata!  A  Padova  certo,  e  giova  cre- 
dere alla  presenza  degli  ambasciatori  Veneziani  e  Viscontei,  di 
cui  parla  il  Gatari,  se  pure,  in  mancanza  di  un  esplicito  ac- 
cenno, si  può  tener  in  conto  di  prova  negativa  il  prudente 
riserbo  dell'  oratore  ufficiale,  a  cui  P  occasione  solenne  avrebbe 
dovuto  naturalmente  suggerire  parole  di  aperta  lode  per  la 
fermezza  invitta  di  Francesco  II,  il  coraggio  il  valore  dei  tìgli, 
Francesco  ILI  e  Giacomo  (lo  sposo),  nella  lunga  lotta  sostenu- 
ta contro  il  nemico  ereditario,  di  cui  era  vivissimo  ancora  il 
terrore  e  il  ricordo.  Più  facilmente  si  giustifica  il  silenzio  sulla 
pace,  non  chiesta  e  non  voluta  dal  Signore  di  Padova,  con  la 
duchessa  di  Milano  (7  dicembre  1402);  (3)  di  cui  un  cenno  sa- 
rebbe stato  certo  troppo  fastidioso  al  Principe  Carrarese,  ma 
non  inutile  a  noi,  tardi  indagatori  del  passato,  sopratutto  per 
ristabilire,  con  una  nuova  testimonianza,    la  cronologia  dei  due 


(1)  Il  4  febbraio  1403  Francesco  II  scriveva  alla  Repubblica  di  Venezia, 
d'  aver  provveduto  a  che,  il  18  di  quel  mese,  Belfiore  Varano  giungesse  ad 
portum  primarij  Ravenne,  dove  egli,  lo  sposo  ed  una  comitiva  di  nobili  Pa- 
dovani, si  sarebbero  recati  ad  incontrarla  (A.  d,  S.  V.  Misti  Senato,  XLVI, 
e.   63t,). 

(2)  Finché  non  sia  compiuta  la  stampa  della  Cronaca  Carrarese,  nella 
nuova  edizione  dei  B.  I.  S.,  il  testo  dato  dal  Codice  Marciano  It.  VI  37 
si  può  considerare  come  uno  dei  più  attendibili,  perchè  tratto  dall'originale: 
cfr.  Medin  a.,  La  cronaca  di  Bartolomeo  Gatari,  secondo  il  codice  262  della 
Nazionale  di  Parigi,  Venezia,   1897,  p.   16. 

(3)  Cfr.  Romano  G.  La  pace  fra  Milano  e  i  Carraresi  del  140S  in  Ar- 
chivio Storico  Lombardo  a  XVIII,  1891,  pp.  841-857  e  Pastorello  E. 
I  preliminari  della  pace  fra  Milano  e  i  Carraresi  del  1402  in  Nuovo  Archi- 
vio Veneto  Nuova  Serie  Anno  XI,  T,  XXII  di  prossima  pubblicazione. 


—   124   — 

avvenimenti,  che  il  cronista  ha  invertito  (1).  L'  orazione  dello 
Zabarella,  ridotta,  così,  per  forza  di  circostanze,  ad  una  dis- 
sertazione filosofica  sul  matrimonio,  su  la  potenza  e  la  gran- 
dezza delle  due  illustri  famiglie  alleate,  su  le  facili  speranze  e 
le  ])romesse  del  futuro,  non  appare  oggi  soltanto  manchevole 
e  fredda,  ma  quasi  ironicamente  crudele.  A  tre  anni  di  distanza 
la  vantata  abilità  politica  dei  Carraresi  doveva  infatti  mutarsi 
in  audacia  fatale,  la  pace  invocata  in  guerra  sterminatrice: 
1'  auspicato  legame  doveva  tragicamente  spezzarsi.  Prima  che 
Venezia  stringesse  d' assedio  Padova,  con  le  armi  vittoriose, 
Belfiore  Varano,  forse  prossima  a  divenir  madre,  usciva  dalla 
città,  rifugiandosi  alla  corte  paterna  (2)  e,  pochi  mesi  dopo, 
Giacomo  da  Carrara,  caduto  prigioniero  in  Verona,  periva 
strozzato,  col  padre  e  col  fratello,  nelle  carceri  della  Serenissima. 

E.  Pastorello 


n 


(1)  Come  è  noto,  secondo  il  Catari,  gli  ambasciatori  Viscontei  interve- 
nuti alle  nozze,  (22  febbraio  1403)  avrebbero  aperte  le  trattative,  che  con- 
dussero alla  pace  fra  il  Carrarese  e  la  vedova  di  Gian  Galeazzo,  (7  dicem- 
bre 1402)  pace  pubblicata,  secondo  la  redazione  del  codice  Marciano  «  lo  di 
de  paschua  de  maQo  »  (1403).  Lo  Zabarella  accenna  si  alla  pace  politica  come 
conseguenza  diretta  del  matrimonio:  per  quam  {oelehritatem  nupciarum)  quod 
Inter  humana.  solum  inviolabile  pignus  Maro  ait  pax  acquiritur;  ma  1'  espres- 
sione è  troppo  vaga,  ed  è,  ad  ogui  modo,  contraddetta  da  inoppugnabili 
documenti. 

(2)  Neil'  Archivio  Notarile  di  Camerino  si  conserva  un  indica  del  libro 
di  entrate  e  spese  di  messer  Rodolfo  Varano,  dell'  anno  1405.  Fra  le  uscite 
vi  è  una  rubrica,  per  alcuni  forestieri  e  congiunti,   così  registrati:    Bellafiore 

et  sol  famigli  et  compagni Santoni  M.,   Sigillo  di  Rodolfo     Varano  da    Ca- 

mesino  in  Bullettino  di  numismatica  e  sfragistica  per  la  storia  d' Italia.  Came- 
rino, 1884,  V.  II,  p.  51.  Devo  la  notizia,  che  conforta  la  testimonianza 
del  Gatari,  alla  cortesia  del  Conte  Romani,  bibliotecario  della  Valentiniana 
Comunale  di  Camerino,   (1.   del  10  II  11)  che  beu  volentieri  ringrazio. 


—  125  - 

PRO  MATRIMONIO  CONTRAHENDO  ETCETERA 
F.  ZABARELLA  CARDINALIS  FLORENTINUS  1412  ETCETERA 


«  Non  est  bonum  liorainem  esse  solum,  faciaraus  ei  adiutorinm  si- 
mile sibi  »  Oenesis  nj°  (1).  De  coniugio  nerba  facturus  te  suniinum  ac 
clementissiinum  institutorem  Deuni  supplex  prosnftragio  postulo,  qui, 
ut  ait  Maro,  «  res  liominum  qne  deura  que  eternus  (sic)  regia  jnipe- 
rijs  et  fulmine  teres  »  (2)  et  hac  spe  fretus  verba  resumrao  thematis: 
«  Non  est  bonum  etcetera. 

Eternus  et  omnipotens  Deus,  cum  in  mundi  primordio  conniugium 
statueret,  tria  depromisit  in  eo  ceteris  celsiora:  necessitatem,  commo- 
ditatem,  conformitatem;  potissima  quidem  necessitas,  felicitatis  liumnne 
creatura,  ea  est,  qua,  quod  ei  bonum  non  est  refugit,  assequitur  quod 
est  bonum,  summam  liinc  nacta  felicitatem,  de  qua  preclare  Philoso- 
phus,  Ethicorum  primo:  «  vnde  enuncciaverunt  bonum  quod  omnia 
appetunt  »  (3).  Jgitur  quia  non  est  bonum  hominem  esse  solum,  con- 
niugium Deus  instituit,  quo,  per  consuetudinem  ulte  non  diuiduam,  ven- 
dicando felicitati  alter  alteri  foret  adiumento.  Commoditas  autem  homini 
nulla  maior,  in  mortalitate  liane,  (sic)  nisi  conniugio  recte  conquirit 
(sic);  Jn  hoc  enim,  per  prolem,  uti  quandam  ymaginem  sui  reuirescit; 
de  hoc  eleganter  Cycero:  «  Comune  animantium  omnium  est  coniun- 
cionis  appetitus,  procreandi  causam,  (sic)  et  cura  quedani  eorum  que 
procreata  sunt  »  (4)  hac  legalis  sanctio,  hac  appellat  naturale;  vnde 
procedit  maris  et  femine  coniunctio,  quam  nos  matrimonium  appella- 
mus.  At  conformitatem,  nullis  in  rebus  ita  natura  desiderat  quem 
admodum  in  conniugio,  hinc  jllud:  Si  qua  uoles  apte  nubere,   nube  pari. 

«  Jungamus  uicissim  connubia  »  Oenesis  xxxiiij*-'^.  (5)  Celebraturi  cou- 


(1)  Gknbsi,  II  18  (Martini)  Dixit  quoque  Dominua  Deus:  Non  est  bo»um 
esse  hominem  solum:  faciaraus  ei  adjutorium  simile  sibi. 

(2)  Eneide,  I,  229-30  (Ribbeck)  adloquitur  Venus:  0  qui  res  hominumque 
deumque    |]    aetei-nis  regis  imperiis  et  fulmine    terres. 

(3)  Etica  Nicomachea,  I,  1,  (Biehl)  8tà  xaXwg  àuecpTìvavco  xàyaóóv,  òò 
Tidvx'   scpCsTat,. 

(4)  De  Officiis.  I,  IV,  11  (Mueller)  Commune  item  animantium  omnium  est 
coniunctionie  adpetitus  procreandi  causa  et  cura  quaedam  eorum,  quae  procreata 
sint  ; 

(5)  Genesi  XXXIV,  9,  (Martini)  Et  jungamus  vicissim  connubia:  filias  ve- 
stras  tradite  ìiobis,  et  filias  nostra»  acoipite. 


--  126  — 

niugiura  inclitura  conniugiorum,  et  liomimim  atque  oniniuin  auctoreni 
Dcum  in  suffragium  supplices  aduoceimis,  cum  Merone  perorantes  «  0 
pater,  o  bominum  rerum  que  eterna  maiestas  *  (1)  cni  magnifice  voci 
euperadiciaraus ,  cum  Sacra  Scriptura ,  deuotam  orationem  Hester 
xiij  Regine,'  ut,  prò  cunctis,  ego  vocem  humilem  promani  qnam  et 
ipsa  depromsit,  ad  Dorainum  inquiens:  «  Domine  mi,  qui  rex  noster 
es  solus,  adiuua  cuins  preter  te  nullus  auxiliator  est  alius  ».  (2)  Tri- 
bue  sermonem  conpositum  in  ore  meo,  ut,  in  conspectu  tante  subli- 
mitatis,  tamquara  (sic)  fulgentis  ac  numerosi  cetus,  ac  astancium  co- 
rone, quod  corde  concepi  non  inepta  uoce  pronuncciem.  Quod  ut  exe 
quar,  in  auspiciis  posita  nerba  reicero  que  fuere:  «  jungamus  inuicem 
connnbia  »,  cum  plurime  possint  occasiones  afferri,  quibus  conniu- 
ngium  uterque  (sic)  profert  solute  uite  connubium,  cum  maxime  tribus 
bonis  conniugij  subarrati(?)  conplectentibus,  consonum  est;  ut  prouo- 
centur  tria  sunt:  proles,  sacrum,  fìdes;  bec  ordine  nuinerentur  De 
condicionibus  appositis  in  desponsacione  e'  si  et  sumitur  ab  Angustino 
in  libro    «  De    bono  conniugali  »     tamen    sumptum    xxxij.   q.     ij.    solet 

etcetera (3). 

(a)  «  Videbunt  oranes  salutare  Dei  »  Ysaie  lij  capitulo  (4)  Salutare 
nostre  urbe  (sic)  conniugium  principes  et  patres  optimi  feliciter  cele- 
braturi,  suramo  Numini  tam  immensi  tam  in  (b)  fausti  sui  muneris  et 
dati  gloriam  et  accepti  graciam  refferamus.  Cum  enim  que  agiraus 
bona,  horum  omnium  auctorem  Deum  et  senciamus  sapienter  et  uera- 
citer  asseramus,  quo  magis  id  cogitare,  dicere,  affirmare  possumus  ac 
debemus  de  hac  felici  nupciarum  celebritate,    que  non  modo  bona  est, 


(a)  A  questo  punto  si  inizia  la  seconda  trascrizione.  In  matrimonio  et 
nupcijs  (b)  ommette 

(1)  Eneide,  X,     16-18    luppiter  haec    paucis:  at  non     Venus    aurea    cantra 

panca   refert: 

«   0  pater,  o  hominnm  rerttmque  aeterna  poteatas. 

(2)  Ester,  XIV,  3  (Martini)  Et  deprecahatur  Dominum  Deum  Israel  dicens: 
Domine  mi  qui  rcx  noster  es  solus,  adjuva  me  soUtariam,  et  cujus  praeter  te 
nullus  est  auxiliator  alius. 

(3)  S.  Agostino  Operum,  Tomus  VI,  Autverpiae,  1701  De  bono  Conjugali 
XXXII  (col  247)  Haec  omnia  bona  sunt,  propter  quae  nuptiae  bonae  sunt,  pro- 
les, fides,  sacramentuni. 

(4)  Profezia  D'  Isaia,  LII,  10.  (Martini)  Pararit  Dominus  brachium  san- 
ctum  suum  in  oculis  omnium  getitium:  et  videbunt  omnes  flnes  terrae  salutare 
Dei  nostri. 


—  127  — 

sed  infinitorura  (a)  quoque  bonorum  fona  quideiu  et  cumulus,  ut  potè 
qua  uibium  et  populorum  multorum  clarissimi  principes  affinitate,  qua 
earundem  (b)  principuui  domus  jllustres  bine  Carrarienaium,  Jlliuc  de 
Varano  amicicia,  qua  ipsarum  urbium  singulì  amore  beniuolentia  so- 
ciantur  fcj,  per  quam  earundem  urbium  rebus  pnblicis  uires,  copie, 
presidia  coraparantur,  privatis  (d)  obtinet  (sic)  tranquillitas,  et  quod, 
inter  humaua,  solum  inuiolabile  pignus  Maro  ait  pax  acquiritur  (1), 
nostre  antera  reipublice  dinturnitatis  spes  bine  oritur,  et  poene  im- 
mortalitatis,  quia  ex  preclarissimo  Carrai'iensi  genere,  per  lioc  felix 
(e)  connubi ura,  pi'ogeniera  speraraus  vnde  nostre  urbi  protectionem  et 
augmentum,  diuini  et  bumani  juris  conseruacionem  in  nobis  ac  rebus 
nostris  omnibus,  et  ampliacionera  nos  confidimus  babituros;  ex  hoc 
facile  licet  intueri  qua  leticia,  quo  gaudio  bine  afficiamur  cuni  uidearaus 
et  certam  nobis  in  presenti  tribui,  atque  (f)  futuris  seculis  cum  nobis  cum 
posteri»  nostris,  in  dubitacione,  (sic)  proniittere  felicitatem  Nec  nero 
in  banc  spera  adducimur  quadam  inani  occasione,  facilitate  uè,  seu 
(y)  levibus  coniecturis,  sed  certa  fide  et  ventate,  vebenientissimis  que 
presumpcionibus.  Si  enim,  quod  ait  Flachus,  *«  fortes  creantur  forti- 
bus  (2)  dubitamus  ex  prole  buius  inclite  Carrariensis  domus  vrbem 
banc  prospicere  (h)  gubernatum  iri,  (i)  cura  magnifici  et  orane  probi- 
tati  clarissime  (sic)  (jj  sponsi  nostri  Jacobi  de  Carrarea  (k)  genitorera 
inclitnra,  nostrum  principem,  suos  que  alios  illustres  inspiciaraus  pro- 
genitores  tanta  equalitate,  tara  ampia  justicia,  tara  certa  securitate 
rem  publicam  nostram,  a  temporibus  quorum  inicij  rara  est  memoria, 
gubernasse?  Ac  ('^j  ipsius  quidem  nostri  principis  et  eraintìntissimum  {mj 
genitoris  eius  tamen  (nj  et  {o)  ani  et  (oj  proaui,  reliquorum  fp)  maio- 
rum  (q)  res,  prò  salute  nostri  populi  gestas,  quis  est  tanto  eloquij 
flnraine,  tara  perspicati  et  excelso  ingenio,  tara  ampia  dicendi  copia 
tanta  facundia,  qui,  aut  digna  oratione  celebrare,  ut  (r)  eciara  (sj  in- 
digna refferre  posse  sperauerif?  Hec  ita  que,  quia,  non  laudibus  extol 
lere,  non  enuncciare  vocibus,  prò  rerum  magnitudine  sufficimus,  saltem, 


(a)  oinmette  fino  a  utpote  (b)  illornm  (e)  senciautur  (d)  privatis  ocium  tran- 
quillitas  (e)  ommette  (f)  tribnat  que  (g)  ommette  (h)  prospere  (i)  gnbernatain 
juri  (j)  clarissimi  ,(k)  Carraria  (l)  At  (m)  emineutissinii  (n)  cum  (o)  ommette 
(p)  et  aliquorum  (q)  aliorum  (r)  aut  (s)  eciam  non 

(1)  Eneide,  XI,  362-63  nulla  salns  bello:  pacem   te  poscimus  oniìies, 
Turne,  aimul  pacia  solum  inviolabile  pignus 
,  (2)  Carmina,   IV,  IV,  29  Fortes  creantur  fortibus  et  bonis; 


—   128  — 

quod  cnique  licei,  nobiscam  taciti  reputemus,  Deum  suppliciter  oran- 
tes,  (a)  ut  buie  illustri  doniui,  vnde  nobis  omnibus  tot  prodeunt  bona, 
feliciter  asaistat,  quo  sit  et  prole  numerosa,  et  viris  fortibus  ampia, 
et  posteritate  diuturna,  inuicto  eciani  nostro  principe  (b)  domino 
Francisco  de  Carrariensi,  (e)  et  suo  glorioso  primogenito  domino  Fran- 
cisco, militi  premagniSco,  ceterisque  magnificis  natie  eius  (d)  longeui- 
tatem  tribuat,  cum  amplitudine  felicitatis.  Sed  "et  precipua  quadam  lon- 
gitate  (e)  faueat  buie  (f)  coniugio  splendidissimo,  ut  sit  sponsis 
fortunatum,  letum  agnatis,  aniicis  gratum,  et  buie  potissime  urbi  ((j) 
regie  salutifferumj  ita  bonis  auspicijs  consumabitur  quod  premisinius: 
«  Videbunt  omnes  salutare  Dei  »  etc. 


(a)  exorautes  (h)   principi  (e)  Carraria     (d)    eiusdem    (e)    quandam    largitate 
(f)  Glumette  (g)  urbe. 


V^        fe^ 


DALL'  ARCHIVIO    GOVERNATIVO 
DELLA    REPUBBLICA    DI    SAN    MARINO 


IL    CARTEGGIO    ALLA  REGGENZA:    1413  1465 


Pubblicando  —  dopo  qualche  anno  di  attività  diversa,  —  i 
risultati  di  alcuni  studii  compiuti,  per  cortese  concessione  della 
Reggenza  allora  in  carica,  nell'Archivio  Governativo  della  Se 
renissinia  Repubblica  di  San  Marino,  mi  sia  permesso  da  que- 
gli studii  appunto  rievocar  le  forme  dell'  antica  cortesia,  per 
—  con  la  frase  sonora  del  Quattrocento  —  dedicare  «  spec- 
tabilibus  amicis  carissimi»,  Capitaneis  et  Consiliariis  Terrae 
Pennarum  Sancti  Marini  »  queste  pagine  che  fermano  alcuna 
eco  della  storia,  della  cronaca,  e  della  vita  de'  loro  avi,  de' 
loro  conterranei,  de'  loro  nemici  del  Rinascimento.  Tra  tutte 
le  serie  del  mirabile  Archivio  repubblicano  piti  rara,  più  pre- 
ziosa, pili  interessante  parve  al  mio  desiderio  -  e  pare  tut- 
tora —  quella  delle  lettere  dirette  alla  Repubblica,  da'  pri- 
m' anni  in  cui,  cominciando  il  Quattrocento,  si  fa  certa  nel 
carteggio  Sanmarinese  1'  indicazione  cronologica,  fin  quando, 
verso  1'  alba  del  secolo  decimosesto,  anche  lungo  il  Titano  co- 
mincia a  salir  1'  ombra  delle  tempeste  di  Romagna,  che  porte- 
ranno fino  in  libera  Repubblica  il  nome  1'  audacia  il  dominio 
del  Borgia. 

Qui  non  ve  n'  è  che  una  parte:  sufficiente  però,  io  credo,  a 
destare  in  altri,  più  fortunato  e  meno  emigrante  di  me,  il  de- 
siderio di  esplorare  oltre  ~  dietro  la  greve  porta  dell'Archivio 
chiavata  di  ferro  e  difficile  ad  aprire,  —  le  vecchie  carte  che 
hanno  in  sé  tanto  spirito  vitale  e  tanto  interesse  umano.  Per 
ciò  m' induco  a  pubblicare  questo  saggio  di  studii,  coi  quali 
molto  mi    piacque  ridestare,  pur  nell'  arida  forma  del  riassunto, 

9  —  itti  e  Henorie  della  R.  Dep.  dì  Storia  Patria  per  le  Marche.  1913. 


—  130  — 

tutto  quel  mondo  di  Feltreschi  e  di  Malatesti,  di  arcivescovi  e  di 
castellani,  di  dame  e  di  condottieri  d'  arme;  di  uomini  di  toga, 
di  guerra,  di  corte  e  di  ventura;  di  malviventi,  di  principi  e 
di  umanisti;  di  monache  e  di  vedove,  di  provvisionati  e  di 
ebrei;  di  gente  depredatrice  e  di  gente  depredata;  die  per  la- 
tino e  per  volgare,  per  mano  i)ropria  e  per  altrui,  fra  1'  Adria- 
tico e  1'  Appennino,  fra  la  Marca  e  l' Emilia,  dal  Lamone 
al  Metauro,  per  diretta  comunicazione  come  per  devio  tramite, 
compie  officio  di  legge  o  di  cortesia,  di  necessità  o  d'amicizia, 
di  carità  patria  o  di  avvertimento  ostile,  inviando  a  mano 
d' uomo  o  a  dorso  di  mulo,  le  sue  missive  sul  Titano.  Ro- 
ma qualche  volta  o  Venezia  portano  fra  le  lettere  così  spicca- 
tamente locali  e  caratteristiche  delle  loro  località,  1'  eco  del 
vasto  mondo  che  si  stende  oltre  gli  usati  limiti:  e  sono  allora 
elezioni  di  pontefici,  alleanze,  fatti  d'  arme,  avvenimenti  d' in- 
teresse generale.  O  sono  altrove,  ancora,  polemiche  umanistiche 
e  pareri  legali  e  questioni  di  famiglia  e  antagonismi  di  cam 
panile;  conflitti  di  competenza  fra  il  Vescovo  di  Montefeltro  e 
1'  autorità  laica;  litigi  con  quelli  da  Verucchio  o  dalla  Valle  o 
da  Kimini;  amichevole  corrispondenza  con  quei  da  Urbino  o  da 
Castel  Durante;  —  richieste  e  proteste  e  ringraziamenti  e  mi- 
nacce. 

Poiché  eli'  era  sempre  jìronta,  la  Repubblica  tenace  degli 
odii  e  delle  amicizie,  a  far  dispetto  a'  nemici  e  cortesia  agli 
amici  o  a  chi,  pur  senza  essere  amico,  cortesemente  ne  la  ri- 
chiedesse. Cortese  ella  fu  così,  più  volte,  a  varii,  di  grano, 
di  fanti,  di  maestri  di  pietra,  di  bestiame.  E  di  arazzi  al  Co- 
mune di  Ri  mini  per  il  passaggio  del  cardinal  Legato,  di  sten- 
dardi al  Podestà  di  Monte  Cerignone  per  la  festa  di  San 
Marco,  di  maniscalchi  al  campo  di  Monte  Maggio  per  ferrare  i 
cavalli  d'  Urbino,  di  ambasciatori  all'  assedio  di  San  Leo  })er 
esortarne  i  difensori  a  non  arrendersi;  di  alloggio  a  condottieri 
d'arme  come  di  ospitalità  alle  mogli  e  ai  figli  timidetti  de' 
limitrofi  signori,  quando  la  guerra  e  la  peste  minacciava. 

Documenti  di  vita  e  di  verità  restano  dunque  i  fogli  di 
questo  carteggio  repubblicano:  grandi  e  piccoli,  varii  di  aspetto, 


—  131  — 

di  misura,  di  tempo,  di  i)roveiiienza,  d'  importanza,  o  corrosi 
tanto  da  non  recar  piìi  se  non  1'  ombra  della  scrittura  antica, 
o  conservati  così  da  mostrare  ancor  recenti  i  sigilli  delle  du- 
chesse estensi,  come  se  appena  ieri  li  avesse  rotti  uno  dei  ca- 
pitani destinatarii:  i  sigilli  così  belli  e  cosi  varii,  dall'  aquila 
giustinianea  simile  a  quella  che  si  è  fermata  nella  pietra  della 
porta  di  San  Francesco,  al  complicato  stemma  ducale  degli  ulti- 
mi feltresclii;  dall'  anello  episcopale  del  Monsignore  feretrano 
alla  sigla  del  Malatesta,  quale  tìorisce  ancora  sullo  smalto  del 
tempio  ariminense;  dalla  medaglia  dei  conti  di  Verucchio  alle 
gemme  classiche  dei  dottori  di  legge. 

E  così,  varie  e  individuali  le  scritture,  dalla  nitidissima 
calligrafìa  di  Sante  d' Andrea  da  Serravalle  noto  pe'  rogiti 
riminesi,  attraverso  1'  eleganza  degli  Urbinati  maestri  di  ogni 
signoril  gentilezza,  e  del  magnifico  signor  Piccinino  o  dei 
Malatesta,  fino  agli  scarabocchi  de'  Carpegna,  terribili  uomini 
davvero,  se  pur  trattarono  i  nemici  come  trattano  la  penna 
per  latino  e  per  volgare. 

Intensamente  e  intimanjente  può  dunque  rivivere  anche 
nell'  arida  forma  del  riassunto  d'un  carteggio,  a  chi  ben  lo  con- 
sideri, la  vita  repubblicana.  Con  studio  ed  amore  molto  «  trassilo 
io  scrittore  »  dalla  tranquilla  solitudine  del  bello  Archivio  repub- 
blicano; lieta  se  sia  per  restare  —  e  per  me  che  scrissi  e  per 
chi  leggerà  o  pure  scorrerà  solamente,  e  sopratutto  per  la  Re- 
pubblica cui  fu  nell'intenzione  fin  d'allora  dedicato  —  testimone 
di  volontà  cordialmente  mossa  ad  onorare  la  Repubblica  e  la 
Romagna  nelle  memorie  del  passato,    bene  augurando    loro  per 

le  fortune  del   futuro. 

Amy  a.  Bernardy 


1.   —  Andrea  Paltroni  Podestà  di  Monte  Cerignone. 

Monteceriguone,   5  agosto  141S. 
Informa  i  San  Marinesi  della  sua  nomina  a  Podestà  del  Monte  Feltro 
V  degli  ordini     ricevuti,   di   mettersi   a  loro  disposizione    «  per  tuitione 
et  conseruatione  de  La,uo8tra  Liberta  et  pacificlio  stato  ». 


—  132  — 

2.  —  «  Sorlionus  de  Stininis  ». 

Serravalle,   25  giugno  1415. 
A  proposito  di  un    prato  conteso    fra  Magalotto    Castellano    di  San 
Marino  e  «  uno  Sante  del  Pacino  del  medesimo  loglio  ». 

3.  —  Antonio  Petrucci  Podestà  del  Monte  Feltro. 

Monte  Cerignon«^   16  settembre  1415. 
Per  chiedere  una  proroga    nelle  cause    de'  confini  della  Valle,  con 
poscritto  del  medesimo  giorno  sul  medesimo  argomento. 

4.  —  Antonio  Petrucci  Podestà  del  Monte  Feltro. 

Monte  Cerignone,  26  settembì'e  1416. 
Dà  un  appuntamento    per  la  delimitazione    dei    confini  della    Valle 
rimettendo  copia  della  lettera  dei  Capitani  a  lui   medesimo  in  data  16 
Settembre  1416  da  San  Marino. 

5.  —  Guido  Antonio  Conte  di  Monte  Feltro. 

Urbino,   1  Gennaio    1417. 
Chiede   la  restituzione  di  un  certo    terreno  indebitamente    tolto  ad 
uno  della  Valle. 

6.  —  Guido   Antonio. 

Urbino,  22  settembre  1417. 

Nominato  arbitro  per  una  condanna  trasmette  la  sua  sentenza. 

7.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  20  mareo  1418. 
Consiglia  la  reintegrazione  del  giuramento  d'  obbedienza  ai  Capita- 
ni; discorre  di  altri  affari  interni  di  San  Marino. 

8.  —  Giovanni  di  Maestro   Simone. 

Urbino,  13  aprile  1418. 

Avvisa  di  aver  saputo    che  il  Castello    ha  da  esser  tolto^  e  sugge- 
risce il   modo  di  ripararvi:   << amj   editto  de  certo  che  senza  fallo 

«  elcastello  ve  de  essere  tolto  edeme  ditto  el  modo  elquale  non  posso 

«  scriuere amj  parerla  che  se    mudasse  tucte  le  guarde  dai   palazzj 

«  questo  non  digo  senza  cascione  et  che  de  notte  non  se  dormisse ....   ». 

9.  —   Guido  Antonio  (guasta). 

Urbino,   4  maggio  1418. 

Circa  ad  alcuni  prigionieri  a  cui  favore  consiglia  che  si  interponga 
«  lapellagione  ». 


—  133  — 

10.  —  Guido  Antonio. 

Monte    Cerignone,   15  ottobre  1418. 

Della  condanna  di  un  suo  suddito  e  della  giornea  tolta  al  Can- 
celliere del  Sig.   Braccio. 

11.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  26  ottobre  1418. 

«  Nobilea  dilecti  nostri,  hauemo  receoudo  nostra  lettera.  Alaquale 
«  ve  respondemo  die  al  maistro  dela  scola  scriuemo  per  la  alligata 
«  lettera  pregandolo  et  strengendolo  de  quello  che  ce  scriuete.  Una 
<<  cosa  ve  recordamo  che  anoi  parerla.  Acio  che  esso  hauesse  più  ca- 
«  giòne  de  restare,  che  seria  ben  che  de  qualche  prouigioncella  lo  proue- 
«  deste  perche  atrouendo  elio  sallario  altroue,  come  pensano  che  atrouara 
«  cercando  serra  fatiga  aposserlo  retenere  no  habiando  Ij  qualche  sal- 
«  lario ». 

Passa  poi  a  parlare  della  giornea  del  cancelliere  del  Sig.  Braccio 
che  gli  fu  tolta,  di  Ghisello  da  Fàetano  che  ha  questione  contro  Giu- 
liano di  M.''  Simone,  e  di  Laurenzo  dal  Gesso  lavoratore  di  Ser  Fran- 
cesco da  San  Marino  che  ha  bando  da  Rimini. 

12.  —  Gli  uomini  del  Comune  di  Pietracuta. 

Fietracuta,   2  gennaio  1419. 
Richiedono  il  Comune  di  grano  oftìciosamente^  firmandosi  «  Lj   uo- 
strj  figloli  et  seruitorj  honiinj   et  Coni  uno    de  petragutola  ». 

13.  —  Guido  Antonio  (guasta). 

Mantova,  3  gennaio  1419  (f). 

Rende  conto  della  sua  visita  al  Pontefice. 

14.  —  Giuliano  di  maestro  Simone  Sanmarinese. 

Urbino,  3  febbraio  1419. 
Avvisa  la  partenza    di  Guido    Antonio  da    Firenze:    consiglia    una 
visita  di  cortesia  con  doni. 

15.  —  Giacomo  Roselli  Vicario  del  Podestà  d'Urbino  (in  latino). 

Urbino,   6  giugno  1419. 
Riferisce  di  un  esame  di  testimoni. 

16.  —  Giov.  da  S.  Marino  medico. 

Urbino,   16  ottobre  1419. 

Notifica  la  presa  di  Assisi  per  parte  di  Guidantonio,  della  quale 
sono  giunti  gli  avvisi  alla  Contessa.  Impreca  contro  un  traditore  Ave- 


-   134  — 

rardo  che  «  se  re'couerado  in  lo  cassare,  ben  credo  clie  sarà  pagado 
«  corno  merita  de  isoj  tradimenti  ecusi  piaccia  adio  che  sia  de  luy 
«  edeglialtrj  tradì torj  ». 

17.  —  Il  Capitano  di  Monte  Fiore  (guasta) 

27  febbraio  1420  (Ind.   23'') 
«  de  mane  hora  cliausarum  ». 

18.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  28  marso  1420. 

Chiede  licenza  di  cavar  grano  con  cortesi  parole,  dicendo  del  «  sta- 
<<  to  nostro  el  quale  posside  et  douete  reputare  vostro  ». 

19.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  28  marso  1421. 

A  proposito  di   una  lettera  del   Sig.   Carlo  inviatagli   in  copia. 

20.  —   Guido  Antonio. 

Gubbio,   25  settembre  1421. 

Riguardante  una  piace  della  terra  di  S.  Marino  coi  suoi  CastelUìiii: 
è  certo  che  il  R."'"  Padre  Maestro  Giovanni  Vescovo  di  Fano  farà  il 
possibile  per  il  bene  di   San  Marino. 

21.  —  Lucrezia  degli  Ordelaffl. 

Forlì,   13  marzo  1422. 

Ha  ricevuto  la  notizia  del  passaggio  d'  Angelo  della  Pergola  e  per 
1'  amicizia  fra  San  Marino  e  i  suoi  antenati  assicura  i  Sanmarinesi  che 
li  avviserà  d'  «  ogne  cosa  che  io  sentisse  essere  ai  danni   uostri  o  man- 

«  camenti doue    poi  uoglia  o    debba    andare    non    uè    ne  posso 

«  fare    chiarezza  alcuna.    Se  altro  sintiro  subito  uè  ne  aduisaro  ». 

22.  —   Guido  Antonio. 

Urbino,    20  luglio  1423. 

Ha  ricevuto  gli  ambasciatori  Bettino  ed  Antonio  di  Marino  con 
condoglianze  «  per  la  morte  del  flglolo  de  Berardino  ».  Quanto  alla 
concessione  di  grani  dal  Monte  Feltro  la  concederà  volentieri  a  cia- 
scun Sanmarinese  fuori  che  a  Ser    Simone  (1)  per  il  quale  vuol  riser- 


(1)  Nella  lettera  si  accenna  anche  che  egli  fu  capitano,  quindi  risulta 
essere  Simone  di  Menghino  Calcigui  reggente  con  Antonio  Lunardini  pel 
primo  semestre  del  142.3. 


—  135   — 

varai  di  vedere  «  li  modi  esso  tera.  E  se  ci  accorgerao  uogla  atten- 
«  dare  ala  conseruatione  de  laliberta  de  quella  Terra  et  ala  unione 
«  de  quella  de  bona  i;ogla  gliel  liberaremo.  Et  non  che  litoUessemo 
«  niente  del  suo,  ma  daremolj  del  nostro  ».  Si  rallegra  delle  notizie 
ricevute  circa  la  pace. 

23.  —  Fra  Giovanni  Vescovo  Feretrano. 

Talamello,  22  febbraio  1424. 
Rimanda  un  suo  notaro  ed  ufficiale  a  cogliere  le  pigioni   e  fa  varie 
raccomandazioni. 

24.  —  Lodovico  da  Kimini  Capitano  di   Serra  valle. 

4  gennaio  1427 . 
Propone  un  arbitrato  circa  le  vie    del  suo  Comune  «  sopraprese  et 
«  ocliupate  per  alcliunj   de  Ivosstrj  hominj    et  de  inosstrj   ». 

25.  —  Giovanni  da  San  Marino. 

Urbino^  12  aprile  1427. 

Lunga  lettera  riguardante  l'  eredità  di  Giuliano  suo  fratello  e  i 
crediti  contro  1'  altro  fratello  Francesco  di  Simone,   etc. 

26.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,   28  maggio  1427 . 

Significa  il  suo  desiderio  che  si  concludano  le  questioni  fra  i  Lu- 
nardini  e  i  Bartolini. 

27.  —  Marino   Calcigni. 

Bologna,   1  novembre  1427. 

Raccomanda  la  Conservazione  dello  stato  mediante  la  pace  e  la  con- 
cordia dei  cittadini  senza  la  quale  «  ogne  regno  inse  diuiso  se  de- 
«  struge,  commo  dixe  lapostolo  Petro  paulo.  unde  uè  uoglo  pregare 
«  che  curiate  che  glescandalj  non  ce  siano  auolere  mantenere  quella 
«  nostra  sancta  liberta,  la  quale  ninno  texoro  del  mondo  la  può  com- 
«  parare  commo  dixe  Virgilio  poeta  ....  » 

28.  —  Guido  da  Macerata  Capitano  di  Verucchio  (in  latino) 

21  febbraio  1429. 
A  richiesta  de'   San    Marinesi  ha    ricevuto  giuramento    da  certi  te- 
stimoni. 


---  136  — 

29.  —  Battista  Canonico  Riminese  (in  latino) 

(Jorogliano,  27  marzo  1429. 
A  richiesta  dei  San  Marinesi  giudica  due  dubbi  in  materia  religio- 
sa «  saluo  tamen  saniori   Consilio  ». 

30.  —  Franceschino  da  Monte  Tassi  Podestà  del  Monte  feltro. 

Monte  Cerignone,   14  maggio  1429. 
Espone  i  lamenti    di  uno  della    Valle  contro    alcuni    San    Marinesi 
clie  tolgono  pietra  muraria  da  una    Chiesa  guasta  <s  Ghiesia   guasta  di 
S.  Gianni  »  posta  nella  corte  della  Valle  di  S.  Anastasio. 

31.  —    Guido  Antonio. 

Urbino,  25   luglio  1429. 

Ha  ricevuto  gli  ambasciatori:  risponde  mandando  il  Bollettino  ri- 
chiesto. Manderà  messer  Serafino  a  quelli  della  Valle:  dimanderà  in- 
formazione al  Podestà  riguardo  a  quelli  che  «  tolsero  le  petre  dela 
Chiesia  ». 

32.  —  Camilla  Sforza  del  Drago. 

Pesaro,  penult.  agosto  1429. 
Per  raccomandare  Musetto  ebreo. 

33.  —  Innocenzo  dal  Cernie. 

(testo  in  latino  con  poscritto  staccato  in   volgare) 

Urbino,  23  settembre  1429. 
Rimette  iin  suo  consiglio  «  de  tutore  decernendo  pupillabus  ». 
P.   S.   «  perche    el   sallario    de    xxx  boi.     era  molto    poco  maestro 
Giohannj  me  ha  supplito  fin  in  uno  ducato  ^. 

«  Idem   Innocenti  US  ». 

34.  —  Guido  Antonio. 

dalP  Isola,   7  ottobre  1429. 

Credenziale  per  Ser  Giovanni  «  dal  pigli  »  ufficiale  del  Podestà 
del  Monte  Feltro. 

85.   —  Guido  Antonie. 

Urbino,  27  aprile  1430. 

Ha  sentito  delle  prigionie  di  Bartolo  di  Giangio  e  Franceschino  di 
Bertuccino;   il  suo  parere  è  che  «  quanto    el  caso  e  più    d'iraportantia 

«  tanto  '  più  procediate    maturamente Et  se    trouate    non    sieno 

«  colpeuoli  absoluarlj  ».   —  Termina  con  proteste  di  amicizia,  etc. 


—   137  — 

36.  —  Guido  Antonio. 

Cagli,    27  febbraio  1431. 

Li  consiglia  alla  prudenza  e  occorrendo  si  offre  ad  aiutarli  «  quia 
abundans  cautela  non  nocet.  ».  La  lettera  (che  è  in  volgare),  confer- 
ma la  notizia  data  da  Ser  Antonio  della    morte  del  Papa. 

37.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  21  maggio  1481. 

Prega  di  soprassedere  alla  condanna  di  un  Saniperlno  finché  egli 
non  verrà  a  San   Marino. 

38.  —   Guido  Antonio. 

Urbino,  28  givgno  1432. 
Chiede  trenta  buoni  fanti  temendo  il  passaggio  di  Nicolò  della  Stella. 

39.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  3  gennaio  1433. 
Eingrazia  dei  venti  fanti  inviatigli,   che    ha  spedito  a  Gubbio.   Non 
ha  guerra  né    col  papa    né  coi    perugini  né    con  altri,  eccetto    Nicolò 
della  Stella. 

40.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  5  giugno  1434. 

Essendosi  ordinato  in  Riraini  «  che  non  se  possano  cambiare  più 
quatrinj »  ha  ordinato  al  Montefeltro  che  non  si  possano  spen- 
dere né  togliere  se  non  «  septe  quatrine  brusiate  al  bolognino  >>  e 
l)rega  i   San  Marinesi  di  conformarsi  alla  detta   disposizione. 

41.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  16  settembre  1434. 
Chiede  grazia  per  Giovanni  e  Feltrano    de  Vivo  da   Monte    Maggio 
condannati  a  San  Marino  e  de'  quali    parlò  altra  volta. 

42.  —  Guido  Antonio. 

Gubbio,  6  giugno  1435. 
«  Nobiles  amici  et  dilecti  carissimi.  Io  so  qui  a  Ugobio  in  su  que- 
«  ste  frontiere,  et  veggio  apicato  el  fuoco  atorno  atorno.  E  parecchi 
«  miglara  de  caualli  ame  vicinj.  Equantunque  per  la  gratia  de  dio 
«  cum  ciaschuno  vi  uà  in  pace,  pur  nientemen  el  tempo  et  le<,condic- 
«  tione  del  paise  me  pare  recheggia  stia  meglio  proueduto  che  per  lo 
«  passato.  E  bisogna  li  mej   subditj  io  adopere    in  questo  facto  de  fa- 


—  138  — 

«  briano  doue  al  presente  apetitione  de  quelli  Signori  de  cliiauelli  l»o 
«  mandato  circa  fantj  viu.  Et  cuai  de  continuo  dapo  che  la  nouita 
«  fo  e  bisognato  et  bisogiiara  Io  li  subnegna  de  fantj.  E  pertanto  cum 
«  gran  securta  al  modo  usato  Io  vi  prego  strectamente  me  voliate 
«  seruire  de  vintj  fanti  de  li  vostrj  bonj  li  qualj  non  bo  men  fidati 
«  anci  più  se  fosse  licito  adirlo  che  li  mej  per  uno  mese  tanto  et  non  per 
«  più  per  mettarlj  ala  guarda  de  questi  cassari  et  rocche  de  Ugobio. 
«  Et  decio  me  farite  suramo  apiaxere.  Et  quanto  più  tosto  me  li  man- 
«  darite  tanto  più  caro  me  serra:  alraen  siano  quj  al  mezo  questo 
«  mese  presente. 

«  Eugubij   VI  Junij   1485. 

«  Guidantonio  de  Montefeltro,    de   Urbino    et  de  Durante  Conte 

«  etc.  -  tergo  Nobilibus  amicis  et  dilectis  nostris  carissimis. 

«  Capitaneis  et  Consiliaribus  Terre   Sancti  Marini  ». 

43.  --    Nese,  madre  di  Antonio  Martorano  da  Kimini. 

14  settembre  1436. 
Per    mano  di  Nicola    del    fu    Maestro    Angelo,  cittadino   Riminese 
Publico  Notaro,  scrive  ai  San  Marinesi  a  proposito  di  una  cavalla  se()no- 
strata  in  San  Marino. 

44.  —  Il  Sindaco  e  il  Comune  di  Monte  Copiolo. 

Monte  Copiolo,  2  maggio  1437. 
Credenziale  per  un   loro  messaggero. 

45.  —  Ugolino  de'  Bonfranceschi  Vicario  delle  Gabelle  e  Rettore, 

n  maggio  1431. 
e  Giovanni  di     Ser  Simone    e  Marco    Luce  Consoli    dell'  Arte  della 
Lana  di  Rimini     fanno  fede  di   un     debito  di   Michele  Fraucescnino  da 
San  Marino  con  Gaspare  di   Ser  Giovanni   de'   Mazzoli  drappiere,    come 
risulta  dai  libri    autentici. 

46.  —  Marino  Calcigni. 

Verucchio,  24  agosto  1437. 

Sopra  alla  differenza  tra    Maestro  Nicolò    d'  Andrea    da    Castello   e 
suo  zio  Giovanni   Gozi. 

47.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  1  novembre  1437. 

Invita  i    Sanmarinesi  alle  nozze    del  tìglio    Federico,    da    celebrarsi 
nell'  ultima  settimana  di  novembre. 


—  139  — 

48.  —  Bartolo  di  Arimìnino  San  Marinese  (guasta) 

3  marzo  1439. 
Circa  un  suo  figlio. 

49.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,    30  maggio  1439. 

Per  raccomandare  Anastasio  da  Cantiano. 

50.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,   10  gitigno  1439. 

Di  una    (juestione  della  sua    famiglia  con     altri,   per  una     cisterna, 
e  di  altre  varie. 

51.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  6  luglio  1439. 

Si  lamenta  di    diffamazione.   Comincia:     «  Egregij   patres  et  dominj 

«  mei   Rr.""'  Ben  cliio    douesse    sempre    remanere    patiente  ale    vilanie 

«  del  più  minimo  homo  di  samarino    per  che  me  sonno    tutti  padri  e 

«  fratelli   magiori    e   con  gran  sigurta    desparlano  di   me:   molti   magio- 

«  remente,  debbo    essere  patiente    alleuilauie     che    imei    signuri    capi- 

«  tanij   me  dicano  in  mia  absentia,   non  per  rispondere  ne  replicare  al 

«  mal  dire  perciò  che  noi  reputo  aingiuria,  ma  bene  per    mostrare  che  ' 

«  contra  dime  indebitamente  se  disparla  ». 

52.  —   «  Johannes  de  Mazancollis  de  Interanne  locumtenens  »  etc. 

liimini,   29  agosto  1439. 
A  proposito  del    pagamento  dello    estratto  degli  estimi    e  colte  del 
Vicariato. 

53.  —   Guido  Antonio, 

Urbino,  3  novembre  1439. 

Raccomanda    Ser  Piero  di     Neri  de  Brandani,     che  ha    sostituito  il 
defunto  Anastasio  da  Cantiano,  per  consiglio  di  Messer  Marino  (Calcigni). 

54.  —  Gaspare  degli  Ubaldini   Podestà  del  Monte  Peltro. 

Monte  Cerignone,   18  novembre  1419. 
Per  raccomandare    un     «  Pachino  di  Antonio    »     per    desiderio    del 
Conte  Guido. 

55.  —  Jacopo  Piccinino. 

S.    Agata,  23  novembre  1439. 

Chiede  che  sia  pagata  una  sicurtà  a  Ruggero  suo  provvisionato. 


—  140  — 

56.  —  Bartolo  di  Francesco. 

Biminl,   23  novembre  1439. 
Si  lamenta  che  il  comune  non  mandi  a  pagare  una  còlta  del  Vica- 
riato per  la  quale  lo  si  trattiene  in  prigione. 

57.  —  Giuliano  dell' Ammannato. 

Pietracnta,  26  novembre  1439. 
Chiede  M.*'"    Paolo  per    conciargli  il  molino  del    caasaro;   e  inoltre 
sale,   canapa,  etc. 

58.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  21  dicembre  1439. 
Dà  avvisi  e  notizie  varie. 

59.  —  Marino   Calcigni  (guasta) 

1440. 

Ha  ricevuto   la  nuova  lettera  a    proposito  dei    molinelli  da  quattro 
ruote  e  li  rimanderà  pppena  potrà. 

60.  —  Antonio  Sagramoro. 

Rimini,    11  gennaio  1440. 
Per  1'  amore  e    benevolenza  che    ha  ai  San    Marinesi    si    sente  co- 
stretto significare    loro  i  modi    disonesti    coi  quali  alcuni  dei  loro  im- 
brogliano servitori  e  soldati  del  suo    magnifico  Signore.    Segue  lamen- 
tandosi di  furti  di  animali  ed  altri  danni. 

61.  —  Mengone  da  Ravenna  Connestabile  di  Fanti. 

Monte  Maggio.,  11  gennaio  1440. 
Uno  Stefano  di  Nicola  gli  ha  fatto  fuggire  un  compagno:  egli  se  ne 
lamenta  avvertendo    di  far  poca    stima  della    persona,     ma  molta  del- 
l' onore  suo  «che  per  lo  falire  di  costui  poria  ocorare  molto  pericolo  ». 
Chiede  ai  San  Marinesi  una  punizione  esemplare. 

62.  —  Il  Capitano  e  i  Consiglieri  di  Verucchio. 

Verucchio,  29  gennaio  1440. 
Rispondono  ad  una  lettera  circa    certe  bestie  tolte  a  San    Marino  e 
menate  a  Verucchio. 

63.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino.!   31  gennaio  1440. 
Ha  fatto  fare  sei  balestre  grosse  da  molinello,  che Jcoste ranno  circa 
20  florinij   si  raccolgano  i  denari,  e  si  mandino  a  prendere. 


^ 


—  141  — 

64.  —  Lorenzo  di  (iriacomino. 

Serravalle,  1  febbraio  1440 
Per  un  suo  credito. 

65.  —  Gaspare  degli  Ubaldini  Podestà  del  Monte  Peltro. 

Monte  Cerignone,  9  febbraio  1440. 
È  disposto  a  spedire   dei  fanti. 

66.  —  Andrea  di  Domenichino  da  Serra  valle. 

Serratane,   13  febbraio  1440. 
Chiede  la  risposta  a  certe  lettere  portate  da  lui  al  suo  Signore  Si- 
gismondo Pandolfo  Malatesta. 

67.  —  Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 

Cesena,  14  febbraio  1440. 
Include    una   domanda    di  risarcimenti    e  si     lamenta  di    «  pegore 
«  tolte  ad  Molazano  ed  altri  falli,    questo  non  e  bon  modo  ad  far  be- 
«  ne.    Pertanto    prouedidili  altramente    ve  dechiararo    che  anche    nuj 
«  senio  da  casa  nostra.  Et  sauidj  ho  el  modo  de  valermene  ». 

68.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  3  marea   1440. 

A  loro  richiesta    interviene  presso    Mengone,  i  cui  fanti    da  Monte 
Maggio  hanno  danneggiato  alcuni  San  Marinesi. 

69.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  9  marzo   1440. 

Marino  di  Franco  da  Monte  si  è  lamentato    con  lui  della  prigionia 
per  il  fatto  di  Ri  mini.  Ne  chiede  la  liberazione. 

70.  —   Guido  Antonio. 

Urbino.,  23  marzo  1440. 

Ringrazia  per  1'  aiuto  dato  dai  San    Marinesi  ai  suoi  nel  vendicare 
certe  offese  ed  ingiurie. 

71.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  4  aprile  1440. 
Si  rivolgano  a  Guido  Paolo,   nuovo  Podestà  del  Monte    Feltro,   per 
ciò  che  può  occori'ere  loro. 


142  — 


72.  —   Guido  Antonio. 

Urbino,   18  aprile  1440. 
Ser  Piero  da  Urbino    tornando    1'  avvisa  come  i   San    Marinesi  ten- 
gono alle  porte  per    sospetto  molti   fanti,    che  non   può  esaere    se  non 
con  spesa  e  disagio:   fra  qualche  giorno  ne  potranno  licenziare  la  metà. 

73.  —  (iruido  Antonio. 

Urbino,  23  aprile  1440. 

Rassicura  i  San  Marinesi  circa  i  timori  espressigli.  Rammenta  loro 
che  sono  circa  47  anni  che  i  Montefeltro  non  hanno  più  briga  coi 
Malatesta,  e  la  presente  rottura  non  è  stata  «  per  nostro  deffecto  »; 
incoraggia  i  San  Marinesi  a  non  temere  perchè  «  per  la  gratia  de 
dio  hauemo  tanto  che  de  pane  et  de  vino  *  e  di  altro  potranno  fare 
le  spese  per  tutti  «  non  tanto  uno  anno  ma  doi,  o  trj,  et  quanto  bi- 
«  sognasse.   Et  quanto  non  haueasemo  se  non  uno  pane  el   partiremmo 

<<  cum  voj Et  sp(MJimo  che  omne  dj     le  cose  andaranno  de  bene  in 

«  meglio  informa  che  vi  piaceranno  ».  In  un  poscritto  dichiara  che 
ove  bisognassero  fanti   li  pagherà  a  proprie  spese. 

74.  —  Guglielmo  de'  Maschi  Avv.  del  Sacro  Concistoro  etc. 

liimini,  2,3  aprile  1440 
Si  lamenta  di  una  grande  ingiustizia  «  che  me  facta  per  lo  nostro 
regimento  »  avendo  imprestato  ad   un  certo  Bartolo  di  Agnolo   Fabbro 

una  panciera    per    la  fiera    di   San  Marino «  glelanprestai    liberal- 

«  mente la  quale    me  promise    reportare  subito  et  non    laportando 

«  et  hauendo  io  bisogno  de  la  paniera  molte  volte  lofacto  pregare  me 
«  la  reporie  et  sempre  ha  negato  renderla  eperciò  ne  scripse  aicapi- 
«  tanij  pregandoli  lo  constrengesse  li  quali  me  reapose  che  confessa  uà 
«  hauerla  et  che  me  la  mandarla  emai  non  la  mandada  epercio  denouo 
«  scripse  aicipitanij  pregandoli  che  lo  constrengesse  aremandarmela, 
«  et  che  lo  ponisse  segondo  noie  rasone  et  ancho  gle  ne  scripse  el 
«  S.  Mis.  Sigismondo  elqiiale  fo  podio  audido  et  meno  inteso  et  anco 
«  non  segle  resposto  et  io  non  ho  la  mia  paniera  et  centra  quello 
«  chatiuo  non  se  procede;  che  non  e  senya  grandissima  vergogna  de- 
«  quella  comunitate,  e  mai  non  haveria  credudo  essere  si  male  tractado 
«  li  quanto  io  so  considerando  1'  amore  ho  sempre  portado  et  porto  a 

«  quello  logo e  credo  essere    molto  più  utile  homo    per  quello  co- 

<<  muno  che  bartole  perche  non  receuette    mai  da  mi  seno  bene  et  no 


—  143  — 

«  noie,   et  da  lui  danno  et  uergogna.   E  perciò  me  lamento  dolendome 
«  cum  locore  et  cum  lanima  de  tanta  ingiustitia  ami  facta » 

75.  —   Guido  Antonio. 

Casteldvrante,  25  aprile  1440. 

Il  Podestà  del  Monte  Feltro  lia  ordine  di  mettersi  a  disposizione 
dei  San  Marinesi  con  tutti   i   suoi    uomini. 

76.  —   Guido  Antonio. 

Cagli.,   12  maggio  1440. 

La  moglie  di  Baldaccio  di  Angliiari  ha  ricorso  a  lui  perchè  le  sieno 
restituite  da  un  Bortolo  di  Franco  per  mezzo  di  un  suo  famiglio  va- 
rie sue  robe. 

77.  —  Guido  Paolo  degli  Acomanducci  Podestà  e  Commissario 
del  Monte  Feltro. 

Monte  Cerignone,    13  maggio  1440. 
Consiglia  la  vigilanza  e  si   mette  a  disposizione  della  Repubblica. 

78.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  4  giugno  1440. 

Raccomanda  Marino  di  Cristofano  da  Monte. 

79.  —  Guido  Paolo  degli  Acomanducci. 

Monte  Cerignone,   6  giugno  1440. 
Si   sta   trattando  la  pace  fra    il  suo  padrone  e  i  Riminesi  da  cui  si 
è  recato  il  Cancelliere    di  esso:   si     aspetta  il  ritorno    coi     Commissari 
ma  niente  v'  è  di   sicuro  e  la  prudenza  è  consigliabile. 

80.  Guido  Antonio, 

Urbino,    6  giugno  1440. 
Consiglia  ai  San  Marinesi  di  aderire  alle  domande  del  Conte  Fran- 
cesco di  Carpegna  per  il  danno  che  potrebbe    venire  dalle  sue  rappre- 
saglie ai   San   Marinesi   che  posseggono   terre  a  Fiorentino. 

81.  —   Guido  Antonio. 

Urbino,  giugno  1440. 

Ha  ordinato  a  Guido  Paolo  di  avvisarli  che  alcuni  ladri  di  be- 
stiame  *  se  reducono    Ij.   » 


—   144   — 

82.   —  Giovanni  da  Montone  Cancelliere  di  Niccolò  Piccinino. 

Pietramaura,  25  settembre  1440. 

Martedì  20  sett.  «  quando  fu  quello  catiuo  tempo  de  grandine  » 
gli  fu  tolto  un  ragazzo  da  un  Bartoluccio,  mentre  egli  era  di  passag- 
gio al  Mercatale  per  recarsi  da  Niccolò  Piccinino,  Bartoluccio  ha  inol- 
tre pubblicamente  deriso  S.  Sig."''  e  minacciato  lui  e  «  Musetto  giu- 
deio  che  uso  cum   mecho  », 

88.   —  Oddantonìo. 

Urbino,   6  dicembre  1440. 
Credenziale  per  Ser  Piero  da  Urbino. 

84,  —  Oddantonìo. 

Urbino,  dicembre  1440. 
Ser  Piero    tornando  ha    portato  la  loro    risposta.   Di   altre    cose  ha 
scritto  a  Guido  Paolo  e  al  Vescovo   del   Monte  Feltro. 

85,  —  Guido  Paolo  degli  Acomanducci  Podestà  e  Commissario 
del  Monte  Feltro. 

Monte  Cerignone,  10  dicembre  1440. 
Li  avvisa  di  aver  pronti  i  soccorsi  per  loro  e  non  bastando  ne 
manderà  altri.  In  caso  grave  Sua  Signoria  manderebbe  Messer  Fede- 
rigo o  anche  verrebbe  in  persona  «  con  quello  possesso  fare  »:  il  po- 
destà medesimo  ha  ordine  adoprarsi  per  lo  Stato  di  San  Marino  quanto 
per  lo  Stato  proprio  di  Sua  Signoria. 

86,  —  Guido  Paolo  degli  Acomanducci. 

Monte  Cerignone,   12  dicembre  1440. 
Ha  eseguito    i    loro    incarichi    ed  ha    ordinato    al  Castellano  di  M. 
Copiolo  ed  a  quelli  della  Valle  e  di  Monte    Maggio  che    stinno    pronti 
«  elle  se  linostrj   segni   se  faranno  uienaviseno  prestissimamente  ». 


87.   —  Oddantonk). 

Urbino,  20  dicembre  1440. 

Li  consiglia  a  guardarsi  ed  armarsi  essendo  egli  desideroso  dello 
stato  e  libertà  loro  come  del  proprio;  e  aggiunge  vari  precetti  di  difesa, 
in  sei  paragrafi. 


^ 


^ 


~     145  ~ 

88.  —  Cristoforo  di  Tomniaso  dalle  Salse  iiiercatlante. 

Bimini,  11  Gennaio  1441. 
Di  affini  trattati  per  i   San  Marinasi  e  dei  danari   relativi. 

89.  —  Guido  Antonio. 

Gubbio,  2<S  gennaio  1441. 

Si  professa  pronto  di  fare  per  loro  «  quanto  faremmo  per  Oddan- 
tonio  nostro  figlolo  proprio  ».  Non  è  ancora  tornato  essendo  i  tempi 
non  buoni  e  le  vie  molto  cattive. 

90.  —   Niccolò  de'    Prefetti. 

Monte  (Jeriynone,   12  aprile  1441. 

Circa  Marino  da  Monte  che  è  in  prigione:  chiede  che  si  contentino 
ne  sia  cavato  dietro'  buona   sicurtà. 

91.  —  Niccolò  de' Prefetti  (guastji!. 

Monte  Cerignone,  21  aprile  1441. 
11  signore  da  Rimini  ha  fatto  preparativi:  facciano  essi  buona  guardia. 

92.  —  Marino  Calcignì. 

Sasso  Corvara,  1  giugno   1441. 

Manda  a  dire  certe  cose  dimenticate  per  mezzo  di  un  Venturino 
latore  della  presente. 

93.  —  Ugolino     di  Bertinoro  Podestà  di  S^  Leo  (guasta). 

S.   Leo,  2  giugno  1441. 
Dà  alcuni  avvisi. 

94.  —  Antonio  de  Sagramoro. 

Yerrucchio,  20  giugno  1441 

A  proposito  delle  robe  ritrovate,  da  restituire,  e  di  vari!  altri  ar- 
gomenti. 

95.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,   21  giugno   1441. 
Manda  Giliberto    dell'  Agnello    uomo    fìdatissimo,     esperto    in     fatti 
d'  armi   e  pronto  ad  obbedirli;    manda    poi   aiielie  Messere    Giovanni   da 

9  —  itti  (  Menorie  delia  R.  Dep.  dì  Storia  Patria  ptr  le  Marche.  1912. 


—  146  — 

Corno  suo  ingegnere  tidatissinio  «.  et  molto  intendente  »  elio  curi  le 
fortificazioni  Sammarinesi  come  farebbe  «  per  lo  più  caro  loco  che 
habiamo  ». 

9tì.  —  Antonio,  Ufficiale  di  Custodia  a  Hiniini  e  Antonio  Sa- 
gramoro. 

Iiimini,  24  giugno  1441. 

Cliiedono  alcuni  delegati  a  ricevere  il  bestiame  e  le  altre  robe  clic 
si  ritroveranno,  purché  siano  tanto  onesti  da  non  accettare  «  roba  al- 
cuiui  che  se  retroui  aaluo  si  non  e  sua  ».  Rimandano  cin(iue  bovi  e 
due  somieri  con  alcune  masserizie. 

97.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  6  luglio  1441. 

Il  Conjmissario  del  Conte  Francesco  e  il  Cancelliere  del  Signore  di 
Kimini  partendo  hanno  lasciato  presso  il  Conte  Guido  le  proposte  di 
restituzione  e  risaicimento  agli  uomini  di  S.  Marino,  da  rettificarsi  per 
tutta  Domenica  che  viene.  Nel  frattempo  stiano  in  guardia.  Consiglia 
che  facciano  fare  «  doj  libriciolj  »  nei  <]uali  siano  ordinatamente  scrit- 
ti tutti  i  danni  e  la  roba  predata  con  le  stime  e  tutti  e  due  i  libri 
siano  conformi  l'uno  all'altro  «  e  non  sia  più  scritto  in  uno  clie  Inlaltro  », 

Si  devono  poi  eleggere  commissari  clie  rivedano  i  danni  e  bisognerà 
ritenere  uno  ed  inviare  1'  altro  dei  detti  libriccioli.  Termina  «  io  so 
«  tanto  straccilo  che  appena  ho  scritto  questa  lettera.  .  .  .  El  nostro 
«  Marino  de  Francesco  de  i  calcingnj  minimo  doctore  de  legge  et  al 
«  presente  podestà  de  durante  etc.   ». 

98.  —  (jruido  Antonio. 

Urbino,  9  luglio   1441. 

Dà  particolari  consigli  tecnici  sul  modo  di  fortificare  S.  Marino  «  da- 
quello  canto  del  1»orgo  oue  e  lacasa  demaestro  Giohanne  »;  suggerisce 
di  continuare  senza  interruzione  un   muro  a  secco,   già  esistente? 

99.  —  Federico. 

Monte  Maggio,  9   Ivglio   1441. 

Chiede  ferri  e  chiodi  da  cavalli,  csssendoglisi  sferrati  la  medesima 
mattina  50  cavalli,   (;  chiede  pure  qualche  libbra  di  cera. 


-    147  — 

100.  —  Sigismondo  Paiidolfo  Malateeta. 

Savignano,  15  agosto  1441. 

Mcneciiccio  da  Ciignano  e  Roscetto  suoi  iioinini  d'  arme  portando 
la  presente  richiederanno  due  cavalli  e  armi  appartenenti  a  loro  e  loro 
famigli:  chiede  soddisfazione  per  costoro^  in  cambio  delle  gentilezze 
usate  da  lui  ai   San  Marinesi    recentemente. 

101.  -  Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 

Savignano,   16  agosto    1441. 

Li  prega  che  facciano  restituire  a  Londedeo  da  Sarsina  suo  prov- 
visionato un  cavallo  toltogli  e  un  famiglio  imprigionato;  altrin)enti 
sarà  costretto  a  provvedere  all'indennità  del  suddetto  in  modo  che 
riabbia  il  suo  v<  et  non  l^bia  caxone  de  lamentarse  J>. 

102.  -  Guido.  Antonio. 

Urbino,  27  agosto  1441. 

Per  guardia  e  difesa  dei  San  Marinesi  manda  loro  Pier  Bernardo 
da  Cannai  «  comestabile  homo  valente  et  dabene  et  nostro  caro  Ami- 
co »:   gli   facciano  fornire  ciò  che  gli   abbisogna. 

103.  —  (xuido  Antonio,   (guasta) 

Urbino,  31  agosto  1441. 

Li  sconsiglia  dal  fare  una  progettata  protesta  a  Messer  Sigismondo, 
avendo  egli  pensato  altre  cose  per  i  loro  interessi,  in  modo  che  pia- 
cerà loio. 

104.  —  Federico. 

Faenza,   7  settembre   1441. 
Verrà  con  gente  a  soddisfare  i  San   Marinesi. 

105.  —  Federico. 

Monte    Ceriguone,  19  settembre   1441. 

Consiglia  a  prov.vederc  al  bestiame  secondo  gli  ordini  del  Conte 
suo   padre. 


—    1-18  — 

106.  —  Federico. 

Monte  Locca,  24  settembre  1441. 

Lettera  uniichevolej  notizie  intorno  jid  alcuni  presi  prigioni  a  S. 
Croce. 

107.  Federico. 

Monte  Copialo,   28   ottobre  1441. 

Otfre  rappresaglie  su  Sigismondo  se   offenderà  i  San  Marinesi. 

108.  —  Federico. 

Monte   Tassi,  26  ottobre  1441. 

OflFre  di  mandare  fanti  e  cavalli. 

109.  —  Griiido  Antonio  (guasta) 

Urbino,  26  ottobre   1441. 

Ha  iìrmato  col  Signore  Sigismondo  una  tregua  di  otto  giorni  con- 
tinua a  cominciare  da  sabato  p.  v.  die  sarà  28  del  mese,  al  levare 
del  sole,  e  perciò  li  prega  di  avvisare  che  chiunque  violerà  la  dcttii 
tregua  avrà  la  pena  della  forca.  Durante  la  tregua  i  San  Marinesi  po- 
tranno andare  nei  possessi  che  hanno  in  quel  di  Rimini  a  seminnre, 
ma  per  quanto  riguarda  la  terra  devono  fare  buona  guardia. 

110.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  21  ottobre  1441. 

Possono  stare  a  seminare  sicuramente  sul  pi'oprio  terreno  e  nel 
Montefeltrano,  ma  sino  a  nuovo  avviso  nessuno  vada  in  quel  di  Kimini 
ne  in  quel  di  Sigismondo. 

ni.   —  Federico. 

Monte    Tassi,   27  ottobre  1441. 

Prega  i   San   Marinesi  di   esortare  il  ]>adrt'  a  non   restituire  S.   Leo. 

112.   —  Guido  Antonio, 

Urbino,  28  ottobrt  1441. 

Li  ha  avvisati  che  jwtevano  andare  a  seminare  in  quel  di  Riniinij 
ma  gli  ambasciatori  del  Signore  Ah^ssaiulro  che  tratta  la  tregua  opinarono 
che  si   sopiasscdesse  finché  non  ne  avessero  scritto  al   Signore  Alessan- 


^ 


—  140  — 

dio  come  fecero;  o  perciò  Guido  Antonio  mandò  nnov'e  lettere  avvisan- 
doli elle  non  andassero  in  quel  di  Riniini  sino  a  clie  il  messo  non  sia 
arrivato  e  ora  ne  manda  un  altro  ripetendo  la  raccomandazione. 
Durante  la  tregua  che  è  di  otto  giorni  cominciando  (questa  mattina  al 
levar  del  sole  a  «  ({uando  e  Sabato  »  possono  fare  i  fatti  loro.  — 
Avuta  risposta  riscriverà. 

113.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,   4  novembre  1441. 
Per  «  contempla/ione  »  del  magnifico  e  potente  Messer   Alessandro 
Sforza  hanno  prolungata  la  tregua  fino  al   Mercoledì  ])ro8simo  al  levare 
del  sole,   e  perciò  ne  manda  avviso. 

114.  —  fruido  Antonio. 

Urbino,  9  novembre  1441. 

Li  avvisa  che  non  offendano  sino  a  nuovo  avviso.  Manderà  per 
maggiori  schiarimenti  il  suo  vicario  Generale  Messer  Giovanni  dal  Leone, 

115.  —  Guido  Antonio,  (guasta) 

Urbino,  9  novembre  1441. 
Circa  l'azione  degli  ambasciatori  e  la  tregua. 

11(5,   —  Guido  Antonio. 

Urbino,  15  novembre  1441. 

Non  avendo  i  Riminesi  fatto  restituzione  delle  l'obe  e  prigioni  presi 
al  tempo  della  tregua,  ritira  il  suo  consiglio  di  far  liberare  alcuni  da 
Faetano  prigionieri,  finché  i  Riminesi  non  restituiscano  «  loro  et  relaxceno 
li  nostrj.   » 

117.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  20  noxemhre  1441. 
Avvisa  d'aver  fatto  bandire  la  pace,  e  ne  manda  copia. 

118  —  Guido  Antonio 

Urbino,  20  novembre  1441. 
Si  rallegra  che  i  Sanmarinesi  siano  contenti    della    pace    fatta,  che 
hanno  ratificata  ed  intendono    ratificare  ogni  volta    che    occorresse.  Li 


—   150  — 

c'onsiglia  a   iiiaiidave,   oltre  al   Mavclietto    suo  inviato,   duo  aiiibasciatoii 
bene  informati  a  Mescer  Sijiisinondo. 

119.  _  Unido  Antonio,  (guasta)  . 1441. 

Parla  di  corto  fatto  di  guerra  seguito  di  recente. 

120.  —  tìuido   Antonio. 

dubbio,   6  febbraio    1442. 

Avvisa  le  trattative  del   figlio  col   Sig.   Sigismondo  Malatosta. 

121.  —  SigÌ8in<>ndo   Pandolfo  Malatenta. 

Rimini,    ir»  febbraio  1442. 

Si  lamenta  dei   mali  trattamenti   usati  a  certi  suoi   uomini. 

122.  —  Marino  ('alcioni. 

Urbino,  4   marzo   1442. 

Dà  il  suo  x)areie  circa  i   beni  lasciati  dall'  Arciprete  della  Pieve. 

123.  —  (Tiiido  Antonio. 

Castel  Durante,  22  aprile  1442. 

Prega  i  San  Marinesi  di  rendere  ad  Ugolino  de'  Randi  certo  suo 
grano,  poiché  «  la  fame  de  bi  neccessità  elcaccia  et  fallo  essere  impor- 
tuno.  » 

12J.  —  Malatesta  Novello  Malatesti  (al  don  te  Guido  Antonio 
d'  Urbino  e  Castel  Durante);  (copia.) 

Bologna,   27  aprile  1442. 

Annunzia  la  conclusione  del  parentado  di  Violante  con  lui  per  moz- 
zo di  Federico  «  de  la  qual  cosa  io  ne  remango  tanto  consolato  et 
contento  che  non  lo  porla  exprimero  ». 

125.   —  Guido  Antonio. 

Urbino,  3  maggio  1442. 

Manda  loro  copia  d'una  lettera  del  Magnitìco  Sig.  Malatesta  Novello 
dei  Malatesti  circa  le  nozze  tra  lui  e  la  figlia;  lia  ordinato  per  la 
prossima  domenica  6  Maggio  «  alegreza  et  falò  »  come  fa  il  Signor 
Malatesta. 


—  151   - 

126.  —  Guido  Antonio. 

Urbino^    19  maggio  144É. 

Non  può  concedei'e  la  tratta  del  grano  della  piazza  d'Urbino  «  senza 
nostro  gran  carco  et  biasimo  da  tncto  questo  populo  ».  Ha  provveduto 
in   altro  modo. 

127.  —  Marino  Cai  cigni. 

Urhiììo,  18  luglio  1442. 

Prega  che  sia  pagato  il  conte  Ugolino,  «  che  è  ragione  e  dovere  ». 
Avvisa  che  al  1.  Ottobre  Giliberto  d'  Agnello  verrà  podestà  in  Monte- 
feltro.   Si  dice  che  il  Capitano  sia  venuto  «  in  quello  di  Peroxa  ». 

128.  —  Federico. 

Urbino,  4  agosto  1442. 

Raccomanda  Bartolo  di  Giovanni  da  San  Marino  ed  il  fi-atello  accu- 
sati di   omicidio. 

129.  —  Guido  Antonio.   (  guasta  ) 

Urbino,   16  agosto  1442. 

Dà  notizia  di  una  pace  tra  il  Capitano  ...  e  il  Conte  Francesco. 
Accenna  al  Sig.   Galeazzo  ed  al  Re  di   Aragona. 

130.  -•  Guido  Antonio. 

Urbino,   11  dicembre  1442. 

A  proposito  di  certi  porci.   Credenziale  nel  suo  fattor  Bartolomeo. 

131.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,   12  dicembre  1442. 

Circa  i  giudei  del  Montefeltro. 

132.  —  Marino  Calcigni.  (  guasta  ) 

Urbino 1443. 

Parla  del  Conte  Ugolino  Bandi  e  di   una  dispensa  pontifìeia. 

133.  —  Guido  Antonio. 

Urbino,  5  gennaio  144.'}. 
Annunzia  le  progettate  nozze  con  Margherita  d'Este  sorella  di  Leonello, 


—  152   — 

l34.   —  druido  Antonio. 

Urbino  6  yennaio  1443. 
Cliiede  la  grazia  di  Giovanni   del  Vivo  di   Monte  Maggio. 

185.   •      (xuido  Antonio. 

Urbino,  8  febbraio  1443. 

Risponde  a  proposito  d'un  fatto  «  molto  molesto»  di  cni  non  ))firla. 
Li  consiglisi  a  riparare  «  ohe  niaiiir  scandalo   non   segna.   » 

136.    —  Giovanni  da  San  Marino. 

Urbino,   21  febbraio  1443. 

«  Magnifici  domini  domini  mei  singnlarissinii.  pensando  elnostro 
«  111.  S.  Segniore  Miser  Oddantonio  che  voy  veriste  qini  a  dolernj  de  La 
«  morte  de  la  bona  memoria  de  Lo  Illustre  S.  Suo  padre  haueua  dicto 
«  Amiser  Mai'ino  et  ame  che  ve  Scrinimmo  per  bona  caxione  et  respecto 
«  che  voj  non  veniste  et  de  li  a  poco  Spatio  receuimmo  La  lettera 
«  vostra,  La  quale  mostrammo  Ala  S.  Sua  et  per  (piesta  caxone  el 
«  ne  scrive  questa  alligata  che  per  ninno  modo  venire  per  le  caxoni 
«  che  elio  ne  Scrine  et  anche  forse  ce  qnalclie  altra  caxone  che  non 
«  ne  la  pò  Scrinere  Et  pertanto  ve  pregho  si  per  obedire  I  comandamenti 
«  de  La  Sua  S.  et  si  anche  per  fugire  omne  Sinestro  et  pericolo  che 
«  per  la  vostra  venuta  posesse  acadere  che  per  ninno  modo  mandiate. 
«  Apresso  vauiso  che  eldi  inanze  che  morisse  la  bona  memoria  del 
«  dicto  Signor  ne  La  Sua  camera  impresentia  de  più  de  Cinfpianta 
«  persone  parlando  alfigliuolo  de  più  etpiu  cose  et  daxendolj  la  sua 
«  benedictione  come  se  richiede  in  simile  acto  fra  laltre  cose  che  elio 
<<  li  comando  fo  che  sempre  Li  fusse  recomandata  La  comunità  di 
«  sauìmarino:  et  che  per  quella  deuesse  mecter  (elstato)  et  la  persona 
«  quanto  fesse  per  la  diffesa  de  La  Piazza  durbino  et  (luesto  Li  comando 
«  per  quanto  haueua  cara  La  sua  benedictione.  A  questo  possete  uedere 
«  et  comprendare  quanto  era  lo  Amore  Singulare  che  portana  ala  nostra 
«  terra  quello  bono  Signor.  Et  cusi  penso  per  quanto  io  possa  com- 
«  prendare  per  fin  rao  che  tara  questo  nostro  IH.  S.  Suo  figliuolo  non 
«  altro  per  questa  recomandome  sempre  auoy.  —  Urbinj  die  XXVII 
<■(  februarij   1443  recordoui  per  dio  che  actendiate  abona  guarda  et  che 


—  15.3   — 

«  staxiate  rediicti  in  castello  et  guardatine  de  non  essere  colti   di   fora 
«  da  vostri  nimici. 

«  Johannes  de  saiictoiiiarino  doctor 
«  et  come  seruictor  vester  fìdelissiinus. 
<<   (fuori)  Magnifìcis  Domini»  Capitaneis  (ter)   re  Sancti  Marinj 
<<  dominis  (meis)   Singnlarissimis  etc.   *. 

137.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  24  viarzo   144.'ì. 

«  Egregij  patres  anisoue  come  niartj  o  mercorj  se  parte  el  S.  e  va 
«  a  Siena  al  papa  sei  ve  bisongna  In  coniane  o  in  particalarita  cosa 
«  alcuna  adnisatene  la  sua  Signoria  e  per  li  facti  di  lapieue  mandate 
«  el  modo  come  fu  dicto  a  maestro  Antonio  et  aser  Antonio  et  a  ber- 
«  nabo  racomandome  a  voi  ex  Urbino  die  24  Martij  1443.  —  Marinus 
«  de  calcingnis  potestas  Urbini  etc.   » 

138.  —  Oddantonio. 

Urbhw,  6  marzo  144,3. 

Avvisa  che  andrà  a  visitare  il  Papa  nella  medesima  settimana  per 
faccende  di   stato  per  il  bene  degli  amici. 

139.  —  I  Consiglieri  d'Urbino,   (guasta) 

Urbino,  2  aprile  1443. 

Secondo  la  commissione  lasciata  loro  dal  Conte  avvisano  che  si  fa 
grande  adunata  di  gente  a  cavallo  ed  a  piede. 

140.  —  1  Deputati  al  Consiglio.  * 

Urbino,   4  aprile  1443. 

«  A  ciò  siate  partecipi  de  <|uanto  occurre  Vi  auisamo  come  el  e 
<<  scoperto  a  un  tiactato  apesaro  apetitione  diil  S.  meser  Gismondo  et 
«  iìn  mo  el  S.  Galeaz  ne  ha  fatti  impiccare  septe  a  le  flnestre  del  palazo.  » 

141.  —  Giovanni  da  San  Marino. 

Urbino,  27  aprile  1443. 

Neil'  occasione  dell'  andata  del  nostro  «  Illusti-e  S.  »  a  Siena  ha 
commesso  a  Ser  Andrea  suo  amico  di  raccomandare  al  «  Magnifico  ca- 
pitanio  Nicolo  piccino  »  col  quale  «  quando  fuj  in  lombardia  piglinj  grande 
amicitia  »  la  propiia  persona  e  la  comunità  di  San  Marino.   <'  El  Ma- 


—  154  — 

«  gnifico  Capitano  glia  risposto  clic  liij  por  nisim  modo  per  fin  die  la 

«  uita  gli  dura    noie  abaiidoiiare   ([iiella  terra  et  è    disposto  difenderla 

«  da  tuctj   Le  persone   che  uolesse    offendere  quella  et  sia    chi   vole  et 

<<  nìandare  a  omne  ora  che  l)isognio  fosse  parte  et  tncte  de  le  sue  gente 

«  da  pe  et  da  cauallo  per  la  deffesa  de   quella  et  quando   bisogniasse, 

«  venirce  in  persona.    Et  per  che  posiate    più  presto  liauere    aiuctorio 

«  se  hisogniase  per    questa  alligata.    Scriue  in  piena  forma    al    M."  et 

«  potente   S.     S.   Guidantonio  S.    de  faenza  che  aonine    vostra  reqtiisi- 

«  ctioue  sul)itament<i  senza  alcuna  excieptione  debba  mandare  parte  et 

«  tncte  dfe  le  sue    gente  da    pe    et  da  cauallo    al  secorso  de    la    terra 

«  nostra   et  se    bisognia  che  li   vengha    in   persona  cuni    tncto    el    suo 

«  sforzo  ».  Raccomanda  che  questa  lettela  si  mandi  al  Sig.  di  Faenza 
per  un  messo  «  che  havesse  in  se  fede  et  sentimento  »  a  parlare  dei 
bisogni  della  Comunità  fil  suddetto  signore. 

142.  —  Niccolò  de'  Prefetti. 

Pietracuta,   3  yinyno  144S. 

Li  avvisa  di  fare  buona  guardia  e  si  mette  a  loro  dis^wsizione  per 
il  passaggio  avvisatogli  di    «  cuuagli  e  fantj  ». 

143.  —  Guglielmo  da  Cagli  (  latino.  ) 

Siena,  7  (jiiujno  144iì. 
Scriva!  a  proposito  del  Prete  forestiero  desiderato  nella  Pieve. 

144.  —  Marino  Calcìgni. 

Urbino,   14  f/iiif/no  1443  (a  ore  ì  di  notte). 

Annunzia  la  venuta  di  Giliberto  d'Agnello.  Ritengano  quanto  hanno 
bisogno  i  100  Balesti'ieri  inviati;  manda  per  sovvenirli  6  some  di 
grano.  <<  El  Capìtanio  se  unito  con  lo  re  e  il  facto  de  bolongna  se  repo- 
uevato,  e  passa  la  cosa  bene  ». 


145.   —  Oddantonio. 

Urbino,   18  giugno  1443. 

Chiede  pel  Conte  Ugolino  Bandi  il  saldo  dei  suoi  crediti  allegando 
egli  «  soi  bisogni  et  maxime  laspesa  li  occurre  del  fare  la  casa  et  me- 
nare la  nora  che  de  tutto  dice  vero  ». 


—  156  - 

146.  —   Marino  Calcigni.   ■ 

Urbino,  26  lugìio   144:L 

Rende  vaiii  conti  n  proposito  della  Pieve  (te.  racooniandandosi  di 
sollecitare  il  denaro  «  che  senza  dinarj   non    se  fa   conelle  ». 

147.  —  Marino  Calcigni. 

Jl-biuo,  28  luglio   U4.'i. 

Ieri  lia  scritto  come  la  Bolla  di  Fra  Sainperino  è  spacciata  e  costa 
22   ducati   in  tutto.    Domanda  i   derniri   necessari. 

148.  -   Ottaviano  degli  Uhaldini. 

Urbino,  11  ottobre  1448. 

Secondo  lettera  d'  esecuzione  delle  colte  straordinarie  conceduta 
dalla  buona  memoria  del  suo  avo  e  confermata  da  suo  zio,  chiede 
1'  osservanza  della  medesima  «  et  che  solo  siano  granati  alle  c<dte  or- 
dinarie secondo  el  tenore  de  La.  dieta  lettera  ». 

149.  —   Oddan  ionio. 

Urbino,   14  novembre  144S. 

Il  Conte  Ugolino  Bandi  si  è  lamentato  con  lui  che  non  avendo  po- 
tuto ottenere  ciò  che  gli  deve  la  comunità  «  li  ha  bisognato  impigna- 
re  »;   ma  non  ha  fatto  rappresaglie  per  riguaido  allo  scrivente. 

150.  —  Oddantonio. 

Urbino,   1  dicembre  144S. 

Avvisa  di  un  progetto  di  Sigismondo  «  de  scalare  testa  Terra  et 
hauerla  per  furto  >>. 

151.  —  Oddantonio. 

Urbino,   5  f ebbi-aio  1444. 

Ilingrazia  di  una  loro  lettera  riuscitagli   giadita. 

152.  —  Il  Conte  Federico  «  de  Montefeltro 

de  Sancto  Agnolo  et  de  Mercatello  ». 

Urbino,  8  mar  so  1444. 

Per  un  putto  tolto  per  la  famiglia  di  Antonello  da  Mantea  suo  uo- 
mo d'arme;   lo  faià  restituire. 


-  156  — 

153.  —  Il  Consiglio  del  Sig.  Sigismondo  Pandolfo. 

lì' imi  ni,  25  marzo  1444. 

Liunentano  il  contegno  dei  San  Marinesi  e  dei  Feltresclii  a  loro  ri- 
guardo e  chiedono  1'  invio  di  delegati  per   comporre  la  vertenza. 

154.  —  Oddantonio. 

80  giugno  1444. 
Notizie  locali  varie. 

155.  —  Marino  Calcigni. 

Monte  Verignone,  8  ottobre   1444. 
Breve  avviso  di  pericolo   eventnale. 

156.  —  3Iarino  Calcigni. 

Monte  Cerignone,   16  ottobre  1444. 

Dà  istruzioni   a  proposito    di   fanti,   balestrieri  e  gente  d'  arme  pre- 
gando che  siano  trattati    bene. 

157.  —  Marino  Calcigni. 

Monte  Cerignone,  20  ottobre  1444. 

Avvisa  die  il   Conte  invia  a  San   Marino  «  arcita  con  certi  .soi  com- 
ptagnj  »  per  attendere  alle  dife.se  e  fortificazioni  del   Montefeltro. 

158.  —   l  Consiglieri  d'  Urbino. 

Urbino,   19  novembre  1444. 

Avvisano  il  passaggio  di  Francesco  Piccinino  con    3000  fanti. 

159.  —  3[arino  Calcigni. 

Monte  Cerignone,  21  novembre  1444. 

Avvisa  del  passaggio  di  fanti  e  cavalli,  consiglia  le   opportune  cau- 
tele. 

160.  —  I  Deputati  al  Consfglio  di  Urbino. 

Urbino,  22  novembre  1444. 

Significan  le  buone  disposizioni  del  Conte  in  risposta  ad  una  lettera 
dei  Capitani. 


—   157   ~ 

161.  —  Marino  Caleigni. 

Monte  Cerigìioìie,  29  novembre  1444. 

«  Spectabiles  viri  ut.  patres  honorandi.  ho  Inteso  quanto  Imuete 
«  scripto  aquellj  de  Monteiuaggio  incolpandoci  'lano  tolto  uno  porcho 
«  nel  nostro  terreno,  niarauegliandoui  de  ciò.  il  perche  ni  respondo 
«  corno  essendo  questj  soldatj  quj  per  la  utilità  vostra  corno  de  li  altrj  e 
«  bisogna  portiate  elpeso  Insieme  con  noj  et  specialiter  in  rebus  niininiis. 
Certificandouj  che  per  tucto  fanno  de  Danipnj  et  non  possono  fare 
«  altro. 

«  Ex  Monte  Cerignone  29  Noueiubris  1444  — 
«  Marinus  de  Calcignis  legiini  doctor  Potestas 
«  fé  retran  US  ». 

162.   —  Sigismondo  Paiidolfo  Malatesta. 

Uimini,   ultimo  novembre  1444. 
Chiede  un  indennizzo  o  restituzione  di  bestie  rubate  a  due  suoi  sudditi. 

168.  —  Marino  Calcigni. 

Monte   Cerif/none^  4  dicembre  1444. 

Comunica  notizie  avute  dal  Consiglio    di   Urbino  circa    il  colloquio 
del  Signore  (Federico)  col  conte  (Francesco  Sforza?). 

164.  —  Marino  Calcigni. 

Monte  Cerignone,  2  dicembre  1444. 
Sullo  stesso  argomento. 

165.  —  Marino  Calcigni. 

Monte  Cerif/none,   4  dicembre  1444. 
Manda  copia  di   uiiii   lettera  da  si)edirsi  al   Sig.   Sigismondo. 

166.  —  Il   Comune  e  gli   uomini  di  Monte  ('erignone. 

Monte  Cerignone,   6  marzo    1445. 

Interessano  i  Capitani  alla  liberazione  di  un  concittadino  imprigio- 
nato a  Rimini. 

167.  —  Domenico  Negusanti  Capitano  di  Yeruccliio. 

Verucchio,  is  marmo  1445. 
Di   cos(;  prese  e  resti  tu  it<-. 


—  158   ~ 

168.   —  Ottaviano  dej»:li  Ubaldini. 

MercaieUo,   26  apriìe   1440. 

Avvisa  dì  avere  feliceinento  condotto  a  termine  una  transazione  con 
liartoloninieo  Colleoni  mediante  125  ducati  d'  oro  per  la  liberazione  di 
certi  prigionieri. 


169.  —  Federico. 


Chiede  due  uomini   per  la  Kocca  d'  Urbino. 


rrbino,   l.'i  lìKflio  1445. 


170.  —  (rliiberto  dall'  Agnello  e  Deputati  d'  Urbino. 

rrbino.  24  n«/osto   144ò. 
Rimandando   una  guardia  del  cassero  d'  Urbino. 

171.  --  Marino  Calcigni. 

Monte   Ccrif/nonc,  24  fietiembre   Ì44ò. 

Per  tutta  la  sua  podesteria  lia  bandito  sotto  pena  di  forca  die  non 
si  debba  vendere  grano  ai  forestieri  né  i  forestieri  possano  comprarne: 
però  badino  i  San  Marinesi  di  non  incorrere  nella  pena:  se  occoi  re  grano 
non  solo  di  Monte  Feltro  ma  d'Urbino  si  rivolgano  a  Sua  Sigiioria  che 
non  ha  mai  negato  a  chi  domanda  e  massimamente  ai   San  Marinesi. 


Sasso,   9  novembre   1445. 


172.  —  Malatesta  Novello  dei  Malatesti. 

Chiede  due  inviati  coi   quali  conferire. 

173.  —   Marino  Calcigni. 

Monte  Cerignone,  S  dicembre  1445. 

Comunica  varie  notizie:  il  Conte  è  a  Urbino:  le  genti  d'arme  sono 
a  Castel  Durante,  S.  Angelo  e  Montebello;  i  cavalli  sono  3000:  «  pn;- 
«  gate  a  quellj  nosti-j  vicinj  che  non  voglino  Inuilirce  et  sopestarce 
«  tanto  che  noj  non  lo  possiamo  soportare.   » 

174.  - 

(  frammento  ) 

Fiorentino,  26  dicembre  1445. 

Lo  sciivente  chiede  che  San  Marino  l'aiuti  a  ricuperare  certi  fanti 
fuggiti. 


n 


—  159  — 

175.  —  Malatesta  Novello. 

Jìimiiìi,  S  (jennaio  1446. 

11  Consiglio  (li  Ilimiui  l'ha  avvisato  die  i  soldati  di  Vernccliio  han- 
uo  fatto  danno  in  quei  dei  San  Marinesi:  egli  ha  dato  severi  ordini 
«  et  non  crediati  che  questo  sia  de  voluntà  del  Signore-  meo  fratello  e 
«  mia  »;  e  quando  succedessero  simili  casi  prega  di  essere  avvisato 
«  che  per  noi  faro  corno  per  quelli   da  Arimino  o  da  Cesena.   » 

176.  —   Malatesta  Novello  dei  Malatesti. 

Monte  Fiore,  27  febbraio  1446. 

Ha  risaputo  dal  Capitano  di  Fiorentino  che  per  commissione  di  un 
San  Marinese  alcuni  della  Valle  e  tre  altri  fanti  hanno  preso  «  in  la 
«  vostra  corte  de  San  Marino  *  un  certo  Nanni  da  Fiorentino:  ne  chiede 
la  liberazione. 

177.  —  Federico. 

Vrbino.1  S  aprile  1446. 

A  proposito  di  un  furto  d'  argenti  avvisa  i  San  Marinesi  d'  aver 
graziato  i  colpevoli   *  per  vostro  respecto.   » 

178.  —  Clarino  Calcigni. 

Monte   Ceriynone,  lo  aprile  1446. 

«  .  .  .  .  Kespondo  a  vostra  lettera  che  me  rencresce  asa  de  dampno 
«  de  li  uostrj  et  subito  mandaro  aprovederc  ....  liaueua  hauuto  adu- 
«  iso  da  la  ualle  come  Nannj  dafìorentino  et  altrj  da  fiorentino  che 
«  erano  cavalcati  alaualle  senerano  venuti  ateglio  et  pare  che  lauilla 
«  dcteglio  sia  albergo  de  chi  male  fa  et  Inspetialita  la  casa  de  Antonio 
<,<  de  badiale  ....  molte  volte  cimai  ulnare  dura  uno  tempo  et  poj  se 
«  perisce  nel  mal  vivere,  gli  hominj  de  Samarino  hanno  bel  tempo 
«  dio  glelo  conservi,   et  diagle  giatia   cIk;  lo  sa[)iiio  conosciire.   » 

179.  —   Il  Consiglio  del  Sig\  Malatesta. 

Bimiiti,    'J'>  luglio  1446. 

Giovanni  Schiavo  e  Gruido  [)rovvisi()iiati  di  Messer  Malatesta  Novello 
hanno  penduto  un  paio  di  buoi  che  dubitano  passati  o  \endnti  a  S. 
Marino:   pregano  che  sia  fatto  il  possibile  per  la  restituzione. 


—  160   - 

180.  —  Marino  Calcigni. 

Fietracuta,  ,V  aprile  1447. 

Ha  ricevuto  dn  varii  notizia  «  clic  in  ante  che  passe  quatro  dj  quelli 
«  da  Saniarino  seranno  pagati  de  le  alegrezze  clie  anno  facto  de  lainovte 
«  del  Signor  miser  Malatcsta.  E  cJie  el  Signor  Miser  Sigisniundo  e  ve- 
«  nnto  asancto  Arcangiole  cani  cauallj  assaj  de  che  snb'te  a  la  liamita  de 
«  (jnesta  siati  Insenie  e  prondete  che  li  hoininj  stian)o  redtictj  per  modo 
«  che  quello  loco  non  possa  essere  dislacto   ....   » 

181.  —  Federico. 

l  rìiiiw,   8  aprile  1441. 

Promette  di  far  risarcire  certuni  danneggiati  da'  suoi  soldati  di 
Monte  Maggio. 

182.  —  Antoniii»  Johannis  de  Urbino   ufficiale    nel    Montefeltro. 
(frammentaria). 

Tannano,  28  aprile  1447. 

«  ,  .  E  per  tanto  uè  aui.s()  che  uno  amico  quale  sta  in  le  (  .  .  ) 
«  certificato  che  se  cercato  et  cercasse  de  furare  testa    uostia    terra  et 

«  che  più   ( )  da  pochj  dj  in  (pia  sonno  venuti;  et  intra- 

«  te  et  ueduto  et  sentito  che  (....)  pero  che  dice  che  pensano  ha- 
«  Tiere  le  roche  o  perfurto  o  perforza  considerato  le  poche  giiarde  li 
«  tenete  et  da  puoj  tolte  «juelle  dare  la  l)ataglia  da  doj  cantj  et  .che 
«  questi  talj  sonno  intrati  et  usiti  et  niaj  non  sonno  statj  sentiti 
«  de  che  comme  liouio  ama  testa  libertà  ui  prego  et  per  dio  de  nono 
«  uiprego  quanto  più  so  et  posso  che  per  qualche  dj  voj  mectiate  più 
«  guarde  ali  palazzi  e  che  le  guarde  et  cerne  venghiuo  meglio  anco 
«  auoj  capitanij  ui  prego  non  voliate  dormire  tutto  el  sonno  perche 
«  nonché  a  uoj  ma  ame  ha  facto  tucto  sbagntire  odendo  simile  nouella 
«  et  per  dio  anco  ui  prego  non  l'aviate  aniente  perche  lamico  me  la 
«  dieta  molto  più  strecta  che  non  uè  scrino.  » 

183.  -  Federico. 

Urhiìio,  13    settembre   1447. 

Prega  i  San  Marinesi  di  sovvenire  di  grano  quelli  da  Monte  Copiolo 
«  accertandovj  Che  voj  fate  per  voj  medesimi.  » 


—  161  — 

184.  —  Federico. 

Gubbio,   23  settembre  1447. 

Accusa  ricevuta  di  lettera  per  mezzo  di  Antojiio  «  Vostro  Terrero  » 
a  cui  ha  affidato  la  risposta  verbale. 

185.  —  I  Deputati  al  Consiglio  d'  Urbino. 

Urbino,  22  dicembre  1447. 

Li  confortano  ad  aspettare  secondo  scrissero  i  San  Marinesi  in 
una  lettera  precedente. 

186.  —  I  Consiglieri  d'  Urbino. 

Urbino,  6  gennaio  1448. 

Ritengono  i  fanti  mandati  da  S.  Marino  a  Urbino  rimandandoli 
«  lunedj  o  martedj  remossa  orane  cagione.  » 

187.  —  I  Consiglieri  d'  Urbino. 

Urbino,  12  gennaio  1448. 

Rimandano  i  4  fanti  (di  cui  parlasi  nella  lettera  del  6  Gennaio 
1448)  ringraziando  e  offrendosi. 

188.  —  Francesco    Foscari  Doge  di  Venezia    (hu  pergamena  e   in 

latino). 

Venezia,  dal  palazzo  dticale,18  febbraio  1448. 

Un  cittadino  Veneto,  Teodoro  Marasco,  ha  riferito  che  si  è  recato 
a  S.  Marino  per  conseguire  certi  suoi  diritti  contro  un  tal  Nicola,  mu- 
lattiere da  San  Marino  per  certi  fustagni  vendutigli,  del  prezzo  di  138 
ducati,  senza  poter  ottenere  giustizia.   Ne  chiede  la  restituzione. 

189.  —  Giovanni  Sforza  (guasta). 

1449. 

Prega  di  obbligare  Maestro  Simone  scalpellino  a  fare  il  lavoro  di 
un  ponte. 

190.  —  Pier  Giovanni  Conte  di  Cesena  (guasta). 

1449. 

A  proposito  di  un  Messer  Andreine  da  San  Marino  il  quale  avendo 

Il  —  itti  e  Henorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  p«r  le  Marcile.  1912. 


—  162  — 

morto  uno,   per  paura  che  lo  martoriassero    «  uoleva  dare  quella  terra 
«  al  mio  excelso  Signore  ». 

191.  —  Fra  Giovanni  Enrico  de'  Tonsi  Vescovo  di  Fano. 

Fano,  10  gennaio   1449. 

Delibererà  e  farà  quanto  sarà  necessario,  al  ritorco  da  Roma  di  un 
Messer  Giovanni  che  vi  è  andato  per  interessi  della  Comunità. 

192.  —  Il  Consiglio  dell'  Eccellentissimo  Signor  da  Rtmini. 

Bimini,  9  febbraio  1449. 

Raccomanda  la  causa  di  un  mercante  Benedetto  Tingoli  cittadino 
di  Rimini. 

193.  —  Pietro  di  Tomaso  da  Urbino. 

Urbino,  10   febbraio    1449. 
Di  suoi   interessi. 

194.  —  Federico. 

Urbino,    27  marzo  1449. 

Parla  del  medesimo  argomento  di  che  nella  lettera  29  aprile  1449. 

195.  —  Ser  Filippo  da  Raggiano  Capitano  di  Fiorentino. 

Fiorentino,   10  aprile  1449. 

Si  lamenta  che  non  siano  riscosse  ancora  le  colte:   ha  già  speso  del 

proprio  ed  è    obbligato  ad  altri    «  poviri  homini,    ho  la  mia    famiglia 

<f  qua   schalze    et    malvestita  ».     Aggiunge    molti     altri  ragionamenti 
«  conclusiue  ho  bisogno  reschodere  el    mio  Salario  ». 

196.  —  Il  Consiglio  dell'Eccellentissimo  Signore  di  Rimini. 

Bimini,  21  aprile    1449. 

Il  Nobile  Uomo  Teodoro  Marasco  di  Venezia  cittadino  di  Riinini  e 
mercante  ha  riferito  loro  del  suo  Credito  con  «  Nicolo  mullathiero  .  .  , 
per  fustagnj   ».    Pregano  che  gli  aia  fatta  ragione. 

197.  —  Marino  Calcigni, 

Urbino,  22  aprile  1449. 
Di  vari    affari  e  della  sua    prossima    venuta    costì.  Raccomanda  ai 
San  Mai'inesi   la  giustizia  e  il  fortificare. 


—    163   — 

198.  —  Federico. 

Urbino,  29  aprile    1449. 

A  ricliiestii  dei  San  Marinesi  lia  raccomandato  un  affare  al  Conte 
Lamberto  e  al  Vice  Podestà  del   Montefeltro. 

199.  —  Scalogna  dall'  Isola  conestabile  di  pedoni. 

Urbino,  27  maggio  1449. 

Ha  sentito  che  i  San  Marinesi  hanno  differenza  con  quelli  da  Ri- 
mini.  Si  proferisce  a  servirli  «  che  per  trecento  fanti  metrovo  meglio 
«  in  ordine  che  coinestabile  faccia  questa  arte  del  soldo  et  bisognan- 
«  dono  pin  che  trecento  fanti  predicti  grazia  de  Dio  ho  tal  credito  che 
«  in  pochj  dj  hauero  gente  un  mondo....  me  rendo  certo  f^rimo  re- 
«  haiieduti  altrj   deloro    errore  ». 

200.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  27  maggio    1449. 

Chiede  notizie.  Il  Papa  è  a  Siwleto.  Il  Sig.  Federico  è  andato  da 
Sua  Santità.  Spera  che  non  succeda,  ma  quando  succedesse  che  «  li 
«  nostri  vicinj  ce  uoglino  renchiudere  in  gabia  »  non  bisogna  aspettar 
che  ci  tolgan  «  li  nostrj  grani  et  frutti,  a  recorere  al  superiore  nostro  ». 

201.  —  «  Marinus  de  Calcignis  legum  doctor, 

et  Ser  Franciscus  Nicolay  de  Terra  Sancii  Marinj  ». 

Spoleto,  1  giugno  1449. 

«  Magnifici  Doininj  nostrj.  lierj  che  fo  adj  ultimo  del  passato  mese 
«  ariuamo  qua  aspolite  et  subito  facemo  una  lettera  decredenza  per 
«  parte  dela  nostra  comunità  directiua  a  miser  Serafino  da  Urbino 
<<  et  cum  luj  c^  aperimo  de  tutti  I  nostrj  secreti,  et  de  la  caxione 
«  dela  nostra  venuta  qua  al  sancto  padre.  In  omne  nostro  fauore  lo 
«  trouamo  tanto  bene  disposto  che  non  se  poria  dire  più.  Ma  come 
«  douete  essere  informati  senza  mezanita  de  qualche  grande  Maestro 
«  non  se  pò  cusi  imuìediatamente  hauevere  la  Inttada  ala  Sanctita  de 
«  nostro  S.  de  che  ce  Conforta  che  In  li  nostrj  facti  pigliamo  li  fa- 
«  uorj  del  Cardinale  Morinensis  el  quale  e  ultramontano  et  per  lo  do- 
«  uere  senza  reguardo  de  persona  del  mondo  fa  per  chi  Ip  rechede  et 
«  e  el  più  creduto  cardinale  che  sia  apresso  al  papà.  Ma  quj  bisogna 
«  facti  et    parole.  Noi  uedemo    questa  nostra  bolla    et    ujaxime    delle 


—  164  — 

«  còlte  ce  sera  arestada  et  bisogaara  piatirla  In  corte  perche  non  se 
«  poria  cauare  cliel  S.  Sigismondo  non  aula  audition.  Per  che  niiser 
«  Jacorao  da  Cortona  Vescouo  de  Rimino  e  deputato  ala  Signadura 
«  dele  supplicatione  onde  secondo  ce  Informa  chi  Intende  questo  facto 
«  nante  che  se  sbrighe  la  cosa  de  Corte  de  Papa  cura  le  cortisie  che 
«  se  conueranno  usare  ali  grandj  Maistrj  montara  centouincinque  ducati 
«  d'oro,  che  obtenendo  questo  In  podio  tempo  migloramo  Centenaia  et 
«  miglara  de  ducati  ala  nostra  comunità.  Et  perche  el  papa  Canta  oggi 
«  la  messa  e  cusi  el  vespero  doue  interuengono  tutti  licardinalj  per 
«  questo  dj  non  possimo  fare  più,  ma  domane  farimo  una  parte  dele 
«  uostre  ambasciade,  racomandamoce  sempre  a  voj. 
Ex  Spoleto  die  prima  Junij   1449. 

*  Et  se  noi  intendi  te  che  queste  facende  vadino  Inanze  Comen- 
«  zade  adare  modo  al  denaro,  che  seria  bona  spesa  lassare  per'  uno 
«  poche  omne  altra  spesa  et  atendere  a  questo. 

«  Aduisate  le  nostre  famigle  che  noj  stamo  bene. 

«  Marinus  de  Calcingnis   legura  doctor 
«  et  Ser  Franciscus  Nicolay  de  terra  Sancti  Marinj  ». 

202.  —   Il  Consìglio  del  Signor  di  Rimini. 

Bimini,'  5  giugno  1449. 

Chiede  soddisfazione  a  un  credito  che  per  Bertoldo  da  Serravalle 
ha  cogli  eredi  di  Simone  di  Simonino  di  S.  Marino  che  abitò  in  Ri- 
mini, ai  quali  è  concesso  licenza  di  venire  nel  terreno  del  Signore  di 
Rimini,  se  verranno  a  soddisfare  il  suddetto. 

203.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  9  giugno  1449. 

Annunzia  il  ritorno  di  Ser  Francesco,  consiglia  che  facciano  far  co- 
pia di  tutti  i  loro  privilegi,  cerca  di  condurre  da  Faenza  il  Conte 
Carlo  da  Campobasso  con  400  cavalli  e  lo  Scalogna,  «  et  retorname  In 
«  la  antiga  inimicitia  dio  et  perdonj.  ma  dio  sa  se  per  dare  paxe  a 
«  quello  logo  se  Io  ho  sempre  confortato  se  faccia  li  facti  nostrj  cura 
«  lo  papa,  et  e  uero  che  quando  non  havissimo  altro  remedio  per  non 
«  perire  come  tristi  per  salute  de  ta  nostra  liberta  voria  che  il  venis- 
«  se  non  che  scalongna  et  el  conte  cario  ma  tanti  che  facessero  re- 
«  cresi  altrj    del  suo  errore,  et    chi   uolemo    advisarne  Arimino    si  ne 


—  165  — 

«  ad  visi  che  per  la  liberta  de  la  terra  mia  ce  nietteria  ciocche  potesse 
«  fare  et  dire,  dio  volesse  che  noi  fumo  tutti  ad  una  a  questa  inten- 
«  tione  che  non  se  farieno  tante  spie  ma  pure  se  voria  una  volta 
«  conoscere    questi  talj  raportadorj  ....   » 

204.  —  Lodovico  da  Cantiano  «  all'Egregio  uomo  e  fratello  Ono- 
rando «  Ser  Francesco  de  Sancto  Marino  ». 

Urbino,   18  giugno  1449. 

Un  bollettino  del  Sig.  Sigismondo  che  egli  acclude  gli  concede  di 
«  far  trare  uno  lecto  de  penna  »;  perciò  chiede  che  gli  Spettabili  Ca- 
pitani gli  diano  i  danari  che  deve  avere. 

205.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  21  giugno  1449. 

« Questa  matina  sonno  apesaro  stati  Irapichati  duj    citadini 

«  per  tractado  scoperto  da  quatro  dj  in  qua  et  già  de  questo  mese  se- 
«  gle  sonno  scoperti  duj  tractadj,  si  che  li  strolaghi  che  hanno  facto 
«  gli  giuditij  de  questo  anno  dicono  che  questo  anno  se  faranno  tra- 
«  ctadj  asa  ma  che  pochi  ne  reusirauno  et  periranno  molti  traditori  >. 

In  poscritto  «  de  le  bolle  nonneso  cosa  alcuna  perchè  alandata  apapa 
«  Eugenio  senestette  ale  nostre  parole  et  non  operano  le  bolle.  Forsi  ba- 
«  sta  quelle  de  Papa  Martino  se  voj  me  mandate  la  copia  ....  » 

206.  —  Il  Consiglio  del  Signore  di  Rimini. 

24  giugno   1449. 

Accludono  la  supplica  degli  uomini  e  Comune  di  Serravalle  racco- 
mandandola. 

207.  —  Il  Capitano  e  gli  uomini  di  Fiorentino. 

2  luglio  1449. 

Mandano  due  messi  a  proposito  delle  cólte  «  perchè  li  nostri  cole- 
«  ctori  sonno  molto  straciatj.  » 

208.  —  Il  Consiglio  del  Signore  di  Rimini. 

(guasta) 

9  luglio  1449. 

Raccomandano  la  supplica  di  un  loro  cittadino  creditore  di  un  San 
Marinese. 


—  166  — 

209.     -  Federico. 

Villa  di   Vico  Pisano,  12  luglio  1449. 

Scrive  a  proposito  dei  timori  dei  San  Marinesi  per  Sigisnioudo  (Ma- 
latesta). 


210.   —  Lodovico  da  Cantiano. 


Insiste  perchè  si  provveda  al  fatto  suo. 


Urbino,   12  luglio  1449. 


211.    —  Giorgio  Mainardi  Capitano  di  Verrucchio. 
(guasta) 

Verrucchio,   22  luglio  1449. 

Si  desume  che  un  certo  Venturuccio  ai  è  lamentato  per  essergli  stato 
segato  un  prato  da  quelli  di  Verrucchio,  e  lo  sci'ivente  si  proferisce 
pronto  a  fargli  ragione. 


^ 


212.  —  Ugolino   Bandi. 

Fietramaura,  3  agosto  1449. 

Raccomanda  vivamente  Ambrogio  dal  Monte  condannato    in   S.  Ma- 
rino in  certa  quantità  di  denari  :   richiede  la  grazia. 

213.  —   11  Consiglio  del  Malatesta. 

Rimini,  8  agosto  1449. 

Raccomandano  la    causa  di    certe    donne    da    Serra  valle  contro  due 
S.   Marinesi. 

214.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,   12  agosto  1449. 

Li  avverte  che  abbian   «  lochio  alapignatta  »  e  parla  dell'  omicidio 
commesso  dal  figliuolo  di  Vita  di  Marino  per  cui  mancano  i  testimoni. 


215.    —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  23  agosto   1449. 

Di   vari  affari,  particolarmente  dei  fatti  di    Menghino    di  Giorgio  e 
dell'omicidio  di   Michelino. 


-   167  — 

216.  —  Marino  Calcigni. 

^guasta) 

Urbino,  3  setUmhre  144d. 

A  proposito  del  tradimento  di  Maestro  Andreino  contro  il  quale 
spera  che  si  procederà  «  ciini  quella  maturità  et  acerbezza  merita  clii 
«  fa  simile  mercantie  ....  pense  le  Magnifìcentie  vostre  quello  Importa 
«  a  uolere  torce  la  libertà  hoiiore  stado  et  robba,  per  dio  Capitaaij  mei 
«  Come  liauite  comenzado  non  mancade  di  procedere  in  questo  facto 
«  animosamente  ....  et  usate  omne  rigidezza  et  crudelita  se  de  usare 
«  A  traditori  senza  pietà  ....  et  purgate  questa  faconda  per  modo  non 
«  ce  remanga  el  marcio  ....   ». 

217.  —   Marino  Calcigni. 

(guasta) 

Urbino,  8  settembre  1449. 

Dà  varie  minute  di  lettere. 

218.  —  Marino  Calcigni. 

(guasta) 

Urbino,   8  settembre  1449. 

Ringrazia  per  certi  avvisi   maìidatigli;   invia  profiFerte  e  saluti. 

219.  —  Mesaer  Gaspare  de'  Negijsanti  da  Fano, 

officiale  della  Custodia  di  Rimini. 

(frammento) 

Bimini,  n  ottobre  1449. 

In  sussidio  di  giustizia  pensa  esaminare  alcuni  testi  in  una  causa 
tra  la  magnifica  Madonna  Antonia  da  Bitignano,  e  Matteo  alias  il 
Martello. 

220.  —  Marino  Calcigni. 

(in  latino) 

Urbino,  30  Ottobre  1449. 
Un  parere  giuridico. 


—  168  — 

221.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  27  marzo  1450. 

Il  Signore  da  Urbino  cbiedei'à  espressamente  dei  vantaggi  per  i 
San  Marinesi  nei  trattati  col  Sig.  Sigismondo,  se  le  cose  volgeranno 
alla  pace;  se  come  è  più  probabile  si  farà  guerra  «  se  aconciaranno 
«  queste  cose  cum  larme  in  mano  per  modo  che  stara  bene.  »  Ag- 
giunge varie  notizie. 

222.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  7  luglio  1450. 

Un  certo  Bernabò  e  compagni  hanno  trovato  un  tesoro.  Il  Calcigni 

opina    con     un     suo     «  consiglio    bollato tutto    quello    tesoro 

«  trovato  essere  del  comune».  Se  altri  aiutò  a  portar  via  il  tesoro  il  co- 
mune può  procedere  di  fatto  contro  di  lui  e  condannarlo  alla  restitu- 
zione del  tesoro  procedendo  colla  tortura  e  con  «  onnie  tormento  come 
«  se  fa  contra  de  li  ladrj.  »  Consiglia  si  facciano  gli  inventari  di  tutta 
la  roba  di  Bernabò;  disapprova  1'  azione  dei  S.  Marinesi  che  non  gli 
misero  subito  le  mani  adosso.  È  costì  il  Sig.  Alessandro  fratello  del- 
l'Ili.mo  Sig.  Duca  di  Milano  al  quale  il  Calcigni  ha  raccomandato  il 
Comune  perchè  lo  raccomandasse  al  Duca:  la  visita  fu  graditissima  ad 
Alessandro  che  rispose:  «  Miser  Marino  fina  al  presente  a  nostrj  amici 
«  non  possiamo  el  mio  Signor  duca  et  mj  et  nostri  fradelli  proferirlj 
«  saluo  che  qualche  cavallj  et  fantj  bora  per  gratia  de  dio  possemo 
•«  proferire  cavalli  fantj  et  stato  et  reputatione  le  quale  cose  fina  da 
«  bora  aduisate  testa  comunità  che  ad  omne  loro  fauore  e  aparichiate 
«  che  non  se  lassara  che  fare  per  conseruaro  quella  liberta,  et  cusi  li 
«  proferisco  prima  quello  che  hauimo  et  possimo  a  pesaro  che  forsi 
«  seria  più  presso  a  vostrj  fauorj  et  poi  quello  hauimo  et  possimo  In 
«  lombardia,  non  ve  porla  scrinerò  quanto  cordialmente  parlaua  et 
«  Inanimivaci  non  tememo  de  homo  del  mondo  si  che  a  vostra  conso- 
«  latione  venne  uoglio  hauere  aduisatj.   » 

223.  —  •  Jacopo  arciprete  di  Corena. 

Monte  Maggio,   18  luglio  1450. 

Comunica  una  lettera  ricevuta  «  da  ser  Antonio.  » 


-   169  — 

224.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,   8  agosto  1450. 

Dà  vari  consigli  sul  modo  di  procedere  col  Sig.  Sigismondo  a  pro- 
posito delle  colte  del  Vicario  di  Rimini. 

225.  —   Alessandro  Gambacorti. 

Pietramatira,  15  settembre  1450. 

Avvisa  certi  preparativi  di  Sigismondo  e  si  mette  a  loro  dispo- 
sizione. 

226.  —  Federico. 

Castel  Durante,  18  ottobre  1450. 
Si  rallegra  amichevolmente  coi  capitani  per  la  loro  rielezione. 

227.  —  Federico. 

Urbino,  18  febbraio  1451. 

Per  chiedere  la  grazia  di   Marco  fratello  di  Gaspare  da  Tausano. 

228.  —  Pandolfo  degli  Atti  Abate  Situense 

all'amico  Ser  Giovanni  di  Simone  da  S.    Marino. 

Sasso,  10  marzo  1451. 
Commendatizia  per  Bono  del  Beccaccino. 

229.  —  I  sindaci  e  gli  uomini  di  Monte  Maggio. 

4  aprile  1451. 

Per  mano  di  Muciolo  di  Antonio  Notaro  del  detto  Comune  riferi- 
scono intorno  all'operato  dei   loro  soldati. 

230.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,   7  aprii*  1451. 

Dà  un  parex-e  sul  fatto  di  Maxiiio,  connesso  col  precedente  ;  si 
dichiara  contento  del  modo  che  usano  nel  pagarlo  i   San   Marinesi. 

231.  —  Il  Capitano  e  Comune  della  Valle. 

8  maggio  1451. 

Quelli  del  Consiglio  del  loro  eccelso  Signore  hanno  scritto  circa  le 
vertenze  coi  San  Marinesi.  Li  invitano  a  mostrare  le  loro  ragioni  dalla 
Valle. 


—    1^0  — 

232.  —  Il  Capitano  e  gli  uomini  della  Valle. 

11   maggio  1451. 

Sono  rimasti  contentissimi  di  nna  lettera  delle  loro  Magnificenze  e 
le  pregano  piaccia  loro  operare  come  scrivono  ;  propongono  che  dei 
legati  dell'  una  e  dell'  altra  parte  si  rechino  sopra  luogo. 

233.  —  Federico. 

Urbino,  13  giugno  1451. 

Per  raccomandare  D.   Bartolo  da  San  Marino. 

234.  —  Marino  Calcigni  Podestà  di  Cagli. 

Cagli,   18  giugno  1451. 

Allega  un'  inquisizione  formata  per  Messer  Angelo  dal  Peglio.  Av- 
visa il  passaggio  di  una  grande  quantità  di  gente  che  dicesi  vogliono 
fare   «  uno  grande  facto  »  e  racconmnda  molta  cautela. 

235.  —  Barbuccio  di  Carpegna.  (frammento). 

Monte,  4  luglio  1451. 

Nessuno  cavi  biada   senza  bollettino. 

236.  —  Federico. 

Urbino,   10  luglio  1451. 

Raccomandazione  di  Griacomaccio  da  Ripalta. 

237    —  Marino  Calcigni. 

Cagli,  29  luglio  1451. 

Quanto  all'  offesa  fatta  alla  figlia  di  Santone,  il  colpevole  la  deve 
sposare  o  pagare  90  libbre;  l'altro  10  libbre  per  essere  stato  complice 
e  se  il  primo  non  la  sposa  pagherà  anche  questo  90  libbre  per  la  com- 
plicità, ma  secondo  gli  statuti  non  si  può  procedere  se  non  per  ac 
cuse.  Essendo  il  fatto  tra  San  Marinesi  «  et  assai  victuperoso  »  non 
vuole  assumere  1'  incarico  d'  accusatore. 

238.   —  Marino  Calcigni. 

Cagli.,  4  agosto  1451. 

Torna  a  parlale  del  fatto  di  Maxino  e  dà  pareri  intorno  ad  un'  e- 
redità  e  ad  una  sicurtà.  Quanto  all'insulto  fatto  alla  figlia  di  Santone 
che  probabilmente  non  si  può  provare,    consiglia  che  qualcuno  s'inter- 


—  171   - 

ponga  affinchè  «  quellj  garzouj  fra  tutti  doj  la  dotassero  »  perchè 
procedendo  senza  prove  il  Comune  non  ci  guadagnerebbe  niente  «  Et 
«  quella  mamola  non  seria  restorata  in  parte  alcuna  de  la  sua  ver- 
«  gogna  ». 

239.  —  Federico,   (guasta). 

Urbino,   20  novembre  1451. 
Assicura  che  farà  quanto  è  dovere. 

240.  —  Marino  Calcigni. 

Cagli,   6  dicembre  1451. 

A  proposito  del  malefizio  del  figliuolo  di  Vita  chiede  che  dai  loro 
predecessori  sebbene  1'  abbiano  pagato  siano  ancora  accordati  per  lui 
«  a  Musetto  »  2    altri  ducati  d'oro. 

241.  —  Marino  Calcigni. 

Cagli,  5  gennaio  1452. 

Nei  presenti  avvenimenti  «  standoce  cusi  taciti  perderinio  omne 
«  reputatione  de  quella  nostra  liberta  et  serimo  reputati  la  più  uile 
«  comunità  del  mondo.  Et  maxime  quando  ce  acadesse  posserce  valere 
«  de  tante  Ingiurie  et  deraonstrarlj  che  quello  e  facto  a  testa  nostra 
«  comunità  a  qualche  congruo  tempo  se  vendica.  Et  se  maj  doniamo 
«  sperare  hauere  elmodo  a  farne  demostratione  alcuna,  bora  e  elteinpo 
«  che  vedite  cum  quanto  fauore  questo  I.  S.  miser  Fedrigo  entra  Ih 
«  questa  guerra  che  già  mossa  el  S.  Sigismondo  che  ha  lespalle  de  la 
«  maestà  del  Re  de  Ragona.  et  de  lo  Illustrissimo  dominio  de  Vene- 
«  xia  che  ciascheduna  de  le  diete  possanze  come  ingiuriate  dal  S.  Si- 
«  gismondo.  Et  come  beniuole  a  questo  Illu.  S.  conte  de  Urbino  fa- 
«  ranno  quanto  bisognara  per  che  se  redugia  el  Sig.  Sigismondo  a 
«  stare  a  terminj  soj  .  .  .  .  el  S.  Sigismondo  fina  a  questo  dj  de  Ca- 
«  pitolj  et  promesse  e  stato  mancadore  a  tutte  le  possanze  de  Italia, 
«  pensade  come  le  obseruaria  a  noj  contra  liquali  e  stato  et  sta  sem- 
«  pre  cum  larco  teso  de  hauerce  et  desfarce  ....  Et  da  laltra  parte 
«  vidite  quanta  fede  et  quanto  amore  e  de  questo  I.  S.  Conte  de  Ur- 
«  bino  a  quella  nostra  comunità.  In  tanto  che  possite  dire  che  deglo- 
«  minj  et  tereno  suo  ha  in  montefeltro  esso  na  el  titolo  et  voj  la 
<<  utilità  ». 

Li   riucoaggia  vivamente  ad  allearsi   coi  Fel treschi. 


—  172  — 

242.  —  Federico. 

Urbino,    12  gennaio  1452. 

Credenziale  per  Nicolò  Brancaleoni  Commissario  in  Montefeltro. 

243.  —   Marino  Calcigni. 

Urbino,  26  gennaio  1452. 

Aspetta  cbe  lo  mandino  a  chiamare  come  è  stato  avvisato  da  Ber- 
nardo di  Giacomo. 

244.  —    Federico. 

Urbino,  5  febbraio  1452. 

Accusa  ricevuta  di  una  lettera. 

245.  —   Federico. 

Urbino,   13  aprile  1453. 

Raccomanda  vivamente  Marco  da  'Pausano. 

246.  —  Il  Commissario  Antonio. 

Tausano,   11  maggio  1452. 

Domanda  informazioni  pronte  su  un  fatto  di  Monte  Maggio. 

247.  —  Il  Commissario  Antonio. 

Tausano,   11  maggio  1452. 

Altro  biglietto  con  notizie  varie  circa  Sigismondo. 

248.  —  Roberto  e  Malatesta  dei  Malatesti. 

Rimini,  25  maggio  1452. 

Chiedono  la  liberazione  dei  due  da  Faetano  presi  il  martedì  23 
maggio  andando  a  San  Marino,  da  alcuni  soldati  che  stavano  a  Monte 
Maggio. 

249.  —  Federico. 

Urbino,  1  giugno  1452. 

Accusa  ricevuta  di  lettere  della  «  Magnifica  Madonna  da  forlj  »,  e 
scrive  di  un  suo  uomo  d'  arme. 

250.  —    Federico. 

Urbino,   7  giugno  1452. 

Prega  i  San  Mariuesi  di  trasmettere  «  le  alligate  lettere  a  quella 
Madonna   deforlì.  » 


—  173    - 

251 .  —  Barbuccio  da  Carpegna. 

(in  pessimo  stato) 

Monte,   7  giugno  1452. 
In  materia  di  colte. 

252.  —  Antonio  Commissario,    i  Consoli  e    gli  Uomini    di  Monte 
Maggio. 

Monte  Maggio,  10  giugno  1435. 

I  consoli  e  gli  uomini  di  Monte  Maggio  si  scusano  dei  danni  fatti 
dai  loro  soldati  ai  San  Marinasi  :  chiedono  provvedimenti  pel  bestiame 
avendo  saputo  che  si  è  adunato  gente  intorno  a  Verrucchio. 

253  —  Federico. 

Urbino,   11  giugno  1452. 

Chiede  vigorosamente  che  sia  fatta  giustizia  ad  un  suo  uomo 
d'  arme. 

254.  —   Gli  Uomini  ed  il  Comune  di  Faetano. 

FaetanOj  13  giugno  1452. 

Pregano  vivamente  «  per  lamore  dedio  »  che  siano  liberati  Luca 
«  ed  Antonio  da  Faetano  che  hanno  mandato  la  loro  taglia  «  de  XX 
«  ducati  una  lancia  buscia  et  una  lancia  da  pe  et  do  cortelle  et  4  cen- 
«  tenara  dichiodi  ». 

255.  —  Antonio  Commissario  del  Monte  Feltro. 

Tausano,  23  giugno  1452. 

Non  può  venire  là  perchè  è  impegnato  col  podestà  di  S.  Leo;  dà 
notizia  di  un  fatto    d'  arme. 

256.  —  Antonio  Commissario,  i  Consoli  e  gli  Uomini   di  M.  Maggio. 

Tausano,  26  giugno  1452. 
Sopra    varie    mosse  del  Sig.  Sigismondo,   del   proprio    Signore  e  di 
Don    Ferrante.    Si  concluderà    il    salvacondotto     ed    egli    verrà    costà. 
Raccomanda  in  ultimo  Giuliano  da  Volterra. 

257.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,  2  luglio  1452. 

Accetta  a  nome  degli  uomini  del  Monte  Feltro  le  offerte  dei  San 
Mariuesi. 


25>J. 


—   174   — 
Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 


Fano,    12  luglio  1452. 

Per  ginatiflcare  certi  suoi  uouiini  presi  da  alcuni  San  Mariuesi  con- 
tro ragione  e  giustizia. 

259.  —  Mariao  Calcigni. 

Urbino,  16  luglio  1452. 

«  Magni6ci     dominj   mei   questa    nocte    passata  sonno    stati     veduti 

«  focili  et  signj  li  asamarino  et    aspectauamo  messo  che  ce     significa- 

«  sse  quello  che  vole  dire  ....     Appresso    la    in  niontefeltro    sonno  i 

«  fantj    de  Antonello  danarnj    et  perche    Antonello    e  andato    al  re  et 

«  loro  lo  aspectano,   et  sonno    senza    dinarj    et    stanno  amontemaggio, 

«  me  parerla  gle    douesteuj  fare  qualclie    subsidio  di  victuaria  acioche 

«  si   mantenessero  la  che    acadendo  serieno  bonj     per  voj  et  per   lo  S. 

«  che  non  essendo  aidatj   se  nandarieno.   * 

260.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,   22  luglio  1452. 

Raccomandazioni  varie  per  gli  uomini  di  Monte  Feltro  ed  uno  da 
Monte  Maggio. 

261.  —  Marino  Calcigni* 

(in  parte  è    in  cifra) 

Urbino,   16  agosto  1452. 
Dà  notizia  sugli   accampamenti   di  Federico  e  del  Re. 

262.  -  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,  25  agosto  1452. 

Saputo  che  si  ha  intenzione  di  piocedere  contro  Niccolò  di  Ser 
Francesco  uomo  d'  armi  del  Signore,  per  le  rappresaglie  fatte  per  ca- 
valli e  robe  toltegli  in  corte  di  S.  Marino,  domanda  che  si  deponga 
1'  idea. 


263. 


Marino  Calcigni. 


Urbino,   1  maggio  1453. 


Di  vari  affari  SanMarinesi. 


-   175  — 

264.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  5  maggio  1458. 

A  proposito  di  uua  vertenza  sulla  pigione  di  Fiorentino  consiglia 
di  ricorrere  al  Sig.  Sigismondo  :  quanto  ad  un'  altra  accusa  ha  con- 
frontati gli  statuti,  i  quali  provvedono  solo  a  punire  quelli  che  sono 
accusati  e  non  gli  altri   che  accusano. 

265.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  17  maggio  1453. 
Di  vari  affari  del  Monte    Feltro  che   riguardano    anche    i     San   Ma- 


266.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,    7  giugno  1453. 

A  proposito  di  una  vertenza  coi  frati.  Consiglia  che  diano  un  cu- 
ratore ad   un  patrimonio  a  petizione  dei  creditori. 

267.  —  Roberto  e  Malatesta  dei  Malatesti. 

Bimini,   26  giugno  1453. 

Gli  eredi  di  Giovan  Galeazzo  hanno  con  gli  eredi  di  Antonio  di 
Samaritano  di  San  Marino  un  credito  di  circa  40  libbre.  Pregano  i 
San  Marinesi  dì  comporre  la  vertenza. 

268.  —   Il  Priore  ed  il  Convento 

di  Monte  Olivato. 
(Frammento) 

«  Bimini,  5"   Oalendas  Augustaa  »    1453. 

Si  giustificano  di   non  aver  inviato  in   tempo  uua  certa  risposta. 

269.  —  Federico. 

Siena,   16  ottobre  1453. 
Prega  i   San  Marinesi   di  fornir  grano  ai   sudditi. 

270.  —  Giovanni  di  Tommaso  della  Salsa. 

3  novembre  1453. 
Avvisa  della  prigionia  di   Maestro  Pasquino. 


-   176  — 

271.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,   4  novembre  1458. 

Sentenzia  che  i  libri  degli  estimi  appartengono  al  Comune  e  cbe 
pagate  le  faticlie  e  la  scrittura  dei  Notari  che  li  scrissero  non  e'  è 
ragione  per  cui  non  siano  assegnati  ai  Capitani;  ma  se  il  notaro  non 
è  pagato  potrebbe  trattenerseli  per  garanzia.  Lo  statuto  parla  solo  di 
istrumenti  ma  questi  estimi  non  sono  strumenti  né  rogiti.  Quando  alla 
ricompensa  dovutagli  crede  che  essi  faranno  come  i  predecessori  «  che 
«  dio  volesse  che  fra  tutti  me  Lauessero  pure  riconosciuto  in  la  cento- 
<<  sima  parte.  Io  ho  facto  et  sempre  faro  per  locumune  ». 

272.  —  Roberto  e  Malatesta  dei  Malatesti. 

Rimini,  li  novembre  1453. 

In  favore  di  Angelo  da  Palestrina  da  S.  -Leo  perchè  riabbia  certi 
denari . 

273.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino^  18  dicembre  1453. 

A  proposito  di  certi  affari  e  pigioni  della  Badia  di  San  Gregorio, 
e  vertenze  con  Messer  Vescovo  di  Cagli  per  le  pigioni  che  egli  allega, 
della  Badia  della    Valle  di  S.   Anastasio. 

274.  —  Barbnecio  da  Carpegna 

condottiero  d'armi. 

(In  pessimo  stato) 

Monte   Cerignone,  28  gennaio  1454. 

Manda  il  suo  Cancelliere. 

275.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  4  febbraio  1454  (f) 

Prega  di  favorire  di  grano  il  Castellano  di  Pietracnta. 

276.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

16  febbraio  1464. 

Una  Vica  (o  Ludovica)  da  Urbino  gli  dice  d'avere  ereditato  una 
casa  ed  un  pezzo  di  terra  in  quella  comunità,  se  non  che  le  è  stato 
impedito  il  possesso  della  medesima  allegando  che  non  è  consuetudine 
che  gli   stranieri  abitino  in  quelle  terre.   La   raccomanda. 


n 


—   177   — 

277.  —   Marino  Calcigni. 

Urbino,   P  Marzo  1454. 
Dà  iiu  parere  giuridico. 

278.  —  Federico. 

Urbino,  30  aprile  1454. 

Domanda  la  grazia  di  Marco  da  Tausano. 

279.  -    Marino'  Calcigni. 

Urbino,    8  giugno  1454. 

Comunica  il   suo  parerfe  circa  il   trattamento  da  usarsi  ad  un  giudeo 
che  ha  mancato  a  certa  sua  promessa. 


5  luglio  1454. 


280.  —  Pietro  Paolo  di  Cristofano. 

Si  scusa  umilmente  di  un  fallo  commesso. 

281.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

18  luglio  1454. 

Ha  ricevuto  il  messaggio  relativo  alla  tassa  di  biade  delle  terre  di 
Monte  Feltro  del  suo  Sig.  Zio.  Farebbe  volentieri  ogni  altra  cosa  ma 
questa  non   può  per  suoi  ordini  precisi. 

282.  —  Roberto  e  Malatesta  dei  Malatesti. 

Eimini,   19  luglio  1454. 

A  Lodovico  di  Rimini  caposquadra  del  loro  padre  è  fuggito  un  ra- 
gazzo e  riparato  a  S.  Marino.  Pregano  ciie  sia  riuìandato  per  evitare 
(lualche  inconveniente  dallo  sdegno  degli   uoinini  d'arme. 

283.  —   Roberto  e  Malatesta  dei  Malatesti. 

Eimini,  24  luglio  1454. 

Tornano  a  pregare  che  sia  rimandato  il  ragazzo  di  Pier  Antonio 
fuggito  perchè  ciò  non  serva  di  pretesto  a  qualche  incidente  irrepa- 
rabile. 

284.  —  La  Contessa  Caterina  di  Carpegna. 

(guasta) 

Carpegna,   3  agosto   1454. 

Lamenta  molta  roba  tolta  ingiustamente,  ed  insulti  fatti  alle  sue 
genti  e  proprietà. 

12  —  Itti  e  Htnorie  d«lik  R.  Dtp.  di  Storia  Patria  p«r  le  lllarekc.  1912. 


—  178  — 

285.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,  5  agosto  1454. 

Acclude  e  raccomanda  una  supplica  di  Niccolò  di  Sante  da  Monte- 
maggio. 

286.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,  29  settembre    1454. 

Si  compiace  anche  per  la  Comunità^  dell'onore  e  della  cortesia  ri- 
cevuta dal  Malatesta  Novello. 

287.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,   22  novembre  1454. 

Manda  verbalmente  la  risposta  ad  una  loro  lettera. 

288.  —  Malatesta  Novello. 

Cesena,  23  novembre   1454. 
A  proposito  della  presa  di   Maestro  Bartolo,   manda  un  suo   cancel- 
liere ad  occuparsene  e  si  proferisce. 

289.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,   4  dicembre  1454. 

A  proposito  del  fatto  di  Maestro  Bartolo  acclude  la  minuta  da  man- 
darsi a  Sigismondo;  questa  minuta  contiene  una  specie  di  verbale  del 
fatto,  osservando  la  violazione  di  diritto  delle  genti  e  terminando  col 
chiedere  la  liberazione. 

290.  —  Roberto  e  Malatesta  dei  Malatesti. 

Eimini,  giovedì  5  dicembre  1454. 

I  San  Marinesi  si  sono  lamentati  della  allegata  cattura  di  un  Mae- 
stro Bartolo  loro  terrazzano.  Essi  si  meravigliano  grandenjente  e  non 
possono  capire  «  dachi  ve  siano  messe  queste  cose  intesta  »  visto  che 
non  hanno  mai  veduto  né  conosciuto  .maestro  Bartolo,  e  che  se  fosse 
venuto  a  loro  sarebbe  stato  onorevolmente  ricevuto.  Protestano  vi- 
vacemente. 

291.  —  Ser  Lodovico  de'  Bonagnrelli 

Capitano  di  Serravalle. 

Serravalle,  5  dicembre  14  (54) 
A  proposito  di  certo  grano. 


—   179  — 

292.  —  Il  medesimo. 

SerravaUe,   7  dicembre  1454. 

A  proposito  di  certi  pascoli  etc. 

293.  —  Barbacelo  da  Carpegna. 

Campo  di  Soriano,  18  dicembre  1464. 

Non  sa  niente  di  Maestro  Bartolo  e  dei  fatti  suoi  e  se  ne  meravi- 
glia e  li  consiglia  a  non  credere  alle  male  lingue  che  vogliono  mettere 
male  fra  il  suo  Signore  e  lui. 

294.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,   16  marzo  1466. 

Di  una  causa  di  certi  ebrei.  Coglie  1'  occasione  per  lamentarsi  di 
esser  trattato  «  tanto  aladomestiga  che  me  faride  sentire  desaluadigo  >>. 

295.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,  20  mareo  1466. 
Manda  Ser  Comandino  suo  cancelliere  con  ambasciata  a  voce. 

296.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

Urbino,  22  marzo  1466. 

Da  Ser  Comandino  suo  cancelliere  ha  fatto  raccomandare  quel  giu- 
deo prigioniero  «  chiamato  Abraham  dalaquila  già  et  mo  habitante  de 
«  San  Marino  »  il  quale  non  è  ancora  liberato.  Perciò  rimanda  un  se- 
condo messaggero  visto  che    l'orrore    di  costui   è    «  de  piccole  cose.   » 

297.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,  22  marzo  1465. 

...  «  Io  intendo  chel  uè  stato  adimandato  Abrnam  per  homo  morto  .  .  . 
«  una  mano  lava  1'  altra  et  tutte  doe  el   viso  »... 

298.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,  7  aprile  1466. 

Manda  un  Caponiastro  perchè  facciano  murare  e  fortificare  quanto 
più  è  possibile.   Aggiunge  alcuni  consigli   tecnici. 


—  180   ~ 

299.  —  Marino  Calcigni.  ^ 

Cesena,  3  maggio  1455. 

Del  fatto  ^i  Àbramo  e  di  quello  di  Baitolo.   Raccomanda  i  maestri 

muratori  che  giungeranno.   Il  Conte  Giacomo  è  alla    Badia    di  Chiassi 

di  qua  da  Ravenna  e  Lunedì  procederà    «  quale    via    se    farà  non    lo 
«  so.  »  Consiglia  di  fortificarsi. 

300.  —  Bartolo  di  Francesco  da  San  Marino. 

Urbino,   7  maggio   1455. 

«  Già  e    più  de  sej  annj    passati  che  bettino  de    giouanne  me  pre-. 

«  sto  una    paniera  laquale  per    spatio  de   tenpo  la    Inpegnaj   per  certi 

<<  mej  bisugnj  a  sanullo  giudeo  et  pagaj   poj   sauullo  Inpiu   volte  tanto 

«  che  remase  adauere  cinquanta  bollogninj  I  quali  volse  damj  quando 

«  lui  venne  de  lombardia  per  che  dixeua  non  ritornaua  più  asamarino 

«  et  io  non    auendo    I  dinarj    pregaj    saliamone    me    prestasse    questi 

«  cinquanta  bollogninj  in  sulla    pan^ei-a  et  luj  disse  non  naueua  mal- 

«  litruvava  de  che  sauullo  gle  de  la  dieta  pau(;era  et  luj  gle  de  questi 

«  dinarj   sopradittij    Et  tenne  la  paniera    apresso  de  sj  poj   per  spatio 

«  dalcun  tenpo    Io  gle  rendj   I  soj    dinarj  et  dissigle    che  luj    desse  la 

«  paniera  abittino    et  lui  promesse    darglella  et  cossi    disse    al    dicto 

«  bittjno    che    gle  la  dareria    commo    elio  andana   adarimino    per    che 

«  non  laueua  li    assamarino.    Mostra  che    luj  non    gle  la  giamaj  dada 

«  segondo  che    me    dici  bittino.     Inpertanto  uè    prego    carissimamente 

«  constringiate  el    ditto  saliamone    che    renda  lapan^era    al  sopraditto 

*  bittino  commo  luj    gle  promesse.    Non    altro  aparichiato    senjpre  ali 

«  uostri  comandamentj.  » 

301.  —   Marino  Calcigni. 

Cesena,   14  maggio  1455. 
Li  avvisa  che  mandino  un  messo  per  importanti  comunicazioni. 

302.  —  Federico. 

Urbino j  13  maggio    1455. 
Chiede  grazia  per  due  da  Monte  Maggio. 


-   I8l  - 

303.    —  Malatesta  Novello  dei  Malatesti. 

Cesena,   10  giugno  1455. 

Li  avvisa  del   passaggio  del  Conte  Giacomo  e  li  conforta  a   ridursi 

al  sicuro  colle  persone,   robe  e  bestiame. 

* 

305.   —  Il  Conte  Giacomo. 

Cesena,  28  giugno    1455. 

Quelli  di  Monte  Voragine  si  sono  lamentati  clie  Messer  Giov^anni 
«  ritenga  uno  loro  messale  »  il  quale  pare  che  sia  in  pegno  :  ora  le 
cose  ecclesiastiche  «  et  maxime  Cullici  e  messalj  »  non  possono  essere 
obbligate  nò  alienate  dai  preti.  Consiglia  a  fare  in  modo  che  il  messale 
sia  restituito  da  Messer  Giovanni  e  che  al  medesimo  siano  restituiti 
certi  denari  degli  eredi  di  Doii  Antonio  di  Monte  Cerignone. 

305.  —   Federico. 

Fossomhrone,  12  luglio  1455. 

Raccomanda  i  diritti  dell'  Arciprete  di  Corena  a  proposito  di  certo 
grano. 

306.  —  Fra  Sebastiano  dal  Bosco. 

(guasta) 

17  luglio   1455. 
Si  duole  di  un  caso  miserabile  avvenuto  nel  Convento. 

307.  —  Federico. 

Urbino,  10  luglio  1455. 

Chiede  grazia  per  un  Pier  Paolo  da  San  Marino  famiglio  di  Barto- 
lomeo degli  Ubaldini  suo  diletto  uomo  d'arme. 

308.  —   Federico. 

Urbino,  20  luglio  1455. 

Raccomanda  Ludovica  da  Urbino  designata  eiede  di  Ser  Alessio  da 
Monte  Grimano  abitatore  di  San  Marino, 


-   182   - 

309.  —  Marino  Calcigni. 

Bertinofo,   15  agosto  1455. 

Li  esorta  a  non  perder  la  libertà  :  «  a  bocha  ve  sera  dicto  più 
apieno  ». 

« 

310.  —  Lorenzo  de  Terenzi  di  Pesaro 

Podestà  di  Rimini. 

Bitnini,  19  agosto  1455. 

Prega  clie  siano  esaminati  i  testimoni  San  Marinesi  presenti  a  un 
delitto  commesso  in  quel  di  Rimini  e  che  l'  esame  redatto  in  certa 
forma  gli  sia  spedito. 

311.  —  Federico. 

Urbino,   18  settembre  1455. 
A  proposito  di  un  testamento  di  alcuni  da  Monte  Maggio. 

312.  —  Violante  Malatesta 

Contessa  di  Montefeltro. 

Cesena,  25  settembre  1455. 

Uno  di  Monte  Grimano  ha  comprato  una  possessione  da  un  Fran- 
cesco di  Antonio  detto  Samaritano  nella  Corte  di  Monte  Grimano  per 
40  libbre.  Ora  siccome  questa  possessione  è  sua  ed  è  scritta  sull'estimo 
del  fu  suo  padre  essa  non  intende  che  questa  vendita  abbia  effetto  e 
domanda  che  si  provveda  acciocché  al  compratore  sia  restituita  quella 
parte  di  grano  e  di  denaro  che  ha  avuto  in  conto. 

313.  —  Marino  Calcigni. 

(In  pessimo  stato) 

Bertinoro,    25  settembre  1455. 
Dà  un  parere  giuridico. 

314.  —  Marino   Calcigni. 

Bertinoro,  4  dicembre  1455. 
Manda  la  forma  di  una  pensione  da  pagarsi. 


—  183  -- 

315.  —    Federico. 

Urbino,  27  maggio  1456. 
Ringraziamenti,  notizie  e  profferte    cortesi. 

316.  —  Buonconte  Conte  del  Monte  feltro. 

Urbino,  6  luglio   1456. 

Risposta  «  sopra  quanto  me  scrivete  circa  el  fatto  de  quello  pre- 
dicatore «  al  quale  furono  tolte  quelle  bolle  >>. 

317.  —  Federico. 

S.   Angelo  in   Vado,  22  agosto  1456. 

Per  raccomandare  un  suo  protetto,  maestro  di  scuola  a  San  Ma- 
rino, che  sia  pagato  e  trattato  bene. 

318.  —  Egidio  Vescovo  di   Rimini. 

Scolca,   5  ottobre  1456. 

Ha  sentito  i  delegati  San  Marinesi  e  scritto  in  proposito  al  Capitano 
di   Serravalle. 

819,   —  Marino  Calcigni. 

Sogliano,  25  ottobre  1456. 

Bella  e  vigorosa  lettera  circa  un  presunto  attentato  di  Sigismondo 
Malatesta  alla  libertà  San  Marinese.  Conforta  i  San  Marinesi  a  difen- 
derla animosamente. 

320.  —  Federico. 

Urbino,  17  novembre  1456, 

Secondo  la  loro  raccomandazione  ha  dato  un  ufficio  di  Montefeltro 
a  Maestro  Bartolo. 

321.  —   Federico. 

Urbino,  17  giugno  1457. 

Avvisa  che  ha  fatto  restituire  liberamente  un  ronzino  tolto  da  un 
soldato  a  Lodovico  di  Giovanni  da  San  Marino  e  così  farà  per  ogni 
San  Marinttse. 


—  184 
322.  Marino  Calcigni. 


Btveraano,  19  luglio  1457. 


Lunga  lettera  sulle  difterenze  della  corte  con  quelli  della  Valle, 
pagamenti    etc. 

323.  —  Giobbe  di  Agnolo  fiorentino  e  Marco 

di  Gaspare  di  Battaglia  di  Rimini. 

Verucchio,  3  febbraio  1458. 

Chiedono  un  salvo  condotto  per  10  o  12  persone  clie  possano  an- 
dare o  venire  siculi  seuica  alcun  impedimento  a  vedere  «  La  propria 
ueritta  »  circa  al  fatto  di  un  asino  e  di  un  cavallo  tolti  dai  soldati 
del  Sig.   Sigismondo  a  quelli  del  Sig.  Federico,  sui  confini  San  Marinesi. 

324.  —  Francesco  da  Otiano. 

Monte  Maggio,  8  febbraio  1458. 

Circa  il  furto  di  un  cavallo  ed  un  asino.  Kivuole  la  roba  sua,  ma 
se  per  mal  governameuto  fosse  molto  peggiore,  non  intende  di  ripi- 
gliarla. 

325.  —   II  Commissario  Barbuccio  da  Carpegna. 

Monte  Cerignone,  17  febbraio  1458. 

Quelli  di  Monte  Maggio  venuti  a  monte  per  stranie  trovarono  nella 
corte  del  monte  un  bue  che,  volendolo  essi  pigliare,  fuggì  nella  corte 
di  S.  M.  dove  un  Marino  li  aiutò  a  pigliarlo  :  desidera  che  sia  resti- 
tuito «  al  bono  homo  ». 

326.  —  Federico  da  Macerata  Capitano  di  Fiorentino. 

Fiorentino,  3  marzo  1458. 

Due  donne  da  Fiorentino  andando  ai  mulini  di  S.  M.  sono  state 
assaltate  sul  terreno  San  Marinese  da  circa  17  fanti  che  tolsero  loro  i 
somieri  con  le  due  some  di  grano  e  le  buttarono  malamente  in  terra: 
chiede  provvedimenti  e  risposta. 


—  185  — 

327.  —  Martello  condottiero. 

Tausano,  6  marso  1458. 

Al  Podestà  di  S.  Marino.  —  Vuole  una  risposta  circa  al  suo  ca- 
vallo che  gli  doveva  esser  restituito. 

328.  —  Federigo  da  Macerata  Capitano  di 

Fiorentino,  6  marso  1458. 

Circa  ai  somieri  che  si  pretendono  tolti  in  Pennarossa,  il  Castel- 
lano di  Fiorentino,  che  era  sulla  Torre,  può  far  fede  che  furono  tolti 
in  cima  «  al  campo  de  imadrnnj  che  ce  sonno  doy  castagni  grossj  ». 
Se  i  Sanunarinesi  vogliono  informazioni  più  precise  mandino  qualcuno 
a  ricevere  il  giuramento  del  Castellano  ed  egli  potrà  mandare  a  mo- 
strare il  luogo  per  sapere  se  è  San  Marinese  o  di  Pennarossa,  poiché 
(]uelli  della  Valle  vogliono  coprire  il  loro  fallo  sapendo  bene  che  essi 
hanno  preso  i  famigli  di   Lorenzo  sul   terreno  San   Marinese. 

329.  —  Bernabò  de'  Lunardini  da  San  Marino. 

Macerata,   7  marzo   1458. 

Scrive  a  proposito  di  certe  prede  di  bestiame  fatte  dalle  genti  del 
Sig.  Sigismondo  in  quel  di  S.  Marino  ;  ne  ha  scritto  al  medesimo  si- 
gnore :   si  proferisce  per  quanto  possa  essere  utile  alla  comunità. 

330.  —   Gian  Ludovico  de'  Sassi  di  Bertinoro, 

Capitano  di  Verucchio. 

Verucchio,    7  marso  1458. 
Smentisce  alcune  accuse  fatte  a  lui  ed  ìli   Sig.    Sigismondo. 

331.  —  Niccolò  Capitano  di  Serra  valle. 

(Nicolaus  de    teriiisio) 

Serravalle,  7  marco  1458. 
A  proposito  delle  selve  di  Serravalle. 

332.  —  Francesco  da  Oliano. 

Montemaggio,  15  marso  1458. 

Ha  mandato  a  richiedere  Leone  da  Rimini  fuggito;  pai'e  che  i 
San  Marinesi  non  lo   rendessero:   assai   se  ne    mei-aviglia  «  per  che  da 


—  186  — 

«  òompagnio  a  conestabe  v<»y  vedeuite    in    alcuno    modo    impacciare  » 
tanto  pili  che  le  sue  informazioni  potrebbero  essere  utili  ai  nemici. 

333.  —  Francesco  di  Otiano. 

J\Iontemàg(/io,   19  marzo  1458. 

Ha  intenzione  di  esigere  il  suo  credito  di  15  ducati  da  Leone  da 
Ri  mi  ni.   Di   vari  altri  affari   non  importanti. 

334.  —  Federigo  Capitano  di  Fiorentino. 

Fiorentino,  20  marzo  1458. 

^  A  proposito  di  certo  grano  e  somari  tolti  e  di  convenzioni    per    le 
colte  fatte  con  uomini  di   Fiorentino   ecc. 

335.  —  Francesco  da  Otiano. 

Montemaggio,  21  marzo  1458. 

Si  meraviglia  che  si  prendano  tanto  affanno  per  la  roba  dei  nemici; 
manda  perchè  siano  trasmesse  le    robe  del  Castellano   di   Monte  Tassi. 

336.  —  Nicolò  Brancaleoni. 

Tausano,   25  marzo  1458. 

Si  scusa  di  non  essere  intervenuto  con  maggior  vigore  nel  fatto  di 
un  omicidio  commesso  in  persona  di  un  San  Marinese  perchè  non  po- 
tevano mai  saperne  l'autore,  ma  si  ripromette,  ritrovandolo,  di  man- 
darlo «  legato  ale  nostre  magnificientie  a  farli  quanto  ragione  uora  ». 

337.  —  Jobbe  da  Fiorentino. 

Serravalle,   7  aprile  1458. 

A  proposito  di  due  somieri  carichi  di  grano  che  andavano  ai  Mo- 
lini  San  Marinesi  per  macinare,  e  di  una  soma  di  farina  che  fu  tolta 
dentro  il  molino. 

838.  —  Niccolò  da  Serravalle. 

Serravalle,  20  aprile  1458 

A  Giobbe  da  Fiorentino  in  S.  Marino:  dichiara  che  vuole  avere 
avvertenza  e  cura  degli  uomini  di  S.  Marino  quanto  ha  di  quelli  di 
Serravalle  e  farà  il  possibile  per   contentarli. 


—  I8t  — 

339.  —   Francesco  da  Otiano. 

Montemaggio,  29  aprile  1458. 

Manderà  il  giorno  seguente  una  scorta  verso  il  Conte  Giacomo  e  il 
Conte  di  Urbino.  Se  vogliono  mandare  alcuno  in  compagnia  lo  mandino 
la  sera  medesima  o  la  mattina  appresso. 

340.  —  Il  Consiglio  di  Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 

Kimini,   10  maggio  1468. 
Di   varie  questioni  di   prede,   possessioni  etc. 

341.  —   Francesco  da  Otiano. 

Montemaggio,   1458. 

Avvisa  che  i  nemici  sono  in  agguato  nel  loro  terreno  per  danneggiar 
quelli  che  vanno  al  mercato,  nella  loro  terra. 

342.  —  Nicolò  Branca  [leoni]. 

Tausano,   17  maggio  1458. 

Prega  di  passare  a  Francesco  da  Otiano  3  o  4  stala  di  grano 
mediante  compenso. 

343.  —  Il  Consiglio  del  Sig.  Sigismondo  Pandolfo. 

Eimini,   26  maggio  1458. 

Prega  i  San  Marinesi  a  far  desistere  certi  loro  terrazzani  dal  dan- 
neggiare alcuni  prati  appartenenti  ad  uomini  del  loro  Signore  e  posti 
in  quel  di   Fiorentino. 

344.  —  Nicolò  Brancaleoni. 

Tausano,  26  maggio  1458. 
A  Francesco  di   S.   Marino,   a  proposito  di  certo  grano. 

345.  —  Franco  da  Otiano  e  Nicolò 

dal  Plobico  Podestà 

Monte  Maggio,  11  giugno  1458. 

Riferiscono  circa  le  varie  transazioni  a  proposito  della  corte  dei 
San  Marinesi. 


—   188  — 

346.  —  Francesco  da  Otiano. 

Monte  Maggio,  15  giugno  1458. 

I  suoi  compagni  non  hanno  commesso  tradimento  né  cosa  contro  lo 
stato,  ma  visto  che  non  vogliono  fidarsi  di  venire  e  che  egli  non  lia 
il  modo  di  mandare,  raccomanda  che  li  tengano  sotto  buona  guardia -per 
amore  del  Conte  Giacomo  a  cui  dispiacerebbe  grandemente  se  essi  si 
partissero. 

347.  —  Gli  Uomini  e  il  Comune  del  Sasso. 

Sasso,  28  giugno  1458. 

Agli  egregi  uomini  ser  Andrea  Ciccarelli  e  Girolimo  di  Monte  Franco 
da  S.  Marino.  Pregano  i  nitMlesimi  di  procurare  se;  jicr  (lualche  modo 
potessero  avere  salvo  condotto  da  Messer  Federico  o  dal  Conte  Giactuno 
in  modo  da  poter  esser  sicuri  durante  la  mietitura. 

348.  —  Ugolino  Bandi  Conte  del  Monte. 

29  giugno  1458. 

Protesta  contro  il  sospetto  insinuato  dai  San  Marinesi  di  connivenza 
in  un  furto  di  grano  commesso  da  certi  soldati;  protesta  contro  1'  es- 
sergli stata  trattenuta  una  lettera  quasi  mesi  quattro  essendo  in  data  4 
Marzo;  si  lamenta  dei  danni  fattigli  da  certi  San  Marinesi  nella  Corte 
di  Pennarossa,  principalmente  per  quelli  di  Volpino  che  hanno  portato 
via  legnami  di  castagno,  mettendo  sempre  male  fra  loro  e  lui  «  per 
loro  furti  et  captiverie.  » 

349.  —  Gì  Uomini  e  il  Comune  della  Valle  S.  Anastasio. 

Valle,  penultimo  di  giugno  1458. 

E  stata  loro  proposta  da  parte  dei  Sanmarinesi  tregua  e  salvo  con- 
dotto fra  quelli  del  Sasso  e  della  Valle:  rispondono  accettando  e  rin- 
graziando. 

350.  —  Cristofano  di  Tommaso   della  Salsa. 

10  luglio  1458. 

Circa  certe  mercanzie  ed  una  offerta  da  farsi  al  conte  Ugolino  dal 
Monte. 


^ 


-     189  — 

351.  —  Alvise  (la  Pesaro  Condottiere  d' Armi. 

Verucchio,   11  luglio    1458. 

Un  suo  fainiglio  è  fuggito  da  lui  portandosi  un  paio  di  calze  e  una 
balestra  che  ha  vendute  ad  uno  da  San  Marino  il  quale  si  dice  «  essere 
todesscho  »  e  pare  che  sia  sarto.  Vorrebbe  che  gli  fosse  restituita. 

352.  —  Francesco  da  Otiano. 

Monte  Maggio,  11  luglio  1458. 
Non   ha  nuove  notizie,   li  ringrazia  del  loro  avviso  e  si  proferisce. 

353.  —  Burato  de'  Beri  da  Milano. 

Eimini,   n  agosto  1458. 

Circa  un  suo  credito  a  San  Marino.  N(<niina  più  volte  un  Musetto 
ebreo. 

354.  —   Antonio  di  Bergamo  Armigero, 

e  Federico  da  Macerata 
Capitano  di  Fiorentino. 

Fiorentino,  penultimo  agosto    1458. 

Hanno  fatto  liberamente  restituire  certa  roba  a  un  Marino  e  sua 
moglie  elle  sono  sembrate  biro  «  persone  liberale  che  non  vanno  cun 
cautele  et  cum  boxie  ».  Quanto  a  un  altro  fatto  «  dele  porchette  de 
feraghino  »  avrebbero  fatto  lo  stesso  se  lui  non  avesse  parlato  <<  cum 
doe  lengue  »  e  nemmeno  volle  giurare  che  erano  tre.  Prima  di.S8e  di 
averle  comprate  a  Montetassi  per  30  bolognini,  poi  alla  Valle  per  34 
e  finalmente  non  volle  affermarlo  per  giuramento.  «  Et  più  hauemo 
«  che  dicto  feraghino  secondo  ce  stato  dicto  fo  cum  quellj  dal  a  a  torre 
*  porcj  in  piano  in  lo  terreno  del  nostro  S.  ma  per  non  acendare  fuoco 
«  non  hauemo  voluto  farne  altra   demostratione  ». 

355.  —  Consiglio  dei  Signori  di  Rimini. 

(guasta) 

Bimini,  30  agosto  1458. 

Si  lamentano  di  alcuni  eccessi  dei  San  Marinesi  a  proposito  dei 
grani  etc. 


—  190  — 

356.  —  Matteo  del  Signor  Belmonte  da  Kimini 

Commissario. 

Veruechio,  9  settembre  1458. 

A  proposito  di  un  cavallo  tolto  a  Giobbe  da  Fiorentino  ostensibil- 
mente sul  terreno  San  Marinese,  in  effetto  sul  terreno  della  guerra;  li 
avvisa  elio  dal  canto  suo  non  sarà  mai  offesa,  anzi  aumentata  la  loro 
libertà,  essendo  tale  la  ferma  intenzione  del  suo  Magnifico  Signore. 
Prega  che  non  siano,   più  dei  loro,   favoriti   quelli  del  Conte    Giacomo. 

357.  —  [Marino  Calcigni]* 

15  settembre  1458. 

Riferisce  intorno  all'inquisizione  generale  in  un  processo  per  furto. 
«  Ceterum  Saniarino  e  uno  grande  nxmte  el  quale  se  rechiude  In  una 
«  tana  ala  bocha  lista  lorso  per  guardar  ognonio  dorma  fina  che  non 
«  e  rouignado  niuna  facenda  de  quella  comunità  ha  maj  tempo.  Chi 
«  perse  el  credito  Li  seria  meglo  La  morte.  Voj  non  fortificade  voj 
«  dormide  el   fogo  e  atorno  atorno,   dandone  tempo,   et  bon  solazzo  ». 

358.  —  Federico. 

Badia  di  8.  Antonio  presso   Urbino,  17  settembre  1458. 

Ha  ricevuta  la  loro  ambasciata;  si  lamenta  che  gli  ambasciatori 
abbiano  parlato  solo  dei  fatti  San  Marinesi  e  non  gli  abbiano  mandato  a 
dire  qualche  cosa  dei  fatti  suoi.  Se  il  Sig.  Sigismondo  passerà  di  qua 
dalla  Marecchia  egli  mm  indugìerà  a  venire  di  là  a  far  vedere  e  sentire 
cose  «  che  a  luj  piaxeranno  poco.  »  E  sicuro  che  al  Sig.  Sigismondo 
non  basterà  l'animo  di  mettersi  lì,  né  gli  sarebbe  bastato  l'animo  per 
niente  di  mettersi  nemmeno  di  là  della  Marecchia  se  non  fossero  stati 
«  li  traditorj  et  li  capti uj.  » 

359.  —   Vincenzo  cancelliere. 

Rimini,  21  settembre  1458. 

Circa  una  patente  fatta  da  lui,   perchè  non  ebbe  mercede. 

360.  —  Federico. 
(In    cattivo  stato) 

Ex  lìegiis  castris,   7  ottobre  1458. 

Chiede  che  gli  sia  mandato  qualche  messaggero  intendente  per 
conferire. 


—  191    - 

361.  —  Marco  Pio  da  Carpi  e  Antonio  Foresti 

condottieri  d'arme. 

Verucehio,  8  ottobre  1458. 

Vogliono  sapere  le  condizioni  vigenti  di  vita  e  vicinato,  e  se  i  loro 
soldati  sono  sicuri  in  quel  di  San  Marino  da  quelli  del  Conte  Giacomo 
e  di  Messer  Federigo. 

362.  —  Marco  Pio  da  Carpi  e  Antonio  Foresti. 

Verucehio,   12  ottobre  1458. 

Riguardo  a  uno  scontro  fra  i  loro  e  i  San  Marinesi  si  scusano  ed 
hanno  avvisato  il  Sig.   Sigismondo. 

363.  —  Antonio  da  Cantiano 

Podestà  del  Montefeltro. 

Fietracvta,  13  ottobre  1458. 

Gli  duole  la  niorte  del  Capitano  Ser  Andrea  {1)  come  di  un  fratello 
in  quanto  a  lui  e  poi  per  rispetto  della  Repubblica  e  Libertà  e  prega 
Dio  che  dia  grazia  di  chiamare  uno  in  suo  luogo  «  che  non  faccia 
peggio  de  lui.  ». 

(1)  È  Audrea  di  Cecco,  reggente  per  il  secondo  seraestre,  a  cui  fu  sosti- 
tuito Bartolo  di  Michele  Pasini. 

364.  —  Nicolò  da  Treviso,  Cap.  di  Serravalle. 

Serravalle,  29  ottobre  1458. 
Risponde  circa  un.  incidente  a  proposito  di  certe  bestie. 

365.  —  Sigismondo  Pandolfo  3[alatesta. 

Bimini,   29  ottobre  1458. 
A  proposito  di   uomini  e  bestie  presi  tornando  dal  Molino    di    Pie- 
tracuta  dai  soldati  di   Verucehio  dice  che  sono  stati   presi    giustamente 
essendo  nel  terreno  della  guerra;   del  resto  ha  sempre  fatto  ciò  che  ha 
potuto  per  compiacerli. 

366.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,  1  novembre  1458. 
Ha  avuto  notizia  dei  danni  sofferti  dai    San  Marinesi  per    le    genti 


—   192   — 

che  sono  state  lì  dintorno  e  li  esorta  che  si  sforzino  a  mantenere 
quella  libertà  dritta.  Domandando  essi  al  Sig.  Sigismondo  la  liberazione 
dei  loro,  presi  in  quello  di  Pietracuta,  hanno  debito  di  cercarli,  ed  in- 
sieme con  loro  «  quello  facilino  steua  li  per  che  stando  Ij  e  vostro 
homo  ». 

367.  —  Il  Commissario  Nicolò  Brancaleoni. 

Tavsano,   4  novembre  1458. 

Francesco  da  Otiano  Conestabile  del  Conte  Giacomo  gli  scrive  d'aver 
mandato  là  per  vettovaglie  e  dice  che  gli  vogliono  mettere  il  grano  al 
prezzo  che  si  vendeva  in  campo;  della  qual  cosa  lo  scrivente  molto  si 
meraviglia  avvisandoli  clie  non  è  intenzione  del  suo  Signore,  anzi  gli 
disse  la  Signoria  Sua  che  avrebbero  dato  detto  grano  per  4  libri  allo 
staio.   Desidera  avere  una  risposta  in  proposito. 

368.  —  Francesco  da  Otiano. 

Pietracuta,  11  novembre  1458. 

Assai  si  meraviglia  delle  querele  loro  e  dei  loro  uomini.  Chiede 
maggiori   spiegazioni   «  senza  chiosa  et  exceptione  alcuna.   * 

369.  —  Francesco  da  Otiano. 

Pietracuta,  13  novembre  1458. 

Farà  restituire  la  vacca  di  cui  nella  loro  lettera.  Ringrazia  dell'av- 
viso che  mandi  a  prendeie  10  some  di  grano,  ma  li  avverte  che 
l'intenzione  del  Conte  Giiicomo  e  del  Conte  da  Urbino  è  che  sia  ven- 
duto grimo  buono  al  prezzo  e  misura  di  Montefeltro.  Avvisino  se  tale 
è  la  loro  disposizione.  Aggiunge  un  poscritto  a  proposito  di  un  abito 
fatto  da  M.ro  Giannino  ad  un  suo   famiglio. 

370.  —  Francesco  da  Otiano. 

Piétracìita,  12  novembre  1458. 

A  proposito  della  vacca  rubata.  Chiede  inoltre  una  risposta  circa 
alle  vettovaglie. 

371.  —  Nicolò  Brancaleoni. 

Monte  Maggio,  11  novembre  1458. 

Ha  sentito  che  lì  muoiono  certe  persone  di  peste  e  glie  ne  rincresce 


—  193  — 

assai;  lia  inteso  che  alcuni  vogliono  ripararsi  a  Monte  Maggio  ed  avverte 
che  oltre  il  giorno  di  domani   Domenica  non  riceverà  nessuno. 

372.  —  Silvestro  da  Lucine 
condottiere  d'armi. 

dal    Sasso,  24  novembre  1458. 
Si  dichiara  pronto  agli  ordini  delle  loro    Signorie. 

373.  -    Nicolò  da  Treviso. 

Serravalle,  6  novembre  1458. 

Protesta  vivamente  contro  certi  allegati  incidenti,  dicendo  che  egli 
non  ne  sa  nulla,  ma  che  quando  fosse  informato  che  gli  nomini  di 
Serravalle  facessero  simili  cose  provvederebbe  «  Insi  fata  forma  che 
Infino  a  Sammarino  vene  furia  Audire.   »  • 

374..  —  Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 

Bhnini,  29  novembre  1458. 
Chiede  che  siano  2)agati  e  consegnati  i  denari  delle  cólte. 

375.  —  Battista  de  Venerandi  e  Giovanni  de'  Tornei. 

Verucchio,  ultimo  novembre  1458. 
Scrivono  a  lungo  per  evitare  inconvenienti  ed  incidenti   reciproci. 

376.  —  Il  Consiglio  del  Sig.  Sigismondo  Pandolfo. 

Biinini,  4  dicembre   1458. 

Promettono  che  fiiranno  severa  giustizia,  mostrando  molto  dispiacere 
di   un  incidente  occorso. 

377.  —  I  Sindaci  e  il  Comune  di  Monte  Maggio. 

Monte  Maggio,  4  dicembre    1458. 

Protestano  contro  vari  incidenti  che  compromettono  molto  il  buon 
vicinato. 

378.  —  Alessandro  Gambacorti. 

Valla    Valle,  25  dicembre  1458. 
Deplora  un    incidente    occorso    per    certi    balestrieri  e  consiglia    di 
ricorrere  al   Signore,   non  essendo  sufficiente  la  sua  autorità. 

13  —  itti  «  Memorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marcile.  1912. 


—  194  — 

379.  —  Gli  Uomini  ed  il  Comune  di   Pietracuta. 

Fietracuta,  27  dicembre  1458. 
Mandano   messaggi  a  voce. 

380.  —   Federigo,  Capitano  di  Fiorentino. 

Fiorentino,  pemiltimo  dicembre    1458. 

Barbuccio  da  Carpegna  gli  lia  scritto  di  avvisare  i  capitani  di  un 
furto  di  somieri  commesso  contro  certa  donna  del  Monte  da  quelli  della 
Valle  etc. 

381.  —   11  Consiglio  del  Signor  Sigismondo. 

Eimini,   1  (jennaio  1459. 
Raccomandano  una  supplica. 

382.  —  Giacomo  Piccinino  e  Federigo. 

Fossombrone,   12  febbraio    1459. 
Circa  gli  obblighi  assunti  dai  San  Marinesi  per  la  presente   guerra. 

883.  —  Federico. 

Urbino,  13  gennaio  1459. 

Alessandro  Gambacorti  suo  squadriere  porterà  loro  un  messaggio  a 
voce. 

384.  —  Alessandro  Gambacorti. 

Valle,   16  gennaio  1459. 

Due  da  Monte  Grimano  sono  venuti  a  dolersi  con  lui  clie  certi 
San  Marinesi  hanno  preso  uno  da  monte  Grimano  sulla  corte  della 
Valle.  Prega  che  sia  liberato,  e  che  non  vogliano  per  questo  «  mettere 
«  erore  tra  noi  e  lomini  da  moutcgrimano.   » 

385.  —  Silvestro  da  Lucino. 

Sasso,   21  gennaio   1459. 
Deplora  certi  mancamenti  dei  quali  egli  non  ha  colpa. 

386.  —  Federico. 

Urbino,  25  gennaio  1459. 
Chiede  grano  per  i  suoi  di  Monte  Fe.ltro. 


—    195  — 

387.  —  Federico. 

Urbino,   25  gennaio  1459. 
Credenziale   per  Staiiglielino   di  Giovanni. 

388.  —  Federico. 

Urbino,  26  gennaio  1459. 
Circa  provvigioni  di  grano  e  biada. 

389.  —  Jacopo  Piccinino. 

Fossombrone,  26  gennaio  1459. 

Prega  clie  sia  consegnato  tutto  il  grano  promessogli  (die  è  40  stala 
di  iiìisura  San  Marinese)  e  tutto  quello  che  hanno  nella  terra  ed  ap- 
partiene a  forestieri,   a  Giovanni  Marengo  suo  condottiero. 

390.  Silvestro  di  Lucine. 

Sasso,  27  gennaio  1459. 

Alla  loro  lettera  risponde  che  la  mattina  seguente  avrà  pronta  la 
scorta. 

391.  —  Francesco  da  Otiano. 

Pietracuta,  7  febbraio  1459. 
Prega  che  gli  siano  vendute  due  staia  di  grano. 

392.  —  Alessandro  Gambacorti.  » 

Valle,   11  febbraio  1459. 

Per  ordine  del  suo  Signore  li  prega  ed  avvisa  che  mettano  in  punto 
quante  bestie  potranno,  per  le  eventuali  richieste  di  Salvestro.  Do- 
manda se  potranno  esser  pronti   per  il  Lunedì   12    febbraio. 

393.  —   Gioranni  Marengo. 

Faetano,   19  febbraio  1459. 
Chiede  grano  in   prestito  o  contro  pagamento. 

394.  —  Roberto  Orsini. 

Torricella,   19  febbraio  1459. 
Se  è  arrivato  il  suo  grano,   prega  sia  mandato  a  Monte  Maggio. 


-   196  — 

395.  —  Silvestro  da  Lucine. 

Sasso,  21  febbraio  1459. 

Il  cancelliere  del  conte  Giaconio  Piccinino  gli  scrive  a  proposito  di 
certo  grano  caricato  su  asini  San  Marinesi  per  condursi  al  Sasso.  Non 
fu  condotto:  il  Conte  scrive  che  sia  adoprato:  prega  die  glie  lo  facciano 
avere. 

396.  —  Marino  Calcigni. 

Cesena,   15  marzo  1459. 

Ha  esaminato  i  testimoni  «  in  lifactì  de  Abraani  »;  dà  il  suo 
parere  legale  in  proposit»),  e  si  lamenta  di  non  esser  retribuito  con- 
venientemente per  i  suoi  servigi. 

397.  —  Spagnolo  capo  squadra  dei   provisionati. 

•dal  Sasso,   17  marzo    1459. 

Cliiede  la  liberazione  di  un  fiiìnìglio  ritenuto  per  una  preda  in  cui 
non  Ila  colpa.  Se  non  Io  lasciassero  sarebbe  costretto  a  pigliare  un 
San  Marinese  per  rappresaglia. 

398.  —  Ottaviano  degli  Ubaldini. 

(guasta) 

Fossombrone,   18  marzo  1459. 
Li  ha  compiaciuti  di  una  loro  richiesta. 

399.  —   Federico. 

Urbino,   7  aprile  1459. 
Manda  avvisi  in  cifra. 

400.  —  Federico. 

Urbino,   18  aprile  1459. 
Risposte  a  varie  cose  notificategli  dai   San   Marinesi. 

401.  —  Il  Consiglio  di  Sigismondo. 

lìimini,  22  aprile  1459. 

Circa  un  risarcimento  di  danni  ricevuti  dai  San  Marinesi  per  mano 
dei  Riminesi. 


-  197  — 

402.  -  Marino  Calcigni. 

Urbino,   25  aprile  1459. 
Raccomanda  ser  Anastasio  da  Cantiano  per  notaio. 

403.  —  Malatesta  Novello  dei  Malatesti. 

8.    Giorgio,  27  aprile  1459. 

Ha  ricevuto  notizia  della  nuova  alleanza  che  essi  hanno  fatto  colla 
Regia  Maestà  di  Sicilia,  li  ringrazia  della  coiìiunicazione  «  et  certamente 
«  ho  preso  tt  piglio  dispiacere  dele  iusolentie  et  danni  hanete  suportati 
«  et  che  Le  conditione  di  tempi  habbino  maculata  la  vostra  antica 
«  Libertà.  »  Circa  il  fatto  del  cavallo  di  Grand(dtìno  ha  chiesto  infor- 
mazione al  Podestà  del  Monte  Feltro.  Si  profterisce  per  qualunque 
altra  evenienza. 

404.  —  Maestro  Giacomo  di  Lorenzo. 

Urbino,   29  aprile  1459. 

Promette  di  venire  a  lavorare  a  San  Marino  purché  gli  diano  un 
po'  di  scorta  e  il  tempo  di  finire  in  Urbino  un  suo  lavoretto.  Se  nel 
frattempo  si  fossero  provveduti  d'altri  maestri  desidera  esserne   avvisato. 

405.  —  11  Consiglio  di   Sigismondo. 

Rimini,  2  maggio   1459. 
Circa  il  contegno  dei   San   Marinesi  nelle  jireseuti  contingenze. 

406.  —  Giov.  «  dej  tomey  »  e  Galvano  «  de  cecilia  » 

condottieri  d'armi. 

Verucchio,  3  maggio  1459. 
Chiedono  quali  siano  le  intenzioni  dei  San  Marinesi  a  loro  riguardo. 

407.  -    Federico. 

Urbino,   12  maggio  1459. 

A  proposito  di  minacciate  rappresaglie.  Di  cerbottane  e  bombardelle 
che  riesce  diffìcile  ottenere  dal  Maestro.  E  tornato  da  Firenze  <.<  Oc- 
<  taviano  mio  cum  la  exclusione  de  la  pace  e  dice  chel  Signor  Gi- 
«  smondo  se  partiua  molto  de  mala  voglia.  »  Crede  ciie  abbia  mal 
ragione  di  essere  mal  contento  «  le  ben  venuto  a  de  !e  cose  assaj  ma 


—  198  — 

«  non  atante  quante  li  bisognarla  per  avere  la  pace  la  Maestà   del  Re 
«  ho  lettere  che  subito  spacciara  el   Conte  Jacomo.   » 

408.  —  Federico. 

Urbino,  14  maggio  1459. 
Pier  Antonio  Cancelliere  presso  la  Maestà  del  Re  lo  ha  avvisato 
che  l'accordo  tra  la  Maestà  Sua  e  il  Principe  di  Taranto  è  ortinianiente 
concluso  e  il  Principe  ha  accolto  con  straordinaria  cortesia  il  Duca  di 
Audria  recatovisi  «  de  licentia  >>  del  Re.  Inoltre  il  Conte  Giacomo  sta 
concludendo  per  la  sua  spedizione  e  non  sarebbe  possibile  un  accordo 
fra  il  Re  e  il  principe  stesso  in   migliori  condizioni. 

409.  —  3Iarco  dei  Conti  di  Persico 

condottiere  d'armi. 

Verucchio,  13  giugno  1459. 
Ha  mandato  12  suoi  famigli  a  Monte  Cerignone  «  per  vedere  di 
«  guadagnare  alcuna  cossa  »,  i  quali  nel  ritorno  presso  il  Mercatale 
furono  assaliti  dagli  uomini  di  San  Marino.  Si  lamenta  anche  del  trat- 
tamento Jisato  ai  messaggeri  mandati  per  avere  informazioni  del  fatto, 
i  quali  dovettero  tornarsene  «  in  brache  et  in  camissa.  »  Queste  egli 
spera  che  colle  altre  robe  saranno  restituite,  visto  che  non  potrebbe 
sopportare,   senza  averne  ragione,   «  talle  mio  vituperio.   » 

4i0.   —  Alessandro   Gambacorti. 

Valle,  13  giugno  1459. 
Chiede  la  liberazione  di  uno  da  Montegrimano    preso    dai  San  Ma- 
rinesi  alla  valle. 

411.   —  Marino  Calcigni. 

(guasta). 

(Urbino),   20  giugno  1459. 

Ieri  il  Signore  andò  a  Fossombrone.  Tornando  la  sera  ed  essendo 
tutti  mossi  incontro  a  lui,  riconobbe  lo  scrivente  «  ape  da  la  piazza... 
«  Et  feceme  una  ricoglenza  la  più  liumana  se  potesse  dire...  »  Stette 
con  lui  fino  qmm  alle  24  ore  «  che  non  se  recordaua  de  la  cena  ».  Dopo 
la  messa  andarono  lui  e  Marino  a  fare  lo  ambasciate,  perchè  il  sud- 
detto Marino  ier  sera  era  stanco  e  senza  di  lui  lo  scrivente  non  volle 
fare  cosa  alcuna.   Manderà  notizie. 


—  190  — 

412.  —  Ugolino  Bandi. 

Pietramaura,  20  giugno  1459. 

Circa  una  povera  donna  a  cui  dal  giudeo  Masetto  furono  dati  due 
fiorini  falsi. 

413.  —  Jacopo  Piccinino. 

Fossomhrone,  21  giugno    1459. 

Manda  un   uomo  d'arme  perchè  gli  siano  consegnate  certe  robe. 

414.  Antonio  de'  Toschi. 

Monte  Orimano,  22  giugno  1459. 

Intorno  ali'  esecuzione  di  una  sentenza  da  lui  data  contro  Maestro 
Sante  ad  istanza  di  Don  Lionardo  fratello  di  Gandcdfiuo,  ed  eseguita 
sopra  certo  corame  di  ragione  di  un  San  Marinese  che  appare  debitore 
del  detto  Maestro  Sante. 

415.  —  Silvestro  di  Lucine. 

Sasso,  9  luglio  1459. 

Ieri  i  Capitani  non  vollero  prestar  fede  ad  un  suo  inviato,  perchè 
non  aveva  il  sigillo  consueto:  ne  manda  un  altro  con  la  presente  pre- 
gando che  per  1'  avvenire  sia  fatta  fede  a  lui  e  a  simili  inviati  anche 
se  sono  senza  il  sigillo,  perchè  un  altro  suo  cancelliere  recatosi  dal 
conte  lo  ha  portato  seco.  Il  sigillo  della  presente  è  un  anello  che  egli 
porta  «  et  ha  illuccio  drento  benché  male  si  schorgha  ». 

416.  —  Costanzo  Sforza  Conte  di  Cotignola. 

Pesaro,   14  agosto    1459. 

I  latori  della  presente,  sudditi  di  suo  padre,  vengono  a  San  Marino 
per  la  restituzione  di   certe  bestie. 

417.  —  Jacopo  Piccinino  al  suo  armigero 

Tommasino  Marcliesi. 

Dal  campo  contro  Certaldo,   12  settembre  1459. 
Circa  certo  bestiame  comprato  dai  San  Marinesi. 

418.  —  Antonio  da  San  Marino. 

Montemaggio,   1  ottobre  1459. 
Chiede  un  salvo  condotto  per  xin  maestro  Giannino  che  viene  a  con- 


—  200   - 

inerire  coi  suoi  debitori  e  lia  intenzione  di  stabilirsi   poi  a  San    Marino 
ed  esercitarvi  1'  arte  sua. 

419.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  3  ottobre  1459. 
Lunga  lettera  circa  gli  avvenimenti  contemporanei. 

420.  —    Marino  Calcigni. 

Urbino,  4  ottobre  1459. 

Si  rallegra  coi  suoi  Reggenti  augurandosi  che  Dio  conceda  loro  di 
trasmettere  intatta  la  libertà  ai  successori.  Dice  di  essere  stato  mandato 
in  Urbino  da  loro  anche  per  sollecitare  la  faccenda  della  Comunità 
coll'Ambasciatore  del  Papa.  Ha  notizia  che  sono  presi  Monte  Cerignone 
e  Casteldelce.  Quanto  a  Pietrarubbia  crede  che  «  domani  spacciaranno 
quello  logo  »  e  certo  seguirà  la  pace  con  «  grande  fauore  et  honore 
«  de  questo  Illustre  Signore,  apresso  Io  Intendo  che  presto  questo  Si- 
«  gnore  farà  le  sue  nozze  si  che  comanzade  araxionare  del  dono  luten- 
^  dite  farlj  ». 

421.  -  Marino  Calcigni. 

Urbino,   10  ottobre  1459. 

Ha  presentato  lagnanze  all'  Ambasciatore  del  Papa  circa  la  di- 
dispersione del  vino  e  delle  vendemmie,  sofferta  per  quelli  del  Sig. 
Sigismondo  ,  L'Am\)asciatore  ne  ha  scritto  al  Consiglio  di  Rimini:  «  se 
«  nuj  co  Lassarne  caualcare  doventarimo  asinj  dasoma  et  omne  dj  ce 
«  faranno  de  similj  et  magiuij  dampnj.  El  Signore  quj  e  de  bona  vo- 
«  glia  et  dixe  .  .  .  .  chel  Papa  ce  farà  satisfare  tina  a  una  soma  de 
<<  vino.  Io  ho  facto  el  numero  grande  dixendo  che  sono  circa  tre  mila 
«  some  di  vino  che  nehanno  tolto  butado  et  guasto  et  sprecado  pure 
«  hauero  caro  essere  auisado  da  voj  quanto  pò  essere.  El  fauore  del 
«  papa  uerso  el  Signore  et  noi  non  poria  essere  magiore....  Ancho  e 
«  qui   loambassiatore  del  Re  che  solicita  el  facto  nostro  ». 

422.  Marino  Calcigni. 

Urbino,   10  ottobre  1459. 

Gli  ambasciatori  di  Sigismondo  hanno  avuto  un  colloquio  con  gli 
ambasciatori  del  Re,  del  Papa  e  del  Conte  di  Urbino,  e  lo  scrivente 
si  è  recato  da  loro  a  fare  doglianze  del  vino  tjlto  e  dei  danni.  Man- 
dino persona  informata  agli  ambasciatori  del  Papa,  del  Duca  e  a  Ri- 
mini. 


—  201  — 

423.  Antonio  de'  Toschi  Podestà  di  Cesena. 

Montegrimano ,  12  ottobre   1459. 
Circa  un  cavallo    tolto. 

424.  —  Gian  Griacomo  di  Lucino. 

Dal  Sasso,  11  ottobre  1459. 

Circa  una  cavalla  che  fu  rubata,  lia  dato  arbitrio  e  licenza  ai  San 
yiiarinesi  venuti  ivi  per  la  detta  ragione,  di  andarsene  col  suo  troni- 
netta  di  casa  in  casa  per  la  terra  ;  ma  la  cavalla  non  si  è  ritrovata, 
né  egli  ha  potuto  per  modo  alcuno  accertare  che  la  detta  bestia  sia 
arrivata  al  Sasso.  Gli  rincresce,  tanto  più  che  ha  ordine  dal  padre  di 
considerare  il  territorio  di  San  Marino  quanto  il  pr(»prio.  Quanto  al 
raghz/o  1'  ha  fatto  cercare  in  casa  di  Lombardo  uomo  d'arme  del  ma- 
gnifico suo  padre  ma  non  l'ha  ti  ovato.   Se  lo  troverà  lo  farà  restituire. 

425.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino^   14  ottobre  1459. 

Ieri  li  avvisò  che  mandassero  un  ambasciatore  a  Kimini  a  propo- 
sito del  vino.  Le  faccende  San  Marinesi  vanno  benissimo.  Ha  pregato 
l'ambasciatore  del  Duca  che  raccomandi  al  suo  Signore  la  libertà  San 
Marinese  e  ne  ha  avuto  soddisfacenti  promesse.  «  Et  che  più  v^olte  el 
«  Signor  ducha  haueua  hauuto  amente  la  nostra  terra  laudando  il  no- 
«  stro  regimento  et  commeudandoce  per  soi  bonj   amici.   » 

426.  —   Marino  Calcigni. 

Urbino,  28  ottobre  1459. 

«  Spectabiles  virj  et  dominj  mei,  beri  El  commissario  del  papa 
«  reasigno  al  S.  li  contrasingnj  de  li  cassarj  a  la  pergola.  Montecia- 
«  l'agnone  et  Casteldelce  et  Senatello.  Et  sascorbara  Et  dellj  licentia 
«  lutiasse  in  tenuta  deli  loghi  asua  volunta.  Et  cusi  domane  Entra  et 
«  pigia  la  possessione  delapergola  per  fare  principio  almeglio.  Et  mar- 
«  tedi  se  torà  latenuda  aglaltrj  loghi  tuttj  In  uno  dj.  Et  de  poi  que- 
«  sto  succederanno  anco  delecose  che  scranno  utile  et  honorade  non 
«  ineu  che  queste  ». 

427.  —   Federico. 

Urbino,  18  novembre  1459. 

Si  indigna  del  danno  e  della  l'isposta  disonesta  fatta  da  quelli    del 


—  202   — 

Sig.  Sigismondo.  Ne  ha  parlato  anche  con  Ottaviano  e  coll'Anibasciatore 
del  Re  e  inoltre  ha  scritto  al  Sig.  Sigismondo  stesso  ....  «  Io  ne  ac- 
«  certo  che  prima  supportarla  che  dela  camera  mia  fossero  tolte  le  più 
«  care  cose  che  Io  habbia  che  a  voj  supportassi  che  fosse  tolto  un  agnello 
«  de  la  più  trista  villa  che  habbiate;  »  e  perciò  quantunque  richiesto 
di  far  bandire  la  pace  e  la  libera  pratica  non  lo  ha  voluto  fare  finora, 
aspettando  di  vedere  prima  che  partito  si  [)igli  circa  al  fatto  loio,  che 
è  nna  medesima  cosa  col  fatto  suo  «  senza  alcuna  differenza  et  cosi 
«  sera   sempre  ». 

42X.   —  Marino  Calcij2:ni. 

(guasta) 

Urbino,   15  dicembre  1459. 

Di  varii  argomenti.  Ccmsiglia  a  dare  stanza  a  San  Minino  ad  alcuni 
fanti  a  cui  potrebbero  offrire  buon  juercato  di  vettovaglie,  e  che  sa- 
rebbero cagione  di  concordia  con  i  vicini.  Di  ciò  esso  scrivente  i)arlerà 
col  Signore,  cogli  ambasciatori  del  Papa  e  del  Ri;  e  con  Messer  Ales- 
sandro, al  quale  anzi  ha  raccomandata  la  comunità  e  dal  qu:ile  h  stato 
sempre  ricevuto  con  soddisfacentissime  assicurazioni. 

429.  —   Paolo  e  Bartolommeo. 

Urbino,  25  dicembre  1449. 
Rendono  conto  delle  accogli«'nze  ricevute  dal    Signore  di    Uibino. 

430.  —   Antonio  da  Cantiano. 

Monte  Maggio,  ultimo  dicembre  1459. 

È  stato  con  certi  uomini  d'  arme  a  Tausano  e  Pietracuta  per  le  due 
.stala  di  grano  che  ebbe  ordine  di  dar  loro;  ma  non  sa  come  distri- 
buirlo essendovi  più  di  trenta  bocche  da  contentare.  Prega  che  si  jjrov- 
veda  a  che  essi  abbiano  4  stala  di  grano  per  i  loro   denari. 

431.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  5  gennaio  1460. 

Ladigo  di  Baldassarre  lo  avvisa  che  la  differenza  fra  gli  eredi  del 
detto  Baldassarre  da  nna  parte  e  Sante  di  Martino  dall'  altra  è  stata 
compromessa  in  lui.   Rimette  ai  Capitani    1'  esame    dei   testimoni. 


I 


—   203   — 

432.   —  Uiovanni  e  Francesco  Malatesta. 

Ilimini,   7  gennaio  1460. 
Per  (Idlcrsi   di    una   scorreria  e  cìiiedere  le  adegnate  restituzioni. 

438.    —    Il  Conte  (iliaconio  Piccinino. 

S.   Afjatu,   Il  gennaio  1460. 

Si  ijillegni  di  certi  snccessi  San  Marinesi  comunicatigli  per  un 
corriere. 

434.  —  Alessandro  Granibacorti. 

Dalla   Valle,  12  gennaio  1460. 
Chiede  la  restituzione  e  divisione  di  certe  bestie  predate. 

435.  —  Malsitesta  Novello  de'  Malatesti. 

Cesena,   12  gennaio   1460. 

Ha  sentito  quanto  gli  hanno  scritto  della  scorreria  fatta  per  rap 
presaglia  sul  terreno  del  suo  fratello.  Gli  rincresce  che  dalla  parte  sua 
si  dia  loro  ragione  di  venire  a  tali  cose  e  preferirebbe  «  per  estinguere 
«  elfuoco  tollerar  (lualche  ingiuria  più  presto  che  per  vendicarla  accen- 
«  der  maggior  lìamma.  Ma  puoi  che  la  cosa  e  seguita:  Io  dal  canto 
«  mio  ve  adnietto  la  scusa  et  si  vedete  che  in  questa  faccenda  Io  me 
«  possa  operare  in  cosa  alcuna  a  voi  grata  me  offerisco  farlo  di  buo- 
«  na  voglia.   » 

436.  —  Sante  fabbro  da  Monte  Tassi. 

Monte  Grimano,  14  gennaio  1460. 

A  proposito  di  certa  richiesta  di  un  Gando!6no,  che  egli  sarebbe 
lietissimo  di  veder  composta,  ma  a  cui  dovrebbe  in  caso  contrario 
prò v vedcM-e  al tr i m enti . 

437.  —  Gli  uomini  di  Faetano  e  Monte  Giardino. 

Faetano,  15  gennaio  1460. 

Chiedono  se  possono  praticare,  pascolare  e  lavorare  liberamente  e 
con  piena  sicurezza  nei  terreni  di  loro  proprietà  posti  in  corte  di 
San  Marino. 


-   204  — 

438.  —   Griacomo   Piccinino. 

Bertinoro,  16  gennaio   1460 

Prega  clie  un  Ruggero  suo  provvisionato  e  latore  della  presente  sia 
soddisfatto  di  certi  ducati  dovutigli. 

439.  —  Malatesta  Novello  de"  Malatesti. 

Cesena,  25  gennaio  1460. 

Manda  il  salva  condotto  implorato  per  lui  da  suo  fratello  e  li  con 
forta  a  mandare  uno  dei   loro  per  comporre    la    difterenza  tra   Gandol- 
tìno  e  Maestro    Sante  da  Montetassi,   che    1'  aspettavano    da    Domenica 
in  qua. 

440.  —   Il  Conte  Giacomo  Piccinino. 

(guasta) 

Cesena,   ....  febbraio  1460. 

Li  prega  vivamente  di  fare  in  modo  che  un  certo  uomo  d'  armi 
del  Signor  Carlo  Baglioni  ritorni  a  servire  il  detto  Signore  o  almeno 
gli  restituisca  il  danaro  suo. 

441.  —  Violante  Malatesta. 

Cesena,  3  febbraio  1460. 

«  Amici  carissimi.  El  vene  da  voi  Zuanne  et  la  donna  sua  apor- 
«  tatore  de  (la  presente)  unde  preghiamo  che  egli  ve  sia  Racoman- 
datj.   —   Cesene,   die  iij   februarij   14()0, 

«  Vit)lante  d^  Malatesta 


<<  Comitissa  montisferetri.   >^ 


442.    —  Giacomo  Piccinino. 


Bertinoro,  S  febbraio   1460. 

Nei  giorni  scorsi  un  Simone  San  Marinese  si  acconciò  con  Carlo 
Baglioni  suo  condottiero  e  ne  ebbe  alcuni  denari,  ma  non  è  mai  venuto 
a  servirlo;  anzi  si  acconciò  in  seguito  col  conte  di  Urbino.  Desidera 
che  costui  o  venga  a  fai'e  l'obbligo   suo  o  restituisca  i  denari. 

443.   —  Antonio  da  Cantiano. 

Monte  Maggio,   10  febbraio  1460. 

Prega  i  San  Marinesi  d'  intercedere  per  lui  presso  il  suo  padrone 
Conte  d'  Urbino  che  gli  minaccia  una  diminuzione  di  salario;  e  d'  al- 
tra cosa. 


—   205  — 

444.  —   Marino  Calcigni. 

Urbino,   12  febbraio  1460. 

Circa  la  sposa  del  Conte,  alla  quale  egli  ha  presentato  il  dono  di 
San  Marino,  riuscito  graditissimo:  «  [Le  no[zze  sonno  state  belle  ei 
gallante,   et  riche.   » 

445.  --  Gio.  Malatesta  e  fratelli. 

Rimini,  14  febbraio   1460.    • 

Hanno  ricevuta  essi  la  lettera  indirizzata  al  Padre,  arsente  nella 
Marca.  Depl<»rano  gì'  incidenti  successi  contro  la  volontà  loro  e  del 
padre.  Haniro  già  disposto  mediante  lettela  a  Veruccliio  e  a  Serravalle 
perchè  non  si   rinnovino. 

446.  —  Antonio  da  Cantiano. 

(guasta) 

Monte  Maggio,   19  febbraio  1460. 

Fra  varie  altre  notizie  ha  sentito  che  il  Signor  Roberto  ha  dato 
salvacondotto  ai  San  Marinesi.  Ne  vorrebbe  una  copia  per  comunicarla 
al  Consiglio. 

447.  —   Carlo  Baglioni  condottiero  d'  armi. 

Villa  Fatemi,  19  febbraio  1460. 

Prega  i  Capitani  che  costringano  il  solito  Simone  a  servire  o  a 
restituire  i  suoi  denari. 

448.  —  Giacomo  Piccinino. 

Cesena,   27  febbraio  1460. 

Li  ringrazia  che  siano  contenti  di  far  restituire  j  denari  al  Baglioni. 

449.  —   Carlo  Baglioni. 

Villa    Paterni,  1  mar  so  1460. 
Circa  il   Simone  di  cui  sopra. 

450.  —  Nicolo  da  Treviso. 

Serravalle,   2  marzo  1460. 

Si  scusa  di  non  poter  far  molto  circa  a  certe  restituzioni  di  robe 
perchè  la  sua  autorità  non  arriva  a  tanto  presso  i  soldati.  Manda  a 
San  Marino  hi  moglie  con  un  tiglio  che  si  è  slogato  un  biaccio  «  a 
farlo  chonciurc  »  e  li   raccomanda. 


—  206  - 

-   451.    —  Federico. 

Urbino,   11  marzo  1460. 

Il  Papa  manda  costà  Piero  da  Somma  con  150  fanti  benissimo  in 
ordine.  Li  trattino  bene  e  li  adoperino  al  bisogno.  Si  conferisca  con 
Alessandro  Gambacorti  circa  il  suo  alloggio. 

452.  —  Griacomo  Piccinino. 

Bertinoro,  11  marzo  1460. 

Insiste  sul  fatto  dell'  uomo  d'  arme  del  Signor  Carlo  Baglioni. 

453.  —  Federico. 

(guasta)  5.    Gervasio,  14  marzo  1460. 

A  Maliitest.ì   Novello,    a   vantaggio  di  (juelli   da   San   Marino. 

454.  —  Pietro  da  Somma  Connej<tabile. 

Monte   Maggio,  18  marzo  1460. 

A  3  ore  di  notte  lia  saputo  di  certo,  per  una  lettera  di  Frate  Marco 
da  'Pausano,  die  il  Conte  Giacomo  è  venuto  la  notte  lìiedcsima  a  S. 
Arcangelo  cou  molta  gente  e  guastatori.  "Li  avvisa  che  facciano  buona 
guardia. 

455.  —    Antonio  da  San  Marino. 

(guasta)  Monte   Maggio,  alla  3^  ora  di  notte 

24  marzo  1460. 
Comunica  varie  notizie  e  avvisa  che  facciano  buona  guardia. 

456.  —  Antonio  da  Cantiano. 

Monte  Maggio,   7  aprile  1460. 
Sul   modo  di  contenersi   riguardo  a  certe  colte. 

457.  —  Marino  Calcigni. 

(guasta)  Pergola,   16  aprile  1460. 

Di   un'  eredità. 

458.  —  Marino  Calcigni. 

(guasta)  Pergola,   16  aprile  1460. 

La  vertenza  di  Sante  di  Martino  è  stata  rimessa  in  lui  che  ha  col- 
laudata la  causa. 


^ 


—    207    — 

459.  —  Sigismondo  Malatesta. 

Rimini,   29  oprile  1460. 

Invito  alle  nozze  di  Lucrezia  Malatesta  sua  figlia,  che  si  celebre- 
ranno Giovedì  10  maggio. 

460.  — -   Il  Dottor  Gaspare  de'  Canonici. 

Cesena,   P  maggio  1460. 

Trasmette  gli  interrogatori  fatti  nella  causa  di   Maestro  Sante  fabbro. 

461.  —  Marino  Calcigni. 

Pergola,  22  settembre  1460. 

LungliìssÌMia  lettera  sopia  varie  cause  private  {t'in  cui  una  circa 
una  capra),  ingiurie  ai  Capitani,  tratte  di  grano,  colte,  intitolazione 
di   un  registro  di  colte,  furti,   prede,   sicurtà  ecc. 

462.  —  Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 

(guasta)  Bimini,   5  ottobre    1460. 

Intorno  al  fatto  di  un  certo  Cicarelio,  del  quale  egli  non  sa  niente, 
uni  lia  scritto  al  Capitano  del  Sasso.  Avvicinandosi  1'  invelilo  raninienta 
clie  gli  si  mandino  i  consueti  denari  delle  colte. 

463.  —  Marino  Calcigni. 

Pergola,  19  ottobre  1460. 

Torna  suU'  argomento  del  libro  delle  colte  di  Rimini,  da  redigersi 
secondo  le  sue  istruzioni. 

464.  —  Roberto  Vescovo  di  Montefeltro. 

lalamello,  23  ottobre  1460. 
A  proposito  di  due  benefici   ricliiestigli  e  concessi. 

465.  —  Marino  Calcigni. 

(guasta)  Pergola,  11  novembre  1460. 

Di  vari  argomenti.  Notevole  1'  atierraazioue  della  dipendenza  diretta 
della  Pieve  dalla  Comunità. 

466.  —  Roberto  di  Montefeltro. 

Talamello,  12  novembre  1460. 

Rimette  nel  Conte  e  nella  Contessa  d'  Urbino  1'  elezione  dell'  offi- 
ciante alla  Pieve  che  è  discussa. 


—  208  — 

467.  —  Simone  Salvetti  podestà  del  Montefeltro. 

Monte  cerignone,   14  dicembre  1460. 

«...  de  qua  non  e  altra  novella  se  non  che  el  S.  nostro  sta  bene 
«  et  ha  facto  acordare  lacoiuo  sauello    cura    tucte  lesiioi  terre  et  chac- 

<<  ciate  via  legente  del  Conte  laconio El  facto    del    Re    non    porrla 

«  passare  nielglo  et  deqnesti  di  ha  ricuperato  da  Capua  a  Benenento 
«  et  da  Benenento  anapole  onine  cosa  nultra  lecose  che  ha  recuperate 
«  in  abruzzo  che  e  quasi  tutto  quello  che  hauea  acquistato  el  Conte 
«  laconio  dalaquila  infora,  benché  hniiiila  non  laquistasse  el  Conte 
«  Taconio.  Elpapa  ha  formato  el  processo  contra  el  S.  Gisniondo  che 
«  non  podeua  essere  più  terriViile,  et  legente  delaghiesia  hanno  cha- 
«  ualchato  oggi  e  (juatro  di  afano  et  hanno  facto  dani])no  iuetiin 
«  abile  dc[)reda  et  depregionj.  El  S.  ducha  manda  adesso  sej  cento 
«  cav'.allj   contra  deluj....   » 

468.  —    Roberto  di  Montefeltro. 

Talameìlo,   16  dicembre  1460. 

Per  rispetto  dei  San  Marinesi  e  della  Contessa  d'  Urbino  ha  fatto 
grate  risposte  a  Don  Benedetto  latore  della  presente,  che  li  informerà 
dettagl  i  atam  en  te . 

469.  —  Ottaviano  Ubaldini. 

Urbino,  16  dicembre  1460. 
Annunzia  la  nascita  di   una  «   bellissima  figlola.   » 

470.  —  Giovanni  Malatesta  e  fratelli. 

Bimini,  n  gennaio   1461. 

Pregano  che  si  faccia  ragione  ad  un  messer  Pier  Giovanni  [ — ]  e 
per  lui  a  un  Ser  Paolo  da  Montcscudo  suo  fattore. 

471.  —  Il  Vescovo  di  Montefeltro. 

■  30  gennaio  1461. 
Di   una  scomunica. 

472.  —   Marino  Calcigni. 

(frammento  in  pessimo    stato) 

Pietracuta,  6  febbraio  1461. 


-   209    — 

473.  —   Battista  Sforza  Contessa  di  Montefeltro. 

Cagli,   26  febbraio  1461. 

Chiede  urgentemente  che  siano  mandati  al  suo  consiglio  a  Urbino 
sei  uomini  di  San  Marino  per  cosa  appartenente  «  a  nostro  Signore  » 
e  per  il  bene  e  stato  della  libertà  San  Marinese.  Gli  infrascritti  sono 
<<  Simone  di  Maestro  Antonio,  Ser  Bartolomeo  di  Ser  Antonio,  Grhirardo 
de  Menguccio,  Marino  de  Benetino,  Biancho  de  Pauolino,   Scarabigio  ». 

474.  —  Piero  da  Melzi. 

Rimini,  ultimo  febbraio  1461. 
Chiede  clie  mandino  giù  i  denari  che  devono  al  Signore. 

475.  —  Violante  Malatesta  Contessa  di  Montefeltro. 

Cesena,  3  marzo  1461. 

Acclude  una  supplica,  e  poiché  il  creditore  del  supplicante  è  ribelle 
del  suo  Signore  e  di  Lei,  le  parodie  i  sei  ducati  debbano  spettare 
loro;  in  un  poscritto  si  richiaiua  ad  una  antica  consuetudine  del  Mon- 
tefeltro che  cliiunque  muoia  senza  erede,  i  suoi  beni  cadano  «  a  noi  »; 
sicché  essendo  morto  un  Sancte  de  Gallo,  i  suoi  beni  e  denari  toccano 
«  a  noi  ». 

476.  —  Antonio  di  Ser    Tomaso    Zangari    di    Verucchio  ufficiale 

di  Faetano. 

Faetano,   19  mar  so  1461. 

Annunzia  la  deliberazione  del  suo  Illustrissimo  Signore  circa  ai 
danni  dati  nella  colta  di  Faetano,  Fiorentino  e  Monte  Giardino. 

477.  —  Simone  di  Durante  Podestà  del  Montefeltro. 

Monte  Cerignone,  2^  ora  di  notte, 
22  aprile  1461. 

Aloisi  da  Monte  Fiore  stette  ieri  in  agguato  a  S.  Maria  di  Val 
Verde  con  30  o  40  fanti,  e  non  sa  che  strada  abbia  preso;  avvisa  i 
San  Marinesi  di  stare  attenti. 

li  —  Itti  e  Henorie  d«ils  R.  Dep.  di  Storia  Patria  p«r  le  lareht.  1912. 


—  210   — 

478.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  9  maggio  1461. 

Se  i  San  Marinesi  non  concederanno  a  un  frate  le  quarte  delle  obla- 
zioni che  8Ì  faranno  costì  il  frate  si  propone  di  portare  via  un'  im- 
magine che  lia  portato  lì,  e,  bisognando,  di  ricorrere  al  Papa.  Li  prega 
di  considerare  il  decoro  della  comunità  e  della  Chiesa. 

479.  —  Simone  podestà  del  Moiitefeltro. 

(guasta) 

Monte  Ccriijnonc,  11  maggio  1461. 
Circa  le  colte,  la  peste  ecc.  ecc. 

480.  —  Antonio  Zangari  di  Verucchio,  capitano  di  Faetano. 

Faetano,  11  giugno  1461. 
Non  ha  avuto  risposta  alle  sue  precedenti  circa  le  colte. 

481.  —  I  Deputati  al  Consiglio  d'Urbino. 

Urbino,   11  giugno  1461. 

Raccomandano  il  credito  di  un  tale. 

482.  —  Simone  podestà  del  Montefeltro. 

(guasta) 

Monte  Cerignone,  11  giugno  1461. 

Di  vari  argomenti:  gli  uomini  di  Monte  Maggio,  1'  estrazione  delle 
biade,  le  colte,  ecc. 

483.  —   Simone  podestà  del  Montefeltro. 

Monte  Cerignone,   15  giugno  1461. 
A  proposito  di  un  messaggio  mandatogli  dai  San  Marinesi  per  Cecco 
della  Valle. 

484.  —  Simone  podestà. 

Monte  Cerignone,   19  giugno  1461. 

Di  un  individuo  da  Pietracuta  ritenuto  a  S.  Marino  per  debito,  e 
di  ricorso  presentatogli  in  proposito  dagli  uomini  di  Pietracuta. 


% 


-  211    - 

485  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,  20  giugno  1461. 

Il  Consiglio  del  Signor  Conte,  il  Podestà  del  Montefeltro  e  lo  scri- 
vente deplorano  una  sconvenienza  di  quelli  di  Monte  Maggio  ai  San 
Marinesi. 

486.    —  Marino  Calcigni. 

28  giugno  1461. 
Di  una  lite. 


487.  —  Il  Cardinale  di  Siena  legato  della  Marca. 

Tolentino,  10  luglio  1461. 

Riceve  avviso  che  Sigismondo  Malatesta  non  permette  che  i  San  Ma- 
rinesi possano  raccogliere  i  frutti  dei  loro  possessi  in  quel  di  Sigi- 
smondo, ed  altre  disposizioni.  Ha  sollecitato  la  Santità  di  Nostro  Signore 
a  mandare  nuove  genti  nella  Provincia  per  reprimere  i  tentativi  di 
Sigismondo;  e  un  breve  pontificio  annunzia  che  agli  8  corrente  farà 
muovere  le  genti  che  sono  a  Palombara  verso  la  Provincia  cosicché 
non  potranno  difendere,   ma  offendere. 

488.  —  I  Deputati  al  Consiglio  d'Urbino. 

(guasta) 

Urbino,  26  luglio  1461. 

Sul  modo  di  comporre  le  differenze  con  quelli  della  Valle.  Marino 
Calcigni  è  stato  avvisato  delle  notizie  perchè  le  trasmetta  ai  San  Mari- 
nesi. «  Questa  matina  de  nono  hauemo  dal  Signor  come  elseretroua  a 
«  Roma  per  pigiare  forma  ale  cose  de  qua  perche  li  successi  del  Rea- 
«  me  sonno  felicissimj  et  bonj.  Et  el  S.  Re  ha  assediato  elduca  Gio- 
«  hanne  in  La  rocha  de  Nocera  de  saracinj.  Et  tuctohora  atende  arecu- 
«  perare  quel  poco  de  resto  Et  per  lo  simile  el  Signor  meser  Alexandre 
«  ha  recuperato  abuzo  de  sota  et  de  supra,  et  retrouase  a  francauilla, 
«  et  mectese  in  ordene  per  andare  acampo  Adortona  doue  e  li  figloli 
«  et  famigla  del  Conte  [  lac  ]  omo,  Et  esso  Conte  lacorao  se  retroua 
«  in  La  montagna  del  Aquila  cum  poca  [  gente  ]  et  poca  reputatione 
«  ne  pò  andare  ne  stare  etc.  >>. 


—  212  — 

489.  —  Marino  Calcigni. 

Urbino,   4  agosto  1461. 
Raccomanda  uno,  e  chiede  gli  sia  mandata  la  copia  di  certe  suppliche. 

490.  —  Gio.  Cristofaro. 

Urbino,  4  settembre  1461. 
Manda  in  loro  servizio  170  libbre  di  rame. 

491.  —  Ugolino  Bandi. 

Dal  Monte  .  .  .  1462. 

Antonio  da  Cantiano  gli  disse  dorersi  presentare  staseia  per  una 
certa  accusa  fattagli;  ma  per  ragioni  d'  uflicio  egli  domanda  una 
proroga. 

492.  —  Giovanni  e  fratelli  Malatesta. 

Bimini,   16  febbraio  1462. 
Raccomandano  certi  mercanti. 

493.  —  Il  Podestà  Lorenzo. 

S.   Leo,  24  febbraio  1462. 

Circa  certe  colte. 

494.  -  Battista  de'  Scotoni  podestà  del  Montefeltro. 

Monte  Cerignone,  25  aprile  1462. 
Ringrazia  di  certi  avvisi  datigli,  comunicando  che  il  Cassero  di  Car- 
pegna  si  tiene  ancora,  etc. 

495     —  I  Deputati  al  Consiglio  del  Conte  d'Urbino. 

Urbino,   8  maggio  1462. 

A  proposito  di  certa  tratta  di  bestiame  resa  necessaria  dal  procedere 
del  Malatesta,  pregano  di  essere  avvisati  dei  passaggi  e  mosse  di  truppe. 

496.   —  I  Deputati  al  Consiglio  del  Conte  d'  Urbino. 

Urbino,  15  maggio  1462. 
Marino  Calcigni  ha  scritto  che  il    Signor    Sigismondo  «  e  per  far^ 


—  213  — 

una  grande  facenda  et  che  fa  raolto  grandi  aparechij  »  e  che  si  avvisino 
i  San  Marinesi.   —  Così  infatti  eseguiscono. 

497.  —  Sallustio  e  fratelli  Malatesta. 

(guasta) 

Biminij,  24  maggio  1462. 

Intorno  ad  un  credito  di  un  Maestro  Matteo  da  Serravalle,  al  pre- 
sente loro  cittadino. 

498.  —  Battista  Sforza. 

Urbino,  26  maggio  1462. 

Ser  Lodovico  da  Cantiano  è  tornato  narrando  delle  accoglienze  fat- 
tegli dai  San  Marinesi  per  amore  del  Conte  Federico.  Propone  il  modo 
di  comporre  a  comune  soddisfazione  la  condanna  di  Simone  di  Maestro 
Antonio  (Belluzzi). 

499.  —  Roberto  Vescovo  di  Montefeltro. 

Urbino,   29  maggio  1462. 

Si  lamenta  degli  accordi  clie  passano  fra  un  Ser  Menetto  ambascia- 
tore San  Marinese,  e  un  Messer  Veuturino  suo  Vicario. 

500.  -    Federico. 

Dal  campo  presso  Anagni,  ultimo  maggio  1462. 

Circa  tre  anni  fa  Leone  schiavo,  suo  provvigionato,  ha  ucciso  un 
Andrea  della  Madaluccia  da  S.  Marino.  Ora  Andriolo  da  Secchiano  è 
venuto  a  lamentarsi  che  gli  è  stato  dato  bando  da  San  Marino  in 
conseguenza,  mentre  egli  non  si  impacciò  mai  di  qnell'  omicidio  se  non 
per  spartire  e  fare  tutto  quel  bene  che  gli  fu  possibile  perchè  non 
seguisse.  Lo  scrivente  crede  clie  Andriolo  non  sia  colpevole  in  cosa 
alcuna  e  prega  i  San  Marinesi  che  per  suo  amore  facciano  cessare  il 
detto  bando  e  permettere  che  il  detto  Andriolo  possa  liberamente  pra- 
ticare in  San  Marino  a  fare  li  fatti  suoi  «  come  feua  prima.  » 

501.  —  Battista  Sforza. 

Urbino,   5  giugno  1462. 

Raccomanda  il  credito  di  un  Marco  di  Lorenzo  latore  della  presente, 
San  Marinese. 


—  214  — 

502.  —     Il  Dottor  Venturino  da  Mantova. 

(guasta) 

Mantova,  14  giugno  1462. 

Ringrazia  di  onori  fattigli,  e  si  proferisce. 


503.  —  Ilario  da  Cagli,  Ufficiale  del  Montefeltro. 

Monte  Cerignone,   19  giugno  1462. 

Ha  ricevuto  dal  Castellano  di  Monte  Cupiolo  una  lettera  con  cui 
avvisava  il  podestà  come  «  uno  de  le  terre  de  li  inalatesti  Amicissimo 
al  nostro  I.  S.  »  ha  detto  essere  venuto  da  Rimini  il  giorno  stesso 
«  ed  essersi  ritrovato  nel  consiglio  In  uno  cantone  et  dice  che  audj 
«  quando  se  feua  pensiero  da  venire  acampo  a  San  Marino  et  prima 
«  pigliare  omne  persona  che  andaua  alafiera  adarimino  »  ecc. 

504.  —  Battista  de  Scotoni  Podestà  del  Montefeltro. 

Monte  Cerignone,  27  giugno  1462. 

Ha  mandati  dei  contrassegni  non  sapendo  di  quelli  di  Urbino;  ora 
manda  la  copia  di  quelli  clie  gli  sono  stati  mandati:  di  ogni  muta- 
mento vuole  essere  avvisato. 

505.  —  Battista  de  Scotoni  Podestà  del  Montefeltro. 

Monte  Maggio,  29  giugno  1462. 

A  Cesena  s'  è  raccolta  gente  «  et  chi  dice  volgliono  andare  in  lo- 
«  reame  et  chi  dice  volgliono  danegiare  a  voj  et  nuj.  ...  et  ho  orde- 
«  nato  queste  singnj  che  quando  giente  passasse  in  questo  terreno  sie 
«  de  di  le  nostre  rocche  facciano  doj  fochj  ettirano  doj  Bonbarde.  Io 
«  ve  prego  che  continuamente  teniate  qualclie  spia  dalcanto  deli  .  .  . 
«  che  non  possete  fare  megliore  spesa  pregoue  che  ordiniate  similj 
«  singnj  dalcanto » 


506.  —  Anonima. 


Urbino,  29  luglio  1462. 


Riguarda  la  sepoltura  di  una  donna  affogata. 

507.   —  Roberto  Vescovo  di  Montefeltro. 

Urbino,  12  agosto  1462. 
In  risposta  ad  una  lettera  e  comunicazione  dei  San  Marinesi. 


—  215  — 

508.  —  Ugolino  Bandi. 

Fietramaura,   14  agosto  1462. 
«in  fretta* 

«  In  questa  bora  cioè  a  xxii,  baue  lettere  da  Urbino  dal  nostro 
«  uescouo  die  el  S.  nostro  ba  ropto  el  Sig.  gismondo  el  qual  e  scam- 
«  pato  con  circa  iiij  cento  persone  et  dice  esser  preso  siluestro  con 
«  queUo  dala  mirandola  fra  glaldri,  questo  facto  fo  beri,  et  e  la  più 
«  grande  et  alta  bona  nouella  die  fosse  niaj » 

509.  —  Battista  Sforza. 

Urbino,  14  agosto  1462. 
Acclude  gli  avvisi  inviatile  dal  marito,  della  rotta  data  a  Sigismondo. 

51*0.    —  Federico. 
(guasta) 

Dal  campo    «  contra  surhelungium  » 
26  agosto  1462. 

Copia:  al  consiglio  di  Urbino,  etc:  ba  ricevuto  un  breve  dal  Papa 
annunziante  come  essendo  la  M.  del  Re  il  18  corrente  a  campo  all' Or- 
sara  e  il  Conte  Giacomo  e  il  Duca  Giovanni  «  per  scouarli  la  sua  San- 
«  tità  li  ba  ropti  et  fracasati  ....  cbe  e  una  releuata  grande  et  bona 
«  nouella.  Et  pero  uolemo  cbe  ordeniate  cbe  li  ad  Eugubio  acagle  ala 
«  pergula  in  Montefeltro  et  per  tucto  se  ne  faccia  tre  di  continuj  falò 
«  et  alegreza  de  campane  come  merita » 

511.   —  Beritolle  (Bartolo)  di  Francesco  di  Pilio  da  S.  Marino. 

Urbino,  1°  settembre  1462. 

Li  sconsiglia  dalla  guerra  ricordando  in  quante  povertà  ed  estremi 
ba  essa  condotti  molti  San  Marinesi  cbe  dovettero  andare  stentando 
«  aurbino  apesaro  augubio  e  in  molti  altri  luogbi  Inflna  intoscana  per 
«  nonse  morirj  defame  »;  fa  considerare  il  danno  cbe  ne  verrebbe 
all'  agricoltura,  e  la  carestia.  «  Et  ricordatene  cbe  già  altempo  cbe 
«  francesscbo  picino  era  acampo  alonzano  venne  uno  altro  comisario 
«  colbreue  dasanto  padre  pur  per  simile  faconda  e  i  capitan ij  e  con- 
«  siglierj  gle  prese  buon  partito  mediante  laiutorio  econseglo  della 
«  bona  memoria  del  Signore  Conte  guido  cbe  dio  lagia  perdonato.   » 


—  216  — 

512.  —  Roberto  Vescovo  di  Montefeltro. 

Urbino,  5  ottobre  1462. 

Circa  i  frati  scomunicati  di  S.  Francesco:  circa  altre  differenze  li 
esorta  «  non  vogliate  preiudicare  et  turbare  la  nostra  lurisditione  et 
«  la  liberta  Ecclesiastica  che  della  vostra  non  ce  impacciamo.  » 

513.  —   Federico. 

Dal  campo  contro  Montefiore,  10  ottobre  1462. 

Chiede  per  ragione  ed  amicizia  che  si  faccia  più  stima  di  lui  che 
del  Capitano  che  stava  a  Monte  Giardino  sotto  il  dominio  di  Sigi- 
smondo, in  una  cosa  occorsa  a  Monte  Grimano. 

514.  —  Federico. 

«  Ex  victricibus  (sic)  Castris  Sancii   Marini  d.   ti. 
contra  Montem  flore  diein,  {sic)  XVIII  octobris  1462  ». 

Si  lamenta  che  a  certi  suoi  provvisionati  siano  tolte  15  bestie  ca- 
riche di  farina  ed  una  di  sale.  «  Io  ve  auiso  che  noi  senio  signoij  de 
«  la  campagna  et  non  intendemo  che  la  robba  deli  Inimici  de  la  S.ta 
«  de  n.  8.  sia  secura  ne  in  lo  terreno  de  pesaro  ne  in  lo  vostro  ne 
«  in  ninno  altro  luoco.   >> 

515.  —   Il  Cardinal  Teanense  Legato  Apostolico. 

Ex  felicibus  Castris,  18  ottobre   1462. 

Si  lamenta  che  i  San  Marinesi  abbiano  trattenuto  vettovaglie  e 
farina  predate  dai  provvisionati  del  Conte  d'  Urbino  ai  nemici,  il 
che  non  si  può  fare  perchè  la  campagna  è  «  dela  S.  de  nostro  S.  »; 
onde  ne  chiede  la  restituzione. 

516.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Montefiore,  20  ottobre  1462. 

Dà  istruzioni  sul  modo  della  restituzione  «  per  che  inuero  La  caccia 
«  e  de  chi  la  caccia.  Voi  uè  possete  molto  bene  scusare,  che  in  su  la 
«  campagna  voj  non  possete  asecurare  ninno,  per  che  la  campagna  e 
«  nostra.  Come  più  largamente  ha  dicto  Monsignor  et  mi  aquesto  vo- 
«  stro  .'naudato.  ...» 


—  217  — 

517.  —  Federico. 

Dal  campo  presso   VersiUano,  25  ottobre  146É. 
Chiede  vettovaglie,  tiatteneudosi  lì   fino  a  domani  almeno. 

518.  —  Federico. 

Dal  campo  contro   Verncchio,   27  ottobre  1462. 

Prega  viv^amente  clie  vogliano  alloggiare  comodamente  Messer 
Giovanni  avvocato  ed  ambasciatore  dell'  illustrissimo  Signor  Duca  di 
Milano,  e  perciò  manda  Giuliano  suo  famiglio  al  quale  assegneranno 
la  stanza. 


519.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  8.  Arcangelo,  3  novembre  1462. 

Di  alcuni  prigioni  da  Monte  Giardino,  di  Francesco  da  Mercatello 
suo  squadriero:  parte  di  essi  col  consenso  degli  altri  che  rimasero  in 
prigione  promisero  in  solido  per  tutti,  che  andavano  a  procurare  per 
la  taglia  loro  e  di  quelli  che  rimanevano;  di  quelli  che  rimasero  una 
parte  è  fuggita  in  San  Marino,  i  rimanenti  «  che  sonno  mo  in  la  dieta 
pregione  >  vengono  a  rimanere  obbligati  per  tutti  e  domandano  che 
quelli  che  sono  fuggiti  e  quelli  che  furono  licenziati  siano  costretti  a 
pagar  la  loro  parte  di  taglia.  Domanda  che  i  fuggiti  a  S.  Marino  siano 
tenuti  lì  fino  alla  soddisfazione  di   Francesco  di  Mercatello. 

520.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  8,  'Arcangelo^  5  novembre  1462. 

Chiede  che  gli  sieno  mandati  subito  due  maestri  di  pietra  coi  loro 
arnesi . 

521.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  8.  Arcangelo,  9  novembre  1462. 

Raccomanda  la  causa  di  Gio.  Battista  Baglioni  per  un  suo  mulo 
rubatogli  dal  mulattiere  che  lo  vendette  a  certi  uomini  da  Molazzano, 
i  quali  poi  pare  lo  abbiano  venduto  a  «  Muse  hebreo  quale  habita  li 
a  San  Marino.  » 


—  2Ì8  — 

522.  —  Federico. 

Dal  campo   contro    Verucchio,  11  novembre  1462. 

Si  meraviglia  clie  non  sia  reso  un  muletto  a  Gio.  Battista  Baglione. 
Insiste  clie  gli  sia  fatta  ragione. 

523.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  S.  Arcangelo,  12  novembre  1462. 
Si  occuperà  della  faccenda  die  gli  raccomandano  con  Monsignore. 

524.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  S.  Arcangelo,   12  novembre  1462. 
Ha  urgentissimo  bisogno  di  due  maestri  di  pietra. 

525.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  8.  Arcangelo,  13  novembre  1462. 

Credenziale  in  Bartolomeo  San  Marinese^  circa  al  fatto  dei  prigioni 
di  Monte  Giardino. 

526.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  8.   Arcangelo,  14  novembre  1462. 

Presenta  Bartolomeo  della  Metola  e  Nicolò  dalla  Carda  che  vengono 
a  chiedere  il  sequestro  e  la  restituzione  di  una  cavalla  rubata  loro  e 
venduta   costà. 

527.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  8.   Arcangelo,  23  novembre  1462. 

Prega  che  facciano  recapitare  un'acclusa  a'  suoi  squadrieri  France- 
sco Sassatello  e  Alessandro  Gambacorti  a  Cerestiolo  o  dove  si  trovano. 

528.  —  Federico. 

Verncchio,  25  novembre  1462. 

Si  lamenta  del  venire  che  fanno  quelli  di  Francesco  da  Otiano 
ed  altri  nemici,  costà;  protesta  vivacemente,  manda  un  suo  famiglio 
circa  V  alloggiare  i  soldati. 


—  219  -^ 

529.  —  Federico. 

Verucchio,  25  novembre  1462. 
Manda  Giuliano  gonfaloniere  suo  famiglio. 

530.  —  Federico. 

Verucchio,  21  novembre  1462. 

La  gente  del  Sig.  Napoleone  passando  ha  danneggiato  i  San  Ma- 
rinesi,  e  così  pure  Contuccio  «  che  me  e  doluto  persino  al  core  »; 
raccomanda  i  suoi  soldati  e  si  proferisce. 

531.  —  Federico. 

Pietracuta,  12  dicembre  1462. 

Prega  che  si  faccia  portare  la  paglia  ai  soldati  di  stazione  costà, 
che  sarà  vantaggio  reciproco  e  si  eviteranno  scandali. 

532.  Federico. 

Pietracuta,  21  dicembre  1462. 

Manda  alcuni  da  Savignano  e  da  Gatteo  pregando  che  per  3  o  4 
giorni  sieno  alloggiati  e  nutriti  nel  Box'go  mediante  compenso  che  Mon- 
signore provvederà. 

533.  —  Federico. 

Verucchio,   13  dicembre  1462. 

Raccomanda  i  suoi  soldati  che  sono  costà,  che  per  suo  rispetto 
siano  provveduti  di  un  poco  di  strame  «  a  ciò  non  se  scortichino 
quelli  pochi  cavalli  che  hanno.  »  Manda  per  sollecitare,  Giuliano 
gonfaloniere  suo  famiglio. 

534.  —  Federico. 

Verucchio,   14  dicembre  1462. 

Prega  che  siano  tolti  gli  uomini  di  Faetano  e  mandati  al  Reveren- 
dissimo M.  Legato  sostituendo  loro  Durante  e  Biagiotto  colla  squadra 
e  cogli  uomini  d'  arme  che  sono  lì,  che  così  bisogna  fare  «  per  lo 
stado  di  Sancta  giexia.  » 


—  22Q  — 

535.  —  Federico. 

Verucchio,   14  dicembre  1462. 

Prega  che  sia  mostrata  la  presoute  agli  uomini  che  sono  lì,  da 
Savignano  e  da  Gatteo  e  che  si  uniscano  con  quelli  di  S.  Arcangelo 
e  di  Galilea  e  che  tutti  insieme  con  Alberto  se  ne  vadano  al  Reve- 
rendissimo Monsignore  e,  quando  non  potessero  andare  insieme  vadano 
separatamente,  che  la  via  è  sicura. 

536.  —  Federico. 

Verucchio,  15  dicembre  1462. 

Domanda  che  sia  preso  e  consegnato  ai  suoi  provvisionati  un  certo 
Antonio  Bellolo  da  S.  Arcangelo,  e  facciano  presto. 

537.  —  Federico. 

Verucchio,  15  dicembre  1462. 

Per  il  bene  del  Comune,  e  per  certe  sue  informazioni,  levino  4  o  6 
uomini  da  Faetano  e  mandino  via  quelli  dell'  Albarito  o  di  Monte 
Giardino  se  ve  ne  fossero,  e  questo  per  buona  ragione. 

538.  -    Federico. 

Verucchio,   15  dicembre  1462. 

Ha  deliberato  che  i  soldati  alloggiati  lì  vadano  ad  alloggiare  a 
Faetano.  Quindi  essi  tolgano  gli  uomini  da  Faetano  e  li  facciano  venire  a 
S.  Marino,  e  s'intendano  perciò  con  Durante  e  Biagiotto  suoi  squadrieri. 

539.  —  Federico. 

*  Pietracuta,  16  dicembre  1462. 

A  proposito  di  certi  uomini  da  Faetano,  li  consiglia  a  liberarli  in 
parte  con  cautela:  concede  licenza  ad  uno  che  possa  «  cavare  »  la  moglie 
e  i  figli  da  Savignano. 


540.   —  Federico. 

Verucchio,  20  dicembre  1462. 

Manda  costì  per  ostaggi  Ser  Piero  da  Talamello  e  Don  Giovanni 
Del  Grasso  pure  da  Talamello,  e  che  sieno  «  lassegnati  »  due  volte 
al  giorno,   mattina  e  sera. 


—  221    — 

541.  —  Federico. 

Veruechio,  20  dicembre  1462. 

Scrive  la  sua  deliberazione,  die  due  ostaggi  debbano  andare  a  stare 
a  Monte  Cerignone. 

542.  —  Federico. 

Pietracuta,  24  dicembre  1462. 

Chiede  un  uomo  per  casa,  per  andare  dove  bisogna. 

543.  —  Federico. 

Pietracuta,  28  dicembre  1462. 

Circa  le  colpe  degli  uomini  della  Valle. 

544.  —  Federico. 

Veruechio,  30  dicembre  1462. 

Chiede  in  prestito  10  o  12  tarragoni  e  500  verrettoni,  da  mandarsi 
per  il  latore  della  presente. 

545.  —  Federico. 

Pietracuta,  4  gennaio  1463. 

Egli  ha  bisogno  di  rimuovere  quegli  uomini  d'  arme  che  sono  a 
Monte  Giardino  per  adoperarli  altrove.  Perciò  consiglia  che  siano 
sabito  mandati  40  o  50  uomini  con  quelli  a  guastare  il  castello,  cosicché 
alla  loro  partenza  «  el  sìa  buctato  per  terra.   » 

546.  —  Federico. 

Urbino,  10  gennaio  1463. 

Gli  dispiace  assai  un  incidente  avvenuto  a  Monte  Giardino:  offre  i 
suoi  squadrieri  Durante  e  Biagiotto  per  aiutarli  a  buttare  a  terra  Monte 
Giardino  se  occorrerà,  pronti  ad  ogni  proposito,  «  et  per  omnj  modo 
«  fatelo  mectere  a  terra  che  mi  farete  a  piaxere.   » 

547.  —  Federico. 

Pietracuta,  18  gennaio  1463. 

Deplora  lo  strano  caso  intervenuto  fra  i  rispettivi  soldati,  del  quale 
ha  «  hauuta  gran  melicania  »;  e  manda  un  suo  trombetta  ed  uno  di 
quelli  che  si  ritrovarono  al  fatto, 


222 


548.  —  Federico, 

Pietracuta,  23  gennaio  1468. 

Venendo  costì  Monsignore  di  Ventiiniglia  Commissario  del  Papa 
prega  cìie  per  rispetto  del  Papa  e,  di  Ini  che  è  prelato  degno  e  per  il 
debito  loro  gli  provvedano  buona  stanza  «  et  recipiente  per  la  persona 
soa.  »  Egli  verrà  con  un  seguito  di  circa  20  cavalli. 

549.  —  Federico. 

Pietracuta^  25  gennaio  1463. 

Avverte  che  diffidino  di  uno  da  Monteacudo  che  frequenta  certi 
suoi  fratelli  che  vanno  e  vengono  da  Riraiui,  e  di  altri  siffatti. 

550.  —  Federico. 

Pietracuta,   28  gennaio  1463. 

Prega  di  preparare  50  fanti  per  farli  muovere  con  Biagiotto  e  Fi- 
lippo da  Gubbio. 

551.  —  Federico. 

Pietracuta,  28  gennaio  1463. 

Chiede  fanti  che  sieno  inviati  a  Faetano  e  Verrucchio. 

552.  —  Federico. 

Pietracuta,   ultimo  gennaio  1463. 

Desidera  essere  avvisato  immediatamente  dell'  a.irivo  di  Monsignore 
di  Ventimiglia. 

553.  —  Federico. 

Pietracuta,  4  febbraio  1463. 

Il  Capitano  di  Serravalle  ha  scritto  che  il  castello  ha  bisogno  di 
legna. 


554.   —  Federico. 

Pietracuta,  14  febbraio  1463. 

I  soldati  del  Signor    Alessandro   hanno    tolto    del  bestiame    ai  San 
Marinesi;   promette  che  saranno  risarciti. 


-    223 
555.   —  Federico. 


Pietracuta,   17  febbraio  1463. 


Chiede  clie  il  primo  giorno  di  qnaresinin  mandino  due  dei  loro,  infor- 
mati delle  ragioni  della  comunità  circa  i  confini  di  Monte  Maggio  e 
delle  Valle  e  delle  case  di   San   Marino,   al   Grentile  suo  fattore. 

556.  —  Federico. 

Pietracuta,  11  marzo  1463. 

Raccomanda  Francescliino  da  Monte  Griniano  per  certe  differenze 
die  ìia  con  Marino  di  Giovaguolo  di  costì. 

557.  --  Federico. 

Pietracuta,   12  marzo  1463. 
Grentile  suo  fattore  verrà  domani   a  vedere  e  comporre  la  differenza 
dei  confini  fra  la  Comunità  di   Monte  Maggio  e  la  Valle, 

558.  —  Federico. 

Pietracuta,  18  marzo  1462. 

Venendo  Giacomo  da  Cesena  a  cercar  casa  in  San  Marino  li  prega 
di  facilitarglielo. 

559.  —  Federico. 

Pietracuta,  23  marzo  1463. 

Cecco  di  Giovanni  a  Monte  Cerignone  ha  tolto  una  cavalla  ad  un 
San  Marinese,  alla  quale  cavalla  sopravvenne  la  febbre  e  morì.  La  morte 
della  bestia  complica  la  causa;  chiede  che  siano  esaminati  testimoni  e 
sia  fatta  ragione. 

560.  —  Federico. 

Pietracuta,  23  marzo  1463. 

Avvisa  che  certi  cavalli  dei  nemici  devono  cavalcare  «  in  fra  »  San 
Marino  e  Secchiano. 

561.  —  Federico. 

Pietracuta,   24  marzo  1463. 

Stanghelino  da  Soanne,  salva  l'approvazione  della  comunità,  vorrebbe 
«  torre  a  fare  la  becharia  li  »:  lo  raccomanda. 


—  224  — 

562.  —  Federico. 

Pietracuta,  25  mano  1463. 

Uno  della  Valle  deve  avere  da  nno  di  Fiorentino  33  fiorini   per  ra- 
gione della  dote  dell'  avola  e  della  madre.  Lo  raccomanda. 

563.  —   Federico. 

Pietracuta,  28  marzo  1463. 

Manda  un  messaggio  a  voce  per  Stangheliuo  da  Soaaae. 

564.  —    Federico. 

Pietracuta,  9  aprile  1463. 

Chiede    siano    mandati  a  lui    certi    testimoni  San  Marinesi    in  una 
causa  elle  egli  ha  per  le  mani  «  per  cagione  de  doi  cavalle.  » 

565.  —  Il  Vescovo  Feretrano. 

Valle,   11  aprile  1463. 

Si  farà  «  quod  iustum  fuerit  »  di  una  vertenza. 

566.  —  Federico. 

Urbino,  21  aprile  1463. 

Credenziale  in  Pier  Antonio  da  Mercatello. 

567.  —  Federico. 

Pietracuta,  25  aprile   1463. 

Manda  un  messaggio  a  voce  da  Giov.  Battista  suo  cameriere. 

568.  —  Federico. 

Pietracuta,  26  aprile  1463. 

Ringrazia  della  provvisione    fatta    per    ricevere    Messer    Ridolfo   da 
Camerino. 


569.   —  Federico. 

Pietracuta,  26  aprile  1463. 

Ha  urgentissimo  bisogno  di  10  staia  di  grano  per  otto  giorni. 


•^   225  — 

570.  —  Federico. 

Pietracuta^  27  aprile  1463. 

Li  ringiazia  del  prestito  delle  sei  staia  di  cui  tre  sono  da  conse- 
gnarsi ad  uno  inviato  da  Francesco  da  Mercatello. 

571 .  —  Federico. 

«  Ex  felicibus  castris  sanctissimi  d.  n.  apud  sassum  » 

«  Prima  die  inaii  1463.  » 

Chiede,  per  la  prossima  mattina  presto,  guastatori  con  zappe  e  pali 
di  ferro;   acclude  varie  da  recapitarsi. 

572.  —  Federico. 

Pietrarubbia,  2  maggio  1463. 

Manda  il  suo  mulattiere  Sabatino  per  una  delle  tre  staia  di  grano 
che  restavano  dalle  sopradette  sei. 

573.  —  Federico. 

Pietracuta,  4  maggio  1463. 

Manda  a  prendere  l'ultimo  staio  di  grano  per  uno  di   Montegello. 

574.  —  Federico. 

Pietracuta,  4  maggio  1463  nella  2*  ora  di  notte. 

Mandino  subito  25  uomini  a  Faetano  «  et  no  auardate  che  sia  de 
nocte.  » 

575.  —  Federico. 

Pietracuta,  8  maggio  1463. 

Prega  che  si  faccia  render  ragione  a  Francesco  di  Mercatello  da 
quelli  di  Monte  Giardino  e  come  Capo  della  Guerra  comanda  che  capi- 
tando ivi  alcuno  di  quelli  di  Monte  Giardino  che  siano  obbligati,  li 
debbano  ritenere  per  la  detta  soddisfazione. 

576.  —  Federico. 

Pietracuta,    8  maggio  1463. 
Ha  bisogno  di  due  maestri  di  legname  per  quattro  o  sei  giorni. 

15  —  itti  e  Menorie  delia  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  larehe.  1912. 


—    226  — 

577,  —  Federico. 

Pietracnta,  8  maggio  1468. 

È  stato  sovvenuto  di  grano  Giacomo  di  Cesena  già  Castellano  di 
Monticello. 

578.  —  Federico. 

Pielraiuta,   9  maggio   1468. 

Se  non  lianno  mandato  i  25  tanti  a  Faitano  e  15  a  Monte  Giardino 
li  mandino  subito  con   vettovaglie  per  quattro  giorni. 

579  —   Federico. 

Verncchio,   18  maggio  1468. 
Manda  per  un  altro  staio    del    grano  die  gii  stanno  imprestando. 

580.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Macerata,   14  maggio  1468. 

Donna  Agata  dalla  Pietra  e  lacomuccio  da  Tannano  hanno  diffe- 
renza «  per  uno  bo  »  che  lacomuccio  ha  comperato  da  Nicoluccio  dalla 
Pietra  abitante  di  San  Marino.  «  Per  che  dieta  domna  dice  chel  dicto 
bo,  li  fo  tolto  già  più  tempo  fa  II  perche  domanda  al  dicto  lacoujuccio 
el  bo.  et  el  fleto  da  quel  tempo  in  qua.  »  Li  prega  di  esaminare  o 
mandare  a  lui  il   detto  Nicoluccio. 

581.  —  Federico. 

Pi^tracuta,  21  maggio  1468. 

Ser  Antonio  de  Cantiano  ha  maritato  una  cognata  a  un  figlio  di 
Franchino  da  Monte  con  patto  di  dargli  la  dote  «  de  tempo  in  tempo  »; 
e  Franchino  non  vuole  osservare  quosti  patti.  Raccomanda  che  si  pi'ov- 
veda. 

582.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Castellano,  25  maggio  1463. 

Ha  bisogno  di  10  paia  di  bnoi  e  20  guastatori  per  la  sera  stessa  e 
la  notte  seguente, 


—  227  — 

583.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  il  Sasso,   27  maggio  1463. 

Prega  clie  si  cerchi  e  consegni  al  latore  un  carro  lasciato  lì  da 
Geutiluccio  da  S.  Angelo  che  governa  le  munizioni  delle  bombarde. 

584.  —  Federico. 

Dal  campo  presso  Sasso,  28  maggio  1463. 

Perchè  siano  sequestrati  certi  bovi  condotti  e  venduti  lì,  e  si  veri- 
fichi da  chi  furono  comprati. 

585.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  il  Sasso,  29  maggio  1463. 

Non  essendogli  stato  mandato  il  prigioniero  richiesto,  «  comò  capi 
tanio  della  guerra  »  li  prega  e  comanda  gli  sia  consegnato. 

586.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  il  Sasso,  29  maggio  1463. 

Chiede  che  gli  si  mandi   un  messaggero  per  conferire  a  voce. 

587.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  il  Sasso,  ultimo  maggio  1463. 

Dovendo  sentenziare  in  una  differenza  (;hiede  gli  sia  mandato  un 
certo  Magio  da  Monte  Giardino  prigioniero  di  Francesco  di  Mercatello 
che  ha  la  causa  cogli   uomini  di  Monte  Giardino. 

588.  —  Federico. 

Dai!  campo  contro  Corticeto,  6  giugno  1463. 

Si  lamenta  che  non  abbiano  fatto  nulla  a  riguardo  a  quei  bovi 
comprati  da  certi  San  Marinesi  a  Nicolò  abitante  della  Masetta,  clie  si 
dovevano  restituii'e  a  quelli  di  Monteriolo.  Prega  che  sia  restituito 
il  denaro  a  chi  comprò  i  buoi. 

589.  —  Federico. 

Dal  campo  presso  il  Sasso,  6  giugno  1463. 

Perchè  siano  restituite  all'  uomo  della  Signoria  Fiorentina  8  bestie^ 
sequestrategli. 


—  228  — 

590.  —    Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  16  ghigno  1463. 

Piega  come  per  altra  sua  clie  sia  restituito  il  bestiame  a  quelli  da 
Monte  Oriolo. 

591.  —  La  comunità  del  Castello  della  Valle. 

Dalla   Valle,  22  giugno  1463. 

Notificano  che  il  loro  Podestà  ed  il  suo  luogotenente  hanno  man- 
dato il  bando  che  non  si  possa  cavare  nessun  frutto  dalla  costa  della 
Valle  o  dalle  Torricelle  sotto  pena  di  10  ducati  d'oro  e  di  perdere  le 
bestie. 

592.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  2  luglio  1463. 
Perchè  sia  riconsegnato  certo  bestiame  ad  uno  di  Monte  Oriolo. 

593.  -  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  20  luglio  1463. 

È  vero  che  egli  ha  fatto  pigliare  Fra  Giovanni.  Promette  che  gli 
si  farà  ragione. 

594.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  28  luglio  1463. 

Chiede  altri  10  guastatori. 

595.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  21  agosto  1463. 

In  favore  di  Giorgio  schiavo  a  cui  un  Simone  da  San  Marino  mae- 
stro di  pietra  ha  menato  via  un   cavallo. 

596.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  28  agosto  1463. 

Perchè  sia  rilasciato  un  certo  Nicolò  preso  per  debito.  Protesta 
vivacemente, 


—  22d  — 

o97.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  29  agosto  1463. 
Per  far  rilasciare  uno. 

598.  —  Federico  (a  un  maestro  Girolamo). 

Dal  campo  contro  Fano,  30  agosto  1463. 

Raccomanda  la  causa  di  Nicolò  di  Sante  di  Monte  Maggio. 

599.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano^  2  settembre  1463. 

Chiede  urgentemente  venti  guastatori  coi  loro  arnesi,  e  chiede  che 
a  chi  è  sprovvisto  del  «  buletino  de  toniasso  picino  »  si  faccia  pagar 
la  pena  senza  mercede. 

600.  —   Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,   1  settembre  1463. 

Chiede  «  subito,  subito  »  20  guastatori  con  vanghe  e  zappe  per 
dieci  giorni  «  et  el  primo  che  torna  senza  elbuletino  de  tomasso  picino 
fateli  pagare  Lapena.   » 

601.  —  Federico. 

Dal  campo  contro  Fano,  9  settembre  1463. 

Scambio  di  12  i^rigionieri,  uno  San  Marinese  e  uno  di  Val  di  Tevere. 

602.  —  Federico. 

Dal  campo  presso  Gradara,  21  ottobre  1463. 

Perchè  sia  restituito  certo  bestiame  tolto  a  quelli  da  Monte  Maggio. 

603.  —  Federico. 

Dal  campo  presso  Gradara,  22  ottobre  1463. 

Perchè  siano  restituite  certe  possessioni  ad  un  Marino  già  dal  Sasso 
presente  latore  «  ed  abitante  di  fano  ».  È  ragionevole  la  restituzione 
poiché  è  <<  homo  de  sancta  Ecclesia  come  sete  anche  voi.  » 

604.  —  Marino  del  Vivo. 

(guasta) 

Firense,  23  ottobre  1463. 

Su  certe  differenze  private. 


-    230  — 

()05.  —  Elia  da  Monte  Rotondo. 

Serravalle,  17  novembre  1463. 

Raccomanda  il  suo  compagno  e  procuratore  Benedetto. 

606.  —  Federico. 

Talamello,  14  novembre  1463. 

Raccomanda  che  si   faccia    ragione  a  Giorgio    schiavo,   in   certa  sua 
vertenza. 

607.  —   Lorenzo  Capitano  di  Serravalle. 

(guasta) 

Serravalle,  19  novembre  1463. 

Notifica  1'  elezione  di  Filippo  Giovanni  e  di  Benedetto  ....  a  pro- 
curatori dello  strenuo  Elia  da  Monte  Rotondo. 

608.  —  Federico. 

Urbino,  7  dicembre  1463. 

È  stato  ritenuto  certo  grano  a  «  Madonna  Catharina  Contessa  di 
Carpegna  »  da  certi  suoi  pretesi  creditori.  Si  faccia  restituire  il  grano 
e  Federico  farà  restituire  il  denaro. 

609.  —  Federico. 

Pietrarubbia,  11  dicembre  1463. 

Ha  avuto  un  colloquio  con  Monsig.  Legato  a  proposito  di  Serravalle, 
nel  quale  gli  ha  promesso  «  liberamente  fami  consignare  La  posessio- 
ne.  »  Avvisa  che  mandino  qualcuno  al  Rev.mo  Padre  Monsig.  di  Sessa. 

610.  —  Federico. 

Urbino,  15  dicembre  1463. 

A  proposito  di  una  vertenza  sopra  certe  riscossioni  della  contessa 
di  Carpegna. 

611.  —  Federico. 

Urbino,  26  dicembre  1463. 

«  Amici  carissimi  io  credo  che  haueriti  saputo  et  hauuto  infor- 
«  matione:  corno  ancho  io  ho  hauuta    che    passando    uno    famiglio    de 


—  23l  — 

«  miser  francesco  de  li  senza  dare  inpediraento  anesciuno  per  alcuni 
«  uostri  lioniinj  fo  assaltato  et  lassiamo  andai-e  robbato  ma  fo  ferito 
«  et  si  lo  uolsero  amazare.  Il  quanto  sia  stato  honesto  et  ben  facto 
«  a  voj  lo  Lasso  giudicare  et  però  io  dico  che  alhauuta  de  questa 
«  prouidiate  de  hauere  quelli  tali  in  le  mane  et  mandati miglj  altra- 
«  mente  io  ui  promecto  che  io  faro  demostratione  tale  che  lassiamo 
«  andare  che  noi  acorgiate  che  mi  sia  rencresciuto  sirail  atto  Ma  faro 
«  che  quando  ninno  de  li  mej  passara  delj  sera  veduto  volunthiera  et 
«  honorato:  et  pero  io  ui  mando  Giohanbenedicto  presente  apportatore 
«  et  mio  prouisionato. 

«  Urbiui  XXVI  Decembris  1463. 

«  Fodericns  Comes  Urbini  Regius  Capitaneus  Sanctissimj 
«  domini  nostri  locumtenens  generalis  etc.  » 

612.  —  Federico. 

Fietramita,   29  dicembre  1463. 

Manda  certi  messaggi  da  Gentile  suo   fattore. 

613.  —  Cecco  e  Pino  degli  Ordelafa. 

(guasta)  Forlì  ....  Dicembre  1468. 

Mandano  uno  da  Modena  latore  della  presente. 

614.  —  Federico. 

(guasta)  Urbino,  11  gennaio  1464. 

Alla  lettera  d'ieri  risponde  che  se  essi  vogliono  che  egli  tolga  Ser 
Lorenzo  da  Serravalle  lo  farà  di  buona  voglia,  ma  se  lo  leva  Monsi- 
gnore ce  ne  manderebbe  un  altro  che  sarebbe  forse  peggio.  Farà  tut- 
tociò  che  può  per  aiutarli  a  mantenere  Serravalle  come  ha  fatto  per 
farla  acquistare,  e  non  seguirebbe  il  desiderio  del  Vescovo  dì  Sessa 
perchè  gli  pare  piìi  conveniente  mantenere  e  fortificare  il  Castello  piut- 
tosto che  batterlo  per  terra. 

615.  —  Marino  Calcigni. 

Castel  Dtirante,  3  marzo  1464. 

Notizie  circa  «  elfacto  deseraualle  »  e  circa  vertenze  ecclesiastiche. 

616.  —  Marino  Calcigni. 

Castel  Durante,  5  marzo  1464. 

Sollecitino  in  quanto  a  Serravalle  :  prendano  buona  guardia.  E 
passato  il  Duca  di  Melfi,  etc. 


-  ^32  — 

èl7.  —  Angelo  Vescovo  di  Sessa. 

Fano,   16  marzo  1464. 

Chiede  gli  siano  mandati  due  San  Marinesi:  ha  chiesto  due  di 
Serravalle  per  arbitrare  fra   loro. 

618.  —  Giovanni  Calcigni. 

Serravalle,  17  mar  so  1464. 

Il  messo  di  Mons.  di  Sessa  ha  una  lettera  per  il  Comune  e  gli 
uomini  di  Serravalle,  da  consegnarsi  all'  arengo.  Chiede  istruzioni  in 
proposito. 

619.  —  Il  Comune  e  gli  Uomini  di  Serravalle 

al  Vescovo  di  Sessa. 

Serravalle,  19  marzo  1464. 

Circa  le  loro  vertenze  coi  San  Marinesi. 

620.  —  Il  castellano  Nanni  da  Pistoia. 

Verucchio,  20  marzo  1464. 

Ringrazia  di  nn  riguardo  usato  per  lui  a  certe  donne. 

621.  —   Jacopo  di  Francesco  medico  di  Riraini. 

Bimini  ....   aprile  1464. 

Ringrazia  per  la  licenza  concessagli  di  condurre  a  pascolare  certe 
sue  bestie. 

622.  —  Sigismondo  Pandolfo  Malatesta. 

(guasta) 

Rimini  .  .  .  aprile  1464. 

Essendo  ora  Serravalle  sottoposta  a  San  Marino,  chiede  si  faccia 
ragione  a  certi  Serravallesi,   ora  cittadini   di  Rimini. 

623.  —  Fra  Filippo  da  Marzolino  Priore 
del  Monastero  dell'  Annunziata. 

Monte  di  Scolca,  26  aprile  1464. 

Manderà  secondo  è  richiesto. 


—  233  — 

624.  —  Giovanni  Calcigni. 

Serravalle,  11  maggio  1464. 

Un  messo  <li  Monsignor  di  Sessa  gli  ha  detto  «  clie  la  sua  Santità 
«  non  passa  de  qua  fìnchel  Signore  Sigismondo  non  passa  Fano  et 
«  Senegaglìa  et  che  per  questa  caxione  la  Sua  Signoria  e  molto  occu- 
«  pata  de  la  ....  » 

625.  —  Callisto  da  Urbino. 

(guasta) 

Urbino, 1464. 

Si  lamenta  del  modo  di  trattare  di  un  «  Maestro  Simone  vostro.  » 

626.  —  Il  Comune  e  gli  Uomini  di  Veruccliio. 

(guasta)  Verucchio,   15  maggio  1464. 

Su  certe  differenze  di  colte  e  di  terreno. 

627.  ~  Federico. 

Urbino,  26  maggio  1464. 

Perchè  sia  fatta  lagione  ad  un  suo  uomo  da  Monte  Cerignone  as 
ealito  e  gettato  in  terra  e  battuto  disonestamente  e  privato  di  una 
borsa  e  di  un  cavallo  da  uno  di  San  Marino. 

628.  —  Carlo  Malatesta  di  Sogliano. 

Sogliano,  29  maggio  1464. 
Avendo  bisogno  di  un  uomo  fidato,  chiede  un  San   Mariuese. 

629.  —  Matteo  fabbro  da  Serravalle. 

Eimini,  2  giugno  1464. 

Fu  officiale  a  Serravalle  e  quando  si  partì  gli  restava  ad  avere  parte 
del  salario:  prega  gli  sia  fatto  avere. 

630.  —  Francesco  da  Mercatello  condottiero. 

Mondaino,  22  giugno  1464. 
Di  certi  ducati  che  vuol  donare  «  a  quellj  valeutj  stradàrolj.  » 


—  234  — 

631.   —  Egidio  Vescovo  di  Riraini. 

Biminì,   22  giugno  1464. 

Comunica  i!  conferimento  della  chiesa  di  Serravalle  ad  un  degno 
sacerdote. 

6;{2.    —  Lodovico  Calcigni  Rettore  di  S.  Agata. 

Torricello,   22  agosto  1464. 

Sono  stati  presi  due  famigli  di  Giacomo  da  Brescia,  Connestabile 
<<  del  S.  »  che  menavano  certi  buoi  tolti  alla  Perticala  per  una  rap- 
presaglia. Li  raccomanda. 

633.  —  Giovanni  Urceoli  Conte  e  dottore  di  leggi. 

Bocca  di  Forlimpopoli,  31  agosto  1464. 

Ricordandogli  i  suoi  magnifici  Signori  la  cordiale  amicizia  esi- 
stente ab  antico  tra  la  'Comunità  e  questa  città  di  Forlì,  lo  incaricano 
di  chiedere  a  San  Marino  cento  fanti. 

634.  —  Federico. 

Castel  Durante,   7  settembre  1464. 

I  frati  di  S.  Francesco  devono  aver  denari  da  certi  giudei  di  San 
Marino.  Chiede  che  sia  fatta  loro  ragione. 

635.  —  Giovanni  Calcigni. 

Serravalle,   28  settembre  1464. 

Raccomanda   uno  che  si  presenta. 

636.  —  Federico. 

Urbino,  2  novembre  1464. 

«  Illustri  et  potenti  domino  fratri  carissimo  domino  malateste  de 
Malatestis.  »  Chiede  passo  per  alcuni  San  Marinesi  che  devono  fornire 
di  grano  alcuni  suoi  luoghi   di  Monte  Feltro. 

637.  —  Federico. 

Urbino,   1  dicembre  1464. 

Prega  che  sia  restituito  «  el  suo  bo  »  ad  un  certo  Aloisio  di  Marino 
suo  uomo  da  Monte  Grimano. 


—  235  — 
638.   —  Antonio  da  Cantiano. 

Rende  conto  di  faccende   varie. 


Roma,    18  dicembre  1464. 


639.   —  Federico. 

Urbino,  21  dicembre  1464. 

Un  famiglio  di  messer  Francesco  passando  da  Faetano  fn  derubato 
ferito  e  quasi  ammazzato:  se  ne  lamenta,  e  promette  di  fare  «  per 
«  modo  che  un'altra  volta  li  mei  scranno  lionorati  et   acarezati.   » 


^3»      fe^ 


TJÌ^  GONFALONE  SCONOSCIUTO 
DI  GIROLAMO  DI   GIOVANNI  DA  CAMERINO 


La  cliiesa  parrocchiale  di  S.  Martino  di  Tédico  sorge  sopra 
un'altura  (677  m.  s.  ni.)  che  occupa  una  situazione  centrale  ri- 
spetto ai  vari  villaggi  (principali  :  Morécine,  Colli,  Bolognesi) 
onde  risulta  la  frazione  del  comune  di  Piastra  (circondario  di 
Camerino)  che  suoIh  denominarsi  dì  S.  Martino.  La  designazio- 
ne di  Tédico,  restata  nei  documenti  relativi  alla  chiesa,  non 
trova  in  essi  spiegazione,  perchè  ci  mancano  quelli  dell'alto 
M.  Evo,  i  quali  è  presumibile  facessero  menzione  del  luogo  a 
vente  il  nome  di  Tédico.  Poiché  fu  costume  antico  e  costante 
che  le  chiese  del  contado  si  designassero  dal  villaggio  ai  cui 
bisogni  spirituali  servivano,  pare  congettura  ragionevole  che 
Tédico,  nell'evo  romano  e  nei  primi  tempi  cristiani,  fosse  il  no- 
me di  qualche  centro  abitato,  poi  scomparso.  Di  che  è  indizio 
il  nome  di  Morécme,  o  Morégine,  (da  murus)  —  uno  degli  at- 
tuali villaggi,  a  circa  mezzo  Km.  dalla  chiesa  —  che  significa 
macerie,  o  rovine,  come  segue  nella  località  dove  sorgeva  l'antica 
Tuficum,  sulla  destra  dell'alto  Esino,  presso  Albacina,  e  in  altri 
luoghi  (1).  A  valle  di  Morécine  sono  ancora  macerie  di  case  di- 
roccate e  una  tradizione  del  luogo,  che  chiama  Pian  d'assalto 
alcuni  campi  non  lontani  da  Morécine,  afferma  qui  essersi  com- 
battuta una  battaglia  e  di  questa  essere  effetto  le  rovine  che 
si  veggono  ancora  (2).  Contenga  o   no    qualcosa  di  vero  questa 


(1)  BoRMANN,  Corpus  Insd-iptiouuvi  latinaruvi,  XI,  836.  Presso  Belnioute 
Piceuo  chiamasi  pure  morrécini  il  luogo  dove  trovansi  gli  avanzi  di  una  ne- 
cropoli romana.  Anche  il  nome  di  Macerata  si  fa  derivare  dal  latino  maceria. 

(2)  Anche  presso  Caldarola  la  tradizione  colloca  un  Pian  d'assalto  in  re- 
lazione alle  scaramucce  tra  Belforte  e  Caldarola. 


—  238  — 

tradizione  trasmessa  di  generazione  in  generazione  —  alla  quale 
conferisce  verosimiglianza  lo  spirito  bellicoso  degli  antichi  Umbri 
durato  vivissimo  nell'Età  di  mezzo  —  teniamo  per  certo  'cbe 
il  vocabolo  Morécine  (dicesi  anche  morecinaro  per  rovine  di  e- 
difici)  indichi  1'  esistenza  di  un  aggregato  di  case,  che  è  pro- 
babile si  chiamasse  Tédicum. 

La  chiesa  di  S.  Martino,  col  maggiore  altare  rivolto  verso 
Oriente,  fabbricata  con  ottima  pietra  calcarea,  ha  sulla  facciata 
una  tettoia  che  sovrasta  al  duplice  ingresso  formato  da  porte 
ad  arco  pieno.  La  parte  centrale  è  manifestamente  la  più  antica, 
alla  quale  fu  aggiunta  l'attuale  navata  sinistra,  sorretta,  nella 
parete  esterna  volta  verso  Nord,  da  rozze  lesene  di  fattura 
relativamente  recente.  Coeva  alla  chiesa  e  ora  in  parte  chiusa  è 
la  navata  destra  dove  si  vedono  le  rovine  della  piccola,  antica 
canonica.  Kifacimenti  e  restauri  appaiono  evidenti  qua  e  là, 
ma  è  pure  visibile,  nelle  parti  meglio  conservate,  massime  nel 
muro  della  facciata  e  nelle  porte,  una  veneranda  antichità  non 
facile  a  determinarsi  a  causa  della  mancanza  di  elementi  carat- 
teristici costruttivi  0  ornamentali.  Incliniamo  a  credere  che  la 
costrnzoine  originaria  possa  risalire  al  Dngento  o  ai  primi  del 
Trecento.  E  al  medesinio  tempo  i)ensiamo  appartengano  le  chiese 
delle  parrocchie  limitrofe:  la  pieve  di  8.  Marco  di  Colpollina, 
detta  nei  ])ni  antichi  documenti  di  S.  Marco  di  Montazzano,  e  la 
Canonica,  entrambe  più  o  meno  trasformate  nell'interno,  ma  non 
prive  di  qualche  segno  dell'antica  struttura.  La  prima  conserva 
la  bellissima  triplice  abside  —  esempio  raro  e  forse  unico  tra  i 
nostri  monti  —  e  la  cripta  a  cinque  navi  ampia  e  semplice 
della  quale  auguriamo  di  veder  presto  riaperta  l'antica  comuni- 
cazione colla  chiesa.  La  seconda,  la  Canonica  di  Piastra,  rivolta, 
come  le  altre  due  chiese  qui  sopra  mentovate,  verso  Oriente, 
attesta  i!  proprio  stile  con  due  lunette  trilobate,  con  due  pic- 
cole finestre  oblunghe  e  ad  arco  pieno  situate  sull'  abside  ret- 
tangolare ~  sull'  introdosso  di  una  di  esse  è  scolpito  da  un 
bito  1'  angiolo  annunziatore,  dall'  altro  il  giglio  —  e  con  una 
bifora  da  cui  è  caduta  la  colonnina,  sopra  la  porta. 

Non  ci  par  dubbio  che  a   fare  osservabili  questi  edifici  per 


—   239  — 

bontà  di  disegno  e  saldezza  di  struttura  concorresse,  oltre  l'ar- 
dore della  fede  e  la  prosjìerità  economica  di  questa  plaga 
appenninica  nel  Medio  Evo,  per  la  floridezza  della  pastorizia  e 
dell'  arte  della  lana,  anche  la  prossimità  dell'ottimo  materiale  da 
costruzione  dei  monti  della  catena  del  S.  Vicino  e  dei  Sibillini. 

Nella  chiesa  di  S.  Martino  di  Tédico  si  conserva,  con- 
chiusa da  semi)lice,  breve  e  rozza  cornice  di  legno,  una  tela 
rettangolare  (m.  2  per  1,37)  che  esprime  dipinta  a  temi)era 
la  Madonna  della  Misericordia.  (1)  Essa  richiama  la  nostra  atten- 
zione non  tanto  per  la  rarità  delle  tele  a  temi)era  quanto  per  la 
bellezza  dei  volti  e  per  il  nome  dell'  autore.  Disgraziatamente 
il  di])into  nella  caduta  del  colore,  nella  parziale  ridipintura 
del  manto  della  Vergine  e  nelle  lacerazioni  mostra  troppo 
deplorevoli  tracce  del  temjjo  e  dell'incuria  degli  uomini.  Tutta- 
via i  volti  sono  immuni  da  ritocchi  e  ben  conservati  e  in  essi 
il  i)itt()re  lasciò  l'impronta  dell'arte  sua. 

La  Vergine,  dal  viso  di  un  puro  ovale,  accoglie  i  devoti 
genuflessi,  uomini  a  destra  e  donne  a  sinistra.  Ai  lati  due 
santi,  con  un  ginocchio  a  terra,  guardano  supplici  la  Madonna 
in  atto  di  offrirle  e  raccomandarle  gli  oranti.  Sono  S.  Venanzio, 
jirotettore  di  Camerino,  e  S.  JNIartino:  il  primo  ha  sulla  spalla 
destra  la  bandiera  (bianca  e  rossa)  e  con  ambe  le  mani  sostiene 
non  la  solita  città,  bensì  una  chiesa  di  stile  romanico  con 
alto  campanile  e  con  quattro  torri  agli  angoli  sormontate  da 
cuspidi,  certo  il  tempio  di  S.  Venanzio  in  Camerino,  quale  era 
alla  metà  del  Quattrocento  (2):  il  secondo,  in  abito  da  soldato,  ha 
lo  sperone  e  tiene  la  sinistra  sull'elsa  della  spada.  Alcuni  nastri 
orizzontali  sembrano  fermagli  e   decorazioni  della  tunica    rossa. 


(1)  Dobbiamo  la  prima  notizia  dell'esistenza  di  quest'opera  d'arte  al  sig. 
Icilio  Badiali  e  al  nostro  amico  conte  R.  Romani,  ispettore  onorario  per  la 
conservazione  dei  monumenti.  All'uno  e  all'altro  rendiamo  vive  azioni  di 
grazie. 

(2)  Vedi  Santoni  M.  S.  Venanzio  m.  camerte,  iconologia  e  bibliografia, 
2.  ediz.  Camerino,  1909.  La  rara  sostituzione  della  chiesa  alla  città  ha  luogo 
nella  figura  riprodotta  a  p.  20.  Il  bianco  e  il  rosso  della  bandiera  di  S. 
Venanzio  furono  i  colori    di  Camerino,    Liu  C.  Ei»t,  di  Camerino,  II,    181. 


—  240     - 

Nella  parte  inferiore  della  tela  e  nel  mezzo  di  essa,  in  lettere 
minuscole,  parte  rotonde,  parte  gotiche,  leggesi  questa  scritta: 
Hoc  opus  fecerunt  fieri  homines  diete  p[aroehie]  et  tempore 
dompni  Anthonii  Coltrinnis  (ì)  rectoris  diete  ecclesie  sub  anno 
Domini  M\C]CGCLXI1I  et  tempore  domini  nostri  pape  Pii  2  de 
mense  decembris  die  sextadecima. 

Ieronimu8  IoannÌ8  pinsit 

Siamo,  dunque,  dinanzi  ad  un'opera  dell'artefice  che,  stando 
agli  studi  di  Bernardo  Berenson  (1)  e  di  Adolfo  Venturi,  (2) 
può  tenersi  il  maggiore  dei  pittori  camerinesi  del  Quattrocento. 
Fino  ad  oggi  una  sola  opera  firmat.a  si  conosceva  di  lui:  la 
tavola  di  Monte  &.  Martino  (provincia  e  circondario  di  Mace- 
rata) avente  la  data  1473.  Certo,  anche  se  fosse  mancata  la 
firma  dell'  autore,  un  attento  esame  avrebbe  rivelate  alcune 
affinità  della  tela  del  1463  colla  tavola  dipinta  diecianni  dopo. 
11  taglio  dei  volti  dei  due  santi  della  tela  ricorda  quello  dei 
santi  Cipriano  e  Tommaso  della  tavola.  Ma  in  quella  non  regna 
la  stessa  gaiezza  di  colori  che  si  ammira  nell'altra:  né  le  due 
Madonne  presentano  gli  stessi  caratteri,  la  Madonna  della  mi- 
sericordia avendo  volto  lungo  ed  ovale  che  assai  differisce  dal 
corto  e  quasi  infantile  della  tavola  di  Monte  S.  Martino.  Più 
])alcsi  analogie  si  scorgono  tra  il  gonfalone,  che  modestamente 
segnaliamo  agli  studiosi,  e  V Annunciazione  della  pinacoteca  di 
Camerino  dai  critici  odierni  concordemente  attribuita  a  Girola- 
mo. Benché  essa  per  potenza  d'espressione  e  finitezza  d' arte 
sovrasti  di  gran  lunga  all'opera  votiva  di  S.  Martino  di  Tédico, 
pure  qui  il  disegno,  le  ombreggiature  dei  volti  e  la  forma  del 
naso  richiamano  alcune  figure  dell'  Annunciazione  e  special- 
mente gli  angeli  della  Pietà  espressa  nella  lunetta. 

11  particolare  di   questa  tela  che  non  i)uò  non  far  sovvenire 


(1)  Girolamo  di  Giovanni  da  Camerino  in  Rassegna  d'  arte,  VII,  129-135, 
Milano    1907. 

(2)  Storia  dell'arte  italiana,  VII,  P.  I,  520-24,  Milano,  1911.  Cf.  anche: 
Feliciangeli  B.  Sulle  opere  di  Girolamo  di  Giovanni  da  Camerino,  Note, 
Camerino,  Tonnarelli,   1908. 


Q/ROMMO  DI  GIOVANNI.  Gonfalone  di  3.  Martino  di  Tédico. 


n 


—  241    — 

la  iuaniera  di  Girolamo  di  Giovanni  ci  ])are  sia  quella  specie 
di  portico  baldacchino  sotto  cui  l'artista  ha  voluto  collocare  la 
Madonna.  Fiancheggiano  la  figura  alcuni  pilastri  digradanti  in 
prospettiva:  ma  l'aureola  e  il  cajw  della  Vergine  oltre])assaiio 
l' altezza  del  capo-celo:  il  che  non  ha  spiegazione  nemmeno 
uelta  considerazione  che  il  quadro  deve  esser  veduto  dal  basso. 

1  particolari  ornamentali  di  carattere  architettonico  piac- 
quero al  nostro  maestro,  come  può  accertare  chi  esamini  1'  An- 
nunciazione della  pinacoteca  di  Camerino,  il  trono  della  tavola 
di  Monte  S.  Martino  —  benché  qui  il  contorno  architettonico 
della  pittura  sia  formato  dalla  cornice  gotica  —  e  quelli  delle 
tavole  di  Bolognola  (oggi  in  Koma)  e  del  museo  Poldi-Pezzoli 
a  Milano.  Il  Berenson,  e  più  esplicitamente  il  Venturi,  spiega- 
rono il  fatto  cogl'influssi  della  scuola  padovana,  a  cui  Girolamo 
s'era  educato,  e  delle  decorazioni  del  Donatello.  Quando  tor 
nasse  da  Padova,  dove,  nel  1450,  comi)are  nella  matricola  dei 
pittori,  s'ignora. 

La  tela  ài  S.  Martino  conferma  1'  attribuzione  a  Girolamo, 
formulata  dal  Berenson,  dei  santi,  già  proprietà  del  sig.  Don- 
deswel  di  Londra  e  ora  riuniti  alla  tavola  del  museo  Poldi-Pezzoli. 
•11  Berenson  notò  la  somiglianza  dei  ricami  a  fiori  onde  è  adorna 
la  veste  di  S.  Caterina  con  quelli  della  tavola  firmata  di  Monte 
S.  Martino:  ma  la  Madonna  della  Misericordia,  oltre  questo 
particolare  decorativo,  ripete  il  volto  della  predetta  santa. 

La  tela  di  S.  Martino  di  Tédico,  in  cui,  fuori  che  nei  volti, 
non  brillano  piìi  i  colori  di  un  tempo  —  resta  qua  e  là  soltanto 
il  rosso  delle  tuniche,  mentre  il  verde  e  l'azzurro  o  sono  caduti 
o  si  sono  trasformati  in  una  tinta  nerastra  —  offre  pregi  non 
tenui  nella  sicurezza  di  disegno  e  nella  grazia  e  soavità  di 
espressione.  La  qualità  del  soggetto  e  i  mezzi  dei  committenti 
non  consentivano  che  il  maestro  desse  qui  la  prova  di  sé  che 
ammiriamo  in  altre  sue  opere.  Ma  la  tranquilla  maestà  delli 
Vergine  e  il  composto  fervore  dei  devoti  sono,  agli  occhi  nostri, 
segni, non  dubbi  di  sincero  e  poderoso  temperamento  artistico. 
Né  dubitiamo  di  asserire  che  questo  gonfalone  di  Girolamo  é 
notevolmente  superiore,  per  rappresentazione  artistica,    all'altro 

16  —  4Ui  «  H«Biorie  dells  R.  Dep.  dì  Storia  Patria  p«r  le  Marche.  1913. 


—  242   - 

attribuito  al  Boccati,  proveniente  da  Foligno  ora  conservato 
nella  raccolta  del  signor  D.  F.  Platt  di  Englevvood  (New  lersey, 
S.  U.  A.)  e  pubblicato  e  illustrato  dal  Mason  Perkins  (Rassegna 
d'arte,  XII,  170-71,  Milano,   1912). 

Nell'anno  stesso  in  cui  Girolamo  dii)ingeva  la  tela  di  S. 
Martino,  Giovanni  Boccati  eseguiva  per  la  eliiesa  di  Castel  S. 
Maria  (comune  di  Castelraimondo)  la  grande  tavola  dell'incoro- 
nazione della  Vergine  oggi  ridotta  in  lacrimevole  stato.  Di  un 
altro  pittore  camerinese,  Giovanni  d'  Antonio,  che  è  incerto  se 
sia  una  stessa  ])ersona  col  Giovannangelo  d'Antonio  pittore  e 
suonatore  di  liuto  stato  ai  servigi  di  Giovanni  di  Cosimo  dei 
Medici  fino  al  1451,  resta  memoria  in  un  documento  del  1400  (I). 
Bastano  questi  nomi  a  far  credere  all'esistenza  di  una  vera  scuola 
pittorica  camerinese'?  Si  noti  die  ciascuno  dei  tre  artefici  maturò 
la  propria  educazione  artistica  fuori  della  patria:  il  Boccati 
nell'Umbria,  Girolamo  di  Giovanni  nel  Veneto  e  Giovanni  An- 
gelo d'Antonio  in  Toscana. 

E  fuori  di  Camerino  più  che  in  jlatria  operarono  Olivuccio 
di  Ceccarello,  Cola  di  Pietro  (2j  e  Arcangelo  di  Cola  vissuti 
tra  il  secolo  XIV  e  il  XV. 

OPERE  DI  GIROLAMO   DI    GIOVANNI 
SECONDO  IL  BERENSON  (3)  E  IL  VENTURI    (4) 

Camerino. 

Pinacoteca  -  n.  2  -  Affresco  —  Madonna  col  Bambino  tra  S.  Antonio 
abate  e  S.   Antonio  di  Padova  1449. 

n.  3  -  Affresco  —  Madonna  col  Bambino,  angeli  e  santi,  Proveniente 
dalla  eli  lesa  di   S.   Agostino. 


n 


(1)  Fklician(ìem  B.  op.  cit.  p.  33. 

(2)  Di  maestro  Cola  di  Pietro  da  Camerino  fu  scoperto  un  affresco, 
portante  la  firma  e  la  data  1401,  nella  chiesa  di  S.  Maria  di  Vallo  in  Val- 
nerina  da  Giuseppe  Sordini.  Auguriamo  che  l'illustre  critico  ne  dia  in  luce 
la  promessa  illustrazione. 

(3)  The  Central  lialian  Painters  of  the  Renaissance,  London,  New  lork, 
1909,   183-184. 

(4)  Storia  dell'arte  italiana  VII,  P.  I.  523. 


—  243   —     . 

n.  8  ■  Tavola  —  Annunciasioiie  e  Pietà  dal  convento  francescano 
di  Sperimento. 

n.  86  -  Frammento  di  affresco  —  Madonna  col  Bambino  dalla 
chiesa  di   S.   Francesco. 

n.   89  -  Frammento  di  affresco   —   Angelo,  e.  s. 

Cattedrale-Sacrestia  -  (Jrocefi^sione ,  8.  Michele  e  8.  Giovanni  Bat- 
tista (1). 

Gualdo  Tadino  -   Duomo  -   Croceflssione  e  quattro  santi. 

Macerata  -  Pinacoteca  -  Crocefissione.  Proveniente  da  Monte  San 
Martino. 

Milano  -  Mnseo    Poldi-Pezzoli   -  Madonna  e  angeli. 

Monte  S.  Martino  -  (Circondario  di  Macerata)  Chiesa  di  S.  Maiia 
del  Pozzo  -  Polittico,  Madonna  e  Santi  con  firma  e  data  1413. 

Nevers  -  25  -  J/  Battista. 

Roma,  presso  Mr.  Wnrts  -  Madonna,  santi  e  angeli.  Proveniente 
dalla  chiesa  di  S.    Michele  di  Bolognola  (circondario  di  Camerino). 

S.  Pellegrino  (presso  Gubbio)  -  Chiesa  di  S.  Pellegrino  -  Polittico, 
Madonna  e  santi,    1465. 

Sarnano  (circond.  di  Macerata)  -  Chiesa  del  Rosario.  Gonfalone  con 
VAnnnnciazione  e   la    Crocefissione. 

Tours  -  185  -  Il  Battista. 

S.  Martino  di  Piastra  (circondario  di  Camerino)  -  Tempra  su  tela  - 
Madonna  della  Misericordia  con  firma  e  data   1463. 

Alle  opere  contenute  in  questo  elenco  è,  forse,  da  aggiungere 
una  serie  di  quattro  afitresclii  votivi  esistenti  nella  chiesetta 
dell'eremo  montano  della  Madonna  di  Carpineto  a  circa  2  Km. 
da  Pievetorina  (circondario  di  Camerino).  A  destra  e  sinistra 
del  riguardante  è  raffigurato  il  Padre  eterno  che  sostiene  il  Cro 
cefisso:  le  due  pitture  centrali  esprimono  l'una  la  Vergine  col 
Bambino,  V  altra  S.  Sebastiano.  Tutta  la  serie  occupa  orizzon- 
talmente uno  spazio  di  circa  4  metri  vsopra  un'  altezza  di  m.  1,30. 
Il  Bambino  somiglia  assai  a  quello  del  grande  affresco  della 
pinacoteca  di  Camerino  (n.  3)  proveniente  da  S.  Agostino.  L'at- 
titudine di  lui  e  della  Vergine  riproduce  in  modo  perfetto 
quella    della    tavola  di  Monte  S.  Martino.  Nel  Crocefisso,  dove 


(1)  Venturi,  op.  e  loc.  cit. 


—  244  — 

la  luodellatura  del  Cristo  è  assai  iiejjletta,  ricbianiaiio  la  maniera 
di  Girolamo  la  piega  delle  braccia  e  la  collocazione  della  targa, 
avente  le  lettere  I.  N.  R.  I.,  infìssa  con  un  perno  sul  braccio 
lungo  della  croce:  particolare  caratteristico  del  nostro  maestro. 
Il  Padre  Eterno,  duro  e  accigliato,  non  ba  ])iena  corrisi)ondenza 
con  quello  dell'Annunciazione  di  Camerino,  ma  ricorda  il  S.  Ago- 
stino del  citato  affresco  n.  3  di  quella  pinacoteca.  Da  ultimo 
il  trono  della  Vergine  ba  una  certa  riccbezza  di  disegno  che 
pare  convenire  allo  stile  di  Girolamo.  Ma  il  volto  della  Madonna, 
incorniciato  non  dall'aureola,  bensì  da  una  concbiglia,  ben  poco 
ricorda  il  maestro  cameiinese.  Così  pure  differisce  dai  santi  di 
Girolamo  il  S.  Sebastiano,  mal  disegnato  in  qualche  particolare, 
ma  non  privo  di  certa  eleganza  di  modellatura.  Ciascuno  dei 
quattro  affreschi  votivi  portava  in  basso  il  nome  del  committente, 
del  quale  ora  si  discernono  qua  e  là  solo  alcune  lettere,  ma  in  tutti 
si  legge  chiaramente  in  cifre  arabiche  la  data    1489. 

Pensiamo  che  tali  pitture,  che  in  alcune  parti  si  rivelano 
non  indegne  dei  tempi  felici  dell'  arte,  si  debbano  o  a  Girolamo 
o  ad  un  suo  scolaro  ed  imitatore  (1).  Se  egli  ne  fu  l'autore, 
conviene  credere  che  cogli  anni  si  affievolisse  notevolmente  la 
sua  capacità  artistica  o  che  egli  ponesse  poco  d'ingegno  e  di 
diligenza  in  quest'opera  la  quale  appare,  nel  complesso,  di  gran 
lunga  inferiore  al  grande  affresco  di  S.   Agostino  di  Camerino. 

La  data  1489,  se  realmente  siamo    in    presenza  di  un'opera 


% 


(1)  Sulla  parete  opposta  a  quella  che  ha  i  quattro  affreschi  da  noi 
attribuiti  a  Girolamo  o,  meglio,  a  un  suo  scolaro,  si  vedono  altre  pitture 
votive  di  pennelli  diversi  e  tutti  mediocrissimi.  In  alto,  e  a  sinistra  del 
riguardante,  è  la  Madonna  col  Bambino  con  la  data  1514:  vengono  poi  uu'a- 
Itra  Madonna  con  accanto  S.  Sebastiano  e  un  S.  Antonio  da  Padova  con 
sopra  la  data  MDXXXVII.  In  un  angolo  della  parete  opposta  all'altare  è 
raffigurato  rozzamente  da  mano  del  Cinquecento  avanzato  il  miracolo  di 
cui  parla  la  scritta  sottoposta:  «  Io  luco  Antonio  de  Marino  da  lu  Piano  de 
la  noce  stando  al  molino  ad  macenare  \  me  pusce  ad  sedere  su  lantremoggia 
et  sedendo  me  venne  una  certa  debolezza  |  et  cada  (sic)  co  la  testa  su  la  ma- 
cena  et  tucta  la  testa  me  rumpe  in  modo  che  remasi  |  tramortito  recomandam^ 
ad  questa  nostra  dopna  et  subito  fo  liberato.  » 


—  24&  — 

di  CTÌrolamo,  conferisce  verisimiglianza  all'ipotesi  che  i  commit- 
tenti dell'  Annunciazione  effigiati  nella  bellissima  tavola  prove- 
niente dal  convento  francescano  di  Sperimento  siano  Giulio  Ce- 
sare Varano  e  la  figliola  di  lui,  Camilla  (Beata  Battista).  Que- 
sta, che  sarebbe  la  figura  femminile  in  abito  monacale,  entrò 
nel  convento  di  S.  Chiara  di  Camerino  nel  1484.  Naturalmente, 
se  la  tavola  di  Sperimento  fosse  del  1484  o  posteriore,  le 
deficienze  degli  affreschi  di  Carpineto,  eseguiti  nel  1489,  dovreb- 
bero s()iegarsi  più  colla  fretta  che  colla  decadenza  artistica  del 
pittore  per  effetto  dell'età.  Ma  l'attribuzioue  a  Girolamo  degli 
affreschi  di  Carpineto  non  può  accogliersi  che  con  grandi  riserve. 

B.  Feliciangeli 


t^     t^ 


LA    FI K  R  A    DI    SENIGALLIA 

(Contributo    alla    storia    economica    del    bacino    Adriatico) 


PARTE   I. 

(le    origini    -  LA  DOMINAZIONE  ROVERESOA    —     IL    SECOLO    XVIl) 


Capitolo    i. 
Le  origini 

La  leggenda  -  La  festa  della  Maddalena  e  le  prime  mani/estazioni  della  fiera  - 
Le  prime  traccie  della  franchigia  -  Circostame  favorevoli  allo  sviluppo  della 
fiera. 

Le  oiigini  della  fiera  di  Senigallia  si  perdono  nella  tradi- 
zionale notte  dei  tempi. 

Quando  j)er  la  prima  volta  la  città  —  e  fu,  per  ragioni  di 
difesa,  sulla  fine  del  sec.  XVII  -  senti  il  bisogno  di  produr- 
ne la...  fede  di  nascita,  che  non  possedeva,  per  trarsi  d' im- 
paccio si  confezionò,  puramente  e  semplicemente,  una...  patente 
di  nobiltà  falsa.  Contro  la  rivale  Ancona,  che  vantava  una 
sua  fiera  di  maggio  sin  dall'anno  di  grazia  1473,  essa  volle 
mostrare,  non  solo  che  la  propria  era  già  in  vita  nove  anni 
innanzi,  nel  1464  —  e  fin  qui  la  verità  storica  non  subiva... 
oltraggio  —,  ma  che  in  quel  1464,  quando  quella  della  rivale 
non  era  nata,  la  sua  era  già  grande,  tanto  da  durare  colla 
sua  brava  franchigia  per  «  octo  dì  nante  et  octo  dì  de  jioi  la 
festa  de  santa  maria  magdalena  »  —  e  in  questa  seconda  af- 
fermazione era  la   bugia  (1): 


(1)  R.  Marcucci    Suir  origine  d,  fiera  di  Senigallia,  in    Arcìi.  Sior.    Hai., 
disp.  3  del   1906. 


—  248  — 

Men  (li  mezzo  secolo  i)iù  tardi  la  data  del  1464  dovè  pa 
rere  troppo  recente  e  nella  prima  delle  tante  memorie  legali, 
cui  la  movinientata  e  contrastata  esistenza  della  fiera  atessa 
lungo  quel  XVIII  secolo  die  la  stura,  l'origine  è  spinta  consi- 
derevolmente più  lontano  e  per  la  prima  volta  allacciata  e  spiegata 
coli'  affluenza  di  popolo  alla  festa  della  Maddalena,  protettrice 
di  Senigallia.  E'  spinta  cioè  indeterminatamente  a  «  innanzi 
al  secolo  XIV  »  e  connessa,  in  via  tutt/  affatto  ipotetica,  col- 
la «  traslazione  »,  da  Marsiglia  a  Senigallia,  di  reliquie  della 
santa,  ])er  opera  della  figliola  del  signore  di  Marsiglia,  «  ve 
nuta  a  marito  al  conte  di  Sinigaglia  »  (4).  La  spiegazione, 
sempre  in  via  ipotetica,  con  un  «  vuoisi  »,  pochi  anni  dopo 
figurava  nella  storia  cittadina  messa  insieme  dal  i)adre  Sie- 
na (2),  ed  aveva  pertanto,  a  cosi  dire,  la  prima  sanzione  storica 
ufficiale. 

Le  numerose  altre  memorie  dello  stesso  secolo  XVIII,  in- 
vece, o  sorvolano  sull'oscuro  argomento  delle  origini,  o,  attenen- 
dosi positivamente  agli  scarsi  dati  offerti  dall'archivio  cittadino, 
l' attribuiscono  erroneamente  a  un  atto  dei  «  grandi  uomini 
«  della  casa  Della  Rovere,  i  quali  avendo  aggiunta  Sinigaglia 
«  al  loro  dominio  v'introdussero  quella  fiera  cotanto  rinomata  », 
a  fine  <li  smaltirvi  «  l'abbondanza  di  prodotti  (?)  di  quel  famoso 
«  territorio,  che  per  mancanza  di  smercio  e  di  popolazione 
«  marcivano  (f)  senz'alcun  utile  dei  loro  sudditi  »  (3). 

È  sui  primi  del  XIX  che  neanche  l'origine  attribuita  inde- 
terminatamente al  sec.  XIII  e  la  spiegazione    congetturale  non 


(1)  G.  P.  Monti  Memoria  sulla  fiera,  ms.  ined.  d.  Antico  Archivio  Coinnv. 
di  Senig.  in  Libro  di  Mera,  v.  7.,  N.  1,  e.  1  o  seg.  Poiché  la  quasi  totalità 
dei  documenti,  che  ci  han  servito  al  lavoro,  appartengono  all'  Ant.  Areh. 
Com.  di  Senig.,  questi  saran  citati  senz'  altra  indicazione  che  della  collez. 
di  cui  fan  parte;  dei  pochi  altri  sarà  espressamente   indicata  la  provenienza. 

(2)  L.  SiBNA  Storia  d.  città  di  Sinigaglia,  Sinig.   1746,  p.   107. 

(3)  Alla  S.   Consulta per  la  città  di  Sinig.,    Memoriale,    p.   2,    opusc.    a 

stampa,  Roma  1784,  in  Libro  di  Fiera  v.  3,  N.  34  e  Brevissima  Belaz.  d. 
Città  e  Fiera  di  Sinig.,  d'un  MaGGIOLI,  del  1786,  ms.  in  Notìzie  Divcì-se, 
T.  27,  e.  55, 


—  249   — 

soddisfano  più.  Gli  elementi  leggendari  contenuti  in  quella 
spiegazione  sono  liberati  da  ogni  impaccio  di  «  credesi  »  e 
«  vuoisi  »,  sviluppati,  precisati  nel  tempo  e  nell'  azione  e  sol- 
levati definitivamente  agli  onori  della  storia.  E  da  quel  tempo 
le  origini  della  fiera  di  Senigallia,  con  maggiore  o  minor  lusso 
di  i)articolari,  dai  non  molti  scrittori,  che  ebbero  a  occuparsene, 
sono  invariabilmente  raccontate  e  spiegate  nel  modo  che  segue: 
—  Mell'anno  1200  —  proprio  un  anno  secolare  !  —  Sergio 
conte  di  Senigallia  —  conte  di  Senigallia  in  quell'  anno  1200 
era  invece  un  Gottiboldo  (1)  —  trasse  in  moglie  la  figlia  del 
signore  di  Maisigiia,  la  quale  tra  i  doni  nuziali  ebbe  dal  i)adre 
«  una  coscia  e  un  braccio  »  <li  S.  Maria  Maddalena  «  insieme 
con  le  reliquie  di  S.  Lazzaro  suo  fratella  »,  un  vero...  museo 
anatomico  !  Perchè  siffatte  preziose  reliquie  avessero  degno 
ricetto  e  non  fossero  sottratte  alla  pubblica  venerazione,  la 
novella  sposa  fece  costruire  nella  sua  nuova  residenza  una 
chiesa  intitolata  alla  Maddalena.  E  ])er  la  consacrazione  della 
chiesa  fece  bandire  «  anco  in  luoghi  lontani  »  una  gran  festa, 
alla  quale  accorsero  in  folla  devoti,  curiosi,  gaudenti  e  mercanti. 
L'affluenza  alla  festa  incoraggiò  —  la  leggenda  non  precisa  se 
la  principessa-contessa  o  la  città  —  a  volerne  la  replica  l'anno 
seguente  e  i  successivi:  così  in  breve  volgere  di  tempo,  risultò 
istituita  la   fiera  (2).   — 


Abbia m  creduto  opportuno  di  esporre  la  graduale  formazione 
della  leggenda  intorno  all'origine  della  fiera,  perchè,  oltre  a  fornirci 
la  misura  delle  cognizioni,  che  intorno  al  fatto    si    son    sempre 


(1)  G.  Cecconi   Carte  Diplomatiche  Osimave,  p.     114,   voi.    IV     d.     CoUez. 

di    documenti    storici d.  città  e  terre    Marchigiane;    Sikna    Storia    di    Sinig. 

Appendice  I. 

(2)  G.  Monti  Notizie  istoriohe  suU'orig.  delle  fiere  d.  Stato  Eccles.,  p.  67, 
Roma,  1828,  dal  quale  han  preso  l'aire  tutti  i  non  molti  scrittori  e  artico- 
listi della  fiera:  cfr.  per  tutti  V.  Palmesi  Nel  VII  centenario  d.  fiera  di 
Senig.,  Aucona  1900  (pagg.   31)  con  uotizie  bibliografiche  in  fondo. 


—   250  — 

avute  da  quando  si  è  cercato  rendersene  conto,  essa  contiene  un 
fondo,  sia  pur  modestissimo,  di  verità  storica;  questo:  clie  la 
fiera  della  Maddalena  è  realmente  derivata,  germinata  per  prò- 
cesvso  spontaneo  dalla  festa  onioiiima  del  152  di  luglio. 

La  festa  della  Maddalena,  protettrice  della  città,  sino  almeno 
dal  tempo  non  [)reci8iibi]e  cui  risalgono  gli  Statuti  cittadini, 
era  celebrata  con  solennità,  che  ha  solo  riscontro  in  quella  del 
Corpusdomini.  Quindici  giorni  innanzi  alla  festa  il  podestà  doveva 
comandare  «  infrascriptis  personis  et  artificibus,  capitaneis  seu 
sindicis  castrorum  diete  civitatis  »  di  provvedersi  di  un  cero 
per  ogni  arte,  «  valoris  et  ponderis  ut  moris  est,  seu  per 
consilium  vel  Regulatores  ordinatum  et  limitatum  fuerit  »;  e 
il  giorno  della  festa,  «  de  mane,  hora  consueta  oblationis  », 
«  se  personaliter  presentare  cum  dictis  cereis,  comitiva  et  signis 
sue  artis...  et  cum  uno  homine  de  quolibet  fumante  seu  domo,... 
ante  Palatium  comunis  -,  i)er  muovere  di  lì  processionalmente 
alla  chiesa  della  santa.  E  le  infrascritte  persone,  artieri  e  ca- 
stelli, erano:  «  Consiliari  Cives  et  litterati;  Mercatores;  Aroma- 
tari!; Aurifìces  et  Fabri;  Sutores;  Calzolarii;  Barberii;  Fornarii; 
(Jarpentarii  ;  Muratores  ;  Foniazarii  ;  Triculi  et  Kevendiriciili  ; 
Ortulani;  Hospites  et  Tabernarii;  Piscatores  et  Marinarli;  Bu 
bulci  ;  Sclavones;  Castrum  Scapezaiii;  Castrum  Riparum  ;  Ca 
strum  Koncitellorum  ;  Castrum  Montisradi  »   (1). 

E  non  paga  di  questa  pompa,  la  comunità^  sempre  s{)ian- 
tata,  «  i)er  onorar  la  festa  »  anche  i)iù  degnamente,  si  conce- 
deva —  in  tempi  a  dir  vero  orlimi  lontani  dalle  prime  mani 
fesLazioni  della  fiera  —  si  concedeva...  lussi  inauditi  :  si)ese  in 
musica  e  spese  in  armigeri.  11  1506  montarono  nientemeno 
che...  a  quasi  50  fiorini,  pari  a  25  scudi,  le  s])ese  i)er  sola 
musica,  ripartite  come  qui  sotto: 

tiorini     16   a     16   Trombetti,     clie  sono  venuti  ad    onorare    la    festa 
di   Santa  Maria  Madalena;   e  più: 

fiorini    ì    e  bolognini  8     a     2  Tamburi  e  2  Ribecliini    venuti   da  Iesi; 


(l;  Statuti  11)8.,   Lib.   V,  rubr.    129;    delle    cdiz.    di    Pesaro    1537  e  1584, 
col  titolo  Staiutorum  et  Reformationum  Magn.  Civ.  SenogaUiae.  Lib.  V,  rubr.  113. 


—  251   — 

fiorini   20  a  2   Tainbmi    per  1'  aiinata  venuti   dalla   Serra    de    Conti; 
tiorini    12   a  Bartolomeo  dallo   Staffolo  sonator  d'Arpa  »   (1). 

Ora,  che  1'  affluenza  di  devoti  a  festa  così...  spettacolosa 
invogliasse  prima  o  poi  qualche  mercante  ad  accorrervi  colla 
sua  mercanzia  per  esitarvela,  è  cosa  talmente  naturale,  che  per 
Fapi^unto  non  altra  è  Forigine  di  tante  altre  famose  fiere.  E 
tale  precisamente  è  anche  l'origine  della  fiera  della.  Maddalena, 
come,  in  ajjpoggio  all'ovvia  verità  contenuta  nella  leggenda  del 
conte  Sergio  e  della  sposa  marsigliese,  ci  rivela  il  \mi  antico 
documento,  <die  a  tutt'oggi  ci  è  stato  possibile  rintracciare 
sull'argomento. 

C  è  offerto  in  una  pagina  del  «  Libro  de  honne  intra- 
ta  de  la  ceta  de  Senegalia...  »  per  gli  anni  1 40809  (2), 
e  ne  rileviamo  come  il  22  di  luglio  1408,  «  festa  de  sta 
maria  madalena  »,  fu  per  la  dogana  locale  giorno  di  introiti 
addirittura  eccezionali.  Di  contro  a  un  numero  d'  incassi,  sotto 
il  titolo  di  «  datio  di  ])a8so  »  o  transito,  che  pel  solo  mese 
d'  aprile  è  in  media  su[)eriore  a...  uno  per  giorno,  mentre  nel 
maggio  è  di  uno  per...  ogni  cinque  giorni  e  nel  giugno  di  uno 
per  ogni  due  giorni  e  mezzo,  quel  22  di  luglio  1408  «  Ciriacho 
de  ser  Bartolo  depositario  —  oggi,  prosaicamente,  «  cassiere  » 
del  nostro  magnifico  et  Ecenso  sengniore  niesser  Pandolfo  de 
Malatesti  in  Senegallia  »,  ha  occasione  e  modo  di  registrare 
nientemeno  che  nove    incassi. 

1)  Tteni  a  dì  22  delhiglio  —  riproduciamo  la  veramente  auten- 
tica e  finora  più  vetusta  patente  di  nobiltà  della  fiera  anche  nella  sgram- 
matica grafia  di  messer  Ciriaco  di  sei'  Bartolo  —  a  dì  22  delluglio,  alla 
festa  de  sta  maria  madalena,  da  dattole  gindeio  dall'ano  per  passo  de 
alcuno  guppone,    bolognini  1,  vale  ll(ibbre)  0,  s(oldi)    1,   d(enari)  9. 

2)  Item  al  dicto  dì  da  Vennan^^o  da  camerino  per  passo  de  uno 
podio  de  meryaria,    boi.    2,  vale  .  .  .  .  11.    0,    s.    3,    d.    6. 

3)  Item  al  dicto  dì  dalleme^o  (?)  dattano  per  passo  de  alcuno 
poco  de  scliarpe,   boi.    l,   vale      .  .  .  .  11.   0,   s.    1,   d.   9. 


(1)  Repertorio  dei   Bollettari,  e.   67.t. 

(2)  Ant.  Arch.    Coni,  di  Fano,   Codici  Malaientiaiii,  N.   71,   e.   28b. 


—  252   — 


4)  Itein  al  dicto  dì  da  domeneclio  de  Vico  dafano  per  passo  de 
alcuno  paio  descliarpe,   boi.   uno,   vale  .  .  il.   0,   s.   1,   d.   9. 

5)  Itetn  al  dicto  dì  da  Mastio  Matlieio  da  fauo  per  passo  de  doie 
pece  de  giiarnelio,    liol.    uno,  vale  ...  11.    0,   s.    1,   d.   9. 

6)  Iteni  al  dicto  dì  da  bramo  de  <j;n]liiiiio  da  fano  per  passo  de 
alenilo  paio  de  scharpe,   boi.   uno,   vab;  .  11.   0,   s.    1,   d.   9. 

7)  Iteiii  al  dicto  dì  da  Mastro  Hnitolc  datiino  per  alcuno  paio  de 
scharpe,   boi.   uno,    vale       .  .  .  .  11.   0,   s.   3,   d.   9. 

8)  Item  al  dicto  dì  da  Ituona  ^ioiita  f^iudeio  i)er  passo  de  alcuno 
guppone  clialce,   boi.  .  .  .  11.   0,   s.   'ó,   d.   8. 

9)  Iteni  al  dicto  dì  dalleru<,\'o  daltano  per  passo  de  alcuno  paia 
descliarpe,   boi.   1,  vale  .  .  .  .  .  11.   0,   s.    1,   d.   9. 

Disgraziatamente  il  libro  d'  entrata  1408-09  è  il  solo  tra  i 
parecchi  rimastici,  che  per  quella  prima  metà  del  XV  contenga 
registrazioni  così  particolareggiate,  e  non  ci  porge  clie  nn'  altra 
sola  e  povera  indicazione  intorno  alla  presenza  di  merci  alla 
festa  della  Maddalena  pel  snccessivo  1400.  Sotto  la  data  22  lu- 
glio 1409,  lo  stesso  Ciriaco  di  ser  Bartolo  non  ha  a  registrare 
che  il  magro  incasso  di  soldi  .')  e  denari  6  ])er  «  tenevelle  » 
—  succhielli  —  che  un  «  Ricco  de  Bruna<;90  de  montalboddo... 
conparo....  »  —  cornino  -  e  naturalmente  estrasse  da  Seni- 
gallia (1). 

La  festa  della  Maddalena  pertanto,  da  questi  primi  anni  del 
sec.  XV  al  ]m\  tardi,  consente  e  favorisce  un  sia  pur  rudimen- 
tale mercato,  uno  scambio  sia  pur  modestissimo  tra  povere  merci 
recate  dal  di  fuori  o  fabbricate  in  città  e  il  non  copioso  denaro 
dei  devoti.  Queste  prime  modestissime  operazioni  di  scambio  — 
è  del  pari  facilmente  rilevabile  —  non  avvengono  in  regin)e  di 
favore  e  di  privilegio.  Mercanti  e  compratori,  che  portan  fuori 
della  città,  «  estraggono  »  la  mercanzia  invenduta  o  acquistata, 
pagano  il  bravo  dazio,  sia  di  transito  sia  di  tratta,  come  in  uno 
qualunque  degli  altri  364  giorni  dell'  anno. 

Non  dunque  ancora  la  fiera  si  è  sviluppata,  differenziata 
dalla  festa,  della  quale  altro  non  è  che...  un  aspetto  o,  per  così 
dire,  un'  appendice.  E  verisimilmente  si  mantiene  tale  per  tutto 


(1)  Ibidem,    e.  44. 


-    253    — 

il  resto  di  quella  prima  mela  e  sino  al  1456,  nel  quale  anno, 
sempre  alla  stessa  i)artita  «  Passo  e  tratta  il  reg^istro  Entrata 
e  uscita  del  depositario,  al  22  luglio,  indica  V  esazione  di  soldi 
uno  e  denari  quattro  per  <'  otto  ])anner  »  —  panieri  — ,  che 
un  Iacopo    d'  Ancona  trae  da  Senigallia  (1). 

Di  lì  a  due  anni  invece  troviamo  improvvisamente  ed  espli 
citamente  nominata  la  fiera  e  —  che  più  importa  --  la  fiera 
indubbiamente  munita  di  franchigia.  Alla  solita  partita  «  In- 
trata  de  passo  e  tratta  »  del  solito  libro  di  tutte  le  entrate  e 
spese  per  gli  anni  1458-59,  durante  il  mese  di  luglio  1458  il 
depositario  per  Sigismondo  Malatesta,  «  lo  nobil  uomo  Girolamo 
Nasello  »   registra  : 

«  E  adì  XXII  decto  (luglio)....  da  Guidino  de  Valsasena, 
«  magnan,  per  composirion  facta  con  lui  o  fiera,  o  non  fiera 
«  L.  -  s.  mi,  d. 

«  E  adì  decto  (28  luglio)...  da  poito  barcharollo  per  fiaschi  de 
«  vetro  che  lui  haveva  in  la  barcha  de  quelli  erano  rimasti  a 
«  la  fiera,  et  fo  composto  con  mi...  L.  ■  s.  i,  d.   •  »  (2) 

Le  ferramenta  del  magnano  di  Valsassina,  come  si  vede,  ])a- 
gano  il  dazio  di  transito  non  per  altra  ragione,  se  non  jìerchè 
tra  magnano  e  depositario  è  intervenuta  composizione  o  conven- 
zione, che  ha  da  valere  in  ogni  temim,  fuori  di  fiera  e  in  fiera. 
La  formula  :  «  o  fiera  o  non  fiera  »  -  è  chiaro  —  è  titolo 
giustificativo  dell'  esazione  fatta  in  quella  giornata  22  luglio,  e 
che  altrimenti  non  avrebbe  senso.  E  il  barcarolo  a  sua  volta  paga 
la  tratta  ])ei  suoi  fiaschi  rimastigli  invenduti  dalla  fiera,  sol  per- 
chè li  estrae  dalla  città  a  fiera  chiusa,  a  franchigia  spirata. 

Il  fatto  che  in  quest'  anno  la  fiera  è  munita  di  franchigia 
non  potrebbe  essere  i)iù  chiaramente  significato.  La  cosa  ha  im- 
portanza di  prim'  ordine  per  V  avvenire  dell'  istituzione. 

La  quale  ha  omai  cessato  <li  essere  un'  api)endice  della  festa 
religiosa,  se  n'  è  staccata,  ha  assunto  o  va  asssumendo  tìsonomia 
sua  propria,  importanza  e  dignità  di  fatto  economico  a  sé  stante. 


(1)  Ivi,   Cod.  Malatest.,  N.   108,  e.   Ut. 

(2)  Ivi,   Cod.   Malateat.,   N.   109,   e.  5. 


-   254 


Qiiaiirto,  ora,  e  i)or  o])eia  di  clii  è  intervenuta  la  concessione 
della  franchigia  ! 

II  ravvicinamento  delle  due  ultime  date  e  la  circostanza  se- 
gnalata al  riguardo  del  dazio  pagato  per  le  ferran)enta  da  Gu- 
glielmo di  V^alsassiua  concorrono  --  ma  non  slam  disposti  a 
giurarci  su,  date  le  non  poche...  sorprese,  che  in  questo  argo- 
mento ci  hanno  ripetutatoente  riservato  le  varie  e  non  brevi  ri- 
cerche! —  concorrono  a  indicare  il  1457,  o  forse  anche  lo  stesso 
1458,  come  la  più  i)robabi1e  data  e,  ammessa  questa,  il  munifico, 
gaudente,  raffinato  Sigismondo  Malatesta,  quale  autore  della  con- 
cessione. 

Chiaro  è  infatti  che^  se  nel  1450  non  troviamo  ancora  indi- 
zio di  franchigia,  ne  troviamo  invece  la  prova  nel  1458,  la  con- 
cessione dev'  essere  venuta  o  nel  1457,  pel  quale  anno  i  registri 
soliti  non  ci  segnalano  nulla,  o  nello  stesso  1458.  Evidente  del 
pari  risulta  che,  se  in  questo  1458  è  ancora  in  vigore  una  con- 
venzione tia  il  depositario  e  un  mercante  —  un  i)robabile  habi- 
tué «Iella  ])iazza  di  Senigallia,  —  detta  convenzione  sia  stata 
stipulata  anteriormente  alla  concessione  della  franchigia  stessa, 
l)rinìa  che  si  sapesse  o  si  sospettasse  I'  intervento  di  questo 
fatto  nuovo,  il  (piale  ])ertanto,  relativamente  a  quell'  anno,  iion 
doveva  datai*'  da   lungo   tempo. 

Ad  avvalorali^  codesta  ipotesi  concorre  anche,  secondo  noi, 
<MÒ  che  il  più  antico  cronista  di  Senigallia,  1'  anonimo  di  quella 
che,  in  vista  della  sua  piovcnienza,  chiameremo  cronaca  Pas- 
seri, narra  al  ))roposito  dell'  opera  svolta  da  Sigismondo  Malate- 
sta in  prò  del  suo  tntt'  altro  che  invidiabile  X)Ossesso,  Senigal- 
lia. Ci  narra  1'  anonimo  scrittore,  come  Sigismondo,  signore  di 
Kimini,  Fano  e  del  Vicariato  di  Mondavio,  considerata  la  devso- 
lazione  e  miseria  di  Senigallia,  ridotta  a  trentasei  case  e  a  una 
jiovera  rocchetta,*  in  mezzo  a  una  gran  selva  lunga  quattro 
«  miglia  ])er  ogni  verso  »  e  covo  di  malviventi,  «  vedendo  il  sito 
«  del  i)aese  perfetto  e  buono  e  sopra  un  fiume  chiamato  la  Ne- 
«   vola  dove  già    era  stato  porto  ;...  che  era  quasi  in  mezzo  de 


n 


«  Fano  ed  Ancona,...  deliberò  ancora  per  Ja  fama  sua  far  redi- 
«  tìcare  questa  città,  e  di  farla  habitare,  e  fu  questo  dell'anno 
«  1450,  il  dì  della  Pentecoste. 

«  Mandò  1'  Ill.nio  Signore  M.  Sigismondo  li  bandi  e  difamò  la 
«  voce  per  tutto  Italia  a  chi  volesse  venir  ad  liabitar  in  Senigallia 
«  elle  le  donaria  tanto  terreno,  quanto  che  loro  vorebbero  et  che  li 
«  donaiia  un  para  de  bovi  [)er  famiglia....  Ancora  dette  libertà 
^<  a  quelli  che  venissero...,  che  loro  con  il  Podestà  facessino 
«  conseglio  e  che  lor  potessero  liberamente  donar,  a  chi  vanisse 
«  ad  habitar,  terreno  quanto  che  loro' adimandavano.  Ancora  dette 
«  libertà  a  quella  città  che  li  debiti,  che  havessero  quelli  che 
«  venivano....  non  potessero  essere  astretti,  né  convenuti  per 
«  niun  temi)o  niai.  Ancora  le  diede  la  libertà,  che  per  la  robba 
«  che  se  i)ortasse  in  questa  città,  mai  per  n.iun  tempo  se  li 
«  potesse  domandar  daccio  o  gabella  alcuna.  Et  incominciorono 
«  molti  cittadini  a  venir  ad  habitar  e   artesani   -^   (1). 

Il  racconto  si  presenta  gravemente  viziato  di  inesattezze  e 
confusioni.  A  parte  il  fatto  che  il  così  detto  porto  di  Senigallia 
fu  sempre,  ed  era  anche  sotto  i  Malatesta,  la  foce  della  Nevola, 
cioè  Misa,  non  fu  questa  di  Sigismondo  una  ricostruzione  della 
città,  ma  un  restauro  delle  smantellate  mura  e  della  fortezza 
e  —  forse  con  alcune  case  di  i)rivati  — .  la  costruzione  di  qualche 
edificio,  certo  di  «  magazzini  »,  per  conto  del  signore:  lavori 
che  effettivaoiente  si  svolsero  dal  1456  al  1459  almeno  (2). 
Inoltre,  ammesso  ])ure  —  e  nulla  vieta  <ìi  crederlo  —  il  j)ro- 
posito  in  Sigismondo  di  ripopolale,  cioè  attirare  nuovi  abitatori 
nella  città,  semideserta  e  desolata  dalla  nuil-aria,  e  in  conse- 
guenza la  promessa  di  speciali  concessioni  e  privilegi,  tra  questi 
non  potevano  essere  né  le  prerogative  municipali,  di  cui  già 
Senigallia  era  in  possesso,  né  diritti   inerenti    all'uso  della  pro- 


(1)  Bibliot.  Vaticana,  Cod.  Vai.  -  Urhiii.  992,  e.  19  e  seg.  Ne  esiete  copia, 
di  mano  del  XVIII  sec,  nell'Arch.  di  Senig.,  Memorie  diverse,  v.  VI.  N.  38, 
da  cui  leviamo   la  citazione. 

(2)  Ani,   Arch.    Cam.   di   Fano,    Cod.   Malated.   N.    108,    e.    100  e  seg. 


-   256  — 

])rietà,  che  a  Senigallia  erano  garantiti  e  disciplinati    da  brave 
rubriche  dei  suoi  Statuti    (1). 

Men  che  meno  infine  poteva  figurarvi  1'  esenzione  i)erpetua 
da  dazi  e  gabelle  «  per  la  robba  che  se  portasse  in...  città  », 
per  questa  pura  e  semplice  ragione,  che  già  ben  prima  del 
governo  di  Sigismondo,  già  sotto  i  i)redeces8ori  della  sua  stessa 
famiglia  —  e  si  sarà  rilevato  dai  cenni  che  precedono  —  Se- 
nigallia godeva  d'un  ordinamento  daziario  singolare,  conseguenza 
evidente  delle  sue  arretrate,  depresse,  misere  condizioni  econo- 
miche: la  ])iù  larga  libertà  in  materia  d^importazioni.  Senigallia, 
in  altre  [)arole,  non  conosceva  barriere  daziarie  se  non...  per 
im])edire  o  ostacolare  l'uscita  di  merci  e  prodotti,  che  vi  si  con- 
fezionassero e  vi  nascessero  o  vi  fossero  introdotti  dal  di  fuori. 

Pure,  non  ostante  tali  inesattezze,  il  racconto  deve  conte- 
nere, a  nostro  avviso,  qualche  cosa  di  vero.  In  genere  —  a 
giudicare  da  quelle  parti  della  cronaca  che  possono  essere  con- 
trollate su  fonti  dirette  —  il  cronista  si  mostra  bene  informato 
ed  esatto.  Su  quest'  affare  delle  concessioni  invece,  egli,  sia 
])erchè  tratto  in  inganno  dalla  fonte  o  dalla  tradizione  cui  at 
tinge  —  se  tutta  la  compilazione  è  opera  di  un  solo,  costui, 
vivo  nel  1574,  non  i)oteva  narrare  di  scienza  j^ropria  —  sia 
perchè,  forastiero  a  Senigallia  —  come  ne  ha  tutta  1'  aria  — 
ne  ignora  le  vicende  e  le  speciali  condizioni  economiche,  ha 
completamente  travisato.  E  il  fatto  travisato,  noi  arniam  credere 
sia  per  l'appunto  la  concessione  della  franchigia  per  le  opera- 
zioni commerciali,  che  già  si  svolgevano  in  occasione  della  festa 
della  Maddalena;  il  riconoscimento,  in  altre  parole,  del  fatto 
economico  in  vsè  e  per  sé,  indipendentemente  ormai  dalla  festa 
religiosa. 

Due  frasi  specialmente  del  passo  surriferito  richiamano  da 
vicino,  anche  nella  loro  dizione,  la  formula  della  franchigia, 
quale  di  qui  a  i)oco  vedremo:  «  li  debiti,  che  avessero  quelli 
che    venivano...  non  potessero  essere  astretti,  né  convenuti  ])er 


(1)  Statuti,    in    generale  il  Lib.   II,  in  Hjteciale  le  rubr.     53  e  tì7    d.    nis. 
(67  e  71  delle  ediz.   1537  e  1584). 


—  257   — 

Tiinn  tempo  luai  »;  «  per  la  robba  che  «e  portasse  in  questa 
città,  mai  ))er  riinn  temi)o  se  li  potesse  domandar  daccio  o 
gabella  ».  Son  questi  insomma  i  due  principi  fondamentali  della 
franchigia  di  fiera:  1'  immunità  personale  e  1'  immunità  reale. 
Documenti  diretti  e  narrazione  del  cronista,  come  a  noi  pare, 
concordano  in  questi  due  punti:  1°  nell'  attribuire  al  periodo 
delle  restaurate  fortificazioni  di  Senigallia  la  prima  origine  della 
franchigia,  di  cui  il  cronista  non  avrebbe  inteso  il  carattere  e 
il  fine;  2°  nel  designare,  questa  esplicitamente,  quelli  implicita 
mente,  Sigismondo  quale  autore  dell'importante  concessione. 

E  poiché  siamo  nel  campo  delle  induzioni,  chi  sa  che  oc- 
casione e  movente  dell'importante  atto  non  sia  stato  il  desiderio 
in  Sigismondo  di  celebrare  proprio  in  quel  1458  ciò  che  noi 
oggi  chiameremmo  inaugurazione  dei  lavori  compiuti  nella  città  ? 

Comunque  sia,  il  fatto  di  cui  non  è  lecito  dubitare  è  che, 
dal  1458  in  i)oi,  la  fiera  si  è  definitivamente  emancipata  dalla 
festa  della  Maddalena,  ha  assunto  personalità  propria,  è  munita, 
come  tutti  i  grandi  e  i)iccoli  mercati  del  passato,  di  franchigia. 
Non  c'è  bisogno  di  aggiungere  che  a  questo  tempo  è  ben  mo- 
desta e  limitata,  nel  ten)po,  al  solo  giorno  22  di  luglio. 

Quanto  precede  basta  a  far  giustizia  di  quella,  pivi  che  abile, 
fortunata  falsificazione,  compiuta,  secondo  tutte  le  apparenze, 
sulla  fine  del  XVII,  forse  nel  1694,  che  è  la  convenzione  van 
nucciana  del  1464  (1).  Senza  rijietere  qui  le  ragioni  intrinseche 
ed  estrinseche,  altrove  addotte  per  dimostrarne  la  falsità  (2), 
aggiungeremo  che  il  capitolo,  da  noi  incriminato  con  tutto  il 
resto  del  documento,  contiene  in  se  stesso  la  palese    dimostra- 


(1)  Ci  inducono  ii  stabilire  in  questa  line  del  sec.  XVII  la  data  dell'av- 
venuta falsificazione  e  a  ritenere  il  1694  come  l'anno  più  probabile  lo  due 
seguenti  circostanze  altamente  significative  :  1.  È  nella  contesa  del  1694 
con  Aneona  —  che  si  vedrà  a  suo  luogo  —  che  per  la  prima  volta  si  ac- 
cenna nei  documenti  sulla  fiera  alla  convenzione  vannucciaua  del  1464,  che 
però  non  si  produce  in  atti  :  Fiera  d'  Anc,  v.  1",  e.  75,  89,  145-6.  2°  Seni- 
gallia accusa  Ancona,  con  sicumera  impertnrbata,  di  falsare  la  verità  delle 
cose  e  mostra  non  dar  fede  al  breve  di  Siato  IV,  istituente  nel  1473  la  fiera 
di  maggio  in  Ancona  :  ivi,   e.   109. 

(2)  R.  Marcucci,  Sull'or,  d.  fiera  di  S.,  in  Arch.  Star.  Ital.,  disp.  3^  del  1906. 

17  —  atti  e  Henorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  p«r  le  Marche.  1912. 


—  258  — 

zione  della  sua  falsità,  là  dove  accenna  alla  esenzione  dai  soli 
(lazi  d'importazione,  senza  che  all'autore  del  falso  passasse  per 
la  mente  o  fosse  lontanamente  noto  che  la  richiesta  e  la  con- 
cessione erano  un  non  senso,  dato  l'ordinamento  daziario  aperto 
a  tutte  le  importazioni,  che  Senigallia  ebbe  sempre,  dai  ])rimi 
almeno  del  XV  sino  a  quasi  la  metà  di  quello  stesso  XV]  1, 
sulla  fine  del  quale  si  consumava  il  non  abile,  ma  fortunato  falso. 

Lungo  il  resto  del  XV  secolo  poche  altre  testimonianze  ci 
restano  intorno  alla  celebrazione  della  fiera  della  Maddalena; 
nessuna,  intorno  alla  sua  entità,  che  dovè  essere  ben  poca  cosa. 
Il  citato  anonimo  della  cronaca  Passeri  incidentahnente  la  ri 
corda  alla  data  1472,  a  proposito  di  un  complotto,  tramato  tra 
alcuni  fuorusciti  e  Giacomo  Piccolomini  signore  di  Montemar- 
ciano,  e  diretto  a  sottrarre  la  città  alla  recentemente  ristabilita 
dominazione  della  chiesa:  «  Dubitorno  (gli  Anziani)  della  fiera, 
«  che  è  al  dì  22  di  luglio,  il  dì  di  S.  Maria  Maddalena,  et 
«  fecero  buone  guardie  ». 

Il  biografo  di  Giovanni  della  Rovere  infine,  fra  Grazia  di 
Francia,  parlandoci  dell'  opera  del  nuovo  signore  a  vantaggio 
della  città,  gli  attribuisce,  oltre  la  nuova  istituzione  della  fiera 
di  S.  Francesco  d'ottobre,  il  riordinamento  di  quella  della  Mad- 
dalena. «  Questo  preclarissimo  principe  con  licenza  della  sede 
«  apostolica  haveva  cominciato  una  bellissima  fiera,  la  quale  si 
«  faceva  nel  mese  d'  ottobre,  quando  li  mercanti  tornavano  da 
«  Recanate  et  a  quella  era  dato  buono  principio  et  durò  pa- 
«  recchi  anni;  ma  per  la  variation  de'  temj)]  et  per  la  mutation 
«  dello  stato,  al  presente  è  lasciata.  Un'  altra  fiera  ordinò  che 
«  si  fa  il  dì  di  S.  Maria  Madalena,  questa  ancora  si  mantiene, 
«  ma  non  già  così  ampia  come  si  soleva  fare  »  (1). 

Ben  modesta,  come  vedesi,  è  la  somma  delle  notizie,  che 
sull'  argomento  delle  origini  e'  è  stato  possibile  mettere  insieme  ; 
non  inadeguata  tuttava  all'  effettiva  entità  della  istituzione. 


Ma  se  modesta  è  la  fiera  allor  che  muove  i  suoi  primi  passi, 


(1)  Bibliot,    Vatie,  cod.    Vai.  -   Urbin.,  N.   1023,  e.    315,    segg. 


—  259  — 

essa  i)resenta  in  sé,  e  soj)ratiitto  trova  nel  luogo  o  ambiente, 
ove  Bi)ontaueamcnte  è  sorta,  condizioni  di  vita  tali,  clie  lenta- 
mente ma  sicuramente  la  solleveranno  a  importanza  e  dignità 
di  maggior  mercato,  che  si  tenga  nello  stato  pontificio  e  in  Ita 
lia,  a  partire  dalla  fine  del  XVII  secolo  sino  alla  grande  rivo- 
luzione portata  nella  produzione  e  negli  scambi  dall'  applicazione 
del   vapore. 

Posizione  geografica,  condizioni  economiche  e  storiche,  accor- 
tezza e  ])rudenza  di  uomini  e  infine  circostanze  che,  traendo  le 
loro  origini  dall'  intimo  dell'  animo  umano,  sfuggono  alla  nostra 
indagine  e  alle  nostra  valutazione  :  questi  sono  i  fattori  princi- 
pali della  sua  fortuna. 

Situata  completamente  in  piano,  sulla  spiaggia  del  mare, 
che  ne  lambiva  quasi  le  mura  a  levante,  e  sulla  destra,  proprio 
alla  bocca,  del  Misa,  che  le  serviva  ab  antico  da  porto,  costi- 
tuendone insieme  la  naturale  difesa  lungo  il  lato  settentrionale, 
Senigallia,  per  la  grande,  libera,  economica  via  del  mare,  era 
in  comunicazione  diretta  con  tutti  i  i)aesi  bagnati  dall'  Adria- 
tico e  con  quelli  del  lontano  Levante.  E  quando  le  nuove  for- 
tificazioni com.piute  da  Guidubaldo  II  (1546  e  seg.)  ebbero  in- 
cluso entro  la  cinta  murata  anche  la  riva  sinistra,  il  piccolo 
])orto  canale,  già  munito  di  argini  in  palafitta  da  Giovanni  della 
Rovere  e  sempre  poi  accuratamente  tenuto,  si  trovò  esso  pure  a 
sua  volta  racchiuso  entro  il  caseggiato,  per  modo  che  le  mer- 
canzie affluenti  dal  mare,  appena  a])prodate,  si  trovavano,  per 
così  dire,  senz'  altra  spesa,  collocate  in  posto,  sul  terreno  stesso 
della  fiera,  sia  sul  suolo,  sia  in  numerosi  magazzini,  fondachi  e 
botteghe. 

Per  terra,  all'  incontro,  era  collegata  coi  centri  più  civili 
e  produttori  dalle  grandi  vie  dell'antichità:  colia  valle  del  Po  e, 
per  essa,  coi  paesi  dell'  Euroi)a  centrale  dalle  vie  Flaminia  ed 
Emilia  ;  coli'  Italia  centrale  dalla  stessa  Flaminia  ;  coli'  Italia 
meridionale  dalla  litoranea  adriatica,  la  forse  denominata  via 
Traiana. 

La  regione  circostante  -  le  piccole  valli  del  Misa,  Cesano 
ed  Esino  da  prima,  poi  il  ducato   di  Urbino,   di    cui    Senigallia 


—   260  — 

fece  parte  dal  1508  al  1631  —  era  povera  d'industrie,  scarsa 
di  commerci,  bisogna  pertanto  d'  un  mercato  vicino,  cui  recare 
il  superfluo  della  sua  produzione  e  rifornirsi  dei  prodotti  neces- 
sari come  alla  vita  di  ogni  giorno,  così  anche  a  qualche  sia 
pur  modesto  bisogno  dello  spirito,  ma  sopratutto  all'  esercizio 
delle  sue  poche  indispensabili  industrie.  Le  dette  piccole  valli 
infatti  e  la  regione  litoranea  del  ducato  d'  Urbino  non  fornivano 
generalmente  che  prodotti  agricoli  ;  la  zona  montana  del  ducato 
stesso  —  meno  che  in  pochi  centri  industriali,  sorgenti  in  pros- 
simità di  corsi  d'  acqua  —  esercitavano  di  i)referenza  la  pasto- 
rizia o,  per  impulso  e  sull'  esempio  dei  suoi  signori  e  della  no- 
biltà, dava  un  forte  contributo  alla  milizia  mercenaria. 

Nò  questo  stato  di  fatto  ebbe  gran  che  a  mutarsi,  quando 
Senigallia  col  ducato  tornò  sotto  la  chiesa.  Lo  stato  pontificio, 
fatte  per  esso  pure  le  debite  eccezioni,  non  si  trovò  mai  in  con- 
dizioni molto  migliori.  Il  ritorno  pertanto  di  Senigallia  alla  di- 
pendenza dalle  somme  chiavi,  ebbe  ])er  la  sua  fiera,  già  uscita 
d' infanzia,  questa  benefica  conseguenza  :  ne  allargò  ciò  che  oggi 
diremmo  1'  hinterland.  La  zona,  che  alla  fiera  tributava  i  suoi 
prodotti  e  in  fiera  si  riforniva,  risultò  estesa  a  tutte  le  provi n 
eie  adriatiche  dal  Po  al  Tronto  e  alla  piti  lontana  Umbria  du- 
rante quello  stesso  sec.  XVII  ;  a  tutto  il  restante  dominio  i>on 
titìcio  nel  XVIIl  e  XIX. 

Già  considerevolmente  innanzi  al  tempo  che  la  fiera  i)resen- 
tasse  le  sue  prime  modestissime  manifestazioni,  le  dette  condi- 
zioni geografiche  ed  economiche  avevan  fatto  di  Senigallia,  per 
un  prodotto  agricolo  della  regione  circostante,  un  centro  di  atti- 
vità commerciale  tutt'  altro  che  insignificante.  Sino  almeno  da- 
gli anni  che  il  cardinale  Albornoz  conduceva  la  sua  campagna 
di  risottomissione  della  Romagna  e  della  Marca  alla  sovranità 
dei  lontani  pontefici,  il  porto-canale  di  Senigallia  risulta  lo  scalo 
dei  grani  prodotti  dalla  regione  retrostante  e  destinati  al  rifor- 
nimento di  terre  e  milizie  pontificie   (1). 


(1)  Arch,  Albornoz,    voi.    VII,  N.   147,  presso  il  collegio  spagnolo  di   Mo- 
logua  ;   cortese  comunicazione   del  chiaro  collega  prof.   Filippini, 


-  261  — 

.  Per  qualche  anno  del  sec.  XV,  poi,  sotto  i  Malatesta,  è  pos- 
sibile seguire  giorno  per  giorno  questo  movimento,  che  coi  diritti 
di  tratta  o  estrazione  costituiva  uno  dei  maggiori  cespiti  d'en- 
trata pel  signore. 

Nel  solo  mese  d'aprile  del  1454,  ad  esempio  —  mese  però, 
va  tenuto  ])resente,  normalmente  di  piìi  intenso  movimento,  e 
anno,  forse,  di  eccezionale  raccolto  —  son  41  oi^erazioni  di 
carico  su  34  imbarcazioni,  per  una  quantità  complessiva  di 
oltre  1700  some  (1).  E  sino  al  marzo  successivo  —  che  pare 
l'ultimo  della  «  campagna  »  granaria  -~  son  125  operazioni  e 
circa  4650  some  imbarcate  (2),  che  per  le  tratte  rendono 
al  signore  libbre  1984  e  soldi  uno.  È  in  maggior  parte  grano 
raccolto  dai  vicini  territori  di  Montalboddo  (oggi  Ostra),  Cori- 
naldo,  Genga;  vi  tiene  un  buon  posto  anche  quello  del  «  tereno 
di  senegaia  »  che  —  conforme,  forse,  al  i)rincipio  informatore 
dell'ordinamento  daziario  cittadino  —  paga  per  la  tratta  circa 
il  doppio  del  grano  forastiero  (3)  e  figura  esportato  nei  mesi 
da  agosto  in  poi.  E  tutto  questo  grano  prende  la  via  del  mare: 
per  Venezia  la  maggior  parte;  poi  per  Chioggia,  Bergamo,  Co- 
macchio,  Codigoro,  Pesaro,  Fano,  Fermo;  ne  imbarcano  anche 
un  paron  da  Ragusa  e  altro  da  Traù  (4). 

Sotto  i  Della  Rovere  la  tratta  del  grano,  minuziosamente 
regolata  e  disciplinata,  continua  a  dar  lucri  ingenti.  Oltre  la 
valle  del  Misa  sono  anche  quelle  del  Cesano  e,  almeno  in  parte, 
dell'  Esino,  che  convogliano  il  loro  raccolto  al  jnccolo  porto 
iniseno  (5).    Venezia    è  sempre  la  maggior  cliente  e,  dietro  lei, 


(1)  Cod.  Malatest.  N.   107,  (lell'Arch.   di  Fano,    e.   2-13. 

(2)  Se  la  soma  noi  XY  era  la  stessa  tiitt'ora  in  uso  nelle  nostre  campa- 
gne (8  coppe  =  kg.  292,  228),  la  quantità  di  grano  esportato  in  quell'anno 
da  Senigallia  salì  a  circa  13.600  quintali. 

(3)  Ibidem,  e.  8:  il  grano  di  Senigallia  paga  per  tratta  12  bolognini  la 
soma,  mentre  quello  di  Montalboddo  paga  7  e  tutto  l'altro  5  bologn.. 

(4)  Ibidem,  e.   2  e  9t. 

(.5)  Arch.  di  Stato  di  Firenze,  Carte  d'Urbino,  I,  G,  255,  e.  219  e  I,  G,  253, 
e.   522-35. 


-  262   - 

le  sue  città  suddite  di  terraferma  e  di  Dalmazia  (1).  Nel  1575 
l'ambasciator  veneziano  M.  Zane  indica  a  circa  20.000  scudi  il 
reddito  delle  tratte  dei  grani  dal  porto  di  Senigallia,  un  terzo 
cioè  delle  entrate  generali  del  ducato  (2). 

Ora,  è  vero  che  il  mese  di  luglio  in  questo  movimento  rap- 
presenta un  mese  di  ristagno,  non  però  di  sospensione  assoluta. 
E  poiché  nei  giorni  intorno  al  22  sulle  rive  dello  stesso  porto 
si  tiene  la  fiera  con  sempre  maggiore  affluenza,  come  non  ne 
avrebbero  profittato  i  paroni,  inviati  a  caricare  il  prezioso  ce- 
reale, per  recarvi  prodotti  delle  loro  terre  ?  Non  è  forse  senza 
relazione  con  questo  commercio  granario  il  fatto  che  tra  i  primi 
mercanti  esteri,  di  cui  ci  sia  documentato  l'intervento  alla  fiera, 
siano  preci saii/i ente  veneziani,  veneti  con  legnami  e  dalmatini 
con  salumi. 

Anche  la  stagione  dell'anno  in  che  la  fiera  cadeva  —  s])e 
cialmente  quando  la  sua  più  lunga  durata  permise  1'  affluenza 
da  punti  lontani  —  era  particolarmente  opportuna  come  al 
richiamo  delle  merci,  così  alla  possibilità  degli  acquisti.  Il 
maggior  contingente  di  merci,  quelle  di  cui  aveva  bisogno  la 
regione,  vi  era  infatti  recato  per  mare:  quale  stagione  quindi 
più  propizia  alla  navigazione  di  questo  mese  di  luglio  ?  Ma 
nello  stesso  tempo  questo  mese  è  anche  il  periodo,  che  segue 
al  maggior  raccolto  agrario  dell'anno,  il  grano;  il  peiiodo  cioè 
che  nella  regione  agricola  il  denaro,  normalmente  scarso,  coire 
invece  relativamente  abbondante  e  rende  possibili  i  necessari 
rifornimenti. 

Ma  la  circostanza  che,  a  nostro  avviso,  più  decisamente 
determinò  la  rigogliosa  vitalità  della  fiera,  fu  la  decadenza 
commerciale  di  due  <  piazze  »  vicine.  Ben  prima  di  Senigallia, 
alla  duplice  funzione  di  smaltimento  e  rifornimento  per  la  re- 
gione marchigiana  e  le  adiacenti,  avevano  provveduto  Ancona 
e  Recanati.  Ancona,  coll'approdo    vasto  e  sicuro  del  suo  porto. 


(1)  Sanuto    Diari,    voi.    XII,    p.    487  ;  Ugolini    Storia    d.  conti  e  duchi 
d'Urbino,  Firenze  1859,  voi.  II,   p.   374. 

(2)  Alberi  Relazioni  d.  amhasc.  veneti,  S.  II,  voi.  II.  p.  320. 


—  263  — 

il  primo  per  importanza  dopo  quello  di  Venezia,  della  quale 
essa  stata  emula,  e  con  accorti  trattati  commerciali,  aveva 
attratto  a  sé,  per  l'importazione  e  l'esportazione,  i  prodotti  più 
caratteristici  della  costa  dalmata,  del  Levante,  di  Firenze  e 
della  Lombardia,  in  modo  che  nel  XV  e  XVI  secolo  prosperò 
mirabilmente  ed  ebbe  aspetto  e  comjn  funzione  di  vera  e  pro- 
pria fiera  perpetua  (1).  Analogamente  Recanati,  col  suo  piccolo 
porto  da  prima,  indi  colle  sue  famose  fiere  franche,  era  riuscita 
a  dar  vita  a  un  attivo  movimento  commerciale,  cui  partecipa- 
vano, importando  o  esportando,  mercanti  della  Marca,  dell'Um- 
bria, dell'Abruzzo  e,  notevoli  tra  tutti,  fiorentini   e   veneziani  (2). 

L'una  e  l'altra  sui  primi  del  '600  adempivano  ancora  de- 
gnamente e  con  loro  grande  vantaggio  a  questa  funzione  (3). 
Se  non  che,  per  cause  che  aspettano  ancora  di  essere  messe  in 
luce,  ma  che  possono  additarsi:  1°  nella  fondazione  del  porto 
di  Livorno,  che  gli  sottrasse  tutto  il  largo  contributo  toscano 
e  fiorentino;  2"  nelle  guerre  di  Venezia  contro  i  Turchi,  che 
doveron  paralizzare  le  relazioni  col  Levante;  3°  in  aggravi  ed 
abusi  introdotti  nel  regime  doganule  di  favore,  il  commercio 
d'  Ancona  e,  conseguentemente,  la  i)rospentà  cittadina  ebbero 
un  grave  colpo  e  nel  resto  del  secolo  la  decadenza  si  fece 
precipitosa  e  irreparabile.  (Jause  non  dissimili  e,  di  piìi,  la 
rivalità  di  città  vicine  —  Osimo  —  e  forse  anche  la  troppo 
lunga  durata  della  franchigia  —  dal  settembre  a  tutto  gennaio  ! 
—  doveron  far  decadere  le  già  prospere  fiere  di  Recanati. 

Nel  frattempo  la  fiera  di  Senigallia  era  uscita  dall'  oscurità 
della  sua  infanzia  e  non  fa  meraviglia  che  abbia  rapidamente 
assunto  nell'  Adriatico  il  posto  e  la  funzione,  che  andavano 
sfuggendo  alle  vicine  città. 


(1)  Heyd    Histoire    du  commerce    du  Levant   au    moyen-àge,    voli.    2,    Leip- 
zig 1885-86,  passim;  R.  Deputaz,  di    storia  patria  per  le    Marche  Sta- 
tuti Anconetani    ecc.  voi.  I,  Ancona    1896  p,  233    e  segg.;  E.    Spadolini  II 
commercio,    le    arti  e    la    Loggia    d.  Mercanti  in  Ancona,  P.  Civitanova    1904,  I 
p.   40  e  segg. 

(2)  Zdekauer    Lo    dogana  del  Porto  di  Recanati  nel  1396,   in  Le  Marche, 
un.   IV,   fase.   2". 

(3)  Celli  Di  Silvestro  Gozzolini  da  Osimo  ecc.,  Toriuo  1882.  p.  181. 


Capitolo  II 


La  dominazione  roveresca 

La  franchigia  reale    e  personale  -  Il  capitano    della  fiera  -  Progressi    della  fiera 
durante  la  dominazione  roveresca  -  Le  fiere   del  1580  e  del  1597. 

A  proposito,  dunque,  dell'opera  svolta  da  Giovanni  della 
Rovere  signore  di  Senigallia  dal  1474  al  1501,  fra  Grazia  di 
Francia,  guardiamo  del  convento  delle  Grazie,  ci  ha  api)reso 
che  egli  «  haveva  cominciato  »  la  fiera  di  S.  Francesco  d'  ot- 
tobre, celebrata  per  parecchi  anni,  poi  smessa;  e  che  «  un'altra 
fiera  ordinò,  che  si  fa  il  dì  di  S.  Maria  Madalena  ',  la  quale 
nel  tempo  che  il  cronista  scrive,  e  cioè  nel  1522,  «  ancora  si 
mantiene,  ma  non  già  così  ampia  come  si  soleva   fare  '. 

A  parte  la  maggiore  <<  amjdezza  »,  cioè  affluenza,  concorso, 
del  passato  in  confronto  del  1522  -  maggiore  affluenza,  che 
con  tutta  probabilità  era  effetto,  anche  nel  candido  fraticello, 
del  solito  eterno...  ingrandimento  ottico  retrospettivo  —  e  spie 
gato  o,  meglio,  rettificato  quell'«  ordinò  »  nel  senso  che  regolò, 
definì  1'  ordinamento;  la  doppia  notizia  risponde  effettivamente 
a  verità.  La  fiera  di  S.  Francesco  risulta  celebrata  almeno  dal 
1493  al  1507  (1).  Non  solo,  ma  qualche  anno  più  taidi  è  ancora 
considerata  di  ben  maggiore  importanza  di  quella  della  Mad- 
dalena. Tornando  infatti,  anche  una  volta,  nel  1519,  sotto  la 
dipendenza  immediata  della  chiesa  in  seguito  alla  morte  di 
Lorenzo  de'  Medici,  effimero  duca  d'  Urbino,  la  città,  in  nn 
capitolo  della  lunga  convenzione  all'uopo  stii)ulata,  ne  chiedeva 
ed  otteneva  la  conferma  da  Leon  X,  mentre  quella  della  Mad- 


(1)  Indico  dei  Bollettari,  voce  «  fiera  ». 


—  265  — 

dalena  non  era  oggetto  di  alcuna  richiesta,  non  aveva  neanclie 
1'  onore  di   un  modesto  cenno  nel  ponderoso  documento. 

i\Ia  evidentemente,  attendendo  la  fiera  di  S.  Francesco  il 
suo  alimento  dalle  rimanenze  della  tìera  di  Recanati,  consistendo 
quindi  di  merci  che  vi  accedevano  per  terra,  non  trovava  con- 
dizioni favorevoli  alla  sua  vitalità.  E  tre  anni  dopo  la  sanzione 
pontifìcia,  nel  1522,  era  «  lasciata  »,  smessa.  Al  contrario 
quella  della  Maddalena,  che  frattanto  si  era  continuato  a  cele- 
brare, alimentata  forse  sin  da  allora,  almeno  in  parte,  da  merci 
provenienti  dal  mare,  restava,  attirava  su  di  se  tutte  le  cure 
della  città  e,  pur  mantenendosi  ancora  per  qualche  tempo  nn 
modesto  mercato,  per  le  favorevoli  circostanze  accennate,  rag- 
giimgeva  entro  il  secolo  importanza  ed  entità  di  mercato  in- 
terregionale. La  sua  lenta,  ma  incessante  evoluzione  non  è 
assolutamente  possibile  seguirla  di  su  le  carte  lacunose  e  frani- 
mentaiie  dell'antico  archivio  senigalliese.  Celebrata  con  sicurezza 
nel  1506,  151 H  e  1515  (1),  non  anteriore  al  15.'i5  è  il  piìi 
antico  documento  di  detto  archivio,  che  ce  ne  parli  esplicita 
mente.  È  la  regolamentare  «  licenza  »  di  celebrarla,  quindi 
anche  di  bandirla,  che  ogni  anno  doveva  richiedersi  all'autorità 
governativa  e  l'autorità  governativa  si  riservava  di  concedere 
o  negare  secondo  le  circostanze.  Detta  licenza  ci  mostra  la 
fiera,  oltre  che  definitivamente  acquisita  alla  città,  munita  di 
prerogative  ormai    tradizionali. 

In  data  17  luglio,  appena  cinque  giorni  innanzi  alla  gior- 
nata del  22,  Francesco  Maria  I,  da  Casteldurante  conferma  ai 
Kegolatori  di  Senigallia  il  consenso  già  dato  per  via  gerarchica: 
«  Mag.ci  delect.mi  uri.  Per  un'altra  nostra  diretta  al  Cap.no 
«  Bediiìo  vi  habiamo  resoluto  esser  contenti  che  se  facci  se- 
«  condo  il  solito  la  fiera  de  s.ta  m.a  niadalena.    Però   non    oc- 


(1)  Durante  la  dominaziontó  roveresca,  dopo  i  detti  anni,  ne  troviamo  do- 
cumentata la  celebrazione  nei  seguenti  altri  :  1535-36,  1540-50,  1552-65, 
1567-72,  1575-90,  1594-1606,  1608,  1610-19,  1621-23.  Ma  il  non  trovarne 
traccia  negli  anni  che...  mancano  alla  serie,  non  sempre  vuol  dire  che  non 
fosse  tenuta;  solo  che  non  ce  u'  è  pervenuta    notizia. 


—  266   — 


«  corre'  alla  vostra  de  XV    risimiidiatno    altro    se    non    confer 
«  miamo  il  medesimo  »    (1). 

Colla  frase  «  secondo  il  solito  »  si  allnde  senz'  ombra  di 
dubbio  alla  ormai  vecchia  franchigia  e  alla  non  remota  magi- 
stratura del  capitano  di   fiera. 

La  pili  antica  e  autentica  formula  della  franchigia  —  rima- 
sta del  resto  immutata,  nella  lettera,  traverso  i  secoli —  è  quella 
conservataci  nel  cap.  XXI  della  convenzione  1519  con  Leon  X, 
che,  dicemmo,  si  riferisce  invero  alla  fiera  di  S.  Francesco,  ma 
che  fuor  d'  ogni  dubbio  è  la  stessa  già  in  precedenza  accordata 
alla  fiera  della  Maddalena,  cui  dopo  il  1522  è  tornata  ed  esclu- 
sivamente restata.  Non  sarà  male  riprodurla  nella  sua  iutegrità: 
«  Item  quod,  secundum  consuetudinem  diete  civitatis,  a  die  san- 
«  cti  Francisci  per  totum  mensem  octobrem  quotannis  in  civi- 
«  tate  senogalliensi  i)0ssint  celebrari  nundine  salve  et  secure, 
«  ad  quas  omne  genus  mercium  portari  et  exinde  extrahi  possit, 
«  sine  aliqua  solutione  alicuius  gabelle,  et  quilibet  homo  venire 
«  et  stare  libere  et  secure  a  debito  et  quocumque  maleficio 
«  possit,  exceptis  homicidis  et  sanctissimi  domini  nostri  et  san 
«  cte  romane  ecclesie  aut  ipsius  communitatis  rebellibua.  —  Pla- 
«  cet  sanctissimo  domino  nostro  ut  servetur  quod  hactenus  fuit 
«  servatum    -   (2). 

Ogni  merce,  come  si  vede^  è  ammessa  in  fiera,  vi  è  contrat 
tata  e  ne  esce  esente  da  qualsivoglia  «lazio    (.'i).    Ogni    persona 


(1)  Lettere  dei  duchi,   v.   IV,  e.  16. 

(2)  Privilegi  e  chirografi,  doc.  N.  26. 

(3)  A  un  certo  momento  il  governo  duciiltó  iV  Urbino,  in  genere  non  svi- 
sceratamente tenero  della  fiera,  con  un  formalismo  davvero  esagerato,  pensa  che 
la  franchigia  importi  anche  esenzione  da  tasse  di  posteggio.  Il  28  luglio  1536 
la  duchessa  d'Urbino  scrive  al  podestà  di  Senigallia  :  «  Poiché  s'è  fatta  longa 
«  discussione  e  ragionamento  per  intendere  il  modo,  che  per  il  passato  si  è 
«  tenuto  circa  il  far  pagare  il  loco  de  le  botteghe  alli  mercanti  quali  ven- 
«  gouo  alla  fiera  in  quella  città,  et  finalmente  sopra  ciò  havendone  fatto  con- 
«  sideratione,  ne  ressolviamo  che  altrimenti  non  pagano,  et  si  è  commesso 
«  al  nostro  Maestro  di  casa  che  commetta  al  fattore  non  manchi  di  resti- 
«  taire  il  danaro,  che  per  questo  ha  pigliato  da  detti  Mercanti  »  :  Letf.  d. 
duchi,  voi.   IV,  e.    17. 


—   267   — 

analogamento,  vi  lia  libero  accesso  e  libera  pratica,  abbia  ancbe 
conti  da  regolare  colla  giustizia,  pur  che  non  sia  omicida  —  piìi 
tardi  si  limiterà  la...  immunità  d'  asilo,  sostituendosi  la  dizione: 
condannato  a  pena  capitale  —  né  ribelle  di  santa  madre  chiesa 
o  della  comunità. 

Già  osservammo  a  suo  luogo  che  il  liberismo  tipico  dell'or- 
dinamento daziario  di  Senigallia  in  materia  di  importazioni,  ren- 
deva superflua  la  esenzione  da  dazi  d'  entrata  che...  non  e'  era- 
no (1).  Non  raen  per  questo  però  doveva  la  franchigia  reale 
vantaggiare  la  fiera  della  Maddalena,  in  quanto,  esentando  dai 
non  indifferenti  dazi  di  tratta  o  uscita,  allettava  più  special- 
mente agli  acquisti  i  forastierij  la  promoveva  pertanto  senz'altro 
a  mercato  di  rifornimento  regionale  per  eccellenza. 

Tanto  vero  che,  ben  presto  preoccupati  i  duchi  d'  Urbino 
della  considerevole  esportazione  delle  grasce,  che  avveniva  in 
occasione  della  fiera,  da  prima,  nel  1555  vietano  agli  osti  s[)e- 
culatori  1'  acquisto  di  «  roba  da  vivere  »  sul  campo  della 
fiera  stessa,  «  poiché  s'  abusano  in  mandarle  fuori  de  la  città  e 
stato  »  (2);  poi,  nel  1578,  escludono  addirittura  dal  beneficio 
della  franchigia  bestiame  e  grasce  acquistati  da  forastieri   (3). 


(1)  Di  questo  curioso  o,  piuttosto,  tipico  ordinamento  daziario  di  Seni- 
gallia durante  il  XV,  il  XVI  e  i  primi  decenni  del  XVII  secolo,  che  merite- 
rebbe di  essere  illustrato  in  rapporto  alle  condizioni  di  cui  era  evidente  con- 
seguenza, dobbiamo  qui  limitarci  a  indicarne  non  più  che  ....  le  tracce  : 
Codd.  Malatest.,  dell' Arch.  di  Fano,  N.  71,  e.  28-38  ;  N.  107,  e.  20-43; 
N.  109,  e.  4-7  ;  e  dell'Arch.  di  Senig.:  Bolla  di  Leone  X,  1519,  in  Privilegi 
e  Chirografi,  doc.  N.  26;  Statuti  mss.,  e.  169t-171t  (ediz.  1537,  L.  IV, 
p.  3t-5  ;  del  1584,  p.  203-05);  Dea-eti  Voi.  AA.,  e.  84t-90  ;  Consigli  \.  5^,  e. 
13.  —  Solo  snlla  fine  del  XVI,  nel  1578  pare,  è  per  la  prima  volta  colpita 
la  vendita  in  città,  non  l'introduzione,  di  lane,  cacio,  carni  salate  forastiere: 
Decreti,  Voi.  AA,   e.   89. 

(2)  «  Volemo  inoltre...  che  nissuno  oste  possi  comprare  roba  da  vivere 
«  contro  la  forma  di  statuti  (cioè  sul  porto)  .  .  .  .,  astreugeudo  a  la  pena 
«  coloro  che  contraveniranno,  poiché  s'abusano  in  mandarle  fuori  della  città 
«  e  stato  »  :  il  duca  d'Urbino  al  luogotenente  di  Senig.,  10  luglio  1555, 
in   Leti.  d.  duchi,   v.   IV,  e.   98. 

(3)  «  Fu  letta  —  seduta  consigliare  21  luglio  1580  —  una  lettera  di  mes- 


268 


La  città,  che  giustamente  riconosce  nel  i)iivilegio  1'  essenza 
dell'  istituzione  e  forse  la  non  lontana  fortuna  propria,  non  esita 
a  mettersi  contro  il  serenissimo  duca,  ostentando  da  prima  la 
più...  olimpica  noncuranza  pel  divieto  dell' esi)ortazione  franca, 
poi  dichiarando  arditamente  che  i)referisce  piuttosto  di  non  più 
celebrare  la  fiera,  che  vederla  menomata  nella  sua  libertà  (1), 
E  pare  che  in  questa  prima  contesa  di  cui  abbiamo  notizia, 
chi  ne  esca  male  sia  precisamente  sua  eccellenza  il  duca  sere 
nissimo,  il  quale  però,  non  molti  anni  più  tardi,  poteva  a  sua 
volta  concedersi  quel  gran  piacere  degli  dei  che  è  la...  anche 
piccola  vendetta. 

La  durata  della  franchigia,  (2)  che  nel   periodo  delie  origini 
era  certamente  del  solo  giorno  22  di    luglio,    sotto    la    don)ina- 


«  sor  G.  B.  Monti  diretta  al  signor  Baviera,  dove  li  scrive  che  si  mandi  la 
«  fede  che  in  questi  due  anni  che  fn  fatto  il  decreto  da  S.  E.  che  non  si 
«  cavino  bestiami  e  grassierie  del  stato  [  durante  la  fiera  che  ]  se  fa  nel  dì 
«  della  madalena  ...  di  essa  si  sono  cavati  liberamente  ogni  sorte  di  be- 
«  stiami   et  altre  grascie  »:   Consigli,  voi.   8°,  e.   189t. 

(1)  Nella  seduta  consigliare  di  tre  giorni  dopo  si  legge  la  lettera  dei 
nuovo  inviato  al  duca  suU'  affiire  della  fiera  «  e  dopo  molti  dissensi  fu  riso- 
«  luto  che  si  scriva  a  messer  Camillo  (Andriani)  che  parli  con  S.  E.  e  veda 
«  di  fare  che  si  deroghi  al  decreto  fatto  sopra  il  cavare  bestiami  nel  tempo 
«  della  fiera,  e  non  si  potendo,  pi'egare  S.  E.  che  si  contenti  dare  bona  11- 
«  cenza  che  la  fiera  non  si  facci  non  essendo  libera,  come  è  stata  sempre  e 
«  se  pare  nou  potesse  ottenere  né  1'  una  né    1'  altro,     ....     lassi    il  negotiu 

«  cusì  suspeso »:   Consigli,  v.   8°  e.   190t.    E  il   divieto  di  esportazione  del 

bestiame  era  stato,  con  lettera  13  luglio  1.580,  temperato  col  principio  della 
reciprocità  di  trattamento  in  confronto  delle  fiere  circonvicine  di  Ancona, 
Iesi  e  Fano  :  Decreti,  voi.  A,  e.  327  t.  Nel  1.584,  sempre  in  materia  di  libertà 
della  fiera,  s'accendeva  nuova  aspra  contesa  tra  la  stessa  comunità  e  gli  ap- 
paltatori del  dazio,  che  pretendevano  colpire  il  vino  che  si  vendeva  «  in 
ditta  fiera,  cioè  sul  porto  »  :  Leti.  d.  duchi,  voi.  I,  e.  50-53  e  Consigli,  voi. 
10",   e.   8.   La  contesa  dovè  finire  colla  peggio  dei   dazieri. 

(2)  Mentre  nei  documenti  dalla  fine  del  XVII  in  poi  1'  espressione  «  pe- 
riodo di  franchigia  »,  o  «  franchigia  »  è  usata  come  sinonimo  di  «  fiera  », 
i  documenti  dell'  età  roA^eresca  quasi  intenzionalmente  distinguono  il  giorno 
vero  e  proprio  della  «  fiera  »  22  di  luglio,  dagli  altri  della  «  franchigia  », 
nei  quali  pure  si  poteva  liberamente  «  andare,  venire,  comprare,  vendere  ». 


—  269  — 

zinne  roveresca  va  lentamente  cstendenilosi:  a  tre;  poi  a  einqne; 
infine,  nel  154<S  o  nel  1549,  a  otto  giorni:  i  tre  precedenti  e 
i  quattro  successivi  alla  festa  della  Maddalena.   E  a  otto  giorni 

—  non  ostante  le  opposizioni  dei  dazieri  danneggiati,  da  una 
parte,  e  le  vive  sollecitazieni  del  Consiglio  perchè  fosse  prò 
Inngata,  dall'altra  —  restò  fissata  per  tutto  il  resto  del  secolo 
e,  meno  concessioni  s{)e(;iali,  per    quasi     tutto  il  successivo.  (1) 

Durante  questi  giorni,  «  per  le  cose  occorrenti  per  la  fiera 
e  nella  fiera  ,  funzionava  una  magistratura  straordinaria,  di 
fronte  alili  quale  tutte  le  magistrature  e  le  autorità  ordinarie, 
l'autorità  dello  stesso  rappresentante  ducale,  virtualmente  ces- 
savano. Era  il  capitano  della  fiera,  estratto  ogni  anno  a  sorte 
dal  consiglio  nel  seno  della  n'obiltà  cittadina.  Appare  esso  la 
prima  volta  nel  1515  (2).  Verisimilmente  —  non  abbiamo  notizie 
intorno  ai  suoi  poteri  sin  verso  l'ultimo  quarto  del  XVI  secolo 

—  da  principio  non  aveva  altra  attribuzione  che  il  comando 
della  guardia  incaricata  di  mantener  l'ordine  pubblico.  A  poco 
a  i)Oco  —  né  i  documenti,  che  ci  conservano  il  nome  di  parecchi 
capitani  (3)  e  le  discussioni  intorno  al  loro  onorario,  san    dirci 


(1)  «  Essendo  che  più  giorni  babbi  inteso  *  —  vosi  nel  consiglio  del  19 
luglio  1553  Camillo  Audreauo,  il  primo  dei  dne  «  arengatori  »  della  gior- 
nata —  «  che  sopra  la  franchitia  de  la  fiera  de  li  tre  giorni  pih  del  solito 
«  Bartolomeo  baldasino  dice  non  voler  acousentire  éi  non  tanto  quanto  vole 
«  il  statuto,  et  pare  che  non  sia  troppo  insta....  saria  bone  aciò  che  la  Comn- 
«  nità  non  perda  le  sue  rasone  si  provedesse  et  si  facesse  osservar  quello 
«  eh'  è  solito  de  quatro  overo  cinque  anni  sono.  Unde  Bartholoniens  consi- 
«  derans  hanc  prepostam  venire  in  damnnm  snum,  quia  habebat  gabellani 
«  passus,  non  volnit  aconsentire  et  stetit  in  se.  Doniinns  Gaspar  Arsillns 
«  ascendit  in  loco  solito  et  exposuit  che  la  Comunità  non  debba  sminuire  le 

«  sue  rasone,    anzi    acrescerle etc.   ».   Consigli,   voi  4",  e.   74t.   —    Che    il 

periodo  della  franchigia   fosse  ulteriormente  prolungato,   fu  chiesto  nel  1569; 
Consigli,   voi.   6°,   e.    118  e  nel   1585:   ivi,   voi.   10*^',   e.   8-9. 

(2)  Repert.    d.    Conngli,    voce   «  capitano   di  fiera  ». 

(3)  Non  sono  molti  e  possiamo  senza  rimorso  consacrarli  all'  immortalità  : 
G.  Doni.  Rever(e)  1550,  Ant.  de'  Pazzi  1552  e  1553,  Gius.  Baviera  1555, 
Ant.  Arsilli  15«0,  Giac.  Beliardi  1563,  G.  B.  Cavalli  1565,  Silvestro  Porca- 
rio   1568,   Frane.   Gabrielle  1570,    P.   Ger.  Gherardi  1575,  Cam.  Andriani  1581, 


—   270   — 

come  e  in  che  circostanze  —  questa  modesta  funzione  di  sor- 
veglianza andò  ampliandosi  tanto,  che  il  capitano  della  fiera 
finì  col  cumulare  le  attribuzioni  di  i)rov veditore  e  soi)rintendente 
della  fiera  (1),  ministro  di  polizia  (2)  e  giudice  unico  per  tutte 
le  competizioni  che  sorgessero  in  fiera,  tutti  i  reati  e  tutte  le 
cause  minori,  che  colla  fiera  avessero  relazione  (3).    Una  magi 


Doniizio  Turra  1582,  Lud.  Vichi  1583,  Giov.  Leopardo  Amati  1584,  Aug.  Bn- 
ticchio  1585  e  Bakl.  da  Ponte,  ultimo  eletto  uel  1590,  ma  non  entrato  in 
carica,  perchè  affetto  da  renella ducale. 

(1)  «  Fu  etiani  concluso....  che  a  messer  Selvestro  Forcarlo,  qual  è  stato 
«  capitano  della  lìera  di  la  Madaleua  il  presente  anno,  se  li  debba  dare  in 
«  tutta  la  spesa  de'  fanti,  pasti,  et  generalmente  d'ogni  altra  spesa  per  lui 
«  fatta  per  conto  della  fiera  sodetta  scudi  venticinque  correnti  ».  Consigli, 
voi.    6°,  e.  96  ;  adun.   16  agosto  1568. 

(2)  Così  nel   1584  il  cap.   G.  L.  Amati   in  un  lungo  editto  —  il  solo   che 

ci  resti  dell'attività legislatrice  di  questa  magistratura  —  proibisce  il  porto 

dello  armi  da  fuoco,  sotto  pena  di  25  scudi  e  tre  tratti  di  corda  in  pubblico, 
e  dà  norme  da  seguirsi  dai  forastieri  «  che  giustamente  vengono  a  Senigal- 
lia armati  »  —  depongano  cioè  le  armi  alle  porte  in  mano  di  appositi  depu- 
tati —  e  dagli  albergatori  e  padroni  di  casa,  nel  caso  che  quelli  «  vorran 
passare  la  notte  in  città»  —  avute  cioè  in  consegna  dette  anni,  non  le  ren- 
dano «  se  non  quando  i  forastieri  diranno  di  volere  effettivamente  partirsi 
e  previa  licenza  del  capitano  »:  Memorie  diverse,  voi.  13°,  e.  20.  Ha  la  data 
«  XXII  iulii    1584  ». 

(3)  «  Supplica  ancora  (la  comunità)  è  un  capitolo  del  1578,  che  col 
riconoscimento  superiore  del  potere  giudiziario  sanziona  e  suggella  la  com- 
plessa giurisdizione  di  questo  magistrato  —  che  (il  duca  d'  Urbino)  se  con- 
«  tenti  concedergli  secondo  lor  antichi  ordini  che  il  capitano  della  fiera  che 
«  per  tempo  sarà  possi  esercitare  la  sua  soUita  iurisditione  di  tre  giorni  in 
«  anti  il  giorno  istesso  della  fiera,  e  quattro  doppoi,  che  sonno  giorni  otto; 
«  che  ciaschedun  altro  offitiale  di  detta  città  nelle  cose  occorrenti  per  detta 
«  fiera  et  in  detta  fiera  non  possiiio  esercitare  lor  iurisditioni,  ma  per  detto 
«  tempo  come  di  sopre  se  intenda  in  tutto  e  per  tutto  sospesa.  —  Fiat  ut 
«  hactenus,  exeptis  atrocioribus..,.  F.  M.  D.  »;  Lettere  dei  duchi,  voi.  II,  e.  137. 
Cfr.   anche  Consif/U,   voi.   11",   e.   3,  e  Mem.  div.,  voi.   5°,   e.   141. 

Una  magistratura  con  poteri  simili,  ma  divisi  fra  tre  collegi  —  dei  tre 
consoli  con  autorità  giudiziaria,  dei  ventiquattro  che  potremmo  chiamare  «  il 
consiglio  »  della  fiera  e  dei  tre  «  allocatori  »  o  soprintendenti  ai  noli  — 
troviamo  nella  fiera  di  Ancona:  Ordini  della  fiera  d'Ancona  1493-1303,  pubblio. 


—  271   — 

stratura  dunque  straordinaria  e  amplissima,  che,  provvedendo, 
vigilando,  rendendo  })rontH  giustizia,  doveva  riuscire  i)reziosH 
al  governo  della  fiera,  ina  che  sottraeva  di  fatto  la  città,  du- 
rante il  periodo  della  franchigia,  alla  sovranità  dei  legittimi 
signori. 

La  sua  provvisione  non  era  vistosa:  venticinque  scudi,  coi 
quali  però  doveva  provvedere  all'arruolamento  e  al  mantenimento 
dei  fanti  della  guardia,  e  il  provento  o  di  due  botteghe  o  dei 
banchi  da  affittare  ai  mercanti  e  qualcìie  regalia  offerta  dai 
mercanti  stessi    (1). 

Dal  1570  era  coadiuvato  da  un  alfiere,  scelto  da  prima  a 
suo  gradimento,  ])0i  eletto  pur  esso  dal  consiglio  tra  i  giovani 
nobili  0  dotato  di  una  provvisione,  che,  di  dieci  scudi  in  prin- 
cipio, salì  poi  a  dodici  e  infine  a  quindici  (2). 

Ma  se  gli  emolumenti  legali  non  erano  larghi,  discretamente 
redditizi  dovevano  riuscire  i  fitti  delle  due  botteghe  o  dei  banchi 
e  le  regalie,  con  molta  probabilità,  a  un  certo  tempo,  non  più 
spontaneamente  offerte,  ma  [)relevate  come  un  diritto  dovutogli. 
La  carica  stessa  inoltre,  così  elevata,  pareva  fatta  ai)posta  per 
solleticare  l'amor  proprio  e  l'ambizione  dei  signori  nobili.  Forse 
ci  furono  competizioni  e  contrasti;  certo  non  è  mancato  chi, 
sia  i)er  inettitudine,  sia  per  mal  frenata  cupidigia  (3),    provocò 


(la  E.  Spadolini  in  Le  Marche,  an.  VI  (1906),  fase.  1.  È  scinpliceiiiente 
superfluo  osservare  che  magistrature  straordiuarie  analoghe,  collegiali  o  no, 
hanno  il  governo  ed  amministrano  giustizia,  specialmente  la  civile,  in  tutte 
le  grandi  e  piccole  fiere  del  passato:  Huvklix  Sur  le  droit  dea  marchés  et 
des  foires,     Paris   1897  cap.   XV. 

(1)  Consigli,  voi.  4",  e.  5,  seduta  17  luglio  15,50;  voi.  6",\;.  96;  voi.  9", 
e.   36',   e  repertorio  dei   Bollettari,   voce  «  fiera  ». 

(2)  Consigli,   voi.   8",    e.   4'  e   189;   voi.   9%   e.   33',    97'   e   156. 

(3)  A  tentativi  di  lucro  ci  fa  i)en8are  non  solo  quanto  succedercà  nel  sec. 
XVII  per  opera  di  uno  dei  successori  del  capitano,  ma  anche  la  curiosa 
motivazione  di  un  ahbuono  latto  nel  1580  a  un  mercante  debitore  della 
comunità,  evidentemente  pel  luogo  occupato.  «  Item  a  Giovan  Domenico 
><  Mazza  fatto  buoni  grossi  cinque  per  debito  deli'  anno  passato  per  tante 
«  strenghette  (senigalliese,  per  piccole  cìnghie,  cininrc:  i\\\\  forse  nostri)  de 
«  seta   che   tolse  il  signor    Capitano     da    un    suo    compagno  ».     Forse    anche 


, 272   

«  (lesoidini  »;  fuori  di  dubbio  è  iiitiiie  die  la  spesa  anche  a 
qiitilche  padre  coscritto  pareva  v<  tropi)a  »,  non  jtroporzionata 
insomma  ai  vantaggi  che  la  carica  assicurava  (1).  Il  fatto  si  è 
che,  «  per  fuggire  ogni  pericolo  di  desordiui  altra  volta  seguiti  » 
e  liberare  la  città  «  dal  peso  di  così  grossa  spesa  »,  a  con- 
fessione del  duca  -  i)er  riavere  anche  sotto  il  suo  diretto 
dominio  Senigallia  durante  la  franchigia,  è  lecito  aggiungere 
-  nel  1590  Francesco  Maria  II  soppresse  senz'  altro  la  nui 
gistratura. 

Fu  un  piccolo  colpo  di  mano,  <;he  ha  tutta  V  aria  d'  essere 
stato  |)rei)arato  alla  sordina  e  conì))iuto  con  sorniona  astu/Ja. 
Sin  dall'anno  prima  aveva  sua  eccellenza  voluto  essere  informata 
«  di  tutte  le  concessioni  fatte  et  authorità  date  j)er  la  fiera  »,  (2) 
a  fine  di  provvedere  ai  lamentati  inconvenienti.  Ma  i  i)rov- 
vedimenti  si  facevano  aspettare  a  lungo  e  il  15  giugno  1590  il 
consiglio  procedette  alla  solita  elezione  del  capitano  di  fiera  in 
])ersona  di  un  Baldassarre  da  Ponte,  il  quale  —  vedi  combi- 
nazione!    -    si  disse  malato  di  renella  e  rinunciò   alla  carica  (3). 

Ecco  allora  il  duca  meravigliarsi  dell'  avvenuta  elezione 
«  mentre  si  trattava  da  noi  di  dar  qualche  conveniente  resolu- 
tione  »  e  ordinare  che,  accoltesi  le  presentate  dimissioni,  non 
si  ])roceda  ad  altra  elezione:  quando  sarà  tempo,  i)iovvederà  lui. 
Scorre  il  restante  del  giugno,  scade  il  magistrato  del  bimestre 
senza  lasciar  «  memoriale  »  al  riguardo  e  intanto  si  sparge  la 
voce  che  vsia  stata  abolita  la  carica  del  capitano.  11  nuovo  ma- 
gistrato convo(^a  il  consiglio  per  deliberare  quid  agendum  ». 
La  seduta,  3  luglio  1500,  si  presenta  subito    vivace.    Il    gonfa- 


«  Madonna  »  la  capitanessa  vien  fatto  di  sospettare  che  gradisse donativi 

non  spontanei:  «  Iteni  fatti  buoni  a  Silvio  va8(s)aro  da  Pesaro  per  tanti 
«  vasi  che  dette  l'anno  passato  a  Madonna,  grossi  dodici  »,  la  qnal  signora 
invero  non  si  riesce  altrimenti  a  capire  chi  potesse  essere,  se  la  comunità 
si  sentiva  in  dovere  di  saldarne  il  conticino,   Appendice,  n".   1. 

(1)  Consigli,   voi.    10",    e.   8-9,   e   IG' -  17. 

(2)  Consigli,   voi..    Il",   e.    3. 

(3)  Leti,  d    duchi,   voi.   II,  e.   19. 


-    273   - 

loniere  e  i  rcgoìcitori  scjiduti  «li  carica  sono  chiamati  a  render 
conto  della  loro  oi)era  e  questa  è  sconfessata.  Prevale  il  partito 
che  vuole  si  chieda  al  duca  licenza  di  far  la  fiera  e,  ottenendosi, 
sia  capitano  il  già  eletto  e  dimissionario  Da  Ponte.  Ma  quando 
si  viene  al  voto,  «  date  le  palle,  il  Luogotenente,  levandosi  in 
«  piede,  si  levò  dal  suo  luogo  e,  dicendo  che  voleva  se  peu- 
«  sasse  un  poco  meglio  jìrima  che  se  venisse  ad  altra  ressolu- 
«  tione,  se  partì  de  consiglio,  senza  aspettare  o  volere  che  si 
«  facesse  deliberatione  alcuna  ».  (1)  Riunitosi  di  nuovo  di  lì  a 
due  giorni,  il  consiglio  delibera  l'invio  di  due  ambasciatori  al 
duca.  Gli  ambasciatori  vanno,  tornano  e  riferiscono:  che  cosa, 
non  ci  è  detto;  ma  non  è  difficile  desumerlo  dalla  seguente 
lettera,  che  il  18  luglio  il  duca  inviava  al  suo  luogotenente, 
dalla  quale,  oltre  la  soppressione  del  capitanato,  appare  anche 
l'intenzione  di  sopprimere,  almeno  i)er  quell'anno,  la  fiera  stessa: 
«  Luogotenente,  vedemmo  quanto  scrivete  della  fiera,  che  seb- 
«  bene  s'è  pubblicato  per  bando  che  non  si  debba  fare  per  le 
«  ragioni  che   sapete »  (2) 

Così  i)er  colpa  di  uomini  e,  forse  anche  più,  per  ragioni 
politiche,  la  città  perdeva  la  magistratura  piti  caratteristica 
della  fiera.  E  da  allora  la  molteplice  giurisdizione  del  soppresso 
capitano  jìassò,  jier  la  parte  giudiziaria,  al  luogotenente  e  per 
la  parte  militare,  al  governatore  delle  armi  o  castellam». 

Il  pioposito  però  di  proibire  o  soppriniere  la  fiera  restò  de- 
luso. Di  fronte  alla  volontà  del  serenissimo  duca  era  sorta  ormai 
al  riguardo  della  fiera  una  potenza,  colla  quale  egli  non  poteva 
non  fare  i  conti:  il  bisogno  economico  che  ormai  e  la  città  e  il 
ducato  e  molti  centri  degli  stati  confinanti  o  lontani  sentivano 
dell'annuo  convegno  commerciale  sulle  sponde  dol  Misa.  «...  per 
«  le  ragioni  che  sapete  —  continua  la  citata  lettera  —  pur  vi 
«  concorrono  persone  con  robbe;  sì  che  per  satisfatione  di  que- 
«  sta  città  tolerate  che  si    facci,    ma    senza  altra    publicatione 


(1)  Consigli,  voi.   11",   e.   46-48  e   Leti.  d.  duchi,  voi.   II.  e.   20. 

(2)  Decreti,   voi.  A  A.  e.   131. 

18  —  itti  e  MeBorie  della  R.  Dep.  dì  Storia  Patria  p«r  le  Marche.  1912. 


-   274  — 

«  per  bando.    E,    perdio    passi    quietamente,    voi  e  il  capitano 
«  Paolo  fate  le  provisioni  che    converranno....  ». 

È  questo  l'ultimo  documento  che  ci  attesti  il  sentimento    e 
l'opera  dei  duchi  d'Urbino  in  relazione  alla  tìera   di  Senigallia. 

Lungi  dal  mitigare,  esso  aggrava  in  noi  l' impressione  di 
disinteresse,  quasi  di  diffidenza  e  fin  di  durezza,  che  ci  han 
destato  quasi  tutti  i  loro  altri  atti  riguardanti  la  fiorente  isti- 
tuzione. IS^on  ne  compresero  essi  né  lo  spirito  uè  1'  im^wrtanza 
economica,  sia  limitatamente  alla  città,  che  per  essi  pare  non 
avesse  altro  valore  se  non  militare,  sia  rispetto  alla  regione, 
che  pur  costituiva  gran  parte  del  loro  ducato.  Ben  diversi,  anzi 
antagonisticamente  diversi  si  rivelarono  coloro  che  possono  con 
siderarsi  lor  diretti  successori,  i  legati  pontifici,  la  cui  opera 
sollecita,  animata  dalla  più  schietta  simpatia,  si)esso  intelligente, 
energica  sempre,  avrà  parte  non  secondaria  alla  fortuna  della 
fiera  nella  sua  fase  di  decisiva  ascensione. 

* 
*     * 

Luogo  della  fiera  era  il  così  detto  «  Porto  ».  S'  inten«1eva 
con  tal  nome  nei  secoli  XVI  e  XVII  non  solo  il  rione,  cui  poi 
è  esclusivamente  restata  detta  denominazione,  ma  anche  quel 
che  j)otremmo  piìi  propriamente  chiamare  il  Lungomisa  di  destra. 
Era  questo  una  vasta  s])ianata,  che  prima  delle  nuove  fortifi- 
cazioni di  Guidubaldo  II  del  1546  (1)  restava  fuori  della  cinta 
murata,  tra  la  riva  destra  del  ])orto  canale  e  il  piede  delle 
mura  e,  in  seguito  alle  dette  fortificazioni  abbraccianti  il  rione 
Porto,  venne  a  trovarsi  inclusa  entro  la  città.  Da  porta  al  Prato 
—  che  doveva  sorgere  immediatamente  sotto  l'imbocco  dell'at- 
tuale via  Umberto  —  a  porta  Nuova  o  della  Marina  —  che, 
in  corrispondenza  colla  or  non  è  molto  demolita  i)orta  Clemen 
tina,  sorgeva  un  po'  piti  internamente  che  la  barriera  princij^e 
Amedeo,  ora  abbattuta  anch'essa  —  s'estendeva    in    lunghezza 


1 


(1)  Celli,     Le   fortificazioni    militari  di     Urbino,  Pesaro  e    Senigallia,    Ca- 
stelplauio,   1896. 


—  275   - 

nn  quattrocento  metri  circa,  e  in  larghezza,  dove  più  dove 
meno,  un  venticinque  metri;  un  ])o'  più  lai-ga  insomma  che  non 
fosse  sino  a  qualche  anno  addietro,  considerevolmente  i)iù  larga 
di  quel  che  va  risultando  in  seguito  ai  lavori  in  corso  di  si 
stemazione  del  Misa:  la  scarpata  della  primitiva  cinta  lasciata 
in  {»iedi  s'alzava  difatti  un  po'  più  internamente  che  non  la 
linea  dei  portici  eretti  nel  700  (1).  Rispondente  su  per  giù 
all'apertura  di  via  Cattare  era  il  ponte  del  Porto;  alquanto 
sotto  P  imbocco  dell'  attuale  corso,  più  verso  il  mare,  s'  apriva 
nelle  vecchie  mura,  la  porta  Vecchia,  uiunita  alla  destra  di  chi 
ne  usciva  di  un  torrione,  detto  di  porta  Vecchia  o  di  S.  Fran- 
cesco: isolati  in  mezzo  alla  spianata  erano,  tra  il  ponte  e  la 
porta  Vecchia,  una  loggia,  detta  similmente  del  Porto,  e  tra 
l)orta  Vecchia  e  porta  Marina,  una  fonte,  un  abbeveratoio  e  un 
lavatoio,  raggrui)pati  in  un  sol    corpo  (2). 

Su  quest'area,  che  i)er  gran  parte  del  sec.  XVI  era  sola, 
ad  esclusione  della  città,  riservata  alla  fiera  e  della  fiera  restò 
j)oi  sempre  il  cuore  pulsante,  per  cura  e  a  spese  della  comunità 
venivano  erette  baracche  di  legno,  ])omposamente  decorate  col 
nome  di  botteghe,  e  banchi,  che  si  affittavano  ai   mercanti    (3). 

Come  può  rilevarsi  da  quanto  ])recede,  il  fatto  che  caratte- 
rizza la  fiera  sin  da  questa  sua  prima  fase  è  il  forse  lento,  ma 


(Ij  Un  ultimo  lembo  di  questa  vecchia  cinta  è  certo  il  lireve  tratto  di 
scarpata  rimasto  incorporato  nella  prima  del  grnppo  di  case,  che,  immedia- 
tamente presso  1'  isola  di  fabbricato  già  dei  conti  Giierardi,  ora  «  albergo 
Roma  »,   prospetta  il  Foro    Annonario. 

{2)  Misnre  e  indicazioni  rileviamo  da  una  Pianta  d.  Città  e  Porto,  esistente 
in  Archivio  e  rilevati!  il  1734,  pochi  anni  innanzi  alla  costruzione  dei  portici 
sul  Lnngomisa.  Altre  piante  topografiche  sappiamo  esistere  alla  Oliveriana  di 
Pesaro.  Alcune  infine,  e  tra  queste  una  dello  stesso  torno  di  tempo,  ornano 
il  volume  Tondini,  Memorie  della  vita  di  Franceschino  Marchetti,  Faenza 
1795,   ma  della  cui  esattezza  non  c'è  da  essere  sicuri. 

(3)  La  comunità  si  era  riservata  la  privativa  nella  costruzione  delle  bot- 
teghe (Consigli,  voi.  5",  e,  12.5,  adunanza  4  luglio  1563)  e  un  diritto,  che 
direnano  di  prelazione,  nell'  affìtto  :  «  i  mercanti  della  città  non  possano  affit- 
tare le  loro  botteghe,  sinché  la  comunità  non  abbia  affittato  le  sue  »:  Con- 
sigli, voi.   9»,  e.   154t,  seduta  10  luglio  1583. 


—  276  -- 

incessante  salire.  Agli  inizi  e  per  qualclie  decennio  del  secolo 
XVI  essa  non  doveva  essere  che  un  modesto  mercato:  sono 
appena  34  fiorini,  pari  a  17  scudi,  che  la  comunità  ritrae  dagli 
affitti  delle  sue  botteghe  nel  1513  (1).  Per  lunghi  anni  in  se- 
guito non  abbiamo  più  indizio  di  sorta  sul!'  entità  della  fiera. 
Ma,  come  abbiam  visto,  nel  1548  o  1549  la  durata  della  tran 
chigia  da  cinque  è  portata  a  otto  giorni:  segno  che  l'affluenza 
delle  merci  è  tale  che  le  operazioni  non  possono  piti  esser  con 
tenute  nel  breve  limite  di  ten)po  assegnatole.  E  d'altra  parte, 
relativamente  al  1559,  c'è  pervenuta  notizia  in  una  lettera  di 
un  Ventura  Aquilino  (2),  senza  dubbio  luogotenente  ducale  a 
Senigallia,  che  alla  fiera  s'era  «  condotto  un  mondo  di  gente  » 
e  si  prevedeva  perciò  «  gran  fatica  »  a  farla  «  levare  »,  come 
all'ultimo  momento  il  duca  avevaj  imj^osto.  È  bensì  vero  che 
tre  anni  dopo,  nel  1562,  erano  apena  25  scudi  e  soldi  nove 
che  la  comunità  ritraeva  ancora  dalle  sue  botteghe  (3).  Salivano 
invece  a  scudi  46  nel  1568,  a  56  nel  1569,  ridiscendevano  a  23 
nel  1571  (4),  per  salire  ancora  a  scudi  28  e  grossi  20  nel  1580  (5). 
Ma  questo  dei  ])roventi  comunali  non  è  che  un  indice  as 
solutamente  relativo:  non  ci  dà  infatti  la  menoma  idea  di  quel 
che  fosse  la  quantità  di  merci,  che  trovava  posto  o  sul  suolo 
o  in  botteghe  e  magazzini  privati.  Tanto  è  vero  che  nel  1569 
si  sente  il  bisogno  di  chiedere  un  ulteriore  prolungamento  della 
franchigia,  i^el  1590  infine,  sin  da  qualche  giorno  prima  che 
entri  la  franchigia  -  la  lettera  del  duca  che  revoca  la  proi- 
bizione della  fiera  è  datata  18  luglio  e  la  franchigia  entrava  il 
giorno  seguente  —  l'affluenza  è  già  tanta  che  il  duca  deve 
fingere,  a  edificazione  dei  fedelissimi  sudditi,  di  non  averla  i)roi 


(1)  Repertorio  di  Bollettari,  voce  «  fiera  »  ;  e  forse  entravano  nella  somma 
anche  i  fitti  della  fiera  di  S.  Francesco,  giacché  nel  1549  qnelli  della  sola 
Maddalena  davano  ancora  fior.  19,  pari  a  se.  9  '/^^  Miscellanea,  v.  C,  n.  22,  e.  2. 

(2)  Arch.   di  Stato  di  Firenze,    Carte  d'  Urbino,  I,  G.  256,  e.   572. 

(3)  Repertorio  d.   Memorie  diverse,  voce  «  fiera  ». 

(4)  Repertorio  di  Libri  di  computisteria,  e.  32t;  Miscellanea  v.  C.  n.  22, 
e.   3  e  n.   25,  e.  9. 

(5)  Appendice,  n.    1. 


—  277    — 

bita.  A  quevsto  tempo,  non  v'ha  dubbio,  la  fiera  ha  definitiva- 
mente assunta  la  sua  specifica  funzione  di  fornitrice  delle  regioni 
finitime;  eppure  le  cifre  dei  fìtti  comunali  nel  1597  non  sale 
che  a  105  scudi  e  4  grossi  (1). 

Scendere  da  queste  notizie,  generiche  più  che  generali,  ai 
particolari  del  movimento  delle  merci  durante  la  dominazione 
roveresca,  è  semplicemente  impossibile.  Non  ci  sovvengono  al 
proposito  che  le  due  povere  liste  di  botteghe  comunali  affittate 
nel  1580  e  nel  1597,  che  diamo  in  appendice  e  che  natural- 
mente non  ci  ])Ossono  fornir  luce  se  non  su  una  parte  molto 
ridotta  del  contributo  di  merci:  sul  resto,  la  gran  massa  d^ìlle 
merci  e  prodotti,  siamo  poco  meno  che   all'oscuro. 

Or  dunque,  se  da  queste  magre  indicazioni  è  lecito  arguire 
almeno  l'estensione  territoriale  della  zona  interessata  alla  fiera, 
intorno  al  1580  la  fiera  è  ancora  poco  più  che  regionale  (2). 
Tra  i  19  mercanti,  che  nel  1580  presero  jwsto  su  aree  e  bot 
teghe  comunali,  di  soli  undici  ci  è  indicata  la  provenienza. 
Erano:  tre  da  Urbino,  uno  da  Santa  Sofia  (Montefeltro,  ora 
prov.  di  Firenze),  tre  da  Ancona,  uno  da  Città  di  Castello,  uno 
da  Fano,  uno  da  Pesaro  e  «  li  vitrari  da  Faenza  »  :  tutti  luoghi 
o  del  ducato  (Urbino,  Santa  Sofìa,  Pesaro),  o  più^o  ineno  i)ros- 
simi,  anzi  confinanti  col  ducato. 

Le  informazioni  intorno  alle  merci  recate  da  costoro  si  fanno 
desiderare  anche  di  più.  I  tre  da  Urbino  son  tutti  cappellai: 
uno  modestamente  occupa  una  semplice  «  banca  »  per  24  grossi; 
il  secondo,  una  bottega  per  uno  scudo,  e  il  terzo,  «  il  luogo 
della  pietra  fuora  della  porta  »  i>er  due  scudi. 

Due  di  Ancona  sono  designati,  1'  uno  come  «  stagnaro  », 
fabbricante  cioèfdi  utensili  di  latta,  l'altro  «  panisellaro  »  (3), 
ossia  mercante  di  stoffe:  occupano,  |)er  24  grossi  l'uno,  il  primo 


(1)"^ Appendice,  n.    2. 

(2)  Appendice,  n.    1. 

(3)  Più  comunemente  «  panegellaro  »,  «la  panigelli.  Un  articolo  sui  fune- 
rali del  1551  suona:  «  lutendemo  anche  il  medesimo  per  le  donne  sollite 
andare  coi  panigelli  da  coretto  (lutto)  »:  Leti,  dei  duchi,  voi.   II,  e.   171. 


—  278  — 

ia  facciata  interna  del  torrione,  il  vsecondo  nn    pilastro    interno 
dalla  porta. 

Della  stessa  importanza  risultano  «  li  vitrari  da  Faenza  » 
—  evidentemente  maiolicari  —  i  quali  «  per  il  luogo  delle 
maioliche  pagamo  »  in  tutto  24  grossi;  mentre  il  loro  collega, 
«  Silvio  vassaro  da  Pesaro  »   pagò  uno  scudo. 

Mercajiti  piìi  facoltosi  sembrano  i  due  mereiai  (1),  dei  quali 
uno  da  Fano,  e  che  pagano  scudi  uno  e  grossi  20  ciascuno.  Il 
fìtto  più  alto  è  pagato  in  quattio  scudi  «la  un  (ìiovan  Dome 
nico  Mazza,  forse  con  seterie  o  più  probabilmente  mercerie,  da 
«  li  calderai  »  e  da  altro  con  merci  non  speciticate.  Di  costoro 
è  taciuta  la  provenienza. 

Sin  dal  1597  invece,  anche  da  queste  sole  merci  clie  sono 
state  collocate  su  aree  e  in  botteghe  comunali,  è  possibile  in 
travedere  il  carattere  interregionale,  che  la  fiera  va,  anzi  è 
andata  assumendo  (2).  Ben  73  furono  i  niercanti  affittuari  delle 
botteghe  comunali,  provenienti:  due  da  Venezia,  uno  da  Salò, 
uno  da  Ferrara,  uno  da  Ravenna,  uno  da  Faenza,  uno  da  Ur- 
bino, quattro  da  Pesaro,  due  da*  Fano,  due  da  Fossombrone, 
uno  da  Montebaroc(no,  tre  da  Peigola,  due  da  Orciano,  quattro 
da  Mondolfo^  uno  da  Ripe,  otto  da  Ancona.  Dei  restanti  32  al 
solito  non  c'è  detto  donde  fossero.  Anche  in  quest'  anno  —  a 
parte  i  32  di  provenienza  non  indicata  —  l'elemento  regionale 
è  naturalmente  in  prevalenza.  Ma  accanto  al  ducato  d'  Urbino 
e  allo  stato  pontificio  sono  già  rappresentati  i  domini  di  Venezia, 
il  ducato  di  Ferrara,  e,  dello  stato  pontificio,  un  centro  relati- 
vamente lontano  e  importante,   Ravenna. 

Le  merci,  che  con  tutta  sicurezza  si  possono  desumere  dalle 
designazioni  che  accompagnano  non  i)Ochi  nomi  di  mercanti, 
sono:  stoffe,  calzature,  cai)peni,  mercerie,  lavori  in  legno,  lavori 
in  ferro,  maioliche,  terraglie  comuni,  stacci,  crivelli,  stuoie,  pale, 
archibugi,  profumi.  Con  quasi    altrettanta    sicurezza  si  possono 


(1)  Articoli  costituenti   «  merciarie  »    erano  :    «  streiighe,  guanti,   cortelli, 
pelle  <li  camozze  et  altre  robbe  simili  ».  Cfr.   Appendice  n.   3. 

(2)  Appendice  n.  2. 


^  279  — 

itconosceie  filati  di  canapa  o  di  cotone  nella  merce  di  un  «  Bar- 
tolomeo filaro  »,  e  cristalleria  da  tavola  in  quella  di  un  «  Me- 
nino dai  becbieri  -,  che  paga  un  fitto  non  indifferente,  scudi 
due  e  grossi  sei  (1).  Chiarissima  poi  è  di  per  sé  la  denomina- 
zione «  il  giucatore  »:  un  qualche  tenitore  di  banco,  che,  a 
giuditare  dal  fitto  tra  i  pochi  alti,  ben  tre  scudi,  doveva  fare 
affari  d'oro  (2).  Solo  di  alcune  di  dette  merci  è  indicata  la 
provenienza. 

Le  stoffe  sono  portate  da  due  «  panegellari  ,  dei  quali  uno 
paga  il  fitto  più  alto  di  tutti  i  72  suoi  colléghi,  sei  scudi,  e 
V  altro  due.  Con  molta  probabilità  vanno  aggiunti  ad  essi  i  tre 
mercanti  di  Pergola,  i  cui  famosi  —  famosi  almeno  nella  re- 
gione —  mezzolani  troveremo  allo  metà  del  secolo  successivo, 
se  pur  non  avevano  essi  cuoi  conci,  altri  prodotti  della  varia 
industria  pergolese,  frequentante  in  seguito  la   fiera. 

Le  calzature  sono  pur  esse  portate  da  due  mercanti,  di  cui 
uno  espressamente  designato  di  Ancona.  Ma  poiché  1'  arte  del 
calzolaio  era  in  questa  città  largamente  esercitata  (3)  e  calzo- 
lai esclusivamente  di  Ancona  ritroveremo  in  seguito,  non  pare 
arrischiato  supporre  che  anconitano  fosse  anche  1' altro  e  che  vi 
abbiano  portato  la  stessa  merce  altri  tre,  similmente  di  Ancona, 
tanto  i)iìi  che  si  trovano  nello  stesso  riparto  e  pagano  il  mede 
Simo  fitto,  20  grossi. 

I  cappelli  quest'  anno  sono  venuti  da  Ravenna  e  pagano  uno 


(1)  Per  nulla  chiara  invece  è  la  designazione  contenuta  nella  parola  ab- 
breviata ber.ni,  apposta  a  «  doi  mastri....  d'Ancona  ».  Ove  non  si  tratti  di 
mastri  bergamini,  conciatori  e  preparatori  cioè  di  carta-pecora  —  e  in  Ancona 
sino  dal  1378  era  esercitata  1'  arte  della  concia  (Spadolini,  Il  commercio,  le 
arti  e  la  Loggia  de'  Mercanti,  Portocivitauova,  1901,  pag.  50)  non  eapreni- 
mo  davvero  come  altrimenti  sciogliere  1'  abbreviazione. 

(2)  Che  il  gioco  fosse  in  fiera  praticato  e  tollerato,  ce  lo  fa  sapere,  sia 
pnr  tardi,  nel  1675,  una  deliberazione  del  consiglio  di  «  supplicare  il  legato 
che  in  fiera  non  si  possa  giocare  in  altro  luogo  a  carte  che  nel  palazzo  co- 
munale, con  applicare  il  provento  per  mobigliare  la  camera  della  Residen- 
za »  :   Consigli,   voi.   44",  e.   204. 

(3)  Spadolini,  Il  commercio,  le  arti  ecc.,  pag.  64  e  segg. 


—  280  — 

sondo  e  20  «rossi  ;  dei  tre  mereiai  uno  è  d'  Aneoiia  e  un  altro 
d'  Urbino  :   pagano  uno  sondo. 

Lavori  in  legno,  certo  casse  o  arche  e  altri  mobili  di  abete 
e  di  noce,  come  troveremo  nel  secolo  sncoessivo,  sono  portati 
da  tre  <•  caselari  »,  cioè  oassettari,  ossia  faleg'nami  e  da  un 
«  marangone  »,  lo  stesso  che  falegname.  ])i  nessuno  e'  è  detta 
la  provenienza  ;  ma  non  si  va  lontano  dal  vero,  supponendoli 
di  Fano  o  di  Pesaro,  che  nel  XVII  vedremo  inviare  quasi 
esclusivamente  il  prodotto.  Tenuto  conto  di  questo,  può  forse 
assegnarsi  allo  stesso  gruppo  un  quinto,  «  mastro  Serafino  da 
Pesaro  »  :  tutti  pagano  uno   scudo. 

I  lavori  in  ferro  sono  recati  da  due  «  magnani  »,  1'  uno  di 
Pesaro,  e  paga  uno  scudo,  1'  altro  di  Orciano,  e  paga  20  grossi. 

Altro  prodotto  largamente  rapiiresentato  in  tiera  nel  secolo 
successivo,  tanto  da  costituirne  uno  dei  prodotti  caratteristici, 
sono  le  niaioliche.  Specificatamente  non  risulta  che  un  «  Cesaro 
vasaro  »  —  vasaro  è  la  designazione  comune  dei  fabbricanti  di 
maioliche  nel  XVI  e  nel  XVII  secolo  —  :  paga  tre  scudi,  un 
fitto  dei  pili  alti.  Neanche  di  esso  conosciamo  la  provenienza  ; 
ma  senza  dubbio  viene  da  uno  dei  due  y)rincipali  centri  di  que- 
sta splendida  industria  del  ducato  :  Pesaro  e  Casteldurante  o 
Uibania.  Anche  ad  esso  si  potrebbero  aggiungere  un  -  Dome- 
nico da  Faenza  »,  «  Rafael  da  Pesaro  »  e  «  Alessio  da  Pe- 
saro ». 

Poveri  vasi  destinati  alle  fumose  cucine  e  alle  umili  tavole 
dei  poveri  diavoli  erano  senza  dubbio  i  cocci  di  «  mastro  Pauolo 
pignataro  »,  che  paga  per  suo  fìtto  non  più  che  20  grossi.  Agli 
stessi  esclusivamente  o  prevalentemente  destinati  sono  le  pale, 
i  crivelli,  gii  stacci,  le  stuoie,  gli  archibugi. 

Prodotti,  che  pei  fìtti  pagati  o  per  la  provenienza  destano 
impressione  di  pregio,  sono:  i  profumi,  scudi  due;  le  lame  di 
«  Battista  si)adaro  »,  scudi  quattro  ;  la  merce  innominata  di  uno 
dei  due  veneziani,  forse  le  droghe,  scudi  quattro  del    pari. 

Va  segnalata  infine  la  presenza  di  sette,  indicati  come  ebrei, 
ai  quali  debbono  con  certezza  aggiungersi  altri  tre,  clie  il  nome 


n 


—  281   — 

rivela  loro  contiligionari  :  nn  (iraziadio,  un  Salomone  ferrarese, 
un  Beniamino. 

Tutto  ciò  dunque  aveva  ]>reso  posto,  alle  fiere  del  1580  e 
del  1597,  in  botteghe  e  aree  comunali.  Ma,  come  si  è  detto, 
questo  non  costituiva  die  una  parte,  e  non  la  maggiore,  del  con- 
tributo di  merci,  le  quali,  confinate  sino  a  qualche  anno  dopo 
la  metà  del  secolo  (1)  —  forse  per  ragioni  militari  -  alla  spia 
nata  del  porto,  avevano  già  subito  do[)o  sni)erato  la  vecchia 
cinta  e  invaso  e  occupato  le  vie  e  le  jjiazze  interne  della  città. 
Di  che  entità  fosse  questo  maggior  contributo,  nessun  documento 
ce  lo  dice  relativamente  a  questo  secolo  né  al  successivo  ;  ma 
di  (;he  costituito,  i>ossiamo  almeno  immaginarlo. 

La  serie  dei  capitoli,  che  regolava  i  già  ricordati  dazi  di 
transito  e  d'  esi)ortazione  e  che  furono  rimaneggiati  nel  1578, 
nominano  nelle  loro  minuziose  disposizioni,  oltre  le  grascie  e  il 
bestiame  d'  ogni  qualità  e  generazione  :  la  vallonea,  la  foglia  di 
mortella,  lo  scotano;  aranci  e  limoni;  agli  e  cipolle;  tavole  e 
legnami  ;  ferro  ;  anguille  marinate  ;  lino,  canai)a  e  lana  (2). 

E  un  lungo  e  minuto  regolamento  sanitario  emanato  dal  duca 
di  Urbino  1'  anno  innanzii,  il  20  giugno  1577,  espressamente  pel 
porto  di  Senigallia  (3),  prescrivendo  gli  «  ordini  et  modi  da  te- 
nersi et  osservarsi....  circa  le  persone  robbe  et  merci  che  ver 
ranno  e  acapitaranno  in  quel  i)orto  »,  ci  fa  sa[)ere  che  relazioni 
commerciali  con  Senigallia  avevano  o  potevano  avere  già  :  Fer- 
rara e  il  Feirarese,  di  cui  per  l'appunto  abbiam  visto  un  rap- 
l)resentante  alla  fiera  del  1597  ;  Chioggia,  donde  i)otevano  ve- 
nire le  ferrarecce  ;  il  Friuli,  1'  Istria,  la  Dalmazia,  Ragusa  e 
luoghi   «  soggetti  al  turco  ». 

Specificando  poi  le  norme  da  seguirsi   per  la    disinfczione    e 


(1)  Il  6  luglio  1545  la  duchessa  d'  Urbino  concede  che  si  faccia  la  fiera 
«  fuori  della  città  »  e  di  nuovo  il  5  luglio  1552  permette  la  solita  fiera, 
«  ma  fuor  della  terra  »:   Leti,  dei  duchi,   voi.   IV,   e.   64  e  86. 

(2)  Sfatntoruni  et  Refoì-maUonum Seiivg.,  Ms.    e.   169t-171  ;    ediz.    1537, 

L.  VI,  p    3t  5  ;   Decreti  AA.,  e.    84t-90. 

(3)  Appendice  n.   3. 


—  282  — 

ammission(3  dei  prodotti,  detto  regolamento  ricorda  :  «  ferrarec- 
cie  d'  ogni  sorta....  rami,  piombo,  stagno,  ottoni  lavorati  e  non 
lavorati  »  ;  legnami  grossi  e  sottili  ;  salumi  in  botticelli  e  in 
balle;  i)annine  e  lane;  lini,  cotoni  e  telerie;  sete  grezze,  filate 
e  in  drappi  ;  «  merciarie,  come  strenghe  (cinghie),  guanti,  cortelli, 
])elli  di  camozze  »;  cere  vergini  e  lavorate;  «pòveri,  garofani, 
canelle,  gengeri,  noce  moscate  e  altre  spetiarie  »;  zuccheri;  miele; 
olio;  «  pegole,  rascie  (1),  vetrioli,  solfori,  alumi  »;  «  tossiclii, 
cioè  silimati  (2),  arsenico,  risogallo,  argentovivo  »;  «  piombo  bru- 
siato  (3),  colori  da  pitori  »  ;  «  <!uori  asinini,  cuori  salati  et 
libretti  bagnati,  boldroni  (4)  et  altre  pelle  die  abbiano  lana, 
cordovani  (5)  et  altri  corami  conci,  zambellotti  (G),  m(»ccliaiari  (7) 
di  Fiandra  come  di  Levante  »  ;  castrati  vivi  e    cavalli. 

Che  tutto  ciò  si  trovasse  già  durante  la  franchigia  raccolto, 
disposto  in  «  teatri  di  vaghissima  prospettiva  »,  ammuccliiato  o 
accatastato  sul  suolo  lungo  la  riva  del  Misa  in  masse  o  «  par- 
tite »  imjionenti,  noi  non  atteiineremo  ;  ma  che  molti,  se  non 
tutti,  vi  fossero  rappresentati  e  varii,  specialmente  i  prodotti 
che  ritroveremo  costituire  gli  articoli  caratteristici  della  fiera 
nel  secolo  successivo  —  legnami,  salumi,  tele,  lane,  canape, 
cuoi  —  vi  figurassero  in  quantità  ragguardevole,  è,  se  non  certo, 
molto,  estremamente  probabile. 

La  fiera  così,  ormai  assicurata  tra  le  istituzioni  cittadine  più 
produttive,  ormai  esercitante  una  funzione  economica  che  inte- 
ressa —  per  lo  smaltimento  del  superfluo  e  il  rifornimento  del 
necessario  —  il  ducato  d'  Urbino,  varie  regioni  limitrofe  e  forse 
anche  qualche  paese  più  lontano,  s'avvia  risolutamente  verso  la 
grandezza  e  1'  importanza,  che  la  [)osizione  della  città,  le  esi- 
genze della  regione  e  le  cure  degli  uoniini  le   van    preparando. 


(1)  Raschiatura  delle  botti  per  trarne  il  cremor  di   tartaro. 

(2)  Forse   «  sublimati  » . 

(3)  Lo  stesso  che  miuio. 

(4)  Velli  di  pecora. 

(5)  Pelli  di  capre  o  castroni,  originariamente  conciate  a  Cordova. 

(6)  Forse  lo  stesso  che  «  cambellotto,  cammellotto  »,  tessuto  già  di   pelo 
di  cammello,  poi  di  pelo  di  capra. 

(7)  Sorta  di  tela  con  pelo. 


Capitolo    III 
Il  fiecolo  A  VII 

La  dominazione  ecchsiaslica  e  la  fiera  ;  franchigia  personale  -  Limitazioni  alla 
franchigia  reale  -  Le  regalie  dei  castellani  -  La  rivalità  commerciale  d'  An- 
cona -   1/  azione  dei   legati,   dnrante    il  sec.   XV IL 

Il  ritorno  di  Senigallia,  in  seguito  alia  morte  di  Francesco 
Maria  II  (28  aprile  1031),  «  sotto  il  pristino  dominio  di  S. 
Chiesa  »  o,  anche  più  leggiadramente,  «  sotto  l'  incomparabile 
vigilanza  e  bontà  di  Sua  Beatitudine  »,  dovè  essere  atteso  e 
salutato  dalla  città  con  speranze  addirittura  chimeriche.  Nel 
previsto  evento,  s'  era  essa  affrettata  sin  dal  1630  a  formulare 
e  presentare  al  pontefice  i  suoi  voti  :  tornare  a  essere  centro  e 
capo  di  una  circoscrizione  alla  diretta  di|)endenza  da  S.  iS.,  di 
una  legazione  o  provincia  autonoma,  quale  aveva  ottenuto  di 
essere  nel  1519  da  Leone  X  e  meglio  e  più  notoriamente  era 
stata  dui'ante  le  brevi  signorie  di  Antonio  Piccolomini  (1463- 
04)  e  di  Giovanni  della  Rovere  (1474  1501)  (1).  Meno  poche  con- 
cessi()ni  di  carattere  tinanziario  ed  econoniico^  Senigallia  non  ot- 
tenne altro,  e  da  comunità  del  ducato  d'  Urbino,  passò  di  nuovo 
sotto  la  chiesa,  nell'  identica  modesta  condizione  di  comunità 
«lil»endente  dalla  legazione  d'  Urbino. 

Il  fatto,  comunque,  doveva  avere  i)er  1'  avvenire  della  fiera, 
e  quindi  della  città,  un'  importanza  decisiva.  Abbiamo  già  ac- 
cennato che  a  questo  tempo  i  due  centri  commerciali  delle  vi- 
cinanze, Ancona  e  Kecanati,  erano  entrati,  particolarmente  il 
primo,  in  un  periodo  di  grave  decadenza:  il  che  già  costituiva 


(1)  Lett.  d'udienza,  yol.  1",  e.  139  e  sej?.  La  pratica,  non  breve  uè  priva 
d'  interesse,  per  regolare  i  rapporti  colla  rinnovata  dominazione  pontificia,  iu 
Ambasc.  uvvoc.  e  procur.,  voi.    1",    e.    28-48, 


—  284   — 

per  sé  una  condizione  favorevole  all'  ulteriore  incremento  delia 
fiera.  Ora,  il  venir  Senigallia  a  trovarsi  parte  di  uno  stato  ter- 
ritoriale assai  pili  esteso  del  vecchio  ducuto  e  del  vecchio  du 
cato  in  (condizioni  economiche  non  gran  che  migliori,  allargando 
—  sia  i>ure  non  immediatamente  e  non  per  tutti  i  prodotti  — 
le  barriere  doganali  ai  confini  molto  piìi  vasti  della  nnova  unità 
politica,  la  sollevava  senz'  altro  alla  posizione  privilegiata  di 
emporio  di  primo  ordine  i)ei'  lo  smaltimento  e  il  rifornimento 
delle  provinole  prontifìcie  dal  Po  al  Tronto  e  dall'  Adriatico 
al  dorsale  dell'  A[)pennino, 

S'  aggiunga  che  —  quale  che  sia  il  giudizio  che  i)0ssa  farsi 
intorno  all'opera  di  governo  civile  dello  stato  ecclesiastico  do 
pò  il  XVI  secolo  —  V  azione  governativa  dei  legati,  quasi  au- 
tonomi da  Roma,  fu,  almeno  nella  provincia  d'  Urbino  e  per 
quanto  riguarda  le  condizioni  di  vita  materiali,  non  diremo  illu- 
minata, ma  certo  assai  migliore  «Iella  fanui,  che  persegue  an 
che  là  dove  non  dovrebbe  la  teocrazia  di  Roma  (1);  si  tenga 
presente  che  nei  riguardi  «Iella  fiera  e  delle  cose  e  interessi 
che  le  si  riferivano,  i  legati  diedero  incessante  ])rova  di  una 
larghezza,  j)rudenza,  sollecitudine,  che  fanno  spiccato  contrasto 
colla  durezza  militaresca  dei  duchi  :  e  non  farà  meraviglia  che 
colla  dominazione  ecclesiastica  la  fiera  entri  decisamente  nella 
fase  della  sua  trionfale  ascesa.  Durante  la  quale,  naturalmente, 
come  va  modificando  alcnne  delle  caratteristiche  che  le  abbia 
luo  visto  nel  secolo  precedente,  così  ne  va  per  contro  assu 
mendo  di  nuove. 


(1)  «  E  come  lui  (il  papa)  erano  ignari  del  governo  i  prelati  che  venivano 
mandati  a  reggere  1'  una  o  1'  altra  provincia  pontifìcia,  alla  quale  erano  quasi 
aennpre  estranei  per  origine,  per  interessi,  per  statuti  »  :  così  sommariamente, 
uno  storico  moderno  che  pur  gode  meritata  autorità  di  dotto  e  conscenzioso, 
Callegari,  Preponderanze  straniere.  Milano,  Vallardi,  p.  231.  La  verità  è  — 
e  ne  avremo  la  riprova  nel  seguito  del  nostro  studio  —  che  la  storia  dello 
stato  pontificio  nei  secoli  ultimi  non  èi  ancora  studiata  a  dovere  e  per  cou- 
aegnenza  non  ancora  nota  come  dovrebbe.  E  gli  archivi  di  tutte,  anche  le 
più  modeste,  città  ex-pontitìcie  contengono  tesori,  che  aspet/tano  d'  essere  messi 
in  luce  ! 


—  285  — 

La  durata  della  franchigia  rewta,  i>€r  qnasi  tutto  il  secolo 
XVII,  di  otto  giorni,  conje  era:  generalmente  —  che  non  i)are 
fosse  di  regola  —  i  tre  precedenti  e  i  quattro  successivi  al 
22  luglio. 

In  queir  efflorescenza  di  speranze,  che  1'  avevano  indotta  a 
sognare  di  poter  essere  di  nuovo  capitale  d'  una  sia  ])ur  niinu- 
s<;ola  signoria,  Senigallia  tra  le  parecchie  altre  cose  aveva  ben 
chiesto  a  sua  beatitudine  Urbano  Vili,  il  prodigo  Barberini  : 
1."  «  di  poter  fare  la  solita  fiera...  alla  quale  per  otto  giorni 
A  nauti  detta  festa  et  otto  doi)po  possi  venire  de  ogni  luogo 
«  per  mare  e  per  terra  mercantie  salve  e  sicure  e  quelle  re- 
«  condurre  senza  pagamento  alcuno  di  datio  o  gabella,  sì  come 
«  anco  per  tutto  il  detto  si)atio  di  tempo  possa  qualsivoglia 
«  persona  venire  e  stare  sicuro,  tanto  j^er  cagione  di  debiti 
«  quanto  per  malefìtii,  purché  non  sia  condanata  in  pena  ca- 
«  pitale  »;  2."  di  poter  anche  «  secondo  il  costume  antico... 
«  extrahere  un  cittadino  per  <',apitano  di  detta  fiera,  con  fa- 
«  colta  di  curare  et  decidere  tutte  le  cause  civili,  criminali  e 
«  miste,  che  occorressero  dentro  il  tempo  di  essa  fiera  »   (1). 

Ma  la  beatitudine  di  Urbano  Vili  non  aveva  creduto  di 
acconsentire  alla  dujilice  richiesta  e  s'  era  limitata,  con  bolla 
17  settembre  1638,  a  confermare  puramente  e  semplicemente  la 
fiera,  così  come  era,  nella  sua  durata  normale  di  otto  giorni  : 
«  insuper  solitas  nuudiuas,  quae  octo  diebus  durent...  contìr- 
«  mamus  et  approbamus  »  (2).  Solo  in  via  di  favore,  «  ])er 
compiacere  alla  città  »,  che  aveva  rinnovata  1'  istanza  i)er  di- 
ciassette giorni,  il  vice- legato  Mattei  concesse,  i)rima  che  fosse 
])ubblicata  la  bolla,  che  per  quel  solo  anno  m'oli  la  fiera  du- 
rasse dalla  metà  alla  fine    di  luglio  (3). 

Parimenti  per  ragioni  estranee  a  esigenze  commerciali,  s'in- 
dusse nel  104!)  Inno(;enzo  X  a  portarla  a  tredici  giorni  i)er 
tutto  il  dcHiennio   l()40-.")8,    anticipandone    1' apertuta    al   14   lu- 


(1)  Lett.   d'udienza,  v.   1",  e.    139  e  seg. 

(2)  Decreti,   v.    li,   e.   83t. 
{'S)   ivi,   e.   83. 


—   286  — 

glio:  «...  demniii  solitas  nundiiuis,  que  per  octo  ante  festum 
«  li.  M.  Magdaìenae  et  post  ipsmii  festniii  iter  alios  quatuor 
«  (lies  (lureiit, . . .  contìinaMins  et  api)robainiis  »  (1).  Col  1()59 
pertanto  la  franchigia  tornava  alla  sua  duiata  solita  di  otto 
giorni.  A  tanti  restò  tìssa,  meno  un'  eccezione  pel  1074  (2), 
sin  verso  la  line  del  secolo.  Negli  ultimi  di  questo  finalmen- 
te —  e  non  possiamo  jirecisare  da  che  momento  —  la  trovia- 
nu)  jiortata  di  nuovo  e  indefinitamente  a  giorni   tredici    (3). 

Ma,  se  per  la    maggior  parte    del     secolo    resta    limitata  a 
otto  giorni    -    e  non  dovè    essere  un  male,  in    quanto,  costrin 
gendo  le  o])erazioni  «commerciali  entro  il   breve  giro,  le  intensi 
fica  va  e  liberava  insieme  i  mercanti  da  maggiori  sj)ese  per  noli 
e  mantenimento  —  la    franchigia    nel  corso    del  XVII  va  gra 
vemente  e  presto  modificando  la    sua  imrtata    fiscale.  Conserva 
invece  intatta  la  vsua  latitudine  per  ciò  che  riguarda  le  persone 
e  le  merci  in  quanto  proprietà  delle  persone.  An/.i,  sotto  questo 
aspetto,  è  meglio  chiarita  e  definita,  e  dalle  autorità  locali,  del 
l)ari    che    dall'  autorità  superiore,   è  fatta  osservare  con  un  im- 
pegno, uno  scrupolo    e  uno  zelo,    di  cui,  sfuggendoci    la  recon 
dita  ragione,  non  riusciamo  a  frenare  un  senso  di  meraviglia  (4). 


(1)  Privilegi  e  chirogr.,  div.  N.   19. 

(2)  A  comp(M]8o  della  niaiicata  fiera  del  1673  quest'  anno  fu  prolungata  la 
fraiicliigia  di  dieci  giorni:  Letf.  d'udienza,  v.  18,  e.  33.34.  Come  nel  1553 
e  1554,  anche  in  qnest'  occasione  s'  oppone  al  prolungamento  il  doganiere. 
Interviene  il  legato  e  ottiene  che  «  si  aggiusti  il  doganiere  »  con  100  scudi  da 
pagargli  sulla  cassa  del  porto  :  Lett.  d'udienza,  v.  18,  e.  33,  67,  114  ;  Conngli, 
V.  44,  e.   112t  e   123. 

(3)  Nel  1694  risulta  già  di  13  giorni  come  nella  prima  metà  del  secolo 
successivo  :   Fiera  d'  Ancona,  v.    1°,  e.   3t. 

(4)  Al  riguardo  della  franchigia  o  immunità  personale,  V  Huviìlin,  Sur 
le  droif  des  marohés  et  des  foires,  Paris  1897,  p.  451,  osserva  semplicemente 
che  «  la  sua  utilità  nel  medio  evo  è  indiscutibile  ».  Nulla  di  piìi  vero.  Du- 
rante l'  età  comunale  in  particolar  modo,  banditi  da  una  città,  sede  di  mer- 
cato, possono  essere  e  il  più  spesso  sono,  oltre  a  delinquenti  comuni,  citta- 
dini di  città  nemiche  o  solo  antagoniste.  E  in  questo  stato  di  cose  la  santità 
del  diritto  d'  asilo  la  franchigia  personale  delle  fiere  non  è  che  questo 
—  è  perfettamente  spiegabile.   Ma  nel  600,  così  in   Francia,  cui  più  special- 


—  287  — 

Valga  ad  esempio  il  fatto  occorso  nella   fiera  del   1641. 

Un  ebreo  levantino,  abitante  in  Ancona,  tal  liaffaele  Na 
niias,  creditore  per  1500  scudi  d'un  suo  correligionario  vene 
ziano,  Giacomo  Bacani,  nel  timore  di  «  restarne  scoperto,  pro- 
«  curò  di  asìcurarsi  di  alcune  robe  e  merci  che  esso  —  il 
«  Bacani  —  aveva  alla  fiera  di  Senigallia,  dove  aveva  per 
«  detto  temi)o  botega  ».  E,  ricorso  al  luogotenente  —  erede, 
come  sappiamo,  dell'  autorità  giudiziaria  del  soppresso  capitano 
di  fiera  —  ne  ottenne  un  ordine  di  sequestro,  un  non  aperia- 
tur,  che  fu  affìsso  alla  porta  di  bottega  del  suo  debitore  i)ro- 
prio  la  sera  del  22  di  luglio. 

Ma  ser  Giacomo,  che  doveva  saperla  lunga  in  fatto  di  fran- 
chigia, gi«^  che  si  trovava  sul  jmsto  per  1'  ai)punto  il  vice  le 
gato^  ricorse  senz'altro  a  sua  eminenza.  E  sua  eminenza  «  non 
«  a[)rovando  in  alcun  modo  quanto  era  stato  dal  detto  locote- 
«  nente  fatto,  non  solo  il  tutto  rivocò  et  anulò,  con  ordinare 
«  al  medemo  cancelliere  del  locotenente  che  levasse  subito  il 
«  detto  non  aperiatur  et  che  non  si  molestasse  esso  debitore 
«  in  alcun  modo,  stante  i  privilegi  della  sudetta  fiera;  ma  an- 
«  co  es[)ressamente  ordinò  al  medemo  in  juiblica  fiera  che  fa- 
«  cesse  sapere  al  locotenente  che  dovesse  al  sudetto  oratore 
«  —  al  Namias  creditore  —  restituire  i  capisoldi  indebitamente 
«  estortoli  et  rentegrarlo  della  sudetta  spesa  ». 

O  il  magnifico  cancelliere,  si  vede,  non  fece  1'  ambasciata  o 
l'eccellentissimo  luogotenente  fece  orecchio...  da  mercanto. 
Il  fatto  è  che  il  Xamias,  resi)iiito  dal  luogotente,  sull'  esemjjio 
di  ser  lacobe  suo  debitore,  ricorre  anche  lui  al  vice  legato,  non 
per  i  1500  scudi  —  di  cui  non  sappiamo  se  fu  «  ricoperto  — 
ma  per  la  rifazione  delle  illegali  spese  :  «  scudi  venticinque  di 
l)aoli  per  capisoldi  et  doi  altri  scudi  simili  per  mercede  a  mede 
mi  ofitiali  resi  contro  ogni  dovere    e  giusto  ».  E  il  vice  legato, 


mente  1'  Huveliu  si  riferisce,  come,  e  segnatamente,  in  Italia,  stato  ecclesia- 
stico compreso,  1'  età  delle  lotte  comunali  è  da  tempo  tramontata  ;  lo  zelo, 
che  il  rappresentante  della  sovranità  spiega  a  conservare  e  tutelare  questa, 
per  noi,  sopravvivenza,  appare  pertanto  intempestivo  ed  eccessivo. 


—  288  - 

(li  nuovo,  con  ])remura  punto  intiepidita,  il  6  agosto  ordina  la 
restituzione  al  Nauiias  della  «  moneta  i)resa  per  li  capisoldi 
ingiustamente  »  (1). 

Xon  solo  :  ma,  da  quell'  anno  in  poi,  frequenti  ordinanze  e 
istruzioni  legatizie  rinfrescano  ogni  tanto  al  luogotenente  la 
memoria  del  i)rivilegio  inviolabile  della  franchigia  personale. 
Così  il  31  luglio  1662  gli  si  fa  sapere  che,  «  secondo  i  privi- 
legi della  fiera,  è  nullo  il  sospetto  di  fuga  »;  sia  quindi  rila- 
sciato tal  Matrica,  che  sotto  quell'  iniputazione  era  stato  tiatfo 
in  arresto  (2).  E  ])iù  esplicitamente  il  1)  giugno  1663  :  in  fiera 
il  luogotenente  non  conceda  salvacondotto  né  per  civile  né  per 
criminale,  né  rilasci  mandati  di  sospetti  di  fuga:  ordinanza  ri 
petutauìante  rinnovata  negli  anni  successivi  (3), 


Ben  altra,  come  s'  é  accennato,  é  la  sorte  della  franchigia 
reale  o  da  imj)0sta.  Oravanii  legali  e  usurpazioni  arbitrarie  ne 
trasformano  e  ne  limitano  la  portata. 

Nel  periodo  che  abbiamo  studiato,  il  regime  daziario  «  a- 
perto  »  —  a|)erto  alle  sole  importazioni  —  aveva  avuto  i)er 
conseguenza  che  il  benefìcio  della  franchigia  da  imposta  fosse 
sentito  solo  dalle  merci  in  uscita,  e  il  privilegio  —  meno  i 
piccoli  ostacoli  opposti  a  quando  a  quanto  dai  duchi  d'Urbino  — 
non  aveva  subito  gravi  restrizioni.  Nel  periodo  in  cui  siamo  entrati 
invece,  il  regime  daziario  di  Senigallia,  evidentemente  sotto  l'azio 
ne  di  mutate  condizioni  economiche,  si  chiude:  si  chiude  cioè  an- 
che alle  importazioni.  La  portata  della  franchigia  perciò  risulta 
estesa  cosi  alle  merci  in  Uvscita  come  a  quelle  in  entrata. 

Se  non  che,  a  un  certo  tempo,  per  tutte  le  merci  che  ven- 
gono per  la   via  del  mare,  il  beneficio  della  franchigia  da  totale 


(1)  Leti,  d'  itdiema,  v.   3",  e.   74. 

(2)  Letf.  d'udienza,   v.   10»,  e.   50. 

(.3)  Lett.  d'udienza,  v,   11,   e.   125;   v.   13,  e.   192;  v.   14,   e.    68;    v.    15, 
e.   133  e   141....,   V.   21,  e.    133. 


—  289  — 

si  riduce  a  parziale.  Coiiteinponcainente  i  castellani  cominciano 
a  prelevare,  |)rinia  da  alcune  pociie,  i)oi  da  una  sempre  più 
numerosa  categoria  di  merci  in  entrata,  percentuali  in  natura 
o  in  denaro,  «  regalie  »,  per  conto  loro  e  nel  loro  esclusivo 
interesse.  Per  modo  che  il  privilegio  ilella  franchigia,  intaccato 
da  una  parte  dai  dazi^  da  un'  altra  dalle  regalie,  si  trova  ri- 
dotto verso  la  fine  del  000  a  qnalclie  cosa  come  un  brandello, 
a  nn  beneficio  assolutamente  parziale,  che  tuttavia  pel  gio(;o 
dei  compensi  non  pregiudica  lo  sviluppo  della  fiera,  ne  accen- 
tua anzi,  a  quanto  ci   pare,  il  carattere  «  internazionale  ». 

Ma  seguiamo,  al  solito,  la  trasformazione  sui  documenti 
che  ci  son  pervenuti.  Nei  capitoli  presentati  il  ItìSO  a  Urbano 
Vili  aveva  avuto  j)remura  Senigallia  di  chiedere  «  che  il  com 
mercio  sia  semi>re  libero  —  esente  cioè  da  dazi  d'  entrata  — 
sì  come  è  stato  al  temjm  del1i  già  ss.  Duchi  d'  Urbino  »;  e 
1'  «  iiKJomparabile  vigilanza  e  bontà  di  8,  B.ne  »  aveva  su  que- 
sto punto  accontentato  la  «  fedelissima  città  ».  Sino  al  mag- 
gio 1638  infatti  nulla  troviamo  di  mutato  nel  regime  daziario 
senigailiese;  anzi  in  quest'anno  sono  richiamate  in  vigore 
certe  disposizioni  emanate  in  materia  dal  governo  ducale  sin 
dal  1578  (1).  Due  anni  più  tardi  però,  nel  H»40,  improvvisa- 
mente e'  iuìbattiamo  in  un  «  dazio  grande  camerale  »,  il  dazio 
dei  colli,  che  colpisce  le  merci  in  entrata  (2), 

È  del  1643  il  ])rimo  documento  che  ci  fa  (conoscere  il  nuo- 
vo ordinamento.  Con  decreto  da  Urbino  12  settembre  1643  il 
collegato  card.  Gabrielli  dispone:  1."  -  che  ogni  persona,  mer- 
cante o  particolare,  la  quale  conduca,  faccia  condurre  o  riceva 
in  Senigallia  e  suo  distretto,  sì  i>er  terra  che  per  mare,  merci 
e  prodotti  di  qualsiasi  genere,  Je  dia  secondo  il  solito  in  nota 
al  doganiere;  2."  -  e  qui  non  è  più  il  solito  •  paghi  conforme 
1'  allegata  tariffa  («  pagamento  di  dogana  »);  3.°  é  nuintenuto 
il  dazio  d'  uscita  o  «  sjìaccio  »  i)er  tutte  quelle  merci  che  si 
si)ediranno  o  saranno  estratte  fuori  della  città  e  suo  territorio. 


(1)  Decreti;  v.   B.   e.   93t. 

(2)  Lett.  d'  udienza,  v.   3"  e.   (il. 

19  —  itti  e  HeBiorie  della  R.  Dep.  dì  Storia  Patria  per  le  Harche.  19rZ. 


—  290  — 

111  armonia  col  regime  ormai  superato  —  non  è  fuor  di  i^ropo- 
sito  osservare  —  il  dazio  d'  entrata  risulta  per  la  gran  mag- 
gioranza delle  merci  inferiore  della  metà  a  quello  d'  uscita  (1). 

Proprio  nello  stesso  anno  la  comunità,  costretta  alla  grossa 
contribuzione  di  381  scudi  mensili  «  pel  mantenimento  della 
soldatesca  che  si  schrisse  nei  presenti  rumori  d'  armi  »  —  la 
nepotistica  guerra  di  Parma,  1042-44  —  s'  induce  anche  lei  a 
dare  un  calcio  alla  già  più  volte  invocata  e  piatita  libertà  di 
commercio.  Chiede,  ottiene  d'  istituire  ed  esige  cinque  dazi, 
quattro  dei  quali,  già  in  vigore  a  periodi  saltuarii  prima  di 
ora,  colpiscono  il  consumo  interno  :  sale,  carne,  pesce  e  vino 
o  mosto  forastiero;  uno,  del  tutto  nuovo,  detto  anch'esso  «  dei 
colli  »  e,  pel  più  copioso  gettito,  «  il  maggiore  »,  colpisce, 
nella  misuia  di  un  grosso  ])er  ogni  collo  o  balla  di  250  libbre, 
tutte  le  merci  che  passano  o  entrano  in  città  e  suo  distretto, 
sì  per  terra  che    per  mare  (2). 

Tanto  il  dazio  dei  colli  governativo   o  di  dogana,  quanto  il 
dazio  dei  colli    comunale  rispettano    la  franchigia    di  fiera  :    la 
quale  pertanto  non  solo  conserva  intatta  finora  la   sua  portata, 
ma    anzi  la    estende    anche    alle  merci  in    entrata  e    di  conse 
guenza  contribuisce  al  maggior    incremento  della  fiera  stessa. 

Se  non  che,  abolitosi  nel  1648  per  le  cessate  necessità  il 
dazio  comunale  dei  colli  (3),  questo    con  tre  altri  minori  viene 


(1)  Decreti,  v.   e.    118t.  Ecco  la  breve  soraiuaria  tariifa  : 

DAZIO 
d'  entra 
Cuoi  non  conci,  per  balla  di   10  pezzi, 
vallonea,    il  niigliaro   ..... 
foglia  »  ..... 

ferro  »  ..... 

scotauo  »  ..... 

stracci  »  ..... 

ogni  altra  merce,    per  balla. 

(2)  Decreti,  B,  e.  112.  Ne  erano  però  esenti,  per  concessione  del  Consi- 
glio 26  agosto  1643,  la  vallonea,  i  cuoi  e  la  lana,  destinati  alla  vicina  indu- 
stre  Pergola  :  Strumenti,  v.   6",  e.  62t. 

(3)  Decreti,  B,  e.   165 


d' 

entrata 

d' 

'  uscita 

V2 

grosso 

V2 

grosso 

2 

grossi 

2 

grossi 

2 

» 

2 

» 

2 

» 

4 

» 

2 

» 

2 

» 

2 

» 

2 

» 

'!i 

grosso 

1 

grosso 

—   291    - 

di  nuovo  ristabilito  —  per  breve  di  Innocenzo  X,  14  dicembre 
1G50  —  a  cominciare,  sembra,  dal  1652  e  in  questa  sua  se- 
conda edizione  non  consente  più  eccezioni  di  tempo.  Nella 
stessa  misura  di  uu  glosso  o  mezzo  paolo  «  per  collo  di  ogni 
sorta  di  robba  die  si  condurrà  in...  porto  »,  esso  colpisce 
tutte  le  merci,  che  giungano  a  Senigallia  i)er  la  via  del  mare 
e  si  esige  «  in  qualsivoglia  tempo,  etiam  di  fiere  o  altre  fran- 
cliitie  »  (1). 

Il  i)rovvedimento  che  d^  un  coliio  dava  di  frego  al  biseco- 
lare privilegio,  in  cui  difesa  1'  autorità  cittadina  aveva  tanto 
strepitato  contro  le  limitazioni  imposte  dai  duchi  d'  Urbino, 
era  invero  giustificato  da  un  interesse  superiore.  Si  trattava 
<U  migliorare  il  porto,  rafforzate  le  punte  dei  due  moli  con 
sponde  di  pietra,  quindi  allungare  lo  specchio  utilizzabile  del 
canale,  per  metterlo  in  grado  di  provvedere  alle  esigenze  del- 
l' aumentato  traffico.  La  comunità,  priva  affatto  di  rendite  j>a 
trimoniali  e  disjionendo  di  un  bilancio  assolutamente  inela- 
stico, dovè  contrarre  un  primo  —  e  non  davvero  ultimo  — 
debito  di  diecimila  scudi  in  moneta  romana,  e  ad  estinguerlo 
non  aveva  altro  mezzo  che  riversarlo  e  ripartirlo  su  coloro,  che 
dei  nuovi  lavori  avrebbero  risentito  il  vantaggio  diretto,  sui 
mercanti  che  approdassero  in  porto  (2). 

Di  due  altre  limitazioni  legali  infine  —  e  crediamo,  non 
siamo  sicuri,  di  averle  rintracciate  tutte  —  abbiamo  notizia  pel 


(1)  Libri  di  fiera,  v.   T>,   e.    43-46. 

(2)  Ecco  la  relativa  tariffa  (Capitoli  diversi,  e,   78j  : 

Merci  di  qualsiasi  genere  in  colli,  per  collo grossi   1. 

Merci  che  vengono  alla   rinfusa  : 

regolandosi  a  peso,   per  uiigliaro bai  6 -/.^ 

»  a  numero        .  .  ,  lo/o 

Olii,  per  niigliaro  ipeso  e  misura  d.  Marca)...  bai.  3. 
Doveva  esso  cadere  appena  raggiunto  il  gettito  dei  10.000  scudi  mutuati. 
Viceversa,  di  proroga  in  proroga,  per  nuovi  debiti  contratti  allo  stesso  tìne 
e  montanti  alla  fine  del  secolo  a  scudi  romani  20434,  non  fu  mai  più  tolto, 
nel  1719  fu  anzi  inasprito,  portato  al  doppio  ;  finché,  vedremo,  sar.ò.  abolito 
da  Pio  VI  nel  suo  grande  riordinamento  doganale  del   1786. 


—   292   — 

resto  del  secolo.  Si  tratta  di  gabelle  si)eciali,  ])oste  dal  governo 
su  determinate  merci;  tuttavia  non  fatte  davvero  pel  maggior 
incremento  della  Aera,  in  quanto  si  cnmulano  col  dazio  comu- 
nale dei  colli. 

I^el  1664  troviamo  concessa  in  ai)palto  (1)  una  gabella,  for 
se  quell'  anno  stesso  istituita,  la  quale  colpisce  di  un  baiocco 
per  libbra  il  sapone  di  qualità  superiore  e  di  un  quattrino,  pari- 
menti per  libbra,  il  sapone  da  spurgo,  che  si  fabbrichi  o  s'Intro- 
duca nello  stato  o  anche  passi  da  provincia  a  i)rovincia.  ì^eanche 
essa  consente  eccezioni  di  sorta:  «  Nessuno  possa  pretendere 
«  esentione  per  il  sapone  di  qualsivoglia  qualità,  che  si  vende 
«  o  compra  nelle  fiere,  delle  quali  nessuna,  ancorché  abbia 
«  privilegi  amplissimi,  debba  essere  esente  »  (2).  Ma,  come  6x3- 
cessivamente  gravosa,  nel  1673  «  la  S.  dì  N.  S.,  a  sollevare  i 
«  popoli,  ha  soppressa  la  gabella  del  sapone  »  (3), 

Restò  invece,  anzi  si  trasformò  per  breve  tempo  in  vero  e 
proprio  monopolio,  un'altra  gabella,  di  un  quattrino  per  libbra, 
posta  nel  1687  sul  ferro  e  anch'  essa  escludente  ogni  e  qual- 
siasi privilegio  di   franchigia  (4). 


(1)  lu  appalti  di  dazi  o  gabelle  governative  e  comunali,  ci  imbattiamo 
8Ì  può  dire  a  ogni  pie  sospinto.  Ma  dove  non  è,  come  qui,  esplicito  accenno 
all'esclusione  di  qualsiasi  franchigia,  è  intuitivo  che  l'appalto  non  infirma 
in  nulla  la  libertà  della  fiera,  che  appunto  perciò  è  «  franca  »  e  cresce  d'im- 
portanza in  ragione  diretta  del  moltiplicarsi  di  questi  impedimenti  al  com- 
mercio normale. 

(2)  Lett.  d'udienza,  v.  91,  e.  25.  11  bando  d' appalto  è  così  rigoroso  che 
dal  pagamento  del  dazio,  oltre  che  le  fiere,  non  è  esente  nessuna  persona 
e  nessun  luogo  «  etiam  che  fosse  il  Sacro  Apostolico  Palazzo  ». 

(3)  Lett.  d'udienza,  v.   17,  e.   82. 

(4)  Lett.  d'  udienza,  v.  29,  e.  80.  Ben  altrimenti  dannose  alla  fiera  sa- 
rebbero riuscite  le  varie  proibizioni,  che  a  quando  a  quando  il  governo, 
nella  concezione  mercantilista  del  tempo,  mette  sn  questo  o  quel  prodotto 
estero  per  proteggere  le  industrie  similari  proprie.  Così  nn  editto  21  febb. 
1667,  confermato  l'agosto  dello  stesso  anno  e  il  genn.  1669,  proibisce  asso- 
lutamente l'introduzione  dei  tessuti  di  lana  forastiera  :  Bandi,  e.  96.  Ma  poi- 
ché nel  giugno  1668,  «  con  l'occasione  della  prossima  fiera  »  il  Consiglio 
delibera    di    «  supplicare    il  legato    per    la    licenza  della    introduzione  delle 


—  293  — 

Così  dalla  nietA  del  XVII  la  franchigia  reale  o  da  imposta 
non  importa  e  non  signitìca  più  che  esenzione  dal  solo  dazio 
governativo  o  di  dogana  :  esenzione  di  cui  godono  tutte  le  mer- 
ci —  meno  pel  1664  73  il  sapone  e  dal  1687  in  poi  il  ferro  — 
sì  in  entrata  che  in  uscita,  e  per  mare  e  per  terra.  Sulle  merci 
in  entrata  per  mare  grav^a,  come  nel  resto  dell'  anno,  il  dazio 
comunale  dei  colli. 

Un  così  fatto  regime  doganale,  lungi  dal  pregiudicare  le 
transazioni  commerciali,  doveva  accentuare  il  carattere,  già 
dalla  fiera  assunto,  di  mercato  di  scambio  tra  prodotti  dello 
stato  e  prodotti  esteri.  A  parte  il  gioco  della  concorrenza  in 
fatti,  le  maggiori  spese  per  l'introduzione  dall'  estero  risulta- 
vano compensate  dal  minor  prezzo  d'acquisto  e  dall'  esenzione 
totale  in  uscita  dei  prodotti  dello  stato.  E  i  proventi  del  dazio 
dei  colli  continuamente  montanti  e  un  complesso  di  altre  cir- 
costanze di  eui  meglio  vedremo,  ci  dà  precisamente  la  riprova 
che  la  fortuna  della  fiera  non  fu  menomamente  scossa  da  queste 
limitazioni    ^^    legali  ». 

Le  quali  intanto  anche  un'  altra  conseguenza  recarono  :  qua 
8Ì  tutto  il  carico  della  fiera  restò  addossato  al  governo,  e  l'utile 
ormai  imponente  assicurato  quasi  per  intero  alla  comunità. 


Ciò  che  provocò  le  più  gravi    rimostranze  dei   mercanti  e  il 
più  vivo    fervore  di    lotta  nella    comunità,  fu    la  serie  delle  li- 


pamiine  forastiere  et  altre  robbe  proibite  »,  Consigli,  v.  42,  e.  74,  c'è  da 
star  aicuri  che  pannine  di  lana  forastiere  alla  fiera  furono  ammesse  e  quel- 
l'anno e  i   seguenti. 

Altro  ostacolo  ben  grave  doveva  essere  il  divieto  di  estrazione  di  monete, 
ori  e  argenti  dallo  stato  (29  luglio  1674),  Bandi,  e.  60.  Anche  al  riguardo 
di  questo  si  può  esser  certi  che  non  fu  osservato.  Il  legato  card.  Tanari 
nel  1710  comunica  che,  avendo  «  rappresentato  in  Koma  il  pregiuditio  » 
che  deriverebbe  alla  fiera  dal  divieto  d'estrazione  delle  monete,  il  papa  s'è 
rimesso  al  suo  arbitrio,  ed  egli  «  lascerà  correre  il  solito  »,  Decreti  v.  D, 
e.  70. 


—  294  — 

hìitazioni  «  arbitrarie  »  dei  castellani.  Soppresso  nel  1590  l'uf- 
ficio (li  capitano  della  fiera,  il  duca  d'  Urbino,  vedemmo,  divise 
le  sue  attribuzioni  tra  il  luogotenente,  cui  affidò  la  competenza 
giudiziaria,  e  il  governatore  delle  armi  -  che  era  già  anche 
capitano  del  i»orto  e  sotto  la  nuova  dominazione  pontificia  sarà 
anche  castellano  (1)  —  cui  toccò  la  «  polizia  »  della  fiera.  Na- 
turalmente colla  carica  questi  ereditò  anche  l'annesso  e  connes- 
so emolumento  :  il  fitto  di  due  botteghe  a  |)orta  Vecchia  e  le 
«  regalie  »  che  solevano  «  offrire  »  ~  i)er  modo  di  dire  —  i 
uìercanti.  Se  non  che,  come  governatore  delle  armi  e  cai)itano 
del  ])orto  aveva  già  egli  diritt<»  ad  altre  regalie  ;  come  castel- 
lano si  considerava  usufruttuario  delle  aree  —  che  presto  1'  in 
cremento  della  fiera  met':erà  in  valoi:e  —  adiacenti  alla  fortezza 
e  alle  mura  lungo  il  canale.  Si  trovava  quindi  a  disjjosizione 
dell'alta  carica  tutto  il  «  necessario  e  sufficiente  »  a...  rega- 
larsi il  compenso  d'un  lavoro  straordinario,  che  la  fiera  rendeva 
necessario. 

Già  nel  1615  Frane.  Maria  II  aveva  dovuto  lamentare  e 
reprimere  «  l'ingordigia  delle  persone  in  cotesto  nosto  porto 
di  Sinigllia  »  (2).  Fu  però  nel  1036,  che,  per  usurpazione  d'aree 
e  violazione  della  franchigia  di  fiera  —  sempre  in  comi»enso  di 
quel  grande,  straordinario  lavoro  dell'  affaticato  castellano  — 
scoppiò  il  conflitto  o  causa  delle  regalie,  protrattosi  per  tutto 
un  secolo.  In  quell'anno  il  governatore  in  carica,  invece  delle 
«  solite  »  cinque  botteghe  —  e  il  sop[)resso  capitano  non  ne  aveva 
goduto  che  due  --  «  con  danno  del  publico  e  del  privato  » 
ne  costruì  in  «  magior  numero  »  e,  violando  la  franchigia,  colpì 
di  tasse  di  posteggio  le  merci  sbarcate  e  collocate  sulla  riva 
del  porto,  tra  la  fonte    e  j)orta    Marina.  I    commercianti  prote- 


(1)  L'ufficio  di  capitano  del  porto,  se  non  istituito  certo  riordinato  da 
Giov.  della  Rovere  nel  1489,  si  trova  unito  con  quello  di  governatore  delle 
armi  o  comandante  della  piazza  sulla  fine  del  XVI,  le  tre  cariche  si  cumu- 
lano in  una  stessa  persona  dal  1646  in  poi  :  Statuti  ms,  e.  117b  ;  Decreti,  v. 
B.   e.   13-14  ;  Regalie,    v.  3«,   e.   144  e  146. 

(2)  Decreti,   v.   B,  e.   36. 


—   295  - 

stano;  la  comunità  li  KOvStiene  (1);  ina  con  qnal  risultato...  ce 
lo  (lice  il  corso  successivo  della  contesa. 

Nel  1652  è  il  legato  card.  Vidinan  che  deve  intervenire  : 
«  Luogotenente,  Avrete  a  voi  il  castellano  di  codesta  fortezza 
«  e  insinuategli  che  è  mio  sentimento  non  si  facciano  estorsioni 
«  a'  mercanti  e  negozianti  che  vengono  alla  fiera  della  Mada- 
«  lena,  come  è  seguito  gli  anni  adietro.  A  poco  a  poco  i  ca- 
«  stellani  si  sono  usurpata  una  certa  loro  autorità  con  ingor- 
<•  digia  d' havere  emolumenti  nell'affittare  i  posti  che  sono  den- 
<■'  tro  la  città  e  intorno  alla  fortezza  [non  solo],  ma  anche  gli 
«  altri  che  sono  fuori,  nel  lito  del  mare.  Avendo  occasione  di 
«  sentire  ciò  del  ])resente  castellano,  lo  raj)presenterei  a  Roma 
«  con  sua  poca  sodisfatione . . .  Urbino,  0  luglio  1652  »  (2).  La 
minaccia  della  denuncia  a  Koma  spaventa  tanto  il  nobile  castel- 
lano —  un  Domenico  Rosati,  per  la  storia  --  che,  risoluto  a 
far  risi)ettare  lo  stato  di  fatto,  accampa  di  più  la  pretesa  che 
non  si  scarichino  merci  senza  l'intervento  suo  o  d'un  suo  rap- 
presentante :  «  cosa  che  dà  grandissimo  disturbo  et  a'  mercanti 
et  al  Publico  »   (3). 

Nel  1661,  nuovi  e  ])iù  numerosi  aggravi  e  nuove  piti  alte 
proteste.  Questa  volta  le  avvalora  e  le  sostiene  un  alto  utlìcia- 
le  di  Venezia,  Zaccaria  Mocenigo,  governatore  generale  del 
Golfo  (4),  e  il  governo  di  Roma  deve  finalmente  metterci  le 
mani.  E  ce  le  mette . . .  da  par  suo.  «  La  differenza  che  verte 
«  tra  questa  comunità  e  il  sig.  castellano   —   scrive  l'agente  di 


(1)  Regalie,  v.   1»,   e.    43-44. 

(2)  Decreti,  v.  B,   e.    200t. 

(3)  Regalie  v.  1°,  e.  17, 

(4)  Regalie,  v.  1",  e.  48  e  155-56,  Il  Mocenigo  s'era  recato  in  tiera  e 
già  il  suo  approdo  aveva  creato  un  incidente,  avendo  il  personale  del  porto, 
contro  una  speciale  disposizione  dei  duchi  d'  Urbino,  preteso  di  assoggettare 
a  visita  la  galea  capitana.  Il  che  naturalmente  provocò  un  rabbuffo  e  una 
vivace  deplorazione  del  card,  legato  per  «  l'angherie  che  ricevono  le  barche 
venete  in  fargli  pagare  un  ducato  per  ciascuna,,..  »  :  rabbuffo  e  deplora- 
zione, che  avevano  sbagliato  indirizzo,  in  quanto  il  castellano  e  suoi  subal- 
terni, non  il  Magistrato  erano  i  responsabili. 


—   296  — 

«  Senigallia  in  Roniii,  12  higlio  1662  —  mi  dice  Mons.  lU.mo 
«  Bonaciirti  essere  già  stata  terminata  che  s'osservi  il  solito  f>  (1). 

Cioè chi    ha  preso,    tenga.  In  base  alla  qual   sapientissima' 

decisione,  il  luogotenente,  chiamato  arbitro  tra  le  i)arti,  il  15 
luglio  1663  assegna  al  castellano  due  aree  rettangolari,  di  ver 
genti  da  porta  Vecchia,  ca|)aci  di  20  in  25  botteghe  (2). 

Incoraggifjto  da  questi  sidendidi  i)recedenti,  nel  1666  il  ca- 
stellano Francesso  Fiunìaggioli,  nobile  perugino,  per  compen- 
sarsi anche  lui,  poveretto,  dell'  enormemente  cresciuto  lavoro, 
si...  espande  su  altre  aree,  ne  alza  i  titti  e,  per  far  qualche 
cosa  di  nuovo  lui  ])ure,  imiwne  un  diritto  «  di  stallia  o  como- 
dità delle  acque  »  alle  barche,  che  all'uopo  ])agano  già  al  co- 
mune mezzo  paolo  di  dazio  dell'  alboraggio  (3).  Nello  stesso 
tempo  preleva,  come  d'uso,  «  qualche  ragaglia  »  da  bicchieri, 
maioliche,  spezie,   salumi,  stuoie. 

Nuovi  alti  clamori  dei  mercanti;  nuove  e  più  fiere  proteste 
della  comunità.  La  contesa  s'invelenisce  anche  })er  un  pizzico 
di  risentimento  personale:  l' eccellentissimo  signor  castellano, 
salutato  nella  pubblica  via  dall'illustrissimo  Magistrato,  non  s'è 
degnato  di  rispondere  al  saluto  !  È  di  nuovo  recata  a  Roma  e 
questa  volta  agitata  e  discussa...  con  serietà  e  ])rofondità  da 
una  serqua  di  dignitari,  monsignori  e  cardinali  influenti  (4),  i 
quali  capiscono  che  davvero  la  stallìa  viola  la  franchigia  e  non 
si  deve  pretendere    la  «  benché  minima    recognitione  ».    «  Ma 


(1)  Regalie,  v.   1",  e.   176. 

(2)  «  Al  castellano  e  sua  carica  competono  e  devono  solamente  compe- 
'<  tere  le  due  boteghe,  che  le  furono  assegnate  alla  porta  Vecchia,  a  mano 
«  manca  nell'  uscire...,  di  piedi  14;  che  secondo  il  limite  e  drittura  di  esse 
«  boteghe...  deve  godere  il  sito  sino  alla  ripa  del  fiume  per  linea  retta;  e 
«  dall'altra  parte...  deve  solamente  estendersi  il  sito  e  pertinenza  delle 
«  boteghe  dalla  muraglia  del  torrione  vecchio  ..  sino  alla  fabrica  e  luogo 
«  detto  il  lavatoio  esclusive  »  :  aree  che  da  calcoli,  confermati  da  un'indi- 
cazione riferentesi  al  17.30,  eran  capaci  di  «  sopra  venti  botteghe  in  circa  »: 
Regalie,  v.   1<>,  e.   18  e  v.   3°,  e.   221t. 

(3)  Regalie,  v.   1»,   e.  47. 

(4)  Regalie,  v.   1«,  e.   1,   3,  9,  98-100,   117-25,    171-74. 


—  297  — 

ris])etto    all'  augiimeiito    <le'    posti    —  elevamento  dei    fìtti     — 
non  mi  inire  dovere  iti. porre  limitatione  alcuna  »,  dicbiara  uno 
di  quei  pezzi  grossi,  e  precisamente  il  superiore  del  nobile  Fin 
niaggioli,  il  principe  Cliigi  commissario  generale  delle  armi  (1). 

Attaccatosi  il  Finniaggioli  alle  aree,  alla  vigilia  della  fiera 
del  1667  è  ripreso  con  rinnovata  lena  il  lavorio  dei  rappresen- 
tanti e  protettori  delle  parti.  Molto  verisimilniente  si  ha  una 
seconda  edizione  del  sapientissimo  oracolo  del  l(i62.  Il  fatto  è 
che  anche  una  volta  il  luogotenente^  chiamato  arbitro,  ricono- 
sce e  sanziona  l'ulteriore...  esiniusione,  attribuendo  al  castel- 
lano una  terza  area,  capace  di    10  in   12  botteghe  (2). 

Né  questo  lodo  del  1667,  né  quello  del  1663  fanno  i)aiola, 
come  di  un'altra  area,  cOvSÌ  delle  regalie,  che  il  castellano  già 
da  temi)o  esige  dalle  mer(;i  iji  fiera  nella  sua  duplice  qualità 
di  capitano  del  jiorto  e,  diremo,  prefetto  della  fiera.  É  una 
preziosa  dimenticanza,  di  cui  1'  intraprendenza  di  altri  nobili, 
successi  nella  carica,  sa  trarre  in  seguito  meraviglioso  partito. 
Da  quattro  o  cinque  si)ecie  di  merci,  su  cui  nel  1667  il  Fiu- 
maggioli  i»releva  regalia,  silenziosamente  il  numero  delle  s[)ecie 
colinte  dalla  nuova  taglia  ogni  tanto  aumenta  di  una  qualche 
unità.  Sulla  fine  del  secolo  non  son  meno  di  dieci  :  alcune  del 
le  quali  largamente  comprensive,  come  <'  legnami  e  comestibili 
d'  ogni  sorta  »;  altre,  di  valore  intrinseco  elevato,  come  spezie 
e  maioliche;  tutte  in  larga  misura  rap])resentate  alla  fiera.  E 
la  categoria  tende  ad  aumentare    in  ragione  diretta  dell'  incre- 


(1)  Regalie,  t.  1°,  e.  6.  La  testa  quadra  dell'eccellentissimo  commissa- 
rio generale  delle  armi,  nn  qualche  nipote  senza  dubbio  di  S.S.  Alessandro 
VII,  ragionava  da  loico,  •*  caminava  con  distintione  »  :  «  o  il  castellano  ha 
«  affittato  il  sito  di  sua  giurisditione,  e  non  ha  commesso  mancamento  al- 
«  cuuo  ;  o  vero...  oltre  il  prezzo  del  sito,  si  è  fatto  pagare  la  stallia  e 
«  altro,  et  ha  commesso  mancamento  ».  Ma  uou  gli  e'  entrava  quel  che  so- 
stenevano i  rappresentanti  di  Senigallia,  che  gli  alti  fìtti  volevan  dire  svia- 
mento della  fiera,  perchè,  «  essendo  il  luogo  del  porto  ristretto  »,  i  mer- 
canti, che  si  fossero  una  volta  trovati  stretti  tra  il  bere  e  l'affogare,  un'al- 
tra volta  si  sarebbero  guardati  dall'  incapparci  :  ivi,   e.   119. 

(2)  Regalie,  v.   l»,  e.  9-12,   108,   108,    148  e  segg. 


—  298   — 

mento  della  fiera  stessa,  sino  a  coin prendere  la  maggior  parte 
delle  merci  che  vengoii  per  mare  e  sono  qnindi  già  soggette 
al  da?;io  dei  colli. 

Colui  che,  completando  il  perseverante  lavorìo  di  erosione 
intorno  ai  resti  della  franchigia,  porta  a  compimento  il  sistema 
d' esazione  delle  regalie,  è  l'illustrissimo  signor  Malatesta  Ab- 
bate Olivieri  patrizio  di  Pesaro  e  cugino  del  card.  Albani,  il 
potente  e  benemerito  jìrotettore  di  Senigallia,  dal  novembre 
1700  papa  col  nome  di  Clemente  XI.  Già  in  carica  nel  1692, 
l'Olivieri  deve  aver  seguita  anche  lui  la...  ])olitica  di  pene- 
trazione pacifica,  e  soi)ratutto  silenziosa,  a  danno  così  di  aree 
comunali,  come  di  merci  anc(>ra  immuni.  Trattandosi  di  un  cu- 
gino dell'  enìinenza  protettrice,  la  città  chiude  un  occhio  ;  i 
mercanti,  se  protestano,  non  trovano  eco.  Anzi,  le  prolisse 
scritture  legali,  cui  la  contesa  in  seguito  dà  la  stura,  accen- 
nando con  tutta  discrezione  all'  opera  sua,  vorrebbero  darci 
ad  intendere  che  1'  abuso  delle  regalie,  strepitosamente  deplo- 
rato e  denunciato  in  altii,  sia  dovuto  non  a  lui,  ma  alla  «  li- 
«  centiam  famulorum  vel  militum  inter  nundinas  expiscantium 
«  munuscula  nunc  uno  nunc   alio  titulo  »  (l). 

Il  fatto  è  però  che  questa  «  expiscatio  »  abusiva  si  fa  in 
breve  così  larga  e  pericolosa,  suscita  tali  e  tanti  clamori,  che 
non  ostante  i  riguardi  dovuti  al  benemerito  protettore  —  la 
cui  opera  del  resto  a  questo  temi)0,  vedremo,  è...  passata! 
—  la  città  nel  1699  è  costretta  a  ricorrere  a  Roma.  Da  Ro- 
ma —  c'è  bisogno  di  dirlo?  —  viene  il  solito  sapientissimo  e 
coraggiosissimo  responso,  e  il  13  luglio  1700  le  parti  conven- 
gono, dinanzi  a  notaio,  in  un  amichevole  compromesso:  il  castel- 
lano rinuncia  a  ogni  e  qualunque  tassa  di  posteggio  nel  Lun- 
gomisa,  nel  porto  e  [)er  appoggio  alle  mura;  la  comunità  gli 
riconosce  tutte  o  quasi  tutte  le  aree  ultimamente  occupate;  sul 
punto  delle  regalie,  il  più  spinoso,  deciderà  da  arbitro  il  legato  (2). 


(1)  Regalie,  v.   3»,   e.  260. 

(2)  Regalie,   v.   3»,   e.   14-19.   Le   aree  quest'anno   riconosciute  al  castellano 
sono,  oltre  quelle  assegnategli   nel     166.3  e  1667  :   1"   l'area    interna  di  porta 


-   299     - 

Ma  quando  già  Senigallia  sollecita  la  decisione  legatizia, 
ecco  uscire  eletto  dui  conclave,  il  23  novembre  1700,  il  card. 
Albani  col  nome  di  dementa  XI.  <'  ...(^ivitas  tunc  opportu- 
«  num  duxit  desistere  ab  ulteriori  instantia  ajtud  Legatum  ». 
L'Olivieri  così  può  continuare  indisturbato  a  fare  «  expiscari  >^ 
dai  suoi  «  famuli  vel  milites  »  gl'innocui  «  njunuscula  ».  E 
])0ichè  resta  ancora  per  altri  sette  anni  almeno  in  carica,  lia 
modo  e  agio  di  regolariz/.are  le  esazioni,  quotizzarle  a  uno  pei' 
cento  fuori  di  fiera  e  mezzo  per  cento  in  tempo  di  fiera,  e  fini- 
sce col  dare,  pel  lungo  uso,  carattere  di  consuetudine,  quindi 
veste  di  legalità,  alle  regalie. 

Il  nuo\'o . . .  sistema  tributario  così  è  completo:  ai  succes- 
sori nella  carica,  il  conservarlo,  ])erfezionarl«),  mantenerlo  al- 
l'altezza del  movimento  commerciale,  che  è  la  fiera.  E  il  conte 
di  Monteveccliio  di  fatti,  non  ostante  la  i)iù  energica  opposi- 
zione di  Senigallia,  nel  1725  estende  le  regalie  a  53  voci,  ora 
invero  minutamente  specificate.  E  nel  1730  un  Battista  Boc- 
caccio, con  gesto  napoleonico,  le  allarga  ancora  ad  altre  45, 
ciò  che  fa  un  totale  di  98  voci,  quando  su  per  giìi  negli  stessi 
anni  a  non  oltre  le  141  salivano  le  voci  elencate  nella  tariffa 
del  dazio  dei  colli   (1). 


* 
* 


Un  pericolo  ])iù  grave  dei  dazi  e  delle  regalie  sorge  poco 
dopo  la  metà  del  XVII  e  sovrasta  minaccioso  sulla  fiera  sino 
a  tutto  il  successivo  :  la  rivalità  di  Ancona  (2). 


Vecchia,  2°  un'area  di  21  piedi,  quindi  lo  spazio  di  3  botteghe,  tra  il  la- 
vatoio e  porta  Marina;  3°  l'area  di  piedi  11  e  '/g  anteriore  al  casino  della 
sanità  ;  4"  l'area  steudentesi  lungo  il  Misa  da  porta  al  Prato  sino  alla  punta 
del  baluardo  della  Posta. 

(1)  Le  relative  tabelle  in  Regalie,  v.  3°,  e.  260  e  segg.  e  Porto  e  suoi 
dazi,  e.    18. 

(2)  Nel  1656  ha  ottenuto  di  istituire  una  fiera  la  città  di  Fermo;  <r  ma 
essendo  Fermo  lontana,  credo  un  zappare  in  acqua  cercare  d'  impedirla  » 
osservava  ragionevolmente  1'  agente    seuigalliese  in    Roma  ;     Amhasc.    Avvoc, 


—  300   — 

Non  ostante  il  conseguito  privilegio  del  porto-franco  (nel 
1593),  Ancona,  lo  diceninio  già,  col  sec.  XV^II  è  decisamente 
entrata  nella  fase  discendente  della  sna  prosperità  e  potenza 
commerciale.  Mentre  in  passato  «  li  negotianti  erano  di  gran 
«  lunga  in  maggior  numero...  i)er  affluenza  delle  mercantie  e 
«  copia  de'  vascelli,  che  in  quantità  cajutavano  in  questo  por- 
<  to . . . ,  di  presente  (1694)...  è  quasi  mancato  e  decaduto  il 
"  commercio  vivo  mercantile,  a  segno  che  non  vi  sono  che 
«  cinque  case,  che  in  effetto  mercantano  e  negotiano  ».  E  du- 
rante il  secolo  la  corrisposta  d'appalto  delle  dogane,  da  scudi 
13.500  nel  trentennio  1604  33,  scende  a  9100  nel  novennio 
1662  70,  a  6000  nel   1694  (1). 

Dopo  che  con  uno  dei  soliti  palliativi  —  un  breve  i)ontificio 
cioè  (26  ott.  1604)  di  concessione  d'  una  fiera  dai  15  nov.  al 
15  genn.  (2)  —  Ancona  Iia    inutilmente  tentato  di  ravvivare  il 


e  Procuratori,  v.  1",  e,  70.  Nel  1658  tentava  e  nel  1660  otteneva  Riniini  di 
istituirne  altra,  la  quale,  dopo  il  primo  momento  di  apprensione  non  ecci- 
terà più  oltre  l'opposizione  di  Senigallia:  ed  era  anch'essa  fiera  franca,  ma 
solo  dai  dazi  comunali,  fiera  di  S.  Antonio  di  Padova,  25  maggio-]  giugno: 
Consigli,  v.  36,  e.  89;  v.  39,  e.  103t-04  e  107t-08  ;  Ambasc,  Avv.  e  /Voc, 
V.  1°,  e.  102;  Capitoli  diversi,  e.  35  e  segg.  E  oltre  quelle  ancora  famose, 
ma  decadute,  di  Recanati,  troviam  fiere  a  Fano,  Osimo,  S.  Severino,  Mate- 
lica,  Caldarola,  Moutalboddo  :  ZoNGHi  Repertorio  d.  ant.  aroh.  coni,  di  Favo, 
Fano  1888,  p.  265,  ;  Mas.  Capponi,  N.  189,  e.  347,  nella  Bibliot.  Naz.  Ceutr. 
di  Firenze.  Non  di  queste  però  Senigallia  si  mostra  preoccupata. 

(1)  N.  1,  A.  e  B.  e  N.  3  del  Sommario  del  Memoriale  del  fatto  respon- 
sivo, Ancona  contro  Senigallia,  in  Roma,  stamp.  d.  R.  C.  A.  1694,  allegato 
alla  posiz.  Fiera  d'  Ancona,    v.   1°,  e.  94-99,   d.     arch.  aenigall.  e  ivi,  e.   51. 

(2)  Le  si  era  allora  opposta  Recanati  :  Mas.  Capponi  N.  189,  e.  374.  A. 
proposito  dell'efficacia  di  un  «  intervento  dall'alto  »,  ben  coglieva  nel  se- 
gno colla  prima  parte  della  sua  considerazione  e  seguendo  i  trattatisti  con- 
temporanei, l'avvocato  delle  ragioni  d'  Ancona,  Antonio  Baruti,  nella  causa 
del  1694  contro  Senigallia,  al  quale  dobbiamo  appunto  la  formulazione  delle 
cause  da  noi  indicate  sulla  decadenza  del  commercio  d'  Ancona.  «  Per  ri- 
«  durre  alla  pratica  questo  commercio  —  scrive  il  Baruti,  in  una  sua  ora- 
zione, pure  a  stampa,  conservataci  nella  stessa  Fiera  d'Ancona,  v.  1°,  e.  105- 
08  —  io  non  ritrovo  appresso  gli  autori  sopra  citati  che  due  strade:... 
«  l'introduttioni  di    corrispondenze    procurate   dal    Principe  a'  sndditi  o  con 


—  301   — 

traffico  nel  suo  porto,  nel  1657  sollecita  e  ottiene  da  Alessan- 
dro VII  altro  breve,  col  quale  le  è  richiamata  in  vita  una 
veccliia  fiera  franca  da  celebrarsi  dal  4  al  21  maggio  (1).  An- 
cona ha  gli  accessi  di  terra  difficili  —  quasi  un  secolo  e  mezzo 
dopo.  Pio  VI  farà  aprire  la  via  lungo  la  marina  ad  occidente  — 
e  le  vie  interne  tutt'  altro  che  comode  a  «  condotte  »,  trasporti 
di  merci.  Ma  presenta  su  Senigallia  1'  inestimabile  superio- 
rità del  porto  accessibile  a  ogni  grosso  vascello  (2)  ;  ha,  sia 
pure  in  numero  ridotto,  case  di  commercio  ;  ha  tutta  una  tra 
dizione  commerciale.  Se  a  questi  inestimabili  vantaggi  aggiun- 
ge anche  l'altro  della  fiera  franca  (3),  di  maggio,  in  stagione 
cioè  favorevole  alla  navigazione,  e  proprio  alla  vigilia  della 
fiera  della  Maddalena,  la  fiera  della  Maddalena  sarà  in  breve 
spiantata  e  colla  fiera  sarà  di  nuovo  «  esterminata  »  la  «  j)o- 
vera  e  malcondotta  città    di  Senigaglia  ». 

Non  è  quindi  meraviglia  che  Senigallia  si    commuova  e  sol- 
lecitamente, tenacemente,    astiosamente    la  combatta.  Primo  ef- 


«  leghe  fatte  co'  potentati  stranieri  (trattati  di  coniinercio')...  come  faano 
«  specialmente  li  re  di  Francia,  di  Portogallo  e  la...  repubblica  d'Olanda...; 
«  ma  questo  modo  è  quasi  impraticabile  dalla  s.  sede,  perchè  manca  di  na- 
«  vigli  e  di  sudditi  atti  alla  navigatione,...  perchè  non  può  far  leghe  né 
«  bavere  corrispondenze  con  principi  diversi  dalla  sua  religione  né  ha  forze 
«  sufficienti  a  potersi  aprire  la  strada  per  mezzo  delle  conquiste  in  quei 
«  paesi  di  dove  sogliono  asportarsi  quelle  merci  che  rendono  più  dovizioso 
«  il  commercio  (colonizzazione).  L'  altra  strada...  ai  è  d'  allettare  li  stra- 
«  nieri  per  mezzo  di  privilegi  ed  esentioni  o  in  tutto  l'anno  o  in  qualche 
«  tempo  di  esso,   a  confluire  ne'   suoi  porti...   ». 

(1)  Le  era  stata  concessa  da  Sisto  IV  con  breve  14  febbr.  1473  ;  ])oi 
smessa,  stante  «  1'  ammirabile  accrescimento  del  commercio  »...  normale, 
s'  intende.  È  la  fiera  di  maggio  o  di  S.  Ciriaco,  di  cui  lo  Spadolini  ha  pub- 
blicato gli   Ordini  in  Le  Marche,    fase,   1.   del   1906. 

(2)  Che  fosse  anche  sicuro,  difeso  come  era  dal  solo  nmlo  di  levante, 
i   senigalliesi,   non   senza   fondamento,   negavano. 

(3)  La  franchigia  era  estesa  (juasi  quanto  quella  di  Senigallia:  esenzione 
totale  dai  dazi  camerali  o  governativi,  parziale  da  quelli  comunali  A  diffe- 
renza dalla  nostra  j)erò  non  vi  godevan  franchigia  le  merci  di  provenienza 
«  fuor  del  golfo  »,  cioè  di  fuori  Adriatico  :  Spadolini,  Il  comm.,  le  arti 
ecc.,  p.   25, 


—  302  — 

fetto  della  sua  o])i)Osizione,  cui  dà  mano  anche  Iesi  (1),  è  che 
nel  breve  30  aprile  1H58^  confermativo  del  i)recedente,  pur  av- 
vicinandone la  celebrazione  a  quella  della  Maddalena  col  fls 
sarla  ai  25  maggio-2  giugno,  Alessandro  VII  inserisce  la  clau- 
sola restrittiva  «  ne,  si  nundinae  huinsmodi . . .  celebrentur, 
«  concursus  personarum  ad  nundinas  in  aliis,,.  Marchiae  An- 
«  conitanae  civitatibus  celebrar!  solitas,  impediatur  »  (2). 

La  qua!  clausola,  va  da  se,  apre  la  via  a  qualsiasi  legale  op- 
posizione. Con  Senigallia  vi  si  gettano  solleciti  gli  appaltatori 
delle  dogane  d'  Ancona,  che  dall'  esenzione  conseguente  alla 
franchigia  riceverebbero  danno  considerevole  e  non  contemplato 
nel  contratto  d'  ap]>alto  ed  e«*si  arrestano  di  punto  in  bianco 
la  conseguita  «  grazia  *.  Subito,  all'  indomani  della  conferma 
|)ontificia,  un  editto  di  mons.  tesoriere  sospejjde  la  celebrazione 
della  fiera...  salvo  a  tollerarla  per  quel  solo  anno,  e  purché 
sia  senza  pregiudizio  dei  doganieri,  a  fine  di  «  non  |)regiudi- 
care  i  mercanti  forse  già  avviati  »  e  anche  «  i)er  la  riputazio 
ne  d'  Ancona  »  (3). 

La  lotta  così  è  appena  ingaggiata.  Nella  primavera  succes 
si  va,  16r)0,  Ancona  naturalmente  insiste  per  la  celebrazione 
della  fiera  anche  in  queir  anno.  Non  men  naturalmente  Seni- 
gallia si  oppone.  Il  governo,  i)ressato  dalla  schiera  dei  perso 
naggi,  che  ciascuna  delle  parti  è  riuscita  a  trarsi  a  rimorchio, 
non  sa  che  pesci  pigliarsi  e . . .  scrive  al  legato  d'  Urbino  e  al 
governatore  d'  Ancona  «  che  procurino  aggiustare  fra  lor  si- 
gnori (i  senigalliesi)  e  i  signori  Anconetani  tal  negotio  »  (4). 
L'  aggiustamento  non  è  preso  sul  serio,  si  capisce,  da  nessuna 
delle  due.  E  intanto  Ancona  riceve  il  secondo  colpo  di  mazza 
nell'aggiudicazione  in  appalto  delle  proprie  dogane,  non  ostante 
i   suoi  ricorsi  (5). 


(1)  Consigli,   v.   38,  e.   HI   e  69. 

(2)  Fiera  d'  Ancona,  v.   2°,   e.  5-6,  Ictt.     Elisi,   da  Roma   4  maggio   16.Ó8. 

(3)  Fiera  d'  Anc,   v.   1»,   e.    101,   lett.   d.   tesoriere  1"   maggio    1658,  v.  2", 
5  e  7. 

(4)  Fiera  d'  Anc,   v.  2",  e.   8,   lett.  Elisi  30  apr.   1659. 

(ó)   «  Non   essendo    seguito  fino    bora  1'  appalto     delle    Dogane...    di    Au- 


-    303   — 

La  controversia  è  di  iiuov^o  richiamata  a  Roma.  Senigallia 
si  arma  di  attestati  di  città  e  mercanti  in  suo  favore  e  con 
questi,  con  memoriali,  con  raccomandazioni,  coli'  invio  di  appo- 
sito deputato,  «  persona  bene  informata  ed  erudita  »,  torna 
all'  assalto  e  chiede  e  vuole,  non  i)iù  la  posticipazione  della 
fiera  d'  Ancona  ad  agosto  —  come  ha  avuto  1'  infelice  idea  di 
chiedere  il  suo  sconfessato  agente  -  ma  addirittura  la  revoca 
del  breve  1658  o  al  i)iù  al  più  la  concessione  della  fiera  ad 
Ancona  nei  mesi  di  ottobre  e  novembre,  disposta  però  a . . . 
transigere  per  la  seconda  metà  di  settembre.  Il  risultato  di 
questo  accanito  battagliare  non  ci  è  esi)licitamente  dichiara- 
to (1).  È  ])erò  un  fatto  che,  dopo  la  prima  e  unica  celebrazione 
del  1659,  Ancona  non  ottiene  più  di  far  la  fiera  di  maggio  si- 
no al  1694.  (Ji  è  viceversa  lasciato  riconlo  di  vari  altri  tenta- 
tivi da  essa  fatti  e  <li  altrettanti  ricorsi  presentati  o  sol  pro- 
gettati dalla  rivale  e,  i)eggio,  di  una  serie  di  piccoli  dispetti 
recii)roci,  sfoghi  di  malanimo,  che  perpetuarono  la  più  cordiale 
antipatia  tra  le  vicine  rivali,  «  suddite  fedelissime  della  santa 
sede  »    (2j. 

Si  giunge  così  al  1694.  Con  breve  del  1693  Innocenzo  XII, 
«  ])er  sollevare  in   qualche  i)arte    le  miserie  dell'  oratorice,  s'  è 


«  coua per  occasione  <li  ricorsi  da  detta  città,  che  desiderava  introdurre... 

«  certa  fiera  franca  -  ah  1'  arte  dell'  indiano,  ohe  in  fatto  di  governo  crede- 
«  vamo  specialità  del  tntto...  odierna  !  -  con  pregiuditio  grande  delle  ren- 
«  dite  di  esse  dogane  » ,  il  tesorier  generale  conceda  detto  appalto  ai  frat.  Be- 
nedetti per  9  anni,  a  cominciar  dal  1662  e  per  la  corrisposta  di  se.  9100, 
non  ostante  privilegi  e  coTicessioni  che  la  città  goda  :  chirog.  di  Aless.  VII, 
31  die.   1659,   copia   in   Fiera  d'  Anc,   v.   1°,  e.  51. 

(1)  Consigli,  v.  39»,  e.  44,  50,  52,  62-67,  69,  71-75,  87,  90-92,  97-100  ; 
Fiera  d'  Ancona,  v.  2°,   e.   16,   20,    23,   24,  26,   28,    29. 

(2)  Consigli,  v.  42"  e.  16t,  21,  81,  82,  84,  128,  1.36t,  157,  182;  v.  46«, 
e.  I96t,  198-200  ;  Fiera  d'  Ancona,  v.  2",  e.  30-33  e  35  ;  Congr.  di  Sanità, 
voi.  B,  e.  23  :  «  Si  aggiunge  che  li  sig.  Anconitani  in  tempo  della  nostra 
«  tìera  hanno  sempre  fatto  niialche  motivo...  e  (jucsto  non  per  zelo  della 
«  sanità,  ma  ])er  interesse  jìroprio,  havendo  molti  di  loro  parte  nei  dazi  e 
«  dogane  e  non  vorrebbero  che  si  trovasse  altra  scala  che  il  loro  porto  ». 
Congreg.   8  ag.   1667. 


-    304   — 

«  dejjnato . . .  di  rinnovare  »  ad  Ancona  la  fiera  di  maggio  (20 
maggio  -  3  giugno),  «  nia  con  espressa  dicliiaratione  che  non 
«  s' intenda  concessa  franchigia  alcuna  dai  pesi  dovuti  alla  R. 
«  Camera  e  suo  doganiere  »  (1).  Con  franchigia  cosi  limitata, 
non  può  la  rinnovata  fiera  d'  Ancona  (;ompetere  con  quelhi  di 
Senigallia.  Ma  è  il  non  compensabile  vantaggio  del  porto,  che 
continua  a  essere  1'  incubo  di  Senigallia  (2).  E  appena  ha  essa 
notizia  nella  primavera  1694  della  nuova  concessione,  riprende 
la  lotta  con  accanimento  rabbioso. 

Riuscirebbe  interessante  seguire  nei  particolari  lo  svolgi- 
mento della  nuova  fase,  che  meglio  della  prima  ha  aspetto  e 
consistenza  di  dibattimento,  sede  la  congregazione  camerale  o  di 
finanza:  dobbiam  limitarci,  i)er  amor  di  brevità,  a  poche  notizie. 

Il  leitmotiv  delle  memorie  i)rodotte  è,  per  ciascuna  delle 
due  rivali,  la  i)ropria  miseria  e  l'invidiabile  prosperità  dell'av- 
versaria (3)  ;  variazioni    indispensabili  :    sarcasmi,    dileggi,  insi- 


(1)  Fiera  d'  Ancona,  v.   2",   e.   49. 

(2)  «  Quando  si  permettesse  ad  Ancona  la  fiera  subito  terminata  quella 
«  di  Senigallia  o  poco  tempo  dopo,  s'  originerebbe  alla  medesima...  qnel- 
«  l'istesso  pregiuditio,  che  havrebbe  incontrato  all'ora  che  gli  si  fosse  conce- 
«  duto...  in  maggio...  perchè...  essendo  il  porto  d'  Ancona  assai  grande,  i 
«  mercanti  che  sogliono  condurre  le  loro  merci  con  piccole  barche  a  Senigal- 
«  liii,  per  risparmio  noleggiarebbero  una  sola  nave  o  vascello  grande  ».  Na- 
«  tnralmente  precedono  e  seguono  numerosi  altri  perchè:  Fiera  d'Ancona, 
V.   1»,   e.   75. 

Identico  concetto  in  altre  due  memorie,  ivi,  e.   109-13,   145-6. 

(3)  Così  un  curioso  e  interessante  documento,  messo  insieme,  ma  non 
comi»leto  e  non  prodotto  in  causa  da  Senigallia  -  forse  perch(^  ritenuto  me- 
schinamente pettegolo  -  ci  permette  di  gettare  uno  sguardo,  sia  pur  fuggevole, 
sulla  vita  della  povera  gente  d'  Ancona  alla  fine  dei  XVII,  quella  i)overa 
vita  quotidiana,  che  gli  storici  aulici  han  sempre  considerato  così  poco  de- 
gna della  loro  penna...  liviana.  «  La  snposta  miseria  della  città  d'Ancona,  per 
«  la  qual  miseria  s'  implora  la  fiera...  »  h  un'  invenzione  degli  avversari, 
afferma  e  vuol  dimostrare  con  dati  e  cifre  alla  mano  1'  estensore  del  curioso 
scritto.  Come  collettività  «  non  è  aggravata  più  delle  altre  città  dello  stato 
vecchio...  In  quanto  alli  particolari...  »  la  nobiltà  ha  a  sua  disposizione 
una  lunga  serie  di  cariche  e  uffici  lautamente  retribuiti;  infine:  «  La  ple- 
«  be  si   provede  con   le  seusiirie  e  sono  moltissimi,   con  i  d.azi  che    pretendono 


—  305  — 

nuazioni  e  male  parole,  nell'uso  sapiente  delle  quali,  a  onor  del 
vero,  non  è  Senigallia  che  resta  al  di  sotto.  Per  lei  1'  intento 
degli  Anconitani  è  *  la  distruzione  »  da  lungo  tempo  meditata 
e  con  ogui  mezzo  perseguita  della  fiera  della  Maddalena  (1), 
quindi  la  sua  propra  rovina. 

Non  deve  concedersi  la  fiera  in  maggio  ad  Ancona  —  sostiene 
la  difesa  di  Senigallia  — : 

1°  Perchè  in  quel  mese  cominciano  già  a  venire  merci  in 
Senigallia,  per  la  fiera  di  luglio,  che  resterebbe  «  minorata  »  ; 
il  minor  contingente  di  merci,  i)er  la  limitata  concorrenza,  rial- 


«  sopra  il  vino,  pesce,  risposta  de  Botegari,  et  alle  porte  della  città  per  l'in- 
«  gresso  della  robba.  Si  provede  eoa  le  portelle  che  sono  in  faccia  del  porto 
«  e  sono  molte,  che  servono  per  sbarcare  la  robba  in  diversi  luoghi...  Y'  è 
«  la  scuola  dei  Bombardieri,  vi  sono  molti  baloardi  o  piazze  e  queste  si  di- 
«  spensano  a  chi  si  porta  bene  nell'  esame  et  ogni  piazza  frutta  almeno  sei 
«  scudi  al  mese,  oltre  li  ministri  del  porto  e  le  due  fortezze,  che  hanno 
«  molti  soldati,  onde  la  Plebe  può  vivere  comodamente  »,  mentre  Senigallia 
non  ha  nulla  di  tutto  questo,  solo  la  fiera  :  Fiera  d'  Ancona^  v.  1",  e.  150-54. 
(1)  «  ...  li  signori  Anconitani  enioli  antichi  della  fiera  di  Senigallia... 
«  non  havendo  mai  in  tempo  alcuno  con  qualsisia...  inventata  voce  ora  di 
«  contaggio  ora  di  corsari  potuto  divertire  il    corso    di    numeroso    popolo... 

e  merci »  :  Fiera  d' Ancona,  v.  1",  e.    1.    Le    voci    purtroppo    non    erano 

invenzioni  degli  emoli  anconitani.  Costoro  piuttosto  mettevano  una  certa  pre- 
mura, che  non  poteva  garbare  a  Senigallia,  nel  diffonderle,  quel  certo...  zelo, 
che  V  antagonismo  degli  interessi  favoriva  cosi  efficacemente.  Avremo  occa- 
sione di  occuparcene  con  certa  larghezza,  trattando  della  fiera  nel  sec.  XVIII. 
Intanto  durante  il  XVII  ben  sei  volte  la  fiera  dovè  essere  proibita  per  mi- 
sura sanitaria:  nel  1630,  1656,  1657,  1673,  1682  e  1691;  e  più  altre  volte 
doverono  essere  interdette  dal  commercio  con  Senigallia  le  regioni  a  oriente 
dell'  Adriatico,  che  erano  tra  le  piìi  attive  clienti  della  fiera  stessa  :  Congre- 
gaz.  di  Sanità,  v.  A,  e.  43,  73-76,  112t  ;  v.  B,  e.  16t  e  43t  ;  Repertorio  dei 
Negotia  sanitatis,  voci  «  fiera  »,  —  «  Dalmazia  »,  —  «  contagio  ».  Né  men 
fondate  erano  disgraziatamente  le  voci  di  corsari,  o  dulciguotti  o  turchi,  i 
quali,  per  non  uscir  dal  sec.  XVII  e  limitarci  soltanto  a  due  delle  numerose 
tracci©  conservateci  di  essi  dall'  arch.  senigalliese,  sulla  fine  del  giugno    del 

1659  predarono  due  barche  dal  porto  di  Fermo  e  ai  primi  di   settembre    del 

1660  due  altre  proprio  «  a  vista  »  di  Senigallia  stessa:  Lett.  d'udienza,  v.  7, 
e.  207  e  V.  8,  e.  182  e  seg. 

20  —  itti  (  Hemorie  d«ll8  R.  Dtp.  di  Storia  Patria  p«f  le  larclM.  1912. 


—  306  — 

zerebbe  i  prezzi  ;  il    rialzo  dei  prezzi  allontanerebbe  i  compra- 
tori. 

2°  Percliè  questo  annichilimento  della  fiera  di  Senigallia  arre- 
sterebbe il  movimento  del  suo  porto,  quindi  il  gettito  del  dazio 
dei  colli,  sull'  unico  fondamento  del  quale  la  città  ha  contratto 
gli  ingenti  debiti  che  sappiamo,  ormai  ascendenti  a  scudi  rom. 
20.434  e  garantiti   <■'  sopra  li  effetti  »  dei  cittadini. 

3°  Perchè  colla  fiera,  col  porto,  colla  cittadinanza  di  Seni- 
gallia, ne  risentirebbe  «  danno  notabilissimo  »  la  reverenda  ca- 
mera, ossia  il  tesoro  dello  stato,  che  dalle  merci  entrate  o  estrat- 
te in  occasione  della  fiera,  prima  e  dopo  della  franchigia,  ritrae 
«  a  migliaia  »  di  scudi. 

4°  Perchè  inoltre  ne  sarebbero  danneggiate  la  legazione  d'Ur- 
bino, V  Umbria,  la  Romagna,  la  Lombardia  e  la  Toscana,  che 
alla  fiera  di  Senigallia  tributano  il  loro  superfluo  e  si  riforni- 
scono del  necessario. 

5°  Perchè  il  recente  breve  ottenuto  dagli  Anconitani  all'  in- 
saputa delle  città  vicine  e  interessate,  è  «  surrettizio  »,  estorto 
cioè  con  inesistenti  ragioni  e  deve  perciò  essere    revocato. 

«  Nel  resto  —  conclude  una  memoria  —  non  era  luogo  ad 
una  lite  contenziosa,  sapendosi...  da  tutti  che  questo  (del  con- 
cedere e  ottener  fiere)  non  è  ius,  né  vi  è  ragione  per  alcuno, 
«  ma  tutto  diijende  dalla  mera  gratia  e  volontà  del  principe  »  (1). 

A  sua  volta  contesta,  e  fa  del  suo  meglio  per  dimostrare,  An- 
cona che  la  concessale  fiera  di  maggio  non  reca  nessun  danno 
a  quella  di  Senigallia: 

1°  Perchè  questa  è  «  del  tutto  franca  »  e  consiste  in   sete, 


(1)  Fiera  d'  Ancona,  v.  1°,  e.  89.  Sul  diritto  di  concedere  mercati  e  fiere, 
vedi  HuvELiN,  Le  droit  dee  marchéa  ecc.,  p.  186-88,  dove  può  riscontrarsi 
anche  il  lontano  precedente  di  un  asserito  diritto  di  Ancona,  di  i)oter  proi- 
bire 1'  apertura  di  porti  fino  a  60  miglia  :  Fiera  d'  Ancona,  v.  2°,  e.  52.  Per 
ciò  che  riguarda  i  punti  dibattuti  in  questa  interessante  causa,  naturalmente 
noi  riassumiamo  e  spigoliamo  qua  e  là  dalle  numerose  memorie  e  documenti 
riuniti  senz'  ordine  nei  due  volumi  Fiera  d'  Ancona.  Per  le  ragioni  di  Seni- 
gallia, particolarmente  :  voi.  2o  e.  1-2  e  voi.  1",  e.  1-4,  109-13  ;  per  le  ra- 
gioni d'  Ancona  :  voi.    2»,   e.   42-59  e  voi.   1",  e.  78-80,  94-99,    105-08 


—  307   — 

lane,  lini,  telerie,  salumi,  legnami,  maiolicbe,  agli  e  cipolle,  ani- 
mali di  ogni  sorta,  tutte  merci  e  prociotti  die  non  possono  re 
carsi  alla  fiera  di  maggio  in  Ancona  per  non  esser  pronti,  «al- 
l' ordine  ».  Le  sete  infatti  —  dicono  gli  avvocati  d'  Ancona,  e 
la  parte  avversa  non  dura  fatica  a  confutare  questa  e  le  seguenti 
argomentazioni  —  «  non  si  cavano  che  nel  mese  di  giugno  »  ; 
le  lane  si  tagliano  nel  mese  di  maggio;  le  telerie  —  in  cui  com- 
prendono forse  anche  i  lini  —  ^<  si  comperano  alla  fiera  del 
corpus  domini  da  Bulzano  »  ;  i  salumi,  «  oltre  il  non  goder 
francliigia...  in  detta  fiera  d'  Ancona  »,  non  sono  ancora  stagio- 
nati per  quel  tempo,  «  facendosene  la  pesca  nell'  oscuri  d'aprile 
e  maggio  »  ;  i  legnami  si  tagliano  parimenti  «  alle  lune  d'aprile 
e  maggio  »  ;  le  maioliche  «  si  fabricano  in  primavera  nelli  Ca- 
stelli di  Regno  >?  ;  agli  e  cipolle  si  raccolgono  per  S.  Giovanni  ; 
«  animali  d' ogni  sorta...  vengono  dalla  fiera  di  Foggia  del 
4   maggio  •>. 

2°  Perchè  tra  la  fiera  d'  Ancona  e  quella  di  Senigallia  cor- 
rono 40  giorni,  più  che  sufficienti  ai  viaggi  delle  imbarcazioni 
pel    ricarico. 

Oltre  che  per  le  dette  ragioni,  poi,  deve  essere  mantenuta  la 
fiera  di  maggio  concessa  ad  Ancona: 

a)  Perchè  il  breve  1693  è  indipendente  da  quello  del  1658. 

b)  Perchè  la  fiera  d'  Ancona  vantaggerà  anzi  la  fiera  di  Se- 
■nigallia  per  le  merci  che  in  Ancona  si  saran  «  conservate  »  per 
quella  :  in  conseguenza  di  che,  nessun  danno  alle  province 
dello  stato. 

e)  Perchè  la  camera  apostolica  maggior  utile  ritrarrà  dal 
«  ravviare  il  commercio  in  Ancona  *,  piuttosto  che  «  finirlo 
d'  annichilare  per  dare  maggior  utile  agi'  avversari  ». 

d)  Perchè  Ancona,  «  tanto  superiore  e  più  popolosa  di  Se- 
nigallia »,  e  tanto  i)iù  di  questa  gravata,  ha  non  meno  o  forse 
ha  più  diritto  di  Senigallia  alla  doverosa  benevolenza  della  santa 
sede. 

«  Onde  (concorrendovi  1'  utile  del  principe,  il  benefitio  dello 
«  stato  e  l'ingrandimento  delle  città  e  sudditi,  che  sonogPog- 
«  getti  primarii  del  governo    non  sa  vedersi   per   qual    cagione 


—  308  — 

«  debba...  la  povera  città  d'  Ancona...,  per  pura  emulazione...  di 
«  Sinigaglia,  esser  priva  »  di  ciò  di  cui  gode  ogni  altra  «  città, 
«  terra  o  castello  per  piccolo  che  sia  ». 

Intorno  a  questi  punti  fondamentali  la  battaglia...  a  memo- 
riali di  fatto  e  memoriali  di  diritto,  repliche  e  controrepliche, 
si  svolge  intensa  dai  primi  di  maggio  al  novembre  1694.  Va 
da  se  che,  fuori  della  sede  uf6ciale  della  contesa,  agenti,  amici, 
protettori  delle  due  parti  e  delle  alleate  delle  due  parti,  secon- 
dano i  combattenti  e  lottano  d' influenza  con  chi  e  per  quanto 
possono.  Finalmente...  illuminata,  .la  congregazione  camerale  il 
26  novembre  opina  che  ad  Ancona  non  si  può  negare  la  fiera; 
ma  che  le  parti...   *  s'  accordino  circa  il  tempo  !   (1)  ». 

Con  questo  sicut  erat  si  va  ancora  innanzi  per  dell'  altro 
tempo.  Manco  a  dirlo,  le  nuove  pratiche  d'  accordo  —  se  an- 
che son  tentate,  e  non  ci  risulta  —  finiscono  come  il  prover- 
biale buco  nell'  acqua.  Nel  gennaio  1695  la  cosa  torna  ancora 
all'  emerita  congregazione  camerale.  Da  una  parte  e  dall'  altra 
si  fa  1'  estrema  possa.  Per  Senigallia  aiutano  lesi^  Fermo,  As- 
sisi, e,  potenti  e  instancabili,  il  card.  Albani  ])rotettore  e  il 
card.  Astalli  legato;  per  Ancona,  il  card.  Casanatta.  Finche,  in 
data  23  marzo  1695,  esce  in  forma  di  breve  il  supremo  oracolo 
papale  :  Ancona  celebri  la  sua  fiera  dal  1°  al  15  ottobre  di  ogni 
anno  !  (2) 


* 
*    * 


Se  ora,  tra  tali  e  tanti  contrasti,  la  fiera  di  Senigallia  si 
mantiene  non  solo,  ma  si  Consolida  e  sale  a  sempre  maggiore 
importanza,  forza  è  bene  che  rispondesse  e  largamente  provve- 


(1)  Fiera  d'  Ancona,  v.  1°,  e.  133.  * 

(2)  Fiera  d'Ancona,  v.  1",  e.  21.  Procuratore  di  Senigallia  in  questa 
causa  fu  il  concittadino  nob.  Alberico  Arsilli,  le  cui  lettere,  contenute  quasi 
tutte  nel  1^  voi.,  ivi,  sono  di  un  brio  e  di  una  tale  garbata  vivacità  che, 
a  nostro  parere,  oltre  che  per  la  materia,  meriterebbero  di  essere  fatte  co- 
noscere. 


—  309  — 

desse  a  bisogni  realmente  sentiti.  Ma,  come  è  facile  pensare  e 
s'  è  già  accennato,  alla  sua  fortuna  non  fu  estranea  neanche 
1'  opera  di  uomini.  Dei  quali,  per  1'  azione  che  si  trovò  a  svol- 
gere, merita  cenno  il  legato  della  provincia. 

Il  legato  pontificio  nel  governo  dell'  ex  ducato  di  Urbino  ci 
si  presenta  quale  erede  diretto  degli  estinti  duchi.  Il  ducato 
stesso,  del  resto,  è  tornato  ])rovincia  o  legazione  ecclesiastica, 
conservando  nel  complesso  i  rapporti,  che  avevano  regolato  la 
sua  dipendenza  o  vassallaggio  dalla  santa  sede.  Riservata  quindi 
la  sovranità  al  pontefice  —  sovranità  che  si  concretava  nell'eser- 
cizio del  diritto  di  guerra  e  di  imporre  tributi  —  1'  autorità  e 
competenza  del  legato,  specialmente  durante  il  secolo  XVII,  non 
hanno  limiti  (1). 

Ora,  nei  riguardi  della  fiera,  i  legati  d'  Urbino  fanno  della 
loro  autorità  un  uso  che  non  potrebbe  desiderarsi  migliore.  Essa 
s'  è  venuta  a  trovare  sotto  la  loro  giurisdizione,  non  in  virtìi 
della  loro  larga  competenza  ;  ma  per  effetto  della  famosa  sop- 
pressione del  capitano  di  fiera,  le  cui  attribuzioni  civili,  si  ri- 
corderà, erano  passate  al  luogotenente,  rappresentante  nella  città 
dell'  autorità  governativa,  quindi  in  definitiva  al  governo,  dei 
duchi  prima,  del  legato  dopo  il  1631.  E  poiché,  anche,  il  legato 
in  quest'  opera  sua  si  dà  premura  di  seguire  i  suggerimenti 
dei  i)iù  direttamente  interessati  alla  fortuna  dell'  istituzione  e 
conoscitori  dei  suoi  bisogni,  i  cittadini,  può  dirsi  infine  che  colla 
dominazione  ecclesiastica  il  governo  della  fiera  sia  tornato  alla 


(l)  Sin  verso  al  1680  egli  ha  anche  competenza  —  come  rileviamo  eoa 
tutta  sicurezza  dai  nostri  documenti  —  nella  gelosa  materia  sanitaria,  come 
se  anche  sotto  il  riguardo  della  pubblica  salute  la  legazione  non  avesse 
comunanza  di  interessi  col  resto  dello  stato.  Per  la  prima  volta  appunto 
nel  1680  troviamo  che  «  N.  S.  vuole  che  tutti  gli  affari  di  peste  si  regolino 
dalla  sacra  consulta  »:  lett.  d.  card.  leg.  Barberini  al  luogot.  di  Senig., 
Roma  5  giugno  1680,  Lettere  d'udienza,  v.  25,  e.  78.  Tanta  autorità  andrà 
invece  restringeiKlosi  nel  XVIII,  durante  il  quale  vedremo  il  legato,  ogni 
volta  si  ricorra  a  lui  per  materie  che  non  sono  di  ordinaria  amministrazione 
muoversi  impacciato,  circospetto,  e  riferirsi,  si  può  dire,  invariabilmente 
a  Koma. 


—  310  — 

città,  con  questo  vantaggio  di  più  :  che  1'  autorità  pernianente 
e  illimitata  del  legato  si  presenta  agli  occhi  di  cittadini  e  fora- 
stieri  ben  altrimenti  superiore  a  quella  dell'antico  capitano. 

Eestando  il  luogotenente  «  giudice  privatamente  ad  ogui  al- 
tro »  —  per  tutte  le  cause  attinenti  alla  fiera,  come  si  sa  — 
dalle  sue  sentenze,  pur  senza  pregiudizio  e  ritardo  nella  esecu- 
zione, si  ammette  il  giudizio  in  appello  al  legato  (1).  Al  legato 
spetta  concedere  la  «  licenza  *  di  far  la  fiera  (2)  ;  a  lui  dar 
disposizioni  di  polizia  ;  a  lui  provvedere  in  materia  di  sanità. 

E  il  legato  sempre,  quasi  senza  eccezione,  si  mostra  animato 
dalla  pili  schietta  e  operosa  simpatia  per  la  fiera,  conscio  del- 
l' importanza  che  ha  per  la  città  e  per  la  provincia,  e  alla  sua 
difesa  e  al  suo  incremento  spiega  la  più  attiva  sollecitudine, 
anche  quando  gli  interessi  di  essa  possano  sembrare  in  conflitto 
coli'  interesse  più  generale  dello    stato. 

Si  tratti  di  impedire  abusi,  rimuovere  pericoli^  combattere 
concorrenti,  strappar  qualche  concessione  a  Roma,  il  legato  lo 
troviamo  invariabilmente  pronto  a  intervenire,  secondare,  talora 
anche  promuovere  e  indirizzare  1'  opera  della  città,  spendere  le 
sue  aderenze  e  la  sua  influenza  presso  i  colleghi  della  corte  ro- 
mana. In  presenza  a  tanto  zelo  —  di  cui  gli  alcuni  donativi, 
che  troviamo  ricordati  qua  e  là  (3),  possono  spiegare  l'origine, 
ma  non  la  vivacità  —  verrebbe  fatto  di  dire  che  lo  movesse  un 
interesse  più  tangibile  del  semplice  lustro,  che  ne  veniva  alla 
sua   provincia. 


(1)  Memorie  diverse,  r.  5",  N.  141. 

(2)  Licenze  di  fiera,  conservateci  in  Lettere  d'  udienza  ne  abbiamo  per 
gli  anni  1683-35,  1639,  1642,  1641-46,  1650-51,  1654-55,  1658-66,  1676-79, 
1683-86,  1692-93.  Dal  reportorio  dei  Bollettari  e  dalla  Miscellanea  v.  C,  N.  22, 
poi  rileviamo  che  la  fiera  fu  celebrata  anche  iu  anni  dei  quali  non  e' è  per- 
venuta licenza,  e  cioè:  1637-38,  1652-53,  1667-75,  1680-81,   1688-90,  1694-1700. 

(3)  «  Son  stato  dal  E.mo  Sig.  Cardinale  Legato  fCostagnti)  mio  Si- 
«  gnore  e  gì'  ho  apresentato  li  12  piatti  d'argiento  in  nome  publico.  S.  E. 
«  gl'ha  graditi  straordinariamente  e  me  ha  detto  che  di  tal  amorevolezza 
«  ne  terrà  memoria  perpetua  »:  G.  Capocaccia  ai  Regol,  di  Senig.,  Roma  10 
die.  1647,  in  Amlasc,  Avvoc.  e  Procur.  v.  1",  e.  54.  Analoghi  presenti  tro- 
veremo nel  successivo  secolo. 


—  311  — 

Beli'  attività  legislativa  del  legato  in  relazione  alla  fiera, 
numerosissimi  sono  i  documenti  pervenutici,  dalle  già  ricordate 
licenze  agli  ukase  contro  i  violatori  della  franchigia.  Noi  natu- 
ralmente non  e'  illudiamo  sulP  efficacia  repressiva  di  questi  ul- 
timi, alcuni  dei  quali  irresistibilmente  ci  richiamano  i  termini  e 
le  minacce  delle  «  gride  >^  di  manzoniana  memoria  ;  ma  ciò  non 
attesta  meno  della  buona  volontà  e  della  sollecitudine  del  legato. 

Così,  abbiamo  già  visto,  nel  1652  il  legato  card.  Vidman, 
sotto  minaccia  di  rappresentarlo  a  Koma  »,  inibisce  al  castel- 
lano di  «  compiere  estorsioni  ai  mercanti  e  negotianti  che  ven- 
gono in  fiera  ».  Così  pure  nel  1663  il  legato  card.  Bichi  ordina 
che  i  litiganti  non  siano  gravati,  oltre  quanto  è  stabilito  per 
legge,  nel  pagamento  dei  cai)isoldi  e  nel  salario  dei  procuratori 
e  che  i  grascieri  non  alterino  il  prezzo  dei  vini  e  dei  comesti- 
bili  (1).  Analogamente  il  legato  card.  Altieri  nel  1674,  confer- 
mando le  disposizioni  precedenti,  vuole  non  si  alterino  in  danno 
dei  mercanti  i  noli  delle  case  e  delle  botteghe  (2)  ;  mentre  nel 
1689  il  Pallavicini  richiama  il  castellano  all'  osservanza  del  com- 
promesso 1667  (3)  e,  sotto  pena  di  cinque  anni  di  galera,  ordina 
e  comanda  ai  birri  del  bargello  che  «  non  ardiscano  maltrattare... 
«  mercanti  né  con  fatti  né  con  parole,  per  obbligarli  a  dar 
«  mancia  o  [darla]  maggiore  di  quella  che  vogliono  dare...  E 
«  molto  meno  ardiscano  o  presumano  d'  andar  cercando  dette 
«  mance  in  più  corpi  o  squadriglie,  moltiplicando  in  tal  forma 
<'  gli  aggravi,  quando  avrebbero  da  andare  in  un  sol  corpo  e 
«  li  soli  deputati  del  bargello  »    (4). 

Piti  interessante  finahnente  pel  fenomeno  che  ci  denuncia, 
è  il  seguente  editto  del  vice-legato  Mazza  pel  legato  card.  Ru- 
bini : 

«  Luogotenente,  sentendo  noi  con  dispiacere  che  nel  presente 
«  tempo  di  fiera  si  commettino  in  questa  città  continui    mono- 


(1)  Leti,  d'udienza,  v.   11,  e.  125. 

(2)  Lett.  d'udienza,  v.   :J8,  e.  121. 

(3)  Regalie,  v.  3°,  e.   235t. 

(4)  Lett.  d'udienza,  v.  31,  e.  47. 


—  3l2  — 

«  polii  col  comprarsi  dagP  habitanti  in  essa  capi  di  mercantie 
«  intieramente  per  rivendersi  poi  a  prezzo  rigoroso,  a  proprio 
«  capriccio,  in  pregiuditio  di  quelli  si  portano  qua  per  fare  le 
«  provisioni^  né  volendo  noi  tollerare  un  simile  abuso,  voi  ])er 
«  publico  bando,  in  nome  nostro,  proibirete  li  sudetti  monopolii, 
«  sotto  pena  della  perdita  di  tutto  il  capo  di  robba,  cbe  si 
^<  comprerà  per  rivendere  nella  medesima  fiera,  d'  applicarsene 
«  il  ritratto  conforme  da  noi  e  nostri  successori  vera  ordinato 
«  ed  anco  d'  altre  pene  corporali  da  estendersi  sino  alla  galera 
«  a  nostro  arbitrio  et  attenderete  all'  osservanza  col  darne  av- 
«  viso.  Senogallia  16  luglio  1692  »  (1). 

Ciò  che  balza  evidente  da  tutti  questi  decreti  è  la  preoc- 
cupazione di  mantenere  alla  franchigia  reale  tutta  la  sua  effi- 
cienza possibile  e  compatibile  cogli  aggravi  legali,  a  fine  di  non 
disgustare  i  mercanti  ne  deludere  i  compratori.  Dietro  il  legato 
qui  non  è  difficile  intravedere  1'  autorità  locale,  che  denuncia 
abusi  e  invoca  rimedii. 

Ma  anche  contro  il  momentaneo  interesse  della  comunità,  il 
legato  sa  difendere  l' interesse  permanente,  che  è  la  vitalità 
della  fiera.  Coli'  accortezza  del  gran  commerciante  moderno,  clic 
sa  di  trovare  nelle  maniere  cortesi  un  coefficiente  al  buon  sue 
cesso  della  sua  azienda,  il  legato  card.  Spada  nel  1688  disap- 
prova che  i  noli  delle  botteghe  comunali  si  possano  esigere 
manu  regia  (2). 

Più  numerose  sono  naturalmente  le  disposizioni  di  polizia 
spicciola,  molte  rinnovate  a  intervalli  di  pochi  anni.  Non  pos- 
sono essere  introdotte  in  città  armi  da  fuoco  (3)  ;  non  possono 
gli  ebrei  andar  senza  segno  (4)  ;  proibito  per  le  vie  della  fiera 
il  transito  dei  veicoli  (5).  A  proposito  del  qual  divieto,  poiché 
nella  fiera  del  1672  il  march.  Baviera  ha  «  avuto   1'  ardire    di 


(1)  Leti,  d'udienza,  v.  34,  e.  133. 

(2)  Leti,  d'udienza,  v.   29,    e.   188. 

(3)  Leti,  d'udienza,  v.  9°,  e.   145-6,203;   v.   10,  e.  47  ecc. 

(4)  Leti,  d'udienza,  v.  10,  e.  125. 

(5)  Leu.  d'udienza,  v.  17,  e.  160;  t.  92,  e.  153. 


—  313  — 

«  contravvenire  al  divieto  di  tragitto  delle  carrozze  in  tempo 
«  di  fiera  »,  senza  riguardo  ai  magnanimi  lombi  il  legato  Cerri, 
il  25  luglio,  fulmina  1'  ordine  di  intentargli  processo,  carcerarne 
il  cocchiere  e  dargli  —  al  cocchiere,  s'  intende  !  —  tre  tratti 
di  corda  in  pubblico.  Ma  poi  —  segno  del  tempo  e  del  regime 
«  paterno  »  !  --  l'ordine  fiero,  «  per  degni  rispetti  »,  il  primo 
agosto  vien  revocato,  il  processo  e  le  molestie  al  sullodato  mar- 
chese sospesi  e  i  tre  tratti  di  corda  —  se  pur  non  è  troppo 
tardi  !  —  al  povero  diavolo  di  cocchiere  risparmiati  (1). 

Più  notevoli  invece  le  decisioni  pronunciate  in  merito  a  con- 
troversie :  notevoli,  non  per  lampi  di  sapienza  giuridica,  ma  per 
un  fondo  di  buon  senso,  per  certa  sapienza  salomonica,  che  non 
manca  di  pregio  e  da  cui  la  moderna  giustizia  curialesca  ci  ha  quasi 
affatto  disabituati,  A  edificazione  nostra  riferiamone  qualcuna. 
«  I  deputati  alla  sanità  e  il  cancelliere  —  suona  una  delle  prime 
in  cui  ci  imbattiamo  :  7  agosto  1639,  legato  il  cardinal  Barbe- 
rini —  depositino  tutto  ciò  che  han  fatto  indebitamente  pagare 
ai  mercanti  nella  prossima  passata  fiera  pei  posti  del  legname 
fuori  della  porta  Marina  »  (2).  E  il  18  luglio  1656  il  legato 
card.  Homodei  sentenzia  :  «  Non  è  ragionevole  che  le  mercan- 
zie venute  in  tempo  di  francliigia  sotto  la  buona  fede  che  do- 
vesse farsi  la  fiera  —  che  quel!'  anno  è  stata  proibita  per  ra- 
gioni sanitarie  —  paghino  dazio  o  gabelle  »  (3).  E  infine  il 
20  agosto  1673,  che  del  pari  per  misura  igienica  la  fiera  non 
è  stata  concessa,  il  legato  Altieri  :  «  Gaspare  Picchietti  e  com- 
pagni, che  han  dato  legnami  e  opera  nel  far  le  botteghe,  siano 

< 
pagati  per  una  metà  dalla  comunità  e  per  1'  altra  dai    ministri 

comunitativi,  avendo  questi  mancato  nel  chiedere  un  mese  avanti 
la  licenza  solita  di  poter  fare  la  fiera  ».  (4) 


(1)  Leu.  d'udienza,  v.  17,   e.  166  e  174. 

(2)  Lett.  d'udienza,  v.  2°  e.  224. 

(3)  Lett.  d'udienza,  v.  6«  e.  227. 

(4)  Lett.  d'udienza,  v.  17,  e.   186. 


Capitolo  IV 
Il  secolo  XVII 

Movimento  delle  merci    iti    generale   durante  il    secolo  XVII    —  Rassegna    alfa- 
betica delle  merci. 

Anche  per  questo  primo  periodo  della  dominazione  ecclesia- 
stica, il  fatto  che  coljnsce  pure  alla  sem])lice  lettura  dei  docu- 
menti, è  l'incessante  progresso  compiuto  dalla  fiera.  L'abbiamo 
lasciata  al  cadere  della  signoria  roveresca,  o  piìi  precisamente 
alla  fine  del  XVI  —  giacche  del  primo  trentennio  del  XVII 
secolo  non  ne  sappiamo  quasi  nulla  che  interessava  il  du- 
cato d'  Urbino,  lo  stato  pontificio,  il  ducato  di  Ferrara  e  la 
terraferma  di  Venezia,  Con  molta  y)robabilità  sin  da  allora  re 
lazioni  d'affari  avevano  con  essa  le  regioni  ad  oriente  dell'  Adria- 
rico  (1).  Ma  è  soltanto  agli  inizi  della  dominazione  ecclesiastica, 
che  possiamo  avvertire  e  documentare  il  suo  carattere  —  non 
ancora  la  sua  entità   -     di  mercato  internazionale  vero  e  proprio. 

Nel  l(J36  —  la  prima  volta  che  ci  è  dato  sorprenderla,  per 
così  dire,  in  atto,  sia  pure  entro  un  campo  visuale  limitatissimo 
—  ci  dà  l'impressione  di  un  movimento  di  uomini  e  merci  real- 
mente notevole.  Vi  tributa  già  un  suo  prodotto,  che  sarà  anno- 
verato di  lì  a  non  molto  tra  le  voci  di  primaria  imi)ortanza, 
l'opposta  riva  dell'  Adriatico.  Vi  fa  le  sue  prime  prove  l'ingor- 
digia del  castellano,  che  ha  aumentato  «  con  danno  del  Publico 
e  del  privato  »  il  numero  delle  sue  botteghe  e  che,  seguito  dal 


(1)  Il  regolameuto  sanitario  del  1577  prevede  il  caso  di  provenienze  da 
tutto  il  litorale  orientale  dell'  Adriatico  ;  la  Dalmazia  è  bandita  dalla  Sanità 
di  Senigallia  nel  1520  e  1560  ;  marinai  dalmati  vengono  a  caricar  grani  a 
Senigallia  sin  dalla  metà  del  sec.  XV. 


—  315  — 

cancelliere,  da  un  codazzo  di  facchini  e  da  un  sensale,  s'aggira 
tra  la  folla  e  i    mucchi    di  merci,    «  su  per    questa  fiera,  e  da 
«  questa  parte  ch'è  sopra  la  fonte,  sino  al  rastello  della  Marina, 
«  addoraandando    denari  a  ciascuna  barca    o  vascello,  che  ave 
«  vano  i)ortato    robba...  e...  posto  in  terra  »   (1). 

L'  affluenza  va  senza  dubbio  aumentando  negli  anni  succes- 
sivi. Ne  è  j)rova  il  fatto  che,  regolandosi  nel  1645  V  ufficio 
della  mediazione,  accanto  ai  tre  sensali  cittadini  incaricati  di 
agevolare  i  contratti  tra  l'anno,  si  ammettono  all'esercizio  della 
senseria  durante  la  franchigia  sensali  forastieri  in  numero  in- 
determinato (2).  Lo  confermano  la  circostanza  che,  nel  1652, 
un  altro  castellano  tenta,  come  abbiamo  visto,  di  allargare  la 
sfera  delle  sue . . .  appropriazioni  e  —  indice  sopra  tutti  elo- 
quente —  la  prima  grave  limitazione  che  la  comunità  stessa, 
già  così  gelosa  della  franchigia,  s'induce  a  fare  del  bisecolare 
privilegio. 

Proprio  nel  1652  infatti  si  comincia  ad  esigere  in  fiera  il 
ripristinato  dazio  dei  colli  dalle  merci  venute  per  via  di  mare. 
Relativamente  modesto  il  gettito  nel  primo  anno,  cioè  nella 
prima  fiera,  —  i  dati  conservatici  riguardano  esclusivamente  il 
luglio,  per  gli  anni  dal  1652  al  1659  —  sale  iaimediataraente 
a  quasi  il  doppio  nelle  due  fiere  successive  e  lo  sorpassa  nel 
terzo  anno,  tendendo,  dopo  la  doppia  sospensione  della  fiera 
del  1656  57,  a  fissarsi  in  questa  ultima  misura  (3).  Ecco,  a 
maggior  chiarimento,   le  cifre  : 

anno  1652     ....     scudi  in  mon.  d'  Urb.  351:7  — 

1653  ....  613:94— 

1654  ....  646:9  :  2 

1655  ....  715:92— 

1656,  fiera  proibita  139:95 — 

1657,  fiera  proibita  134:27  — 

1658  ....  467:9  :3 

1659  .     .      .     .    ■  622:97— 


(1)  Regalie,  v.   1»,   e.    42-43. 

(2)  Capitoli  diversi,  e.   27-29. 

(3)  Fiera  d'  Ancóna,  r.  1°  e.  47, 


—  316  — 

In  esse  è  compreso  anche  il  gettito  del  dazio  dell'alboraggio: 
mezzo  i)aolo  per  imbarcazione.  Ma,  se  consideriamo  che  il  rap- 
porto tra  dazio  dell'  alboraggio  (un  grosso  o  mezzo  i)aolo  per 
imbarcazione)  e  dazio  dei  colli  (un  grosso  o  mezzo  paolo  per 
collo  del  peso  di  250  libbre)  è  minimo;  se  teniamo  presente 
che  le  merci  soggette  al  dazio  dei  colli  sono  quelle  sole  che 
vengono  per  mare  —  e  queste  forse  non  costituiscono  ancora 
quantitativamente  la  ]>arte  maggiore  di  tutto  il  contingente 
mercantile  (1)  —  non  è  arrischiato  dedurre  che  già  da  questi 
anni  il  movimento  generale  delle  merci  sia  rispettabile.  Come 
altrimenti  avrebbe  potuto  la  comunità  contare  sui  redditi  del 
dazio  dei  colli,  il  cui  gettito  piti  copioso  era  dato  appunto  dalla 
fieia,  per  l'estinzione  dell'ingente  prestito  contratto  pei  lavori 
portuari  ? 

Né  il  moto  si  arresta.  Quando,  per  la  prima  volta,  nel  1658 
si  manifesta  la  rivalità  commerciale  di  Ancona,  Senigallia  i)uò 
affermare  che  alla  sua  fiera  ormai  «  da  varie  parti  del  mondo 
«  concorrono  merci,  e  particolarmente  da'  paesi  dell'  Imperio, 
«  delF  Abruzzo,  del  Veneto,  della  Dalmatia,  RagUvsi,  e  di  tanti 
«  altri  anco  più  lontani  luoghi  di  Levante  »  (2).  È  dunque  or- 
mai un  emporio  vero  e  proprio  di  tutto  il  bacino  adriatico. 

E,  se  possiamo  e  dobbiamo  credere  alla  dichiarazione  non 
disinteressata  di  due  senigalliesi,  1'  attività  commerciale  sulle 
rive  del  Misa  s'  inizia  dentro  giugno,  senza  aspettare  neanche 
la  franchigia  :  «  cominciano  a  comparire  nel  porto  legnami,  sa- 
«  lumi,  maioliche,  ferrareccie  et  altro,  così  dallo  stato  eccle- 
«  siastico  come  da  paesi  lontani  e  stranieri,  dentro  giugno, 
«  non  curando  di  aspettare  la  franchigia . . . ,  sottoponendosi  i 
«  conduttori    delle    medesime  al    ])agamento    di    dazi    camerali 


(1)  Nel  1694  il  doganiere  di  Senigallia  denuncia  come  venuti  in  meno  in 
confronto  della  fiera  precedente,  a  causa  della  celebrata  fiera  d'  Ancona,  493 
colli  per  la  via  del  mare  e  «  molte  centinaia  per  la  via  di  terra  »  :  Fiera 
d'  Ancona,   v.   1",  e.   10. 

(2)  Fiera  d'  Ancona,  v.  2°,  e.  12-13.  Lo  stesso  affermano  anche  mercanti 
di  Pesaro,  ivi,  v.  1°,  e.  49. 


—  317   — 

«  e  dogane,  per  poter  più  comodamente  cominciare  a  negotiare. 
«  Anzi,  poste  in  terra  le  prime,  ben  spesso  si  rimandano  bar- 
«  che  a  far  altre  levate  di  robbe  »  (1). 

Ammessa  pure  una  qualche  esagerazione  in  tale  testimo- 
nianza, quel  che  però  è  certo,  per  attestazioni  di  fonte  non 
sospetta,  è  che  a  questo  momento  la  fiera  adempie  effettiva- 
mente alla  sua  duplice  funzione  di  smaltimento  e  di  riforni- 
mento, consente  uno  scambio  dei  più  larghi,  sul  quale  produt 
tori  e  consumatori,  fabbricanti  e  acquirenti  fanno  assegno  e  a 
norma  del  quale  regolano  i  loro  interessi.  È  tutto  il  bacino 
dell'  Adriatico  che  vi  tributa;  è  in  generale  tutto  lo  stesso  ba- 
cino, ma  in  particolare  le  provincie  adriatiche  dello  stato  pon- 
tificio e  persino  la  Lombardia,  che  vi  si  riforniscono.  Le  merci 
recatevi  da  mercanti  forastieri  —  così  in  una  loro  dichiarazio- 
ne collettiva  i  mercanti  di  Pesaro  —  si  distribuiscono  «  per  le 
«  Provincie  della  Marca,  Urbino,  Eomagna  e  Lombardia;  mer- 
«  cantie  nostrane  invece  da  barche  straniere  e  mercanti  stra- 
«  nieri  si  trasportano  altrove  (2)  ».  La  vita  domestica,  ricca  o 
povera  che  sia,  1'  artigianato,  le  piccole  industrie  e  il  piccolo 
commercio  vi  cercano  e  vi  trovano  il  necessario  alimento;  ogni 
anche  modesta  attività  produttrice  della  regione  vi  trova  facile, 
vantaggioso  e  sicuro  esito  alla  sua  produzione.  La  sua  cele- 
brazione infine  è  talmente  entrata  nelle  consuetudini  delle  po- 
polazioni interessate,  che  al  cadere  di  essa  si  suole  fissare  la 
scadenza  dei    pagamenti  (3). 

Nel  resto  del  secolo,  la  zona  che  tributa  alla  fiera  non  si 
estende  oltre,  ma  s'intensifica  il  movimento,  si  accentua  la 
duplice  funzione  dello  smaltimento    e  del  rifornimento   pei  ccn- 


(1)  Fiera  d'  Ancona,  v.   1",  e.   48. 

(2)  Fiera  d'Ancona,  v.  l*',  e.  49.  Analogamente  la  comuuità  di  Cagli  al 
card.  Chigi  suo  protettore,  17  genu.  1660:  «....  i  mcrcauti  e  particolari  di 
«  questa  patria  si  provedono  (alla  fiera  della  Maddalena)  di  tutto  ciò  che  gli 
«  occorre  per  il  bisogno  dell'  anno  ».  E  al  card,  legato,  stessa  data  :  «...  que- 
«  sti  mercanti  e  cittadini  ne  ricevono  non  ordinario  benefitio,  col  vendere, 
«  comprare  e  prò  vedersi  ivi  per  tutto  1'  anno  »  :  ivi,  e.   23  e  26. 

(3)  Fiera  d'  Ancona,  y.  1°,  e.  49. 


—  318  — 

tri  vicini  (1),  si  fa  più  fitta  e  piìi  vasta  la  rete  degli  interessi  che 
ne  irradiano,  e  di  cui  abbiamo  visco  il  primo  esempio  nell'istitu- 
zione del  dazio  dei  colli.  È  di  nuovo  questo  dazio,  che,  in  man- 
canza di  notizie  specifiche,  ci  permette  di  seguire,  sia  pure  da 
lontano,  il  movimento.  Disgraziatamente  dei  non  i)ochi  libri, 
che  si  riferivano  alla  sua  gestione,  non  ce  ne  resta  che  uno, 
il  quale  pel  momento  non  ci  serve.  Essendosene  però  dal  1667 
appaltata  1'  esazione,  insieme  con  quella  dell'  alboraggio  e  della 
pietra  cotta  —  un  povero  mezzo  paolo,  quest'  ultimo  pure,  per 
ogni  migliaio  di  mattoni  da  estrarsi  dalla  città  e  territorio  — 
ci  sono  state  conservate  le  cifre  delle  corrisposte  annue  d'  ap- 
palto. Le  quali  pertanto,  così  come  sono,  per  una  jiarte  ci  di- 
cono dì  più,  per  un'  altra  assai  meno  di  quel  che  possa  essere 
effettivamente  stato  il  gettito  del  dazio  dei  colli.  Ma,  quando 
sappiamo  che  —  a  confessione  di  un  appaltatore  nel  1694  — 
durante  il  solo  mese  della  fiera  esso  dava  un  provento  pari  a 
circa  due  terzi  della  corrisposta  totale  annua  dovuta  alla  comu- 
nità (2),  dette  cifre  acquistano  un  valore  indiziario  grandissimo. 
Appaltati  dunque  i  detti  dazi,  la  prima  volta  nel  1667  per 
scudi  1501  di  moneta  d'  Urbino,  1'  anno  seguente  la  corrispo- 
sta sale  subito  a  1610  e  nel  1670,  a  1625  scudi.  Oscilla  da  un 
minimo  1650  a  un  massimo  2025,  con  tendenza  a  fissarsi  so- 
pra i  l-'^OO,  nel  decennio  1671  80;  da  un  minimo  di  scudi  1808 


(1)  Funzione,  la  cui  anche  moinentauea  interruzione  iafluiva  sul  valore 
dalle  cose.  «  ....  Quando  si  è  impedita  codesta  fiera  -  cosi  la  comunità  di  Iesi 
«  a  quella  di  Senigallia,  1  giugno  1694  -  per  sospetto  di  contaggio,  habbiamo 
«  provato  estrema  penuria  di  legnami  da  edificio,  di  droghe  et  d'  altri  capi 
«  lombardi  e  venetiani  con  estrema  alteratione  de'  prezzi,  e  sono  rimaste 
«  inesitate  le  nostre  calzette  di  lana,  formaggi,  carni  salate  et  altro,  con  cui 
«  si  mantiene  questa  città  e  così  anco  tutta  la  Marca  solita  provedersi  van- 
«  tagiosamente  jìer  tutto  l'anno  »  :  Fiera  d'  Ancona,   v.   1»,   e.   17. 

(2)  Fiera  cV  Ancona,  v.   1",  e.   10. 


—  319  — 

a  un  massimo  di  2210  nel  decennio  1681  90;  da  scudi  2210  a 
2337  nelF  ultimo  decennio  del  secolo  (1). 

Ma  pili  che  queste  cifre,  le  quali  si  riferiscono  sempre  alle 
sole  merci  recate  per  mare,  ci  rivela  che  cosa  fosse  la  Aera 
sulla  fine  del  XVII  1'  accanimento,  con  cui  Senigallia,  abbiam 
visto,  conìbatte  la  seconda  lotta  commerciale  con  Ancona  nel 
1694-95.  Nell'eventuale  ripresa  d'un  traffico  attivo  in  quel 
porto  Senigallia  vede  minacciata,  non  che  la  sua  prosperità,  la 
sua  stessa  esistenza  di    centro  civile. 

«  Povera  e  malcondotta  »,  «  miserissima  »,  priva  o,  piìi 
propriamente,  scarsa  di  «  arte  o  negotiatione  da  introdurre  lucri 
«  ])er  sostantamento  de'  poveri  habitanti  assai  numerosi  »  (2), 
tutta  la  cittadinanza  ha  nella  fiera  la  maggior  fonte  di  guada- 
gno. Locazione  di  case,  botteghe  e  magazzini;  prestazioni  di 
opera  in  qualità  di  facchini^  sensali,  commessi;  jnccolo  com- 
mercio di  seconda  mano,  talora  incetta  vera  e  propria,  come 
quella    colpita  con    pene    corporali    «    da   estendersi    sino    alla 


(1)  Ecco  le    cifre,  tratte    da   Congregaz.  d.   Porto,  v.  B,   e.  24t-25,   71,  81, 
92t;  V.  C,  e.   5t  e  Incauti,   v.   1«,   e.   5,   13,  23  ecc.  : 

an.   1667....  scudi  (nioii.  d'Urb.)  1501  an.  1680....  scadi  (nion.  d'Urb.)  1760:  15 


1668... 
1669... 
1670  .. 
1671... 
1672... 
1673... 
1674... 
1675... 
1676... 
1677... 
1678... 
1679... 


1610 

1681.... 

» 

1600 

1682.... 

» 

1625 

1683.... 

r> 

1650 

1684.... 

» 

1750 

1685-87 

» 

1857 

1688.... 

» 

2003 

1689-91 

» 

1794 

1692-94 

» 

1841 

1695-97 

» 

2025 

1698-700 

» 

1821 

1701-03 

» 

1851 

? 

1808 
1861:  15 
2000 

? 
2209 
2210annni 
2320   » 
2331   » 
2337  » 
2507   » 


(2)  Poveri,  sì,  gli  abitanti  ;  assai  numerosi,  veramente  no.  Uno  stato 
d'  anime  del  1684  dà  per  la  città  4145  ab.  (Memorie  diverse,  v.  IX.  e.  109). 
Un  Inventario  de'  pegni  e  robbe  del  s.  Monte  di  Pietà  del  1662,  all'  incontro, 
dà  come  esistenti  in  quell'  anno,  tra  depositi  recenti  e  di  vecchia  data,  N. 
2486  pegni,  per  un  ammontare  di  se.   3701:   71   in  mou.   d'  Urb. 


—  320  — 

galera    a  nostro  arbitrio  >^  :    sono  questi  i    principali    mezzi  di 
vita  (li  gran  parte  dei  senigalliesi  da  questo  tempo  in  poi. 

S' immagini  quindi  lo  sconcerto,  il  turbamento  i)rofondo, 
che  nell'  economia  generale  cittadina  può  recare  1'  arresto  o  la 
diminuzione  di  un  tale  movimento.  Così,  essendo  stata  proibita 
la  fiera  per  sospetto  di  contagio  nel  1673,  su  iniziativa  del 
sollecito  legato,  deve  intervenire  l' opera  del  governo  a  miti- 
garne la  dolorosa  ripercussione.  E  il  governo  concede  la  dila- 
zione di  un  anno,  così  al  pagamento  dei  debiti  contratti  dalla 
povera  gente,  come  al  pagamento  dei  mandati  della  camera  apo 
stolica,  e  prolunga  di  dieci  giorni  la  fiera  dell'anno  successivo  (1). 

A  quanto  salga  1'  ammontare  degli  utili,  che  la  fiera  pro- 
cura alla  città,  né  ci  si  dice  nò  possiamo  indovinarlo.  ISTel  quar- 
to decennio  del  secolo  successivo  (1736)  saran  calcolati  a  venti 
o  trenta  niila  scudi  romani  «  tra  noli,  j^rascie  e  dazi  »  (2).  In- 
sieme coi  privati  infatti  --  e  lo  sappiamo  già  —  è  anche  il 
«  Publico  »  che  nella  fiera  ha  il  maggior  cespite  delle  sue  en- 
trate. I  proventi  già  visti  del  dazio  dei  colli  applicato  al  porto 
sulla  fine  del  secolo  superano  di  oltre  il  doppio  quello  che  per 
la  comunità  è  il  reddito  maggiore,  la  colletta  di  terra  o  tassa 
fondiaria.  Né  trascurabili,  anche  se  modesti,  sono  nel  modesto 
bilancio  annuo  i  fitti  delle  botteghe,  che  nello  stesso  torno  di 
tempo  salgono  a  circa  trecento  scudi  in  moneta  d'  Urbino,  sen- 
za tener  conto,  che  non  è  possibile,  del  maggior  gettito  dei 
vari  dazi  di  consumo  determinato  dall'affluenza  di  forastieri  (3). 


(1)  Lett.  d'udienza,  v.  18",  e.  6  e  33-34.  li,  sul!' esempio  del  governo,  i 
due  monti  frumeutari,  il  comunale  e  quello  Barberini,  prorogano  essi  pure 
d'un  anno  la  riscossione  de'   propri  crediti  ;   Fiera  d'  Ancona,  v.   1<^,  e.  2. 

(2)  Libro  di    Fiera,  v.  6",    Meni,  legale  del  Monti,  e.   16. 

(3)  Di  pochi    anni  conosciamo  il    reddito  delle  botteghe  comunali  : 
an.   1652 se.   (mou.   Urb.)   15 

1658....  » 
1659....  » 
1662....  » 
1664....  » 
1665-...  » 
1666...  » 
(Dai  vari  bilanci  in  Decreti  v.  B,  e.   237t,  242t,   247t,  ecc.  e  Fiera  d'An- 


1  15 

1668... 

...  60: 

55 

15 

1669... 

...  66 

18  :  50 

1693... 

.  322 

30 

1694... 

.  262 

30 

1695... 

.  277: 

7  :  3. 

40 

1697... 

.  246  : 

93:  3. 

50 

—  321    — 

È  dunque  una  vern  rete  d'interessi  cbe  s'  è  creata  intorno 
alla  fiera.  S'  è  creata  e  ne  irradia,  poiché,  in  misura  natural- 
mente senza  confronto  più  limitata,  ma  non  i)er  questo  trascu- 
rabile, alla  fiera  risultano  ormai  interessate  e  le  città  vicine  e 
l'erario  stesso  dello  stato,  la  camera  apostolica.  «  A  migliara  » 
di  scudi  sono  indicati  i  proventi  annui  della  dogana  camerale 
di  Senigallia  i)er  merci  die  entrano  in  porto  i)rima  che  cominci 
la  fianchigia  o  rimangono  in  città  o  ne  sono  estratte  a  franchi- 
gia spirata  (1).  E  Iesi  esperimenta  un  maggior  utile  nella  sua 
gabella  del  passo  per  le  merci  «  prò  vedute  [in  fiera]  per  i  bisogni 
di  tutta  la  Montagna  e  di  tutta  la  Marca  superiore  e  di  qual- 
che parte  dell'  Umbria  »  (2).  Assisi  vede  avvantaggiata  la  sua 
fiera  del  J'erdono  per  le  merci  riniaste  invedute  a  Senigallia  (3). 
«  La  maggior  parte  di  Ancona  »,  della  stessa  Ancona  che  ne 
insidia  la  vitalità,  «  vive  quasi  tutto  l'anno  »  —  con  evidente 
ma  non  infondata  esagerazione  si  afterma  nella  contesa  del 
1694  —  «  per  i  lucri  esatti  in  fiera  di  Senigaglia,  cioè  mer- 
«  canti  cristiani,  ebrei,  artisti  di  tutte  le  sorti  e  poveri,  che  non 
«  havendo    mestiere    s'  industriano    con    fare    il  sensale  »     (4). 

Ultimo  particolare  infine,  che  riprova  l'ormai  più  che  con- 
siderevole entità  di  questo  movimento  commerciale,  è  che  ac- 
canto alla  vera  e  proi)ria  fiera  franca  di  tredici  giorni,  se  n'  è 
venuta  formando  un'altra  minore,  non  franca,  una  specie  d'ap- 
pendice, ad  uso  e  consumo,  pare,  della  sola  città  e  suo  territorio. 
È  la  piccola  vendita  in  legime  doganale  ordinario  delle  i)artite 
non  esitate  nei   giorni  di  franchigia,  lo  smercio  delle  rimanenze 


Gona.  V.  2°,  e.  55).  Ijcggére  all'  incontro  lo  spese  i)er  la  lor  CQstrnzione  :  nor- 
malmente 8  in  10  scudi.  Solo  negli  anni  1678-81  sono  sensibilmente  i»iii  ele- 
vate :  rispettivamente,  scudi  26,   41,   17,   17:  Bollettari,   voce   «  fiera   ». 

(1)  Fiera  cV  Ancona,  v.   1",  e.   2.  ^ 

(2)  Fiera  d'Ancona,   v.   1°,   e.   17. 

(3)  Fiera  d'  Ancona,   v.   1",   e.   148. 

(4)  Fiera  d'  Ancona,  v.  1'*,  e.  3.  E  dal  registro  Sensali  rileviamo  elfett,i- 
vamente,  però  nella  2^  metà  del  XVIII,  che  di  174  sensali  alla  fiera  del 
1754,  ben  52  sono  anconitani  ;  e  dei  139  del  1774,  44  sou  parimenti  d'  An- 
cona :   di  fronte,  rispettivamente,  a  35  e  29  di   Senigallia. 

21  —  Itti  e  Henorie  delia  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912. 


—  322   — 

«  bazzarrate  »,    specialiin^nte  di    laue,  clie  si    prolunga  per  pa- 
reccbi  giorni   nell'agosto  (1). 


* 
*     * 


Disgiaziatamente  —  abbiaiìi  già  avvertito  a  suo  luogo  — 
del  mirabile  incremento  avuto  dalla  fiera  nel  corso  del  sec.  XVII, 
i  documenti  dell'archivio  senigalliese,  pur  conservandocene  viva 
l'impressione,  non  ci  forniscono  dati  sufficienti. 

I  prodotti  più  importanti  sin  dalla  metà  del  secolo  risultano: 
legnami,  salumi,  maioliche,  ferrarecce.  Alla  fine  del  secolo  stesso 
non  solo  principali,  ma  caratteristici,  costitutivi  addirittura  della 
fiera,  sono  indicati  dalla  difesa  di  Ancona  :  legnami,  salumi, 
maioliche,  lane,  lini,  telerie  e  sete;  prodotti,  cioè,  sia  d'uso  in- 
dustriale, sia  d'uso  domestico,  che  la  regione  e  lo  stato  gene- 
ralmente non  producevano.  Accanto  ad  essi  però  ne  troviamo 
non  pochi  né  in  piccola  quantità  forniti  dalla  regione  e  dallo 
stato,  che  sono  evidentemente  esportati. 

Intorno  agli  uni  e  agli  altri  raccogliamo  qui  sotto  tutte  le 
notizie,  necessariamente  lacunose  e  saltuarie,  che,  in  seguito 
alla  dispersione  di  libri  e  registri  relativi,  l'archivio  senigalliese 
ci    conserva    tutt'ora    (2).  E'  una    breve,    incomi)letà    rassegna. 


(1)  E'  uu'  altra  ragione  della  irreducibile  opposizione  di  Senigallia  alla 
fiera  d'  Ancona  :  concedendosi  ad  Ancona  la  fiera  in  agosto,  non  resterebbe 
più  nessuno  in  questo  mese  a  Senigallia,  ove  «  ora  restano  con  ba/zarri  i 
«  mercanti,  specialmente  di  lane,  che  non  baniio  potuto  vendere,  le  loro 
«  merci  durante  la  fiera  »  :   Fiera  d'  Ancona,   v.   1°,   e.   75  e  156. 

(2)  Fonti  principali  della  nostra  rassegna  delle  merci  sono  varie  prote- 
ste di  mercanti  contro  le  gravezze  dei  castellani,  conservateci  in  Regalie,  e 
strumenti  d'  affitto  delle  botteghe  comunali,  contenuti  in  Strumenti.  Tutti  i 
dati  tratti  da  questi  documenti  li  diamo  fedelmente,  in  forma  però  di  tabelle, 
in  appendice,  N.  4,  e  7,  alle  quali  ci  rimettiamo,  quando  non  diamo  altra 
indicazione.  Seguono  per  importanza  una  Nota  di  {)osti  del  castellano  e  un'al- 
tra di  barche  dalmate,  che  integralmente  diamo  pure  in  append.  N.  5  e  6. 
Vengono  iofiue  cenui  e  notizie  varie  sparse  qua  e  là,  specie  in  Lett.  d'ndienga 


—   323   — 

da  cui  naturalmente  —  è  siipeiflno  osservare  —  l'entità  della 
fiera  non  risnlta  nò  può  risultare  affatto.  Pur  non  ne  diminui- 
sce, ci  pare,  l'interesse  e  diciam  pure  l'importanza,  quando  si 
consideri  cbe,  non  dati  di  «  risulta  »,  son  questi  che  seguono, 
bensì  «  indici  »,  «  assaggi  »  vorrem  dire,  di  quel  che  effettiva- 
mente fu  durante  il  XVII  secolo  il  movimento  commerciale  de- 
terminato dalla  fiera. 

1.  Acque  di  Nocera.  —  Non  ce  n'  è  attcstata  la  presenza  in  fiera, 
se  n<m  da  una  disposizione  legatizia  del  1672.  Su  reclamo  del  Magi- 
strato di  Nocera  contro  le  frodi  «  che  si  suppone  coniettersi  in  cotesta 
fiera  nella  vendita  »  al  minato  di  esse,  il  legato  ordina  che  «  non  pos- 
si no  vendersi...  se  non  a  fiasco  hoUato,  come  si  mandano  di  colà  nelle 
casse  e  comettendone  il  registro  a'   lihri   soliti   »   (l). 

2.  A(jli  e  cipolle.  —  La  difesa  d'  Ancona  e  quella  di  Senigallia  nel- 
la causa  del  1694  se  le  palleggiano  con  un  disprezzo  immeritato 
da  queste  povere  liliacee  piccanti,  che  la  umana  poesia  d'  un  figlio 
di  Roma  non  aveva  trovati)  indegne  di  menzione.  «  Circa  la  mer- 
«  canzia  d'  agli  e  cepolle  —  protesta  sarcastica  la  difesa  di  Senigal- 
«  lia  . —  ...sì  come  si  raccolgono  quasi  tutte  nel  territorio  d'Ancona, 
«  così  possono  gli  uomini  di  quel  contado  ivi  smaltirle  con  maggiore 
«  utile  loro  eh'  in  fiera  di  Senigaglia,  ove...  non  si  vende,  ma  si  getta 
«  a  vilissimo  prezzo...  »  E  quella  d'Ancona  di  rimando:  «  E  circa  la 
«  mercanzia  d'  agli  e  cipolle,  benché  si  ponga  in  disprezzo  da  signori 
«  avversari,  nulladimeno  è  grandissimo  1'  utile  che  ne  ritraggono,  con- 
«  finendo  in  (juella  fiera  dal  territorio  d'  Ancona   per  le  frandiigie  che 


e  Congregazioni  di  Sanità,  e  di  (pieste,  couie  di  eventnali  altre,  indiehiaiiio 
in  nota  la  posizione. 

Non  e'  ò  bisogno  di  agginn:.jcro  che  questo  materiale  docnnicutario  ci  la- 
scia assolntauiente  allo  scuro  snlla  gran  massa  di  merci,  le  quali  non  soggiac- 
quero alle  carezze  fiscali  dei  castellani  uè  trovaron  posto  in  botteghe  comu- 
nali. Assai  nien  gravi  son  le  lacune,  diremo,  ut^l  tenq)o  :  in  quanto  che,  se 
è  inqiossibile  precisare  1'  anno  che  un  dato  prodotto  comincia  a  frequentare 
la  fiera,  sorpresolo  una  volta,  è  quasi  sicuro  —  meno  possibili  casi  —  che 
da  (piella  volta  in  poi  abbia  continuato  sempre  a  frequentarla. 

(1)  Letf.  d'  Udienza,  v.   16,   e.   124  e  131. 


~  324   — 

«  godono,   essendo  gravate  in  detta  città    d'  Ancona    d'  un    grosso    da- 
«  tio...   »  (1) 

E  nessun  altro  accenno  relativamente  al  XVII.  Nel  successivo  tro- 
viamo che  sono  esportate  per  maro  (2),  probabilmente  in  oriente,  dove 
le  membrane  esterne  delle  cipolle  sono  utilizzate  per  tingere  la    seta. 

3.  Bestiami.  —■  Parimenti  di  «  animali  d'  ogni  sorta  »  nessuna  in- 
dicazione lungo  il  secolo,  fuori  che  nella  memoria  d'  Ancona  del  1694, 
elle  con  gli  agli  e  le  cipolle  li  annovera  tra  i  prodotti  costitutivi  della  fiera 
e  asserisce,  senza  che  la  parte  avversaria  ribatta,  che  «  vengono  dalla 
fiera  di  Foggia  del  4  maggio  ».  {3)  Come  nel  secolo  successivo,  il  mer- 
cato dei  bestiami  doveva  tenersi  in  determinati  giorni  entro  il  periodo 
di  franchigia.  Né  vi  dovevan  mancare  i  famosi  cavalli  schiavi,  notis- 
simi lungo  tutto  il  nostro  litorale  adriatico,  già  ricordali  nel  regola- 
mento sanitario  del  1577  e  nel  sec.  XVIII  compresi  tra  >.<  capi  non  su- 
scettibili di  peste  »  (4)  ed  effettivamente  recati  alla  fiera  dalla  Dal- 
mazia. 

4.  Calzature.  —  Ne  troviamo  soltanto  nella  seconda  metà  del  XVII; 
vengono  da  Ancona,  come  già  nel  secolo  precedente  e  come  nel  suc- 
cessivo ;  han  posto  in  botteghe  erette  in  piazza.  Dal  1672  al  1675 
abbiamo  contemporaneamente  tre  calzolai  anconitani,  uno  dei  quali, 
G.  B.  Scipio,  occupa  due  botteghe  e  paga  il  fitto  più  alto  che  troviam 
registrato  per  botteghe  comunali,  due  scudi  per  l'una  e  «juattro  per 
r  altra. 

5.  Calzette  di  lana,  —  Appaiono  industria  caratteristica  e  princi- 
pale di  Iesi,  che  infatti  nel  1694  lamenta,  come  abbiam  visto  :  «  quan- 
«  do  si  è  impedita  cotesta  fiera...,  sono  l'iniaste  inesitate  le  nostre 
«  calzette  di  lana,  formaggi,  carni  salate  et  altro,  con  cui  si  mantiene 
«  questa  città  ».  Cinque  calzettai  troviamo  alle  fiere  del  1663-64;  Bei, 
a  quelle  del  1665-66  ;  sette  e  otto  rispettivamente  a  quelle  del  1667 
e  1668.  Nel  1669-71  invece  scendono  a  quattro;  nel  1672  a  due,  nel 
1673  risalgono  a  quattro  e  nel  1674  a  cinque^  per  calare  ancora  a 
quattro  nel  1675,   a  due  nel   1676,   a  uno  nel   1677-78. 


(lì  Fiera  d'  Ancona,  v.   1",  e.   1-4  e    94-99. 

(2)  Consigli,  v.  62,  e.    164, 

(3)  Fiera  d'  Ancona,  v.   1°,  e.   49-52. 
f4)  Libro  di  Fiera,  v.   1»,  e.   112. 


-  325  — 

Ma  —  e  valga  l'osservazione  per  tutti  gli  altri  mercanti  cl)e  preii- 
devan  posto  nelle  botteghe  coiiinnali  (1)  —  la  diminuzione  rivelataci 
dagli  strumenti  d'  aftitto  non  sempre  risponde  a  realtà.  L'  uno  dei  due, 
che  nel  1672  inizia  l'affitto  triennale  della  sua  bottega,  occupa  il  po- 
sto «  N.  10  tra  i  calzettari  >>  ;  a  un  altro  dei  quattro,  che  nel  1673 
inizia  lo  stesso  affitto,  è  assegnato  il  posto  •«  N.  8  »  parimenti  «  tra 
i  calzettari  ».  Gli  è  che,  già  scarsi  nel  1674  i  contratti  d'  affitto  sti- 
pulati tra  comunità  e  mercanti  di  ogni  categoria,  dopo  il  1675  non 
ne  troviamo  più  traccia. 

La  quantità  delle  singole  partite  di  calzetti  non  doveva  essere  pic- 
cola, se  (jualche  mercante  occupava  anche  due  botteglie.  Dopo  il  1678 
non  risultan  più,  dai  nostri  documenti,  «  calzetti  di  Iesi  »  né  d'altro 
centro  :  ne  ritroveremo  però  nel  secolo  successivo.  Quanto  all'industria 
lesina,  sappiamo  che  sullo  scorcio  del  XVII  era  profondamente  deca- 
duto e  nel  1710  «  quasi  distrutta  »  (2).  E  già  da  allora  concorrenti 
di  Tesi  per  le  calzette  di  lana,  nella  nostra  fiera,  vedremo  Amandola, 
S.  Severino,  Fabriano. 

6.  Canapa  e  lini  —  Mentre  i  lini,  ad  esclusione  della  canapa,  sono 
annoverati  nel  1694  tra  le  merci  caratteristiche  della  fiera,  i  dati  a 
noi  noti  ci  mostrano  come  invece  la  canapa  fosse,  almeno  nella  se- 
conda metà  del  secolo,  uno  dei  prodotti  veramente  primeggianti  per 
quantità  e  come  solo  in  pochi   casi  andassero  insieme  con  essa   i  lini. 

La  canapa  —  il  prodotto  da  riconoscersi,  secondo  noi,  senza  esita- 
zione, nella  merce  di  «  Bartolomeo  fllaro  »  del  1597  -  risulta  per 
la  prima  volta  in  fiera  durante  il  XVII  nel  1664.  In  quest'  anno  son 
tre  canapini  —  uno  di  Senigallia,  uno  di  Cesena,  il  terzo  di  provenienza 
non  dichiarata,  ma  con  tutta  probabilità  romagm)lo  anche  lui  —  che 
hanno  in  fitto  botteghe  comunali.  È  la  Romagna  che  nella  sua  (junsi 
totalità  e  in  quantità  ingente  invia  alla  fiera  il  prezioso  arboscello  pre- 
parato per  la  filatura  e  anche  già   filato. 


(1)  Appendice  N.    7. 

(2)  «  La  mancanza  dell'  arte  della  seta  in  questa  città  di  Iesi  è  causa 
«  che  tanti  miserabili  periscono  di  fame  per  non  avere  occasione  di  faticare, 
«  se  non  che  attendere  all'arte  tanto  civile  delle  calzette  quasi  distrutta...  »: 
18  luglio  1710.  Debbo  la  notizia  alla  cortesia  del  prof.  C.  Annlbaldi,  che 
vivamente  ringrazio. 


Mcldola      . 

.      .      1 

Ri  in  ini 

.      .      4 

Fano     .      . 

.      .      1 

Senigallia 

.      .     2 

? 

.      .      1 

—  336   — 

Nel  1665,  compresi  i  tre  detti,  che  come  tutti  hanno  contratti 
d'  atiìtto  dai  tre  ai   sei  anni,   ne  troviamo  ben  29. 

Rappresentiino  otto  e  forse  nove  centii  di  Romagna  e  due  della 
regione.    Sono  cioè  : 

di   Bndrio     ....     N.   9 

Medicina       ...       »     3 

Moli  nella       ...»     1 

Cesena     ....       »     3 

Mellolara      ...       »     1 

Forlì »     3 

La  scliiera  s'accresce  di  altri  (iiiiittio  —  e  precisamente:  uno  di 
Cesena  e  tre  di  Rimini  —  nel  1668;  raggiunge  il  massinio  di  36  nel 
1669;  indi  —  secondo  che  appare  dni  contratti  d'affitto  che  si  cessa 
di  stipulare  nel  1675  e  l'ultimo  dei  quali  scade  colla  fiera  del  1681  — 
scende   come   qui   sotto  : 

fiera  1670,  canajiini  N.  21  fiera   1674,  canapini  N.  22 

»       1671          »           »  27  '■>       1675          »           »  8 

»       1672          »           »  26  »       1676         »           »  7 

,>       1673  »  »  27 

Sui  primi  del  sec.  XVIII  vedremo  di  nuovo  la  canapa  in  (luantità 
ingenti. 

Quanto  ai  lini  ne  troviamo  alle  fiere  1665-69  recati  con  canapa 
contemporaneamente  da  ui\  meldolese  e  due  forlivesi;  alle  fiere  1668-70 
e  1673-75  da  due  veneziani  pure  contemporaneamente,  ma  non  come 
assortimento  sussidiario  della    canapa. 

Data  così  abbondante  quantità,  non  è  dubbie)  che  buona  parte, 
forse  gran  parte  di  canapa  venisse  esportata,  precisamente  là  donde 
venivano  lane,  salumi  e  legnami.  Pure  in  quantità  notevole  doveva 
restare  nella  regione  a  dar  lavoro  ai  domestici  telai  sparsi  per  la  cam- 
pagna,  a  fornire  ricchi  e  poveri   corrodi  alle  spose  laboriose. 

7.  Cappelli.  —  Non  risulta  che  venissero  da  Urbino,  come  già  nel 
sec.  XVI,  a  meno  che  si  vogliano  supporre  nella  merce  non  specificata 
di  un  Pietro  Papini  urbinate,  che  dal  1672  al  1674  occupa  il  lavatore 
—  debitamente  tenuto  all'asciutto,  s'intende,  dal  fontaniere,  che  abu- 
sivamente nel  1640  ne  intascava  il  nolo  spettante  al  comune  (1)   —  là 


(1)   Consigli,   v,  29",  e.   76. 


—  327  — 

presso  appunto  dove  i  suoi  concittadini  del  precedente  secolo  solevano 
esporre  la  stessa  merce.  Dal  1668  al  1670  ve  li  recava  invece  nu  An- 
drea Malatesta  da  Fano. 

8.  Carni  salate.  —  Nel  1673  i  «  ministri  camerali  »  intendono 
colpire  di  una  tassa  le  carni  salate  e  precisamente  le  mortadelle  — 
non  c'è  bisogno  d'aggiungere  :  di  Bologna  !  —  da  recarsi  in  fiera  e 
il  legato  card.  Altieri  sostiene  e  difende  in  Roma  la  «  piena  libertà  » 
della  tìera  stessa  (1)  :  con  che  esito,  non  sappiamo.  Sulla  fine 
del  secolo,  del  pari  che  nel  successivo,  carni  salate  invia  la  regione 
in  genere  ;   Iesi  le  novera  tra  i  pochi  prodotti  che  vi   spaccia. 

9.  Cera.  —  Uno  stesso  bando  camerale  colpisce  nel  1664  la  fab- 
bricazione e  l'introduzione  del  sapone  —  il  quale  poi  è  anche  escluso 
fino  al  1673  dal  beneficio  delle  franchigie  di  fiere  —  con  un  baiocco 
la  libbra,  e  la  cera  con  due  bai.  la  libbra  (2).  Non  ci  risulta  però 
che  fosse  essa  pure  esclusa  dallo  stesso  beneficio.  Non  pochi  accenni, 
oltre  1'  ovvia  considerazione  del  consumo  nelle  funzioni  di  chiesa,  ci 
rivelano  non  solo  lo  smercio,  ma  la  fabbricazione  in  Senigallia  stessa 
della  cera.  Alla  fiera  non  ne  abbiamo  documentata  la  presenza  che  re- 
lativamente al  1667,  nel  qual  anno  —  e  si  tratta  evidentemente  di 
cera  vergine  —  vi  è  recata  con  vari  altri  prodotti  dalmatini,  per  sole 
30  libbre,   da  un  parone  di  Cattare. 

10.  Cristalli.  —  La  fonte  donde  attingiamo  la  notizia  li  denomina 
invero  più  volgarmente  «  bicchieri  »  ;  ma  si  tratta  di  un  carico  di 
biccliieii  che  giungon  per  mare,  il  12  luglio  1647,  da  Venezia  (3)  e 
non  riusciamo  perciò  a  dissociarli  dai  prodotti  delle  fabbriche  di  Mu- 
rano. 

11.  Droghe.  —  Non  ne  abbiam  altra  notizia  se  non  che  sono  arti- 
colo caratteristico  del  commercio  veneziano  e  sono  relativamente  pre- 
sto e  largamente  taglieggiate  dai  castellani.  Alla  tìera  del  1666  infatti 
un  Iacopo  Capitani  di  Venezia,  con  droghe,  gravato  insieme  con  altri 
concittadini  dal   Fiuinaggioli,     «  protestava  volerne    esporre  i   ricorsi  a 


(1)  Leti,  d'  Udienza,  v.   17,   e.   1.38. 

(2)  Bandi,  e.   105. 

(3)  Congreg.  di  Sanità,  v.   A,  e.   27. 


—  328   - 

<<  quel     Senato,   acciò    sieno    fatti    giiingeie  all'  oveccliio  di     nostro  Si- 
«  gnore  »  (1). 

12.  Ferrarecce.  —  Oltre  il  ferro,  sia  in  verghe  che  in  lamiere,  in 
pezzi  e  in  articoli  d'  nso,  la  «lenoniinazione  comprende,  come  oggi,  an- 
che ottone,  rame  e  piombo  non  lavorati.  D'  importanza  primaria  nei 
bisogni  della  vita,  non  è  dubbio  che  fosseio  largamente  rappresentate 
in  fiera.  E  nel  1659  di  fatto  sono  annoverate  tra  le  merci  caratteri- 
stiche di  essa. 

Dal  regolamento  sanitario  del  1577  apprendiamo  che  venivano  o 
j)otevano  venire  da  Chioggia:  nel  1635  ne  troviamo  venuti,  fuori  di 
fiera,  da  Trieste  (2).  Molto  verisimilmente  nell'  uno  e  nell'  altro  caso 
provenivano  dalle  vicine  miniere  di  Stiria  e  di  Carinzia.  La  loro  espor- 
tazione da  Senigallia  è  gravata  in  tempo  normah;  del  doppio  in  con- 
fronto all'entrata  dalla  tariffa  di  dogana  del  1663.  E  nel  1687  subi- 
scono altra  carezza  dal  fisco,  che  le  colpisce,  all'  entrata,  di  un  altro 
quattrino  per  libbra,  non  comportabile  franchigia  di  fiera  (3).  Nessuna 
altra  notizia  specifica,   nei    nostri  documenti. 

13.  Formaggi.  —  Rientrano  nella  categoria  delle  «  grascie  »  in- 
viate, almeno  verso  la  fine  del  secolo,  da  tutta  la  regione  in  genere 
e  esplicitamente  da  Iesi.  Nel  1650,  insieme  con  doghe,  reca  formaggi 
una  barca  da  Fiume  (4)  ;  in  (piantità  complessiva  di  1200  libbre  son 
portati  da  paroni  dalmatini  nel  1667.  Sui  primi  del  XVIII  (1713)  vi 
troveremo  anche  il  sempre  famoso  parmigiano.  Son  soggetti  alle  regalie 
del  castellano. 

14.  Lane.  —  Poche  notizie  anche  su  di  esse,  che  pur  costituivano 
sulla  fine  del  secolo  un  prodotto  primario  della  fiera.  Le  più  dovevan 
essere  lane  schiave  e  venivano  dalla  Dalmazia  :  complessivamente,  nel 
1667,  tre  paroni  ne  recarono,  oltre  a  salumi  e  pellami,  7800  libbre  e 
2  sacchi,  quantità  che  altro  documento  dello  stesso  anno  asserisce 
«poca»   (5).   Nel   1673  altre  «barche  di   Ragusa  e  d'altre  parti   vicine 


(1)  Regalie,   r.   3>^,   e.   232t. 

(2)  Lett.  d'  Udienza,  v.  2°,  e.   85. 

(3)  Lett.  d'  Udienza,  v.  29,  e.    80. 

(4)  Congreg.  di  Sanità,  v.  A,   e.   43. 

(5)  Congreg.  di  Sanità,  v.  B,  e.  28. 


—  329  — 

ai  luoglii  sospetti  di  contagio  »  hanno  parimenti  «  lane  et  altre  merci  »  (1). 
La  più  volte  citata  lettera  d'  Iesi  del  1694  ci  apprende  die  contributo 
non  disprezzabile  dava  in  lane  la  Marca  in  genere:  e  queste,  colle  altre 
clie  seguono,  si  filavano  e  tessevano.  E  alla  fieia  non  celebrata  del 
1606  sono  effettivamente  portate  «  cinque  some  »,  o  carichi  a  mulo, 
tra  carta  e  lana  dii  alcuni  di  Visso  (2),  che  certo  anclie  allora,  come 
nel  sec.  successivo  (3),  doveva  avere  il  primat()  nella  qualità.  Certo 
ne  inviava  anche  1'  Umbria,  se  nel  1652,  il  6  agosto,  a  francliigia 
bensì  spirata,  ma  nei  giorni  che  si  tenevano  i  «  bazarri  >>,  molte  balle 
a  soma  di  mulo  giungevauo  da  Foligno  (4K  La  difesa  di  Ancona  in- 
fine, nello  stosso  1694,  ci  informa  ciie  lane  venivano  in  fiera  anche 
dal  Tavidiere  pugliese  e  dalle  maremme  romane,  «  di  fiera  di  Foggia 
e  di  Koma  ».  Così  che  quasi  tutti  i  piincipali  distretti  d'allevamento 
ovino  vi   troviamo  rappresentati. 

15.  Legnami.  —  Ce  n'  è  attestata  la  presenza  per  la  prima  volta 
nel  1636.  Ma  è  fuor  di  dubbio  che,  date  le  relazioni  ben  più  antiche 
di  Venezia,  d.ille  cui  terre  e  porti  viene  la  maggior  parte  del  prodotto, 
con  Senigallia  e  tenuto  presente  che  legnami,  grossi  e  sottili,  son  men- 
zionati nel  regolamento  sanitario  del  1577  e  risultano  gravati  d'  un 
leggero  dazio  di  vendita  nel  1578,  frequentassero  la  fiera  sin  dai  pri- 
mordi di  essa.  Nel  detto  1636  vi  son  portati,  naturalmente  per  mare, 
da  almeno  ciiuiue  mercanti  :  uno  da  Pesaro,  due  da  Castello  —  certo 
1'  allora  sobborgo  e  ora  sestiere  di  Venezia,  —  due  da  Fiume.  Da  Fiu- 
me una  barca  reca  doglie  insieme  con  formaggi  nel   1650  (5). 

Nel  1656  —  fiera  proibita  —  è  respinta  una  barca,  che  con  legna- 
mi veniva  da  Moutefalcone  (6)  ;  mentre  ne  è  ammessa,  ma  assoggettata 
a  quarantena,   un'  altra  che  ne  ha  recati  da   Fiume   (7). 

In  quantità  b(Mi  più  lilevante  li  troviamo  alla  fiera  del  1666,  du- 
rante la  quale  il  castellano  aggrava  in  lor  danno  le  sue  colazioni  :    un- 


(1)  Letf.  (V  Udienza,   v.   17,  e.   139. 

(2)  Congreg.  di  Saìiità,   v.  A.  e.   69. 

(3)  De  Cupis,    Le    vicende  d.  agricoli .  e  d.    paMorizia    nelV  Agro    Romano. 
Roma,  1911,  p.    362. 

'4)   Congreg.  di  Sanità,   v.  A,  e.   51. 

(5)  Congreg,  di  Sanità,  v.  A,  e.   43. 

(6)  Congreg.  di  Sanità,  v.   A,  e.    79. 

(7)  Congreg.  di  Sanità,  v.  A,  e.  87, 


—  330  — 

dici  barelle,  e  forse  anche  quattordici,  se  la  provenienza  di  altre  tre, 
con  merce  non  indicata,  consente  di  credere  che  ne  fossero  cariche  esse 
pure.  Provengono  tutte  da  porti  veneti,  e  cioè  :  una  da  Polesella,  una 
da  Venezia,  tre  da  Castello,  due  da  Burano,  tre  da  Latisana,  una  da 
luogo  indeterminato  del  Friuli. 

Un  mercante  veneziano  con  legnami  appare  alla  fiera  del  1690; 
uno  da  Fiume  e  altro  da  Pesaro  in  quella  del   1700   (1). 

Prodotto  primario  in  fiera  sin  dalla  metà  del  XVII  e  indispensabile 
ad  una  vita  appena  civile,  è  fin  superfluo  osservare  che  non  vi  nian- 
cassaro  mai,  vi  fossero  anzi  recati  in  quantità  ingenti.  «  Legnami,  sa- 
lumi, sete,  lane,  maioliche  »  erano  valutati  in  blocco  a  più  centinara 
de  migliara  de  scudi  »  per  fiera  sulla  fine  del  secolo.  Da  Senigallia  si 
diffondeva  largamente  per  tutta  la  regione  e  per  le  vicine.  «  Ricono- 
sciamo —  così  la  comunità  di  Iesi  il  1"  giugno  1694  a  quella  di  Seni- 
gallia, a  proposito  della  contrastata  fiera  di  maggio  d'  Ancona  —  au- 
«  Cora  il  danno  della  provincia,  eli'  in  cotesta  loro  insigne  fiera  si  pro- 
«  vedeva  comodamente  e  con  vantaggio  de'  prezzi,  di  droghe,  legnami. 
«  salumi  et  ogn'  altra  specie  di  robbe  venetiane  e  lombarde,  come  fa- 
«  cevano  1'  altre  circonvicine  provincie  di  Romagna  e;  del  ducato  d'Ur- 
«  bino..,  e...  (piando  si  è  impedita  cotesta  fi<'ra  p(!r  sospetto  di  con- 
«  faggio,  habbiamo  ])rovato  estrema  penuria  di  h'guami  da  edifltio,  di 
«  droghe  et  altri  capi  lombardi  e  venetiani  con  estrema  alterazione  de' 
«  prezzi...   »   (2). 

Comprendiamo  sotto  la  stessa  denominazione  di  legnami  due  oggetti 
d'  uso,  con  essi  fabbricati  e  che,  specie  il  primo,  vedremo  andar  con 
essi  nel  secolo  successivo.  Sono  mantelli  e  ruote,  che  negli  anni  intorno 
al  1666  occupano  in  fiera  aree  del  castellano.  I  primi  son  recati  da 
Fano. 

16.  Maioliche.  —  Sono  un  alti-o  prodotto  caratteristico  ed  essen- 
ziale della  fieni.  Ve  le  abbiam  viste  già  nel  1580  e  nel  1597  ;  ve  le 
ritroviamo  nel  1636,  1652  e  1659,  e  non  solo  come  tradizionalmente 
frequentanti,  ma  occupanti  anche  una  lor  propria  area,  il  «  sito  della 
fonte  ». 

Notizie  abbastanza  ampie  ne  abbiamo  relativamente  al  1606.  Cin- 
que mercanti  esplicitamente  designati  «  vasari  »  protestano    contro    le 


(1)  Regalie,  v.   3°  e.  96. 

(2)  Fiera  d'  Ancona,  v.   1°,  e.   17. 


—  331  - 

note  gravezze  del  castellano.  Ma  se  1'  ordine  con  cui  nel  documento 
seguono  altri  nomi  e  so[)ratntto  la  provenienza  dichiarata  in  luogo 
della  merce  possono  essere  indizi  siiftlcienti,  non  meno  di  quindici  fu- 
rono in  quest'  anno  tra  mercanti  e  fabbricanti  di  ceramiche.  E  tra  essi 
è  un  vero  pnncipe  dell'  arte,  Nicola  Cappelletti  di  Castelli  (Teramo), 
non  sappiamo  se  capostipite,  certo  lontano  ascendente  di  una  gloriosa 
dinastia  di  ceramisti,  che  in  Castelli  stesso  ha  rinnovato  ai  giorni  no- 
stri  1'  onore  della  geniale  industria.  « 

Castelli,  in  questo  1666,  avrebbe  dato  il  maggior  contingente  :  sei 
vasari,  uno  dei  quali,  G.  C.  Nicolini,  paga  per  due  posti  ben  60  paoli, 
che  fanno  dieci  scudi  in  moneta  d'Urbino;  mentre  il  Cappelletti  è  il 
primo  ad  esaurire  il  suo  xfock,  fino  a  poter  subaffittare  il  suo  posto 
ad  altro  mercante,  se  non  fosse  1'  ingordigia  e  la  prepotenza  del  ca- 
stellano che  glielo  vieta.  A  Castelli  —  se  il  ninnerò  di  15  mercanti  da 
noi  congetturato  risponde  al  vero  —  seguirebbe  Urbania  con  cinque 
vasari,  due  dei  quali  pagano  40  paoli  1'  uno.  Buona  terza  verrebbe 
Serra  (de'  Conti)  con  tre.  Di  altro,  esplicitamente  qualificato,  non  e'  è 
indicata  la   provenienza. 

Mercerie  —  Due  soci  imcdesi,  Betti  e  Polucci,  sono  con  mercerie 
alle  fiere  1665-73;  im  fanese  a  quelle  1660  69;  un  veneziano  a  quelle 
1673-75.  Probabilmente  mereiaio  era  anche  il  «  centuraro  »,  che  in- 
torno al  1666  occupava  per  cinque  poveri  paoli  un'  area  sotto  la  so- 
lita porta  vecchia. 

Mobili  —  Si  tratta  in  complesso  di  modesti  arredi  domestici,  desi- 
gnati (piali  «  hivori  in  noce  e  abete  »,  o,  più  specificatamente,  «  cas- 
se; di   noce  »   e  «  casse  dipinte  ». 

Le  casse  o  arche  di  noce,  dal  coperchio  e  pareti  esterne  liscie  o 
anche  intagliate,  ma  sempre  rifinite  da  cornici  e  modanature,  son  fab- 
bricate e  recate  in  fiera  da  falegnami,  «  niarangonì  »,  delle  vicine  Fa- 
no e  Pesaro.  Sei  falegnami  di  Pesaro  con  «  lavori  in  noce  »  appaiono 
alla  fiera  del  1663-64;  nove  di  Pesaro  e  dieci  di  Fano  a  quelle  del 
1665-68.  Tutti  han  contratti  d'  affitto  col  comune  per  cinque  o  sei 
anni.  E  spirati  i  primi  contratti,  troviamo  altri  dodici  marangoni  nel 
1669;  due  nel  1670,  uia  uno  di  essi  occupa  <f  il  sesto  posto  tra  gli 
artefici  di  Fano  »  sino  alla  fiera  successiva;  cinque  nel  1673-74;  tre 
nel  1675  ,  due  nel  1676-77.  Sul  significato  dei  quali  dati  abbiamo  già 
avuto  occasione  di  far  le  dovute  avvertenze. 


—  33^  - 

Anclje  le  casse  di  noce  dovevauo  essere  in  buona  misura  esportate. 
Sono  precisamente  mercanti  di  Pesaro,  clie  nel  1659  dicliiarano: 
«  mercantie  nostrane,.,  da  barche  straniere  e  mercanti  stranieri  si 
trasportano  altrove  ». 

Di  più  lontano  venivano  i  fabbricanti  delle  più  povere  casse  d'abete  di- 
pinte. Costitnivan  queste,  sino  a  non  molti  anni  fa,  l'indispensabile  compi- 
mento del  corredo  di  ragazze  povere.  Di  dimensioni  più  modeste  delle 
casse  di  noce,  avevano  coperchio  e  parete  anteriore  ornati  di  figure  e 
fregi  inverisimili,  a  colori  prevalentemente  giallo  e  verde,  su  fondo 
rosso  mattone  :  una  vera...  ira  di  dio  estetica  !  Gli  artieri  ne  ve- 
nivano da  Murano  e  da  Venezia.   Uno    di   Murano  risulta  in     fiera  dal 

1664  al   1669;   tre  di    Venezia,   rispettivamente    dal   1666  al    1669,   dal 
1666  al  1675   —   un  atlitto  di   ben    10  anni!    ~,  dal   1672  ni   1676. 

Senza  dubbio  son  questi  i  continuatori  di  quei  «  cassellari  »  che 
abbiamo  trovati  alle  due  fiere  del  sec.  XVI,  dei  quali  non  e'  è  indi- 
cata la  provenienza:  mentre  continuatori  di  questi  veneti  sono  nel 
mestiere,  almeno  sulla  fine  del  secolo  XVIII,  artigiani  di  Senigallia^ 
Vale  la  pena,  per  qualche  cosa  di  più  che  per  jjura  curiosità  erudita, 
riferire  la  notizia  così  come  ce  1'  offre  una  memoria  manoscritta  del 
1784  sulla  fiera: 

«  Da  tempo  immemorabile  portavano  in  Senigaglia  diversi  mercanti 
«  veneziani  due  o  tre  mila  casse  dipinte,  che  si  comprano  dai  mer- 
«  canti  per  riporci  le  merci,  e  poi  le  vendono  ai  loro  paesi  senza  di- 
«  scapito.  Provaiono  li  falegnami  di  Senigaglia  di  farne  qualche  quan- 
«  tità,  ma  non  essendo  eguali  in  bontà  ed  in  appparenza  a  quelle  di 
«  Venezia,  doverno  venderle  a  molto  minor  prezzo.  Perfezionatasi  que- 
«  sta  manifattura,  in  pochi  anni  li  Veneziani  sono  stati  costretti  a 
«  tiiilasciare  di  portar  più  casse  ed  i  soli  falegnami  di  Senigaglia  sup- 
«  pliscono  con  sommo  loro  vantaggio  a  tutto  il  bisogno  della  fieia  »  (1). 

Mobile  di  lusso  dovevano  essere  le  «  lettiere  dipinte  e  dorate  », 
senza  dubbio  di  legno,  verniciate  a  smalto,  filettate  d'  oro  e  forse  or- 
nate anche  di  fregi    o  scene    dipinte^  che    troviamo     recate    alle    fiere 

1665  70  da  un  Paolo  Fantinelli   di  Venezia. 

Oggetti  (V  oreficeria.  —  Non  e'  è  mai  detto,  lungo  il  secolo,  donde 
fossero  recati  :  nel  successivo  XVIII  verran  da  S.  Angelo  in  Vado.  Sin 


(1)  Libro  di  Fiera,  v.   5,  e.   180t  :    meni.   nis.   «  Dell'  utile    della    fiera    di 
Senig.  » . 


-   333  — 

oltre  la  metà  del  XVII  non  ci  risulta  neanclie  la  loro  presenza  in  fiera, 
clie  tuttavia  non  può  escludersi,  dato  il  carattere  della  fiera  stessa,  di 
grande  emporio,  cioè,  pel  rifornimento  così  domestico  come  commer- 
ciale e  industriale. 

Nel  1670  abbiamo  che  il  console  degli  orefici  pretende  dagli  orefici 
che  vengono  in  fiera  quattio  paoli  per  ciascuno  (1).  Nel  1679-81  tro- 
viamo costruite  per  gli  orefici  botteghe  apposite,  in  piazza,  le  quali, 
dovendo  rispondere  a  condizioni  di  maggior  sicurezza,  venivano  a  co- 
stare sensibilmente  di  più  di  <]nelle  comuni.  E  il  numero  non  è  pic- 
colo :  16  botteghe  nel  1680,  18  nel  1681  (2).  La  quantità  degli  oggetti 
d'  oreficeria  contenutivi  doveva  pertanto  essere  rispettabile. 

Pegola  —  Non  e'  è  attestata  che  pel  solo  1667,  che  un  parono  ne 
recò  con  altre  merci   da  Cattaro  per  1000  libbre. 

Pellami  —  Con  salumi  e  lane  costituiscono  1'  ordinario  contingente 
mercantile  della  Dalmazia.  Alla  fiera  proibita  del  1656  ha  recato  una 
balla  di  cordovani  insieme  con  salumi  un  parone  da  Ragusa  (3).  A 
quella  del  1667  sono  state  portate  complessivamente  42  balle  e  400 
libbre  di  cordovani  da  Spalato,  Cattaro  e  Ragusa  ;  4000  libbre  di  pelli 
di  montone  da  Spalato  ;  quattro  balle  di  cuoi  comuni  da  un  parone 
di    Fermo. 

Neanche  essi  doverono  mancare  n»ai  alle  fiere,  sia  grezzi  —  e  for- 
ni van  lavoro  alle  numerose  concie  sparse  in  tutta  la  regione  »  (4)  — 
sia  conci. 

Proftimi  —  Un  «  Arabo  con  odori  »  intorno  al  1666  occupa  tra- 
dizionalmente, per  12  paoli,  un'  area  sotto  porta  Vecchia,  di  spettanza 
del  castellano. 


(1)  Leu.  (V  Udienza,  v.   14,   e.    174. 

(2)  Repertorio  d.   Bollettari,   voce  «  fiera  ». 

(3)  Congreg.  di  Sanità,  v.  A.   e.   79. 

(4)  Con  vallonea  e  hiiia  godevano  eseuzione  dal  dazio  dei  colli  quelli 
sbarcati  in  porto  e  destinati  a  Pergola.  Una  concia,  che  per  ragioni  igieni- 
che gì'  illustrissimi  o  sapientissimi  signori  nobili  del  consiglio  si  apprestarono 
a  far  togliere  appena  impiantata,  era  anche  a  Senigallia,  a  S.  Sebastiano,  nel 
1688  :   Consigli,  v.  47,  e.   106t  e  seg. 


-    334   ~ 

(Quadri  —  Il  trovare  un  pittore  sotto  la  stessa  porta  Veccliia,  in- 
torno agli  stessi  anni,  rivela  la  presenza  —  che  non  oseremo  però  dire 
consuetudinaria  —  anche  di  quadri,  sul  cui  valore  e  natura  )»on  ab- 
biamo assolutamente   indizi. 

Kami  —  Son  naturalmente  rami  da  cucina,  come  già  nel  secolo 
precedente.  Anch'  essi,  già  nel  1636,  hanno  in  fiera  una  lor  propria 
area  capace  di  3  botteghe,  a  sinistra  uscendo  di  porta  Vecchia,  area 
che  non  tarda  a  diventar  proprietà  del  castellano  e  dove  infatti  intor- 
no al  1666  troviamo  i  «  calderari  »,  che  pagano  al  detto  signore  sei 
scudi. 

In  botteghe  comunali  collocano  i  loro  rami  un  Luca  Provasi  di  Ri- 
mini nelle  fiere  1665-67,   e  un  Michele  Scarsi  di  Iesi  in  quelle  1672-74. 

Salumi.  —  Costituiscono  il  prodotto  principale  tributato  in  fiera 
dalla  Dalmazia;  in  quantità  assai  più  modesta  ne  invia  il  vicino  porto 
di  Fermo.  Due  barche  da  Ragusa,  di  cui  una  con  260  barili,  e  una 
terza  da  Fermo,  recan  sardelle  alla  fiera  del  1647  (1);  una  barca  da 
Cherso  porta  sgombri  salati  a  quella  del  1650  (2);  altre  sardelle  da 
Ragusa  reca  una  barca  alla  fiera  proibita  del  1656  (3);  salumi  in  ge- 
nere,  parimenti  da  Ragusa,  hanno  altre  barche  alla  fiera  del  1660  (4). 

Nel  1661  sono  cinque,  e  forse  sei,  i  mercanti  di  salumi,  tutti  dal- 
mati, e  cioè  :  (luattro  da  Tran,  uno  da  Ragusa,  il  probabile  sesto  da 
Cattaro.  In  quantità  più  notevole  ne  troviamo  alla  fiera  del  1667.  Li 
han  recati  almeno  sedici  mercanti  ;  dei  quali,  uno  di  Fermo  ;  un  se- 
condo di  provenienza  non  indicata,  ma  dal  nome  di  schietta  impronta 
italiana:  Francesco  Marinello,  forse  di  Fermo  anch'esso;  tutti  gli  altri 
d;ilmati.  Cinque  vengono  da  Ragusa,  due  da  Cattaro,  due  da  Spalato, 
due  da  Lesina,  due  da  Perasto,  uno  da  Sebenico.  Complessivamente 
sono  1102  barili  di  sardelle  e  20  barili  di   tonnina  in  questa  fiera  1667. 

Un  Giacomo  Zaiatino  da  Rovigno,  abitante  nello  stato  di  Bnccari,, 
con  salumi,  è  tra  i  mercanti,  che  nella  fiera  1700  protestano  contro 
nuove  gravezze  del  castellano. 

Anche  questo  prodotto,  come  dalla  lettela  di  Iesi  del   1694,  si   spar- 


n 


(1)  Covfjreg.  di  Sanità,  v.  A,   e.  26. 

(2)  Congiecf.  di  Saiìità,  v.  A,  e.  43. 

(3)  Congreg.  di  Saiiifà,  v.  A,   e.  79. 

(4)  Congreg.  dì  Sanità,  v.  B,  e.  16t. 


—  335  — 

geva  per  le  pvoviiicie  vicine,  «  et  anco  (in)  Lombardia  e  Regno  di 
Napoli  ».  Costituiva  1'  ordinario  e  forse  unico  companatico  della  po- 
vera gente  e  non  è  a  dubitare  del  suo  largo  smercio  e  della  sua  pre- 
senza a  tutte  le  fiere. 

Sapone.  —  Un  Alessandro  Bortolotti  senigalliese  nel  giugno  1665 
ne  introduce  in  città,  da  Foligno,  2000  libbre  per  rivenderlo,  eviden- 
temente in  fiera;  e  poicliè  rifiuta  di  pagar  la  gabella,  contro  lui,  come 
contro  «  altri  che  hanno  introdotto  simile  robba  »  ricorre  il  sub-ap- 
paltatore della  gabella  sul  sapone  stesso  (1).  Verso  la  fine  del  secolo 
è  anch'  esso,   con  tanti  altri  prodotti,   taglieggiato  dalla  regalia. 

Scotanello.  —  Alla  fiera  del  1667  è  recato,  con  vari  altri  prodotti 
dalmatini,  da  due  paroni  di  Perasto  in  quantità  di  17  migliara  (di 
libbre). 

Sete.  —  Figurano,  nella  memoria  della  difesa  di  Ancona  del  1694^ 
tra  le  meici  costitutive  della  fiera.  E  fuori  di  questa  menzione  non 
abbiamo  altro  cenno  esplicito  intorno  ad  esse  lungo  tutto  il  secolo. 
Ma  pensando  che,  in  seguito  alle  cure  illuminate  di  Enrico  IV  e  al- 
l' opera  del  Colbert,  la  patria  classica  di  questa  vecchia  industria  luc- 
ch.'se  e  fiorentina  è  diventata  la  Francia  e  particolarmente  Lione,  e 
trovando  tra  i  mercanti,  che  prendono  normalmente  posto  sotto  porta 
Veccbia,  il  centro  per  eccellenza  della  fiera,  intorno  al  1666  un  «  fran- 
zese  »,  molto  veiisimile  si  presenta  la  spontanea  ipotesi  che  dalla  Fran- 
cia esse  venissero  per  la  maggior  parte  e  seterie  per  l'appunto  fossero 
le  merci   non  specificate  del   mercante  francese. 

Sui  primi  del  secolo  XVIII  le  vedremo  prodotte  in  vari  centri  del- 
lo stato  e  protette  con   alti   dazi. 

Stacci  e  crivelli  —  Alle  fiere  1662-67  espone  quest'  umile  e  pur 
utile  merce  intorno  al  primo  pilastro  di  sinistra  del  palazzo  comunale 
verso  la  Croce,  un  milanese  residente  a  Cesena,  da  un  cognome  fa- 
tidico: Mazzini.  Gli  succede  nello  stesso  liu)go  dal  1672  al  1978  un 
forlivese  da  un  nome  ben  ])iù  prosaicamente  commerciale.  Angelo 
Turciana^  che  riesce  a  fare  così  buoni  aftari,  da  potersi  estendere  an- 
che a  due  altri   posti   comunali,   sotto  la  loggia  del   Porto. 


(1)  Lett.  d'  Udienza,  v.   16,   e.   124  e   131. 


—   336    - 

Stoffe  —  Si  tratta  di  lueice  che  prendeva  posto  ii\  magazzini  e 
botteghe  di  privati,  e  nei  nostri  documenti  non  troviamo  cenno  die 
di  un  «  mercante  di  panni  pergolesi  >>,  i  famosi  mezzohmi  di  Pergola, 
il  quale  intorno  sii  1666  soleva  anche  lui  espor  la  sua  merce  sotto 
porta  Vecchia,  area  già  comunale,  poi  attribuitasi  al  castellano.  Non 
è  però  a  dubitare  che  mercanti  di  panni,  i  «  panigellari  »  del  secolo 
XVI,  sia  di  Pergola,  Cagli,  Fossonibrone,  Fabriano,  importanti  centri 
manifatturieri  della  regione,  sia  di  Foligno,  Perugia,  sia  infine  bolo 
gnesi  e  lombardi  •  quali  troveremo  nel  secolo  successivo  —  non 
siano  mai   mancati  alle  fiere. 

Nel  1667,  in  una  delle  frequenti  riprese  di  febbre  protezionistica, 
si  proibisce  in  modo  assoluto  V  introduzione  e  vendita  nello  stato  di 
panni  e  altri  prodotti  di  lana  farastieri,  .  .  ,  salvo  ad  ammettere  «  in 
considerazione  dell'  uso  e  delle  necessità  del  clero  e  della  curia  ...  le 
saie  di  Fiandra  e  di  Milano  »  (1)  e  a  prorogar  1'  anno  dopo,  sino  a 
tutto  aprile,  lo  smaltimento  di  quelli  che  si  trovassero  ancora  nello 
stato  (2).  Da  ciò  che  sappiamo  in  proposito  relativamente  al  secolo 
XVIII,  si  può  esser  sicuri  che  la  proibizione  «  assoluta  »  non  valesse 
per  la   fiera. 

Stuoie.  È  un  articolo  che  ricorre  con  certa  frequenza  nel  non  largo 
movimento  commerciale  di  Senigallia,  fuori  di  fiera,  a  cominciare  dal 
sec.  XV.  E  «  storari  »  trovammo  effettivamente  alle  due  fiere  del  1580 
e  1597.  Lungo  il  XVII  non  abbiamo  notizia  che  di  due  mercanti  di 
Ravenna,  che  lo  recavano  insieme  alle  fiere  del  1671-7.3.  Ma  sin  dal 
1666  risultano  largamente  taglieggiate  in  tutta  la  loro  categoria  di 
store,  storoli,  storini,  grisole.  Infine  una  specificazione  apposta  al  nome 
in  un  documento  del  1725,  «  store  da  letto  »,  ci  rivela  1'  uso,  cui,  se 
non  tutte,  le  più  erano  destinate. 

Tabacco.  —  Durante  gli  anni  1658  62  è  coli'  acquavite  oggetto  di 
«  appalto  »  comunale  ;  appalto  che,  se  vale  1'  analogia  con  quello  del 
sapone  del  secolo  stesso  e  quello  dello  stesso  tabacco  nel  sec.  XVIII, 
non  doveva  escludere  una,  sia  pur  condizionata,  vendita  da  parte,  di 
introduttori  sia  forastieri  che  sudditi.  Nel  1667  ad  ogni  modo  ne 
troviamo  recato  ia  fiera  per  400  libbre  da  Cattaro    e    per    500    libbre 


(1)  De  Cupis,   Le  vicende  d.  agricolt.  ecc.,  p.   357  ;  Bandi,  e.  96. 

(2)  Bandi,   e.  50. 


-  337   — 

da  Pei'asto.  Il    castellano  Olivieri  sulla  fine  del  secolo   1'  assoggetta    a 
regalia    (1). 

Tele.  —  La  difesa  di  Ancona  nel  1694  le  annovera  tra  i  prodotti 
caratteristici  della  fiera  e  ci  dà  la  notizia  che  vengono  dalla  fiera  del 
Corpusdoniini  di  Bolzano.  La  notizia  può  essere  messa  in  relazione  con 
1'  altra  conservataci  altrove,  che  uno  «  svizzero  di  Lugano  »  fu  nel 
luglio  1656  chiuso  per  sospetto  di  peste  nel  lazzaretto,  ove  proprio  il 
22  venne  a  morire  (2),  e  dar  luogo  alla  congettura  che  egli  avesse 
recato  per  1'  appunto  tele  del  non  lontano  Tirolo.  Fuori  di  questo,  nes- 
sun altro  dato  ci  offrono  i  nostri  documenti. 

Si  può  inoltre  presumere  che  frequentassero  la  fiera,  per- 
chè non  forniti  o  forniti  non  sufficientemente  dal  territorio  e 
tuttavia  ricorrenti  con  maggiore  o  minor  frequenza  tra  i  pro- 
dotti di  consumo  della  città,  tra  altri  che  sarebbe  facile  ma 
ozioso  elencare  : 

a)  Allume  —  Nel  gennaio  1660  i  tintori  cittadini  ricorrono  al  le- 
gato contro  il  prezzo  esorbitante  fatto  dagli  appaltatori  dì  allume  di 
rocca,  in  spregio  di  bandi  in  vigore  e  in  danno  della  loro  professione. 
«  Contro  gli  ordini  . . .  dell'anno  1635  ...  le  conviene  pagare  baiocchi 
nove  per  libra,  benché  fosse  o  sia  ordinato  il  pagamento  di  esso  al- 
lu.-ne  rocco  a  baiocchi  sette  e  mezzo.  .  .  »  E  il  legato  fa  ragione  al  loro 
reclamo  (3).  Era  oggetto  di  privativa  e  indubbiamente  veniva  dalle 
miniere  pontificie  di  Tolfa,   scoperte  il  1461  e  subito  sfruttate  (4). 

b)  Olio  —  La  provvista  di  questa  derrata,  che  il  territorio  di  Se- 
nigallia produceva,  ma  insufficientemente  pel  consumo,  era  incombenza 
di  un  vero  e  proprio  ufficio  pubblico,   1'  «  abbondanza  dell'olio  »,  che 


(1)  Regalie,  v.  3",  e.  35t.  Vera  e  propria  privativa  di  stato  risulta,  al- 
nieuo  dal  1643,  fosse  il  sale,  che  veniva  da  Cervia  e  il  cui  prezzo  di  ven- 
dita era  fatto  dal  tesoriere  generale.  Tuttavia  il  lamento  che  troviamo  sul 
prezzo  piti  alto  e  il  colore  più  scuro  del  sale  di  Cervia  in  confronto  col  sale 
di  Trapani,  può  ragiouevolmeute  far  supporre  che  anche  il  sale  fosse  un  ar- 
ticolo commerciabile,  sia  pure  con  certe  condizioni. 

(2)  Congreg.  di  Sanità,  v.  A,  e.   69  e  76. 

(3)  Leti,  d'udienza    v.  8.  e.  42  e  43. 

(4)  G.  ZiPPEL,  L'allume  di  Tolfa  e  il  suo  commercio,  in  Arch.  d.  Soc. 
Romana  di  storia  patria,   voi.  XXX. 

22  —  itti  (  Menorie  delia  R.  D«p.  di  Storia  Patria  p«r  le  larek  1912. 


—  338  — 

aveva  la  privativa  assoluta  della  rivendita  al  minuto  nella  città.  Olio 
all'ingrosso  vi  poteva  per«)  esser  venduto  dai  forastieri  (l).  Nei  primi 
del  secol»  successivo  ne  troveremo  in  fiera,  proveniente  dalla  Puglia 
e,   con  paroni  greci,   molto  probabilmente  dall'Arcipelago. 

e)  Vallonea  —  Ricorre  spesso  in  capitoli  e  tariffe  di  dazi  e  tasse. 
Una  deliberazione  consigliare  del  1643  concede  esenzione  dall'  allora 
istituito  dazio  dei  colli  alle  vallonee,  pellami  e  lane,  che  approdano 
in  porto  e  son  destinate  alle  concie  e  alla  fiorente  industria  tessile  di 
Pergola. 


(1)  Leti,  d'  Udienza,   v.   13,  e.   167. 


«<^       fe^ 


PARTE    II. 


Il    secolo    XVII. 


Capitolo  i. 

Contagi  e  concorrenza 

La  vigilanza  sanitaria  e  la  concorrenza  commerciale  di  Ancona  -  L'  episodio  del 
1721  -  Le  preoccupazioni  sanitarie  di  Venezia  e  l' incidente  del  1743  -  La 
sospensione  della  fiera  del  1 784  e  il  tentativo  di  boicottaggio  del  1 785. 

Secondo  la  distanza  del  luogo  dove  insorge  e  la  gravità  con 
che  si  manifesta,  nn  contagio  può  determinare  o  la  proibizione 
della  fiera,  o  la  interdizione  dal  commercio  in  essa  della  re- 
gione colpita  e  di  quelle  piìi  direttamente  minacciate,  o  la  im- 
posizione di  quarantene  a  provenienze  sospette. 

Non  è  bisogno  di  spendere  parole  per  dimostrare  come  1'  u- 
na  o  l'altra  di  queste  misure  danneggi  la  città,  che  ormai  vive 
sulla  fiera:  immediatamente,  pei  mancati  o  ridotti  guadagni, 
su  cui  nell'anno  essa  ha  fatto  assegnamento;  mediatamente, 
pel  non  improbabile  e  non  rimediabile  disvio,  dal  suo  ad  altro 
mercato,  di  merci  temporaneamente  proibite  o  sospese.  È  pari- 
menti facile  a  intendersi,  come  —  in  tempo  che  per  le  diffi- 
coltà dei  trasporti  e  delle  comunicazioni  è  vivamente  sentito  il 
bisogno  di  periodici  convegni  commerciali  —  l' interdizione  o 
sospensione  del  commercio  sia  per  nuocere  in  uguale  o  forse 
maggior  misura  alle  regioni  colpite.  S'  aggiunga  infine  la  scarsa 
fiducia  nelle  non  sempre  efficaci  precauzioni  sanitarie;  e  ci  ai 
renderà  facilmente  conto  del  fatto,  per  nulla  strano,  che  in  Se- 


—  340  — 

nigallia,  centro  del  maggior  convegno  commerciale  dell'xVdriatico, 
come  in  quella  qualunque  regione  infetta  o  minacciata  d'infezione 
che  al  convegno  ha  interessi,  vivace  e  irresistibile  si  manifesti 
la  tendenza  a  passar  sopra  ad  ogni  precauzione,  a  sfidare  il 
pericolo  del  contagio,  a  violare  ogni  misura  sanitaria  restrittiva 
del  commercio. 

Ma  siccome  la  violazione  delle  misure  sanitarie,  per  quanto 
operata  su  vasta  scala,  non  può  mai  consentire  la  larghezza 
dì  traffici  dei  tempi  normali,  e  poiché,  sopratutto,  all'  osservanza 
delle  imposte  cautele  vigilano  interessati  vicini,  cosi  prima  cu- 
ra di  Senigallia,  appena  si  manifesti  nell'  hinterland  della  sua 
fiera  un  pericolo  di  contagio,  è  di...  dissimularne  o  attenuarne 
la  gravità  e  pretendere  che  non  siano  adottate  Tiiisure,  dalle  qua 
li  il  commercio  abbia  a  soffrire  limitazioni,  ostacoli,  impedimenti. 
E  contro  bandi  di  proibizione  del  commercio  —  quindi  anche 
della  fiera  —,  contro  bandi  di  contumacie,  essa  —  pronta  del 
.resto  a  violarli  ogni  volta  che  può  —  invariabilmente  insorge, 
ne  combatte  la  opportunità,  ne  chiede  la  revoca  o  tempera- 
menti tali  da  distruggerne  ogni  possibile  efficacia. 

Durante  il  sec.  XVII,  quando  la  fiera  era  tanto  più  mode- 
sta e  1'  arrendevole  legato  aveva  competenza  anche  nella  ge- 
losa materia  della  sanità,  gli  interessi  della  città  e  quelli  della 
pubblica  salute,  non  s'  erau  trovati  così  spesso  di  fronte.  In 
caso  d' imposizione  di  quarantene,  del  resto,  queste  si  consuma- 
vano nel  locale  lazzaretto^  cioè  sotto  quella  qualunque  vigilanza 
che  si  credeva  di  dovere  esercitare,  e  ai  cittadini,  in  anni  ca- 
lamitosi, restavano,  alla  men  peggio,  i  non  trascurabili  profitti 
derivanti  dal  soggiorno  dei  contumaciandi  e  dalle  pratiche  con- 
tumaciali. 

Ma  nel  secolo  XVIII  le  cose  camminano  per  ben  altra  via. 
Già  nel  1680  la  giurisdizione  in  materia  di  sanità  dal  legato 
della  provincia  è  passata  al  tribunale  della  Consulta  (1),  e  que- 
sto, deliberando  da  Eoma  e  avendo  l' occhio  all'  interesse  di 
tutto  lo  stato,  non  doveva  presumibilmente  mostrarsi  altrettan- 


(1)  Lett.  d'udienza,  v.  25,   e.  78, 


—  341   — 

to  accomodante.  Sui  primi  del  secolo,  inoltre,  guardiane  della 
pubblica  salute  nel!'  Adriatico  si  costituiscono  Ancona  e  Vene- 
zia, e  Senigallia  passa  sotto  una . . .  tutela  né  desiderata,  né 
precisamente  adatta  a  promuovere  il  suo  materiale^  immediato, 
tangibile  interesse.  Per  quanto  riguarda  piìi  specialmente  An- 
cona, poi,  i  i)recedenti  del  sec.  XVII  non  potevano  non  dare 
al  fatto  un  significato  e  un'  importanza  speciale. 

Quali  con  precisione  fossero  agli  inizi  del  1700  le  condi- 
zioni economiche  della  rivale  di  Senigallia,  i  nostri  documenti 
e  gli  storici  e  scrittori  locali  non  ce  ne  informano:  certo,  a 
l)o(;lii  anni  di  distanza  dalla  plorante  e  deplorata  «  miseria  » 
del  1694  05,  non  ancora  così  buone,  come  si  faranno  in  seguito: 
non  tali  ad  ogni  modo,  da  non  mantener  vivo  il  proposito  di 
comunque  migliorarle  (1).  In  attesa  di  ritentare  l' istituzione 
della  fiera  franca  in  stagione  propizia  —  Ancona  pare  non  ve- 
desse altra  via  per  la  riconquista  del  primato  commerciale  — 
le  condizioni  della  pubblica  salute  nell'  Adriatico  le  offrivano 
intanto  il  destro  di  attivare  un  maggior  movimento  nel  suo  porto. 

In  presenza  alla  quantità  di  bandi  di  sospensione  del  com- 
mercio, di  i)roibi/.ione  di  fiere,  d' imposizione  «li  quarantene  ;  a 
scorrere  sopratutto  la  raccolta  di  sanità,  si  ha  F  impressione 
che,  dalla  fine  del  XVII  a  tutto  il  XVIII,  sul  bacino  Adria- 
tico, anzi  sull'  intero  bacino  orientale  del  Mediterraneo,  incom- 
besse un  unico  immane  contagio,  che,  serpeggiando  ovunque 
allo  stato  endemico,  prorompesse  ad  ogni  breve  intervallo  in 
questa  o  quella  regione,  ma  segnatamente  nella  Balcania,  le 
cui  provenienze,  da  un  certo  momento,  troviamo  invariabilmente 
assoggettate  a  quarantene  in  tutti  i  porti  italiani  (2).  Ora,  con- 


ci) Un  passo  d'nua  memoria,  «  Motivi  contro  la  gabella  del  12  ^/q  »  del 
1708,  accenna  colle  seguenti  parole  alle  condizioni  d'  Ancona:  «  Dalla  gra- 
«  vezza  delle  gabelle  per  lo  più  ne  risulta  la  mancanza  del  commercio,  e 
«  pnò  darne  qualche  esempio  le  dogane  di  Roma  e  quella  di  Ancona,  che 
«  per  un  semplice  uno  o  due  per  100  fa  sentirne  alla  Rev.  Camera  nella 
«  risposta  quel  danno,  che  è  noto  alla  medesima,  potendosi  quasi  dire  esset 
«  divenuta  già  una  piazza  senza  negotio  »:  Not,  Div.,  v.   17.    e.  85. 

(2)  Negotia  Sanitatis,  v.  8,  e.  43,  lett.  d.  Sanità  di  Venezia,  10  agosto  1743. 


—   342   — 

tro  l' immanente  minaccia  d' infezione,  lo  stato  iwntificio  non 
aveva  fatto  altro  sino  allora  che  concentrare  nel  tribunale  della 
Consulta  la  giurisdizione  sanitaria,  L'  applicazione  delle  misure 
sanitarie  prescritte,  le  modalità  nell'ammissione  a  pratica,  nella 
operazione  degli  «  spurghi  »,  nella  consumazione  delle  quaran 
tene,  restava  ancora  abbandonata  alla  iniziativa,  al  capriccio, 
o  —  come  in  Senigallia  —  all'  interesse  dei  singoli  luoghi. 
Mancava  insomma  un  centro  di  sorveglianza  diretta;  un  ufficio, 
che,  almeno  lungo  il  tratto  di  confine  costiero,  applicasse,  in 
dipendenza  dalla  Consulta  e  sotto  1'  eventuale  i)ropria  respon- 
sabilità, le  prescritte  misure  con  criterio  uniforme,  costante  e 
rigoroso;  un  lazzaretto  di  stato,  infine,  senza  del  quale  restava 
sempre  aperto,  spalancato,  l'  adito  al  pericolo. 

Una  simile  istituzione,  oltre  che  rispondt-re  alle  superiori  ra- 
gioni della  pubblica  salute,  avrebbe  significato  non  indifferente 
profitto  all'  eventualmente  designato  centro  di  tale  polizia  sani- 
taria. Le  insopprimibili  esigenze  commerciali,  infatti,  vi  avreb- 
bero promossa  un'  affluenza  considerevole  di  legui  infetti  o  so- 
spetti e,  sotto  forma  di  consumi,  richieste  d'  opera,  diritti  con- 
tumaciali, una  sorgente  di  lucri  non  disprezzabile.  Coli'  intuito 
della  gente  d'  affari,  Ancona  dovè  avvertire  il  vantaggio  offerto 
da  quello  stato  di  cose,  e  ne  profittò.  Già  dal  1624  disponeva 
di  un  lazzaretto,  che,  costruito  col  concorso  della  provincia, 
serviva  anche  al  bisogno  della  provincia  stessa  (1)  :  nel  1701 
lo  promosse  a  lazzaretto  di  stato  (2).  Il  governo  non  potè  tro- 
var la  cosa  altro  che  conveniente  e  da  questo  momento  la  «  pri- 
vativa delle  contumacie  »  è  un  diritto  riconosciuto  ad  Ancona. 
Ormai  legni  e  imbarcazioni  provenienti  da  luoghi  sospetti  non 
sono  ammessi  a  pratica  nei  porti  pontifici  dell'  Adriatico,  se  non 


(1)  E.  D'Akchise,    Una  pianta  d'Ancona,  Anc.  1884,  p.  Ili,   n.  1. 

(2)  «  Suppongono  i  Proveditori  alla  Sanità  d'Ancona,  che  non  si  possino 
«  amettere  alla  quarantena  in  altri  porti  di  questa  spiaggia  i  legni,  che 
«  provengono  da  luoghi  sospetti,  se  non  in  quello  della  medesima  città,  sì 
«  per  il  commodo  dello  spurgo,  coni' anche  per  haver  il  ius  privative,  a 
«  tenore  degli  ordini  di  Roma....  »:  Lett.  d'udienza,  v.  4©,  e.  69,  lett.  d. 
legato  al  luogot.  di  Senig.,   6  maggio  1701. 


—  343  — 

sono  munite  delle  fedi  di  sanità  di  Venezia  o  non  hanno  scoii- 
tate  le  imposte  quarantene  nel  lazzaretto  d'  Ancona  (1).  Coll'an- 
dar  degli  anni,  poi,  a  vigilare  sulla  salute  pubblica  per  lo  stato 
pontificio  resta  sola  la  sanità  d'  Ancona,  la  quale,  per  di  piìi, 
finisce  col  raccogliere  ed  esercitare,  se  non  una  vera  e  propria 
giurisdizione  sanitaria,  per  lo  meno  un  diritto  d' iniziativa  :  non 
solo  cioè  segnala  casi  sospetti,  invoca  e  addita  provvedimenti  ; 
talora  anche  ne  adotta  senz'  altro  e  la  Consulta  non  manca  di 
dar  la  propria  sanzione. 


Conseguenze  del  nuovo  ordine  cose  :  non  solo  Senigallia  in- 
contra maggiori  difficoltà  ad  ottenere  la  licenza  di  fiera  in  anni 
di  sospetti  ;  non  solo,  a  fiera  proibita  o  ridotta,  si  trova  rese- 
cata la  più  modesta  sorgente  dei  diritti  e  delle  pratiche  sani 
tarie,  ma  —  e  questo  è  specialmente  doloroso,  intollerabile  — 
le  sorti  della  sua  vitale  istituzione  ormai  dipendono  —  essa  è 
persuasa  —  dal  beneplacito,  dall'  arbitrio,  dallo  spirito  d'  invida 
rivalità  della  sanità  d'  Ancona.  Qualunqne  atto  compia  quest'uf- 
ficio, dal  quale  derivi  un  intoppo,  una  difficoltà,  un  ostacolo 
alla  celebrazione  della  sua  fiera,  è,  ai  suoi  occhi,  una  bassa  ma- 
novra, un'  insidia  tesa  ai  suoi   danni. 

«  Non  susiste  —  risponde  il  suo  ufficio  di  sanità  al  legato 
nel  1701,  Quando  Ancona  ha  avanzato  la  pretesa  alla  privativa 
delle  quarantene  —  non  susiste  la  pretensione  d' Anconitani 
«  d'  bavere  il  ius  di  far  fare  la  quarantena  alle  barche,  che 
«  provengono  da  luoghi  sospetti  privative  agi'  altri  luoghi  e  porti 
«  della  spiaggia,  mentre  quando  si  è    data    1'  occasione,    sanno 


(1)  Così,  dal  1713,  dispongono  tutti  i  relativi  baudi  di  sanità:  Repertorio 
d.  Congreg  di  Sanità,  voci  «  fiera  »,  «  Ancona  »,  «  contumacie  ».  Sotto 
Clemente  XII,  su  disegno  e  colla  direzione  del  Van vitelli,  che  vi  riconosceva 
«  l'occasione  di  fare  acquisto  di  buon  nome  »,  sorgeva  nell'acqua,  al  lato 
occidentale  del  porto  anconetano  -  ancora  non  munito  di  molo  -  il  magnifico 
lazzaretto,  in  pianta  pentagonale,  compiuto  nel  1738. 


—  ui  — 

«  bene  gì'  istessi  signori  Anconitani  le  diligenze  esattissime  che 
«  sono  state  fatte  in  questo  porto  per  esservi  il  comodo  del  laz- 
«  zaretto  e  di  far  i  spurghi  necessari . . .  Non  è  meravigliia  che 
«  si  facciano  contro  Senigallia  queste  doglianze,  mentre  essendo 
«  vicina  la  fiera  non  si  procura  dagl'  Anconitani  che  di  trovar 
«  modo  di  sviarla  »  (1). 

E,  pili  esplicitamente  e  gravemente,  alla  Sanità  di  Venezia, 
presso  la  quale,  scagionandosi,  ritorce  contro  la  Sanità  d'  An- 
cona accuse  di  trafugamento  e  furto  di  merci  soggette  a  contu- 
macia :  «  Non  è  zelo  de'  signori  d'  Ancona  d' impedire  questa 
«  fabrica  —  il  disegnato  nuovo  lazzaretto  di  Senigallia,  —  ma 
«  si  muovono  dal  proprio  interesse,  giacché . . .  buona  parte  di 
«  quei  particolari  si  mantiene  con  la  dilai)idazione  totale  di 
«  quelle  povere  genti,  che  sono  obbligate  nella  persona  e  nelle 
«  robbe  soggettarsi  colà  alla  contumacia,  a  segno  che,  esigendo 
«  da  essi  grossissime  contribuzioni,  aspettano  tante  e  tante 
«  volte  di  rilasciarli  al  commercio,  doppo  d' averli  consumati 
«  affatto  (2)  ». 

Ma  il  suo  lungo  tentativo  d'  impedire  ad  Ancona  il  privile- 
gio esclusivo  del  lazzaretto  cade  nel   vuoto. 

La  i)rivativa  delle  contumacie  però,  nei  disegni  di  Ancona, 
non  è  che  un  passo  verso  più  alto  fine  :  il  rinvigorimento  del 
traffico  nel  suo  [)orto.  L' aumentata  affluenza  di  legni  carichi 
di  merci  in  cerca  di  collocamento  è  intanto  buon  avviamento. 
Un  nuovo  breve  pontificio,  che  consenta  di  conimerciarvele  in 
regime  di  favore,  una  nuova  fiera  franca,  insomma,  e . . .  Ancona 
tornerà  la  florida  piazza  commerciale  d'  un  tempo. 

E  il  solito  breve,  colla  solita  franchigia,  viene  finalmente 
nel  1720.  «  Ci  hanno  fatto  rappresentare  —  così  papa  Cle- 
mente XI  il  20  luglio  1720  al  card,  camerlengo  —  li  negotianti 
«  e  mercanti  della  nostra  città  d'  Ancona,  che  per  concessioni 
«  apostoliche  fatteli  da  nostri  predecessori  esser  solito  farsi  in 
«  detta  città  una  fiera  ogni  anno  dal   1.  novembre  a  tutti  li  15 


(1)  Congreg,  di  Sanità,  v.  C,  e.  23-25. 

(2)  Ivi,  e.  38-40. 


—  345  - 

«  decembre  di  ciascliedim  anno  e  percliè  la  maggior  parte  delle 
«  merci  si  fanno  venire  in  quel  istante  o  poco  prinia  di  detta 
«  fiera  per  mare,  nel  qual  tempo  la  stagione  è  assai  pericolosa 
«  per  la  navigatione,  per  la  qual  cosa  ogn'  anno  pericola  qual- 
«  che  bastimento,  ci  hanno  fatto  supplicare  a  volerli  commutare 
«  il  tempo  di  detta  fiera  per  li  mesi  di  aprile  e  maggio,  qual 
«  istanza...  liabbiamo  deliberato  fargliene  la  gratia...  Vi  ordi- 
«  niamo  che  in  nome  nostro  e  della  nostra  Camera...  la  detta 
«  fiera  e  franchitia. . .  gliela  comuìutiate  e  rispettivamente  re- 
«  stringiate...  per  un  sol  mese,  da  principiare  il  dì  15  aprile 
«  e  da  continuare  sino  a  tutto  il  dì  15  maggio...  »  (1). 

Keso  possibile  il  rifornimento  della  regione  in  Ancona,  in 
aprile-maggio,  ecco  resa  inutile,  ecco  quindi  di  nuovo  in  peri- 
colo la  fiera  della  Maddalena  e  con  lei  ed  in  lei  di  nuovo  mi- 
nacciati la  vita  di  Senigallia^  gli  interessi  della  legazione,  quelli... 
dello  stato.  Senigallia,  appena  sulla  fine  dello  stesso  1720  ha 
notizia  del  breve,  fatta  leva  di  tali  interessi  minacciati  —  città 
vicine  tradizionalmente  avverse  alla  Dorica  e  uno  stuolo  di 
cardinali  e  ])ezzi  grossi  del  governo  la  sostengono  e  la  secon- 
dano —  sorge  anche  una  volta  ad  impugnare  ed  oppugnare  la 
«  grazia  »  fatta  alla  rivale  (2). 

La  ragione  addotta  da  Ancona  —  sostiene  —  per  ottenere 
il  nuovo  breve  di  fiera,  è  «  senza  fondamento  di  verità  >  ;  quin- 
di il  breve  di  concessione  è  «  surrettizio  ».  Sua  santità  o  vo- 
glia ritirarlo  o  consenta  a  Senigallia,  non  men  devota  suddita 
e  figlia  ecc.,  «  di  poter  dedurre  giudizialmente  le  sue  ragioni  », 
come  le  fu  consentito  al  tempo  di  Innocenzo  XII,  quando  per 
1'  appunto  sua    santità    regnante,    allora    cardinale    Albani,  era 


(1)  Fiera  d'Ancona,  v.  2,  e.  83. 

(2)  Per  Senigallia  contro  Ancona  si  schierano  Iesi,  Fermo  e  Recanati  e 
interpongono  i  .loro  uffici,  tra  altri,  i  card.  Tanari,  Eiviera,  Barberini, 
Corsini.  Deputato  a  sostenere  lo  ragioni  a  Roma  è  il  gonfal.  cajjitano  Eusebio 
Cavalli,  coadinvato  dall'arv.  Capocaccia  e  dal  conte  Agostino  Beliardi, 
l'opera  del  quale  ultimo  è  preziosa  e  decisiva:  Fiera  d'  Ancona,  v.  2,  e.  92 
e  aegg. 


—  346  — 

suo  protettore  e  così  efficacemente  la    difese  contro  uguale  mi- 
naccia della  stessa  avversaria  (1). 

Non  bisognò  «  adoprare  grande  esagerazione  »  per  convin- 
cere il  vecchio  Clemente  XI  che  la  concessione  fatta  ad  Anco- 
na sarebbe  riuscita  «  del  tutto  distruttiva  »  per  la  sua  ex  pu  • 
pilla.  Contro  il  solenne  disi)osto  del  breve  stesso,  rimette  la 
questione,  per  un  giudizio,  alla  congregazione  camerale  e  questa, 
nella  seduta  17  febbraio  1721,  ])roibisce  i)er  queir  anno,  agli 
Anconitani,  «  ogni  innovazione  intorno  alla  fiera  ».  In  una  suc- 
cessiva —  4  marzo  —  «  benché  persistesse  nel  voto  di  rivo- 
care  il  chirografo  come  suretizio  »,  rimanda  di  otto  giorni  la 
sentenza,  per  dar  tempo  alla  parte  avversa  di  <-  avere  da  An- 
«  cona  una  nota  giurata  di  alcune  merci,  che  pretendono  — 
«  gli  avversari  —  poter  sgravare  dalla  gabella  (durante  i  mesi) 
«  d'  aprile  e  maggio,  a  tenore  del  patto  stipulato  da  quel  do- 
«  ganiere  colla  Camera  ». 

Già  i  rapi)resentanti  di  Senigallia  in  Eoma  si  apprestano  a 
intonare  il  peana,  quando,  prima  che  la  congregazione  camerale 
possa  tornare  per  la  terza  volta  sulla  questione,  il  19  marzo 
1721  Clemente  XI  viene  a  morire.  E  il  doganiere  d'  Ancona 
allora  stampa  e  diffonde  in  proprio  nome  un  Invito,  5  aprile 
1721,  col  quale  fii  sapere  a  chi  voglia  come  qualmente  «  la 
franchigia,  da  celebrarsi  per  le  merci  in  questa  città  dalli  15 
corr.  alli  15  maggi©  pross.,   si  effettuerà  conforme   ecc.    ecc.  »  (2). 

Ma  il  tentativo  di  eludere  la  decisione  camerale  è  troppo 
audace,  j)erchò  il  governo  dell'  interregno  (3)  non  debba  pron- 
tamente intervenire  a  im[)edirlo.  E  un  editto  dei  tre  (;ardìnali 
capi  d^ordine,  23  aprile,  dichiara  infatti  <<  il  sudetto  invito  ipso 
facto  et  ipso  iure  nullo  abolito  e  casso  e  come  se  fatto  non 
fosse  »  (4). 


(i;  Fiera  d' Ancona,  v.   2,  e.   77. 

(2)  Ivi,  e.   114-5,   118-9,    174. 

(3)  I  tre  cardinali  capi-d'ordine,    due   dei  quidi  son   legati  da  vincoli  d'in- 
teresse o   di  protezione  con  Senigallia,  il  Barberini  e  il  Paracciani:  ivi,  e.   120, 

(4)  L'  editto    fu  «  minutato  »  dallo    stesso    rappresentante    di  Senigallia, 
conte  Beliardi  e  ad  opera  sua  «  fatto  spedire  da  Capi   d'Ordini  »:  ivi,  e.  125. 


—  347    - 

Pare  così  che  la  vittoria  lesti  ancora  una  volta  a  Senigallia. 
Se  non  che,  s'è  andato  nel  frattempo  manifestando  un  fatto 
nuovo,  che  dà  nuovo  e  più  grave  alimento  all'  aspra  lotta  di 
concorrenza. 

'  Quando,  in  quella  primavera  1721,  pareva  ormai  mitigata 
la  furia  della  terribile  peste,  che  dall'  anno  innanzi  desolava 
Marsiglia,  e  le  già  rigorose  misure  sanitarie  degli  stati  italiani 
s'erano  andate  rilassando,  alcune  navi,  soggette  a  sorveglianza 
nel  porto  stesso  di  Marsiglia,  riuscivano  colla  fuga  a  sottrarsi 
alla  clausura,  facevan  vela  per  l'oriente  e,  col  terrore,  sparge 
vano  ovunque  sospetto  d' infezione.  Si  ripristinarono  pertanto, 
anche  nello  stato  pontificio,  le  adottate  precauzioni:  cordoni  ai 
contini  terrestri  e  chiusura  dei  porti  alle  provenienze  per  mare, 
anche  da  luoghi  immuni,  a  meno  che,  relativamente  all'Adria- 
tico, non  si  fossero  munite  delle  fedi  di  sanità  nel  lazzaretto 
d'Ancona  (1). 

Ottenere  di  celebrar  la  fiera  in  simili  circostanze  doveva 
essere  ed  effettivamente  era  impresa  disperata.  L'  obbligo  fatto 
ai  legni  immuni  di  toccar  prima  Ancona,  era  per  sé  solo,  agli 
occhi  di  Senigallia,  un  preventivo  divieto.  Chi  avrebbe  impedito 
a  quella  sanità  di  trattenere  nel  suo  porto  le  imbarcazioni  di- 
rette a  Senigallia,  per  costringerle  ad  un  commercio  in  esclu- 
sivo vantaggio  dei  j^ropri  mercanti  e  concittadini  1  Senigallia 
pertanto  si  volge  al  legato  supplicandolo  a  revocare,  temperare 
almeno,  1'  ostruzionistica  disposizione,  permetterle  insomma,  in 
considerazione  della  sua...  «  specchiata  vigilanza  »,  di  ricevere 
direttamente  le  imbarcazioni  non  sospette.  (3on  tutta  la  buona 
volontà  di  compiacerla,  il  legato  non  può  far  altro  che  sospen- 
dere la  pubblicazione  del  relativo  bando;  pel  resto,  la  città  deve 
rivolgersi  a  Roma. 

Ma  già  a  Roma,  qualche  giorno  prima,  è  pervenuta  denuncia 
dalla  sanità  d'Ancona  che  Senigallia  attenti  alla  pubblica  salute, 
dando  pratica,  senza  le  dovute  cautele,  a  due  barche,  di  cui 
una  da  Fiume  con    legnami,  materia    particolarmente   «  suscet- 


(1)  Fiera  d'Ancona,  v.  2,  e.   123:  editto  d.  legato,  2  maggio    1721. 


—  348  — 

tibile  di  peste  ».  Ecco,  dunque,  da  Roma  l'ordine  al  legato  di 
«  ])rocedere  contro  i  ministri  »  del  porto  senigalliese,  e  poco 
dopo,  non  ostante  le  piìi  calorose  sollecitazioni  del  rappresen- 
tante della  città,  appoggiate  e  avvalorate  dalle  premure  del 
card.  Pico  e  dell'  ambasciator  veneziano,  il  divieto  assoluto  di 
celebrare  la  fiera  (1). 

È  ora  Ancona,  che  sta  prendendosi  la  rivincita.  Speculando 
apertamente  sulla  mala  ventura  della  rivale,  essa  invia  deputati 
a  Roma  per  chiedere  di  far  lei  la  fiera  e  spera,  fidando  «  nella 
memoria  dello  zio  di  Sua  Santità  »,  il  neo  eletto  Innocenzo 
XIIT.  Questa  baldanza  esaspera  il  Beliardi,  rapi)resentante  in 
Roma  di  Senigallia.  Il  31  maggio  deve  tenersi  seduta  di  con- 
sulta, per  trattare,  tra  l'altro,  anche  la  denunciata  trasgressione 
di  Senigallia.  Nei  giorni  che  precedono,  il  Beliardi  si  mette  ai 
panni  dei  poiporati.  «  Per  ottenere  in  ogni  maniera  1'  intento 
«  nell'importantissimo  affare  delle  barche  non  sospette,  mi  son 
«  dato  tutto  il  movimento  che  le  SS.  VV.  111. me  possino  im 
«  magiiiarsi.  Ho  fatti  distribuire  li  memoriali  a  tutti  li  sig. 
«  cardinali  e  prelati  di  Consulta,  e  per  due  giorni  intieri  gl'ho 
«  infoiinati,  con  esaggerare  altamente  su  li  motivi  dedotti....  e 
«  specialmente  su  1'  esempio  degli  altri  ì)orti  ecclesiastici  del 
«  Mediterraneo...  Si  fa  questa  esorbitanza  nell'Adriatico  ])er  le 
«  imjìosture  degl'Anconetani,  quali  guidati  dall'odio  e  dal  pri- 
«  vato  interesse,  non  dalla  causa  della  comune  salute,  conti- 
«  nuamente  esclamano  ed  inventano  bugie,  per  rendersi  padroni... 
«  Ho  sollevato  gl'agenti  di  altri  cinque  porti  a  ricorrere  uni- 
«  tamente...  Di  \m\  questa  mattina  per  tempo  mi  sono  trovato 
«  a  Monte  Cavallo  ed  n  ciascun  prelato,  e  cardinale  che  andava 
«  giungendo,  io  dal  scender  di  carrozza  sino  alla  porta  della 
«  congregazione  son  andato  rinovando  i  motivi  e  le  preghiere, 
«  toccando  a  tutti  li  propri  interessi  e  singolarmente  al  card. 
«  Barberini  et  alli  legati  delle  tre    legazioni...  » 

Breve:  la  Consulta,  in  quella  seduta,  non  solo    purga  Seni- 
gallia di  ogni  colpa,  ma  permette  «  che    le  barche    straniere.... 


(1)  Ivi,  e.  126,  137,  140-47. 


—  349  — 

da    luoghi    nou    sospetti    possino    venire  a  dirittura  in    cotesto 
I)orto  »   (1). 

Non  è  davvero  la  licenza  di  fiera;  anzi,  la  fiera  è  di  nuovo 
e  severissimamente  proibita.  Ma,  data  ormai  la  funzione  che 
essa  esercita  nel  bacino  adriatico^  «  V  indispensabile  necessità 
economica  »  che  è  divenuta,  basta  a  Senigallia  la  revoca  del 
divieto  di  commercio.  Avrà  un  bel  proibire  e  minacciare  la 
sacra  consulta,  un  bell'ammonire  il  longanime  legato,  un  bel 
consigliare  prudenza  cardinali  amici.  Senigallia  non  ha  che 
annunciare  che  il  commercio  entro  le  sue  mura  -  sia  pure  senza 
franchigia  -  non  è  proibito  e  uomini  e  merci  vi  si  avviano. 
Dietro  un  apparato  sanitario  formidabile  -  il  cordone  presso  le 
porte,  battitori  per  la  spiaggia,  barche  armate  al  largo  e  can- 
noni al  molo  -  quietamente,  discretamente,  «  a  fondachi  chiusi  », 
cioè  senza  apposizione  di  insegne,  e  chiudendo  il  benevolo  le- 
gato un  occhio,  anche  in  quell'  anno  si  fanno  a  Senigallia  i 
soliti  contratti,  i  consueti  scambi,  si  celebra  insomma  la  fiera, 
che,  a  credere  ad  affermazioni  tardive,  sarebbe  riuscita  una 
fiera  «  spaventosissima  »  (2). 


* 
*     * 


Ispirata  a  tutt'altro  fine  che  a  una  concorrenza  commerciale 
pare  la  condotta  della  sanità  di  Venezia,  le  cui  relazioni  - 
sappiamo  -  risalgono  ai  primordi  della  fiera  e  -  meno  incidenti 


(1)  Ivi,  e.   155-59. 

(2)  Libro  di  fiera,  v.  7,  e.  37  d.  docum.  -  L'  ulteriore  svolgimento  della 
contesa  nou  ha  altro  valore  che...  psicologico.  Aucona  accusa  Senigallia  di 
aver  pubblicata,  come  iu  tempi  normali,  la  sua  fiera  e  di  avere  quindi  com- 
messo un  nuovo  attentato  alla  pubblica  salute,  recando  a  prova  una  circo- 
laTe-reclame  d'un  negoziante  veronese.  Roma  ordina  un'inchiesta,  affidandola 
al...  benevolo  legato.  Senigallia,  dimostrando  la  sua...  candida  innocenza, 
prova  che  tutto  è  frutto  delle  «  imposture  »  e  «  basse  calunnie  »  dei  signori 
Anconetani.  E  questi  soli  rischierebbero  di  restar  nelle  peste,  se,  avvisati  in 
tempo,  1  provisori  di  sanità  non  si  salvassero  «  in  chiesa  »  da  nn  arresto 
ordinato  da  Roma:  Fiera  d'Anc,  v.  2,  e.  168  e  segg. 


—  350  — 

transitori  -  ci  si  son  presentate  costantemente  larghe  e  cordiali. 
Mercanti  veneziani  e  sudditi  della  repubblica  lian  sempre  co- 
stituito finora  il  gruppo  più  importante,  il  «  nervo  »  principale 
della  fiera,  sì  per  prodotti  che  per  capitali.  La  loro  partecipa- 
zione, sui  primi  del  XVIII,  è  ancora  di  tale  entità,  che  per 
bocca  del  legato,  nel  1713,  Senigallia  ha  a  dichiarare  che,  venendo 
a  manc^are  i  sudditi  della  repubblica  alla  fiera,  «  mancarebbe 
ancora  una  delle  parti  più  principali  delle  mercanzie  »  (1). 

Se  non  che,  proprio  in  quell'  inizio  di  secolo,  1706,  c'è  la- 
sciato notizia  che  «  Veneziani  pensano  d'introdurre  una  fiera  a 
Chioggia  per  la  festa  della  Maddalena  »  (2).  E  la  voce  ricorre 
nel   1713. 

Se  realmente  la  repubblica  di  S.  Marco,  che  già  disponeva 
di  tre  fiere  in  Terraferma  -  Bergamo,  Brescia  e  Cremona,  - 
adombrata  della  crescente  prosperità  della  fiera  senigalliese  o 
per  altro  motivo,  pensasse  effettivamente  ad  una  concorrenza 
in  suo  danno,  non  abbiamo  elementi  sufficienti  né  per  affermarlo 
né  per  escluderlo  (3).  La  nota  saliente,  è  vero,  del  suo  carteggio 
di  sanità  con  Senigallia  é  una  sollecitudine  estrema,  una  i^reoc- 
cupazione  talora  ossessionante  per  la  pubblica  salute  (i).   D'altra 


(1)  Libro  Fiera,  v.   2,   e.   19. 

(2)  Lett.  d'udienza,   v.   26,   e.   68. 

(3)  Nel  1721  l'ambasc.  venez.  appoggia  a  Roma  la  causa  della  fiera  di 
Senigallia:  Fiera  d'Ano.,  v.  2,  e.  145,  lett.  lìeliardi  17  maggio;  uel  1739 
inrece  il  rappresentaute  di  Senig.  diffida,  ma  a  torto,  che  il  cardinale  ve- 
neziano in  Consulta,  la  osteggi:   Libro  Fiera,    v.   1,  e.   50. 

(4)  La  Sanità  di  Venezia  a  «  Sinigalgia  »,  25  maggio  1720:  «  Accostan- 
«  dosi  il  tempo  della  consueta  fiera  di  Sinigalgia  teniamo  recenti  avisi  che 
«  comincino  già  li  negozianti  Turchi  a  far  calare  eifetti,  per  spedirli  possia 
«  opportunamente  all'esito  in  essa  fiera.  Dubio  non  v'ha  che  racolti  li  me- 
«  demi  ne'  più  interni  paesi  della  Turchia  e  passando  sempre  per  luochi  o 
«  infetti  o  almeno  sospetti,  non  siano  soggetti  a  quelle  più  importanti  ispe- 
«  zioni,  che  ricerca  la  gelosia  della  comune  salvezza;  e  pur  ci  ha  certezza 
«  per  ciò  che  diede  occasione  di  rilevare  l'anno  decorso  la  riflessibile  quantità 
«  de  cordovani,  che  colà  concorssero,  che  molta  parte  di  tali  effetti  vi 
«  pervenga  senza  passar  per  li  soliti   espurghi. 

«  Rintracciato  da  noi  il  modo,     sapiamo    che    alle    marine    di    Scuteri    e 


—  351  — 

])arte  sono,  in  un  ventennio,  quattro  incidenti,  quattro  tentativi, 
che,  per  ragioni  sanitarie,  Venezia  solleva,  contro  la  celebra- 
zione della  fiera.  I  primi  due  -  1722  e  1724  -  ci  sono  appena 
ricordati  e  non  doverono  aver  conseguenze  gravi  (1).  Meglio 
noti  e  seguiti  da  ben  sensibili  effetti  sono  quelli  del  1728  e 
del  1743. 

Nel  1728  -  peste  a  Smirne,  Costantinopoli.  Zante:  quindi 
interdizione  dal  commercio  di  tutti  i  luoghi  infetti  e  imposizione 
di  rigorose  quarantene  alle  provenienze  dal  litorale  adriatico 
orientale,  in  maggior  parte  veneziane  -  la  sacra  Consulta 
])ermette  che  si  celebri  la  fiera.  Venezia,  che  già  in  precedenza 
s'è  affrettata  a  manifestare  parere  contrario,  pi'otesta  contro 
l'«  attentato  »  alla  solita  salute  pubblica  e  con  editto  12  giugno 
«  non  solo  proibisce  a  tutti  li  di  lei  sudditi,  sotto  pena  della 
«  vita,  l'intervenire  o  mandar  mercanzie  alla  medesima  fiera, 
«  ma  di  più...  passa  a  proibire  il  commercio  con  tutte  quelle 
«  Nazioni  che  vi  andaranno  o  mandaranno  mercanzie,  come 
«  se  la  povera  città  fosse  attualmente  infetta  in  sommo  grado  ». 
La  misura  colpisce  naturalmente,  più  che  altri,  Senigallia,  che 
paventa  di  veder  la  sua  fiera    disertata.    Implora    quindi    dalla 


«  d'Antiveri  vengono  imbarcati  senza  riguardo  Passeggeri  e  merzi  di  tal 
«  natnra  da  Patroni  dei  Bastimenti,  che  secretamente  callano  a  quella  parte, 
«  quali  poi  con  le  fedi  carpite  a  qualche  ufficio...  giungono  in  grado  di 
«  liberi  a  quel  concorso...  Di  troppo  gravi  conseguenze  può  esser  causa 
«  qualche  ommissione  (nell'osservanza  delle  cautele)...  e  fa  maggiore  V  ap- 
«  prensione  la  licenziosità  et  accortezza  de'  legni  Dulcignoti  indocili  a  qua- 
«  lunque  legge  di  cautela  e  troppo  studiosi  di  provechiarsi  a  qual  si  sia 
«  costo.  Perciò  eccitati  noi  dal  pericolo  abbiamo  proventivamente  rilasciato 
«  ordini  a  tutte  le  parti  di  questi  Publici  Stati,  onde  restino  a  tutto  potere 
«  di  vertire  le  insediose  fraudi  e  reputiamo  conveniente  partecipar  altresì 
«  a  V.  S.  111. me  la  contingenza;  acciò  provedano  a  quelle  cautelle  ohe 
«  ricerca  la  materia,  con  vigilanza  e  studio,  che  non  possono  mai  esser 
«  soverchie  »:  Negolia  Sanitatis,  v.  4,  e.  59.  E  informazioni  del  geneie  - 
senz'essere  così  importanti  per  la  conoscenza  delle  condizioni  sanitarie  e  della 
navigazione  nell'Adriatico  -  si  incontrano  nella  stessa  raccolta,  si  può  dire, 
ad  ogni   anno. 

(1)  Avvoc.  e  Procur.,  v.   3,  e.  96. 


-   352  — 

consista  o  una  proroga  di  venti  giorni  sulla  normale  durata 
della  franchigia,  o  la  traslazione  della  franchigia  stessa  ad 
agosto,  «  affinchè  frattanto  si  possano  opportunamente  avvisare 
«  i  merca»iti,  che  senza  attendere  il  predetto  editto  (proibitivo 
«  di  Venezia)  si  farà  la  fiera  »  (1). 

Ma  il  papa  e  la  consulta  fanno  ormai  questione  di  dignità. 
s<  Hanno  essi  -  i  cardinali  -  ben  conosciuto  che  i  Veneziani 
«  hanno  operato  per  picca,  quasi  volendosi  vendicare  della  ne- 
«  gativa  data  loro  dalla  Consulta  ».  E  «  disposti  a  bandire  i 
«  Veneziani,  quando  quelli  a  conto  della  fiera  volessero  inter- 
«  dire  il  commercio  coi  sudditi  della  santa  Sede,  dichiarandosi 
^<  che  lo  stato  veneto  ha  più  bisogno  dello  stato  ecclesiastico, 
«  che  non  ha  questo  di  quello  »,  contro  i  rinnovati  piatimenti 
di  Senigallia,  contro  reiterate  pressioni  e  minacce  di  Venezia, 
contro  il  pericolo  infine  che  a  Venezia  s'unisca  nella  rappresaglia 
anche  la  Toscana,  tengon  ferma  la  decisione  presa:  la  fiera  di 
Senigallia  si  farà,  e  nel  tempo  e  della  durata  normale.  Venezia 
con  editto  9  luglio  sospende  il  commercio  collo  stato  pontificio 
e  non  lo  «  restituisce  »  se  non   il  4  settembre    successivo    (2). 

Anche  più  grave  è  l'incidente  del  1743.  È  l'anno  della  ter- 
ribile peste  di  Messina  e  l'anno,  inoltre,  che  dalle  terre  del- 
l' Impero  scendono  e  accampano  in  Italia  e  nelle  terre  della 
Chiesa  milizie  tedesche,  a  sostenere  contro  i  Borboni  le  ragioni 
di  Maria  Teresa.  Appunto  in  i)revisione  del  «  prossimo  ingresso  » 
di  queste  truppe  e  permanendo  il  contagio  in  Ungheria,  sin 
dal  marzo  Venezia,  nella  sua  continua  paura  di  infezioni,  s'af- 
fretta a  chiedere  alla  consulta  di  prendere  provvedimenti  atti 
a  tutelare  la  pubblica  salute,  minacciando  «  chiaramente  di  voler 
sospendere  in  caso  contrario  il  commercio  collo  stato  pontificio  ». 
La  consulta  e  il  regnante  Benedetto  XIV  sono  invece  di  parere 
«  di  non  innovarsi  cosa  alcuna  nel  medesimo  stato  di  S.  B.  o 
«  con  apposizione  de  rastelli  o  con  altre  cautele,  che  impedi- 
«  scano  il  libero  commercio,    non    solo    per    le    nuove    migliori 


(1)  Negotia  Sanit.,  v.  5,  e.   81  e  83  e  Avvoc.  e  Frocur.,  v.  3,  e.  96. 

(2)  Avvoc.  e  Procur.,  v.  3,   e.  95,  99-102  e  Negotia  Sanit.,   v,  ó,  e.  86  e  89. 


—  353  — 

«  rispetto  al  contacio  avute  da  Mons.  Nunzio  in  Vienna...;  ma 
«  perchè  le  truppe  sudette  |>rovenj>ono,  come  si  credo,  dalla 
<■  Baviera  o  da  altra  parte  certamente  non    infetta   ■•   (1). 

Ma  ecco  nel  giugno,  da  Venezia  e  (la  Ancona  in  particolare, 
le  i)rinie  allarmanti  notizie  del  male  di  Messina;  notizie,  che 
di  «  ordinario  in  ordinario  »,  ad  ogni  arrivo  di  corriera  postale, 
si  fanno  sempre  i)iù  gravi,  impressionanti,  catastrofiche:  cento- 
cinquanta, duecentoventi,  trecento,  fin  cinquecento  morti  il 
giorno  !....  Seimila  vittime  entro  il  solo  mese  di  giugno  !.... 

Lo  stato  pontificio  deve  adottare  anch'esso  le  sue  cautele. 
Interdice  Messina;  impone  contumacie  di  40  giorni  da  consu- 
marsi in  Civitavecchia  o  in  Ancona  a  tutte  le  provenienze  dal 
resto  dell'isola;  ordina  guardie  armate  nei  poiti  e  ronde  alle 
spiagge;  stabilisce  il  cordone  sanitario,  i  «  rastelli  »,  lungo  il 
confine  terrestre  col  legno  di  Napoli.  Per  ciò  che  riguarda 
Senigallia,  jìoì,  non  solo  proibisce  in  modo  assoluto  la  fiera,  ma 
ne  chiude  il  porto  e  la  spiaggia  ad  ogni  comunicazione  ]ìer 
mare  (2).  «  Il  troppo  austero  ripiego  »  nella  convinzione  di 
Senigallia  è  ispirato  da  Ancona  e  non  tende  «  ad  altro  se  non 
«  alla  i>rivativa  di  ricevere  -  lei  sola  -  tutti  i  legni,  che  tro- 
«  vansi  in  viaggio  alla  volta  di  questa  fiera  e  di  fare  essi 
«  solamente  -  i  signori  Anconetani,  antichi  contradittori  ecc. 
«  ecc.  -  quel  commercio,  che  viene  ju'oibito  a  Senigallia  ».  Se 
per  tanto  essa  strepiti  e  metta  in  moto  tutte  le  forze  di  cui 
juiò  disporre,  ])er  premere  sulla  consulta  e  ottenere  di  far  la 
fiera,  anzi  di  |)rolungarla  anche  «  ad  altii  otto  giorni  dopo  il 
<.<  26  (luglio),  per  compensare  la  città  e  i  mercanti  del  danno 
«  recato  dalla  emanata  sospensione  »,  è  superfluo  dirlo. 

La  sacra  consulta  sembra  commoversi  alla  prospettatale  mi- 
seria incombente  sulla  città  e  con  editto  30  giugno  1743,  pur 
lasciando  nel  suo  rigore  il  decreto  di  chiusura  del  porto,  con- 
sente che,  osservate  le  debite  cautele,  si  possa  contrattare  colle 
solite  esenzioni  le  merci  già  introdotte  in    città.    Il    magistrato 


(1)  Negotìa  Saint.,  v.  8,  e.   3. 

(2)  Ivi,  e.   14,  20  e  segg.;   Libro  Fiera,  v.   3,   N.   35,  e.   8t.-9. 

23  —  Kitì  e  memorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  marche.  1912. 


—  354    — 

cittadino  s'affretta  allora  a  pubblicare  che,  «  non  essendo  stato 
proibito  d'introdurre  nella  città...  le  merci  per  via  di  terra  , 
la  fiera  avrà  luogo  nei   soliti  giorni  e  colla  solita  franchigia  (1). 

Già  il  bando  di  proibizione  della  fiera,  i)el  silenzio  serbato 
al  riguardo  delle  merci  precedentemente  introdotte  a  Senigallia 
aveva  lasciato  tutt'altro  che  soddisfatta  Venezia,  la  quale  nei 
casi  veramente  tristi  e  gravi  di  Messina,  nell'incerta  e  tardiva 
applicazione  di  misure  sanitarie  da  parte  dello  stato  pontificio, 
nell'invasione  delle  truppe  imperiali,  vedeva  addirittura  il  fini- 
mondo. «....  Non  può  non  essere  risultato  di  comune  sodisfa- 
«  zione  -  scrive  il  6  luglio  alla  Sanità  di  Senigallia  -  la  so- 
«  spensione  della  fiera...  già  publicata;  ma  cosa  sia  delle  merci 
«  precedentemente  concorse  dalle  parti  resesi  in  seguito  infide, 
«  solite  non  disimbalarsi  se  non  all'apertura  di  essa,  e  di  quelle 
^<  capitate  da  Missolungi  ?...   » 

Quando  poi  ha  notizia  della  consentita  celebrazione  con 
queste  merci  già  introdotte,  quando  sopratutto  constata  la  larga 
interpretazione,  che  alla  concessione  ha  dato  il  magistrato  cit- 
tadino, allora  non  si  tiene  piìi.  Tra  la  deplorevole  negligenza 
generale  manifestata  di  fronte  alla  peste  di  Messina,  «  restando... 
«  ogn'  uno  libero  di  appigliarsi  a  quei  provedimenti,  quali 
«  reputa  a  sé  i)iìi  confaòevoli,  Noi  imperturbatamente  andiamo 
«  prendendo  quelli,  quali  riputiamo  piìi  adattati.  E  sul  non 
«  essere  stata  presa  in  Romagna  alcuna  precauzione  sopra  le 
«  n)erci  i)recedentemente  ammesse,  procedenti  dal  Levante  in- 
«  fetto  et  espurgate  ne  porti  resosi  essi  medesimi  in  seguito 
«  sospetti;  anzi  sull'essere  stata  ritirata  o  mal  interpretata  con 
«  stampa  di  Senigaglia  la  precedente  solenne  publicata  sospen- 
<'  sione  di  quella  fiera...  abbiamo  resoluto  di  separarsi  dallo 
«  Stato  Pontificio,  siccome  viene  spiegato  dall'  acclusa  che  ac- 
«  campagnamo  a  W.  SS.  111. me  »,  ai  deputati  cioè  della  sa- 
nità di  Senigallia  (2). 

Il  suo  esempio  è  subito  seguito    da  Firenze,  Lucca,  Milano 


(1)  Libro  Fiera,   v.   1,  e.  81  e  segg.;  v.   3,  N.   35,  e.   lOt. 

(2)  Negotia  Sanit.,  v,  8,  e.   29  e  34. 


-~   355  — 

e  Torino.  Lo  stato  pontificio  quindi,  ])cr  qualclie  tempo,  resta 
coiii[)letainente  isolato.  Non  jìereiò  il  mite  e  fiero  Benedetto 
XIV  recede  dal  i)rovveiliinento  preso:  il  18  hijjlio  anzi  colpisce 
di  rimando  Venezia  e  gli  altri  stati  della  stessa  misura,  e  il 
20  luglio  proroga  la  durata  della  fiera  (1).  La  quale  così  anche 
in  quest'anno  calamitoso  è  celebrata;  ma  non  è  affatto  ricor- 
data tra  quelle  «  spaventosissime  >  fiere,  che  sarebbero  state 
il  1721  e  il  1728.  La  sosi)ensjone  del  commercio,  per  quanto 
di  breve  durata,  danneggiò  gravemente  —  che  è  peggio  — 
tutto  lo  stato  e,  ammaestrati  dalla  dura  lezione,  papa  e  sacra 
consulta  nel  successivo  1744,  jìermanendo  in  parte  le  stesse 
circostanze,  si  guardarono  bene  dallo  sfidare  allo  stesso  modo 
le...  ])aure  di    Venezia. 

Al  «  venerabde  fratello  il  vescovo  di  Senigallia  »,  che  ac 
compagna  delle  sue  istanze  le  pratiche  della  città  per  ottenere 
la  licenza  di  fiera  anche  in  questo  1744,  scrive  sua  santità 
Benedetto  XIV  in  persona:  «  Non  si  fece,  come  Ella  ben  sa, 
«  la  fiera  1'  anno  passato,  e  i)er  quattro  casse  venute  alla  fiera 
«  di  Sinigaglia,  i)er  le  quali  contro  il  nostro  pensiero  si  ebbe 
«  dalla  Consulta  qualche  indulgenza,  riuscì  ai  Veneziani  d' in- 
«  fiammare  talmente  le  truppe  estere,  che  tutto  il  commercio 
«  dello  stato    Ecclesiastico  coi    paesi  forastieri  fu    tolto    ed  in- 


(1)  lui,  e.  43;  Libro  Fiera,  v.  3,  N.  35,  e.  11.  -  La  ritorsione  della 
rappresaglia  dolse  a  Venezia,  che  in  nna...  venezianamente  molle  recinisitoria 
vuole  spiegare  alla  sanità  di  Senigallia  il  perchè  della  sua  condotta  e  finisce: 
«  Da  altra  parte  osservasi  interdetto  lo  stato  di  Fiorenze  per  essersi  il  primo 
«  separato  dal  Pontificio  et  interdetti  questi  Pnblici  Stati,  per  non  essersi 
«  dalla  Toscana  separati  in  tempo  che  nessuno  stato  d'Italia  s'è  uniformato 
«  alle  direzioni  della  Sacra  Consulta  di  Roma,  né  i)ur  lo  stesso  Regno  di 
«  Napoli,  con  una  novità  di  massima,  la  quale  non  ha  luoco  uè  stessi  Stati 
«  Ottomani,  ne  quali  non  facendosi  imaginabile  caso  della  peste,  si  soffre 
«  però  con  indifferenza  che  per  tal  causa  quel  commercio  a  perpetua  con- 
«  tumacia  resti  condannato,  dirigendosi  quella  Nazione  come  piìi  li  aggrada 
«  e  lasciando  che  gli  altri  si  dirigano  come  più  loro  accomoda  »:  la  San. 
di  Ven.  a  quella  di  Senig.,  10  agosto  17-13.  Dal  che  rilevasi  che  per  Venezia 
lo  stato  pontificio  poteva  e  doveva  lasciarsi  interdire  dal  commercio,  non 
già  esso  interdire  a  sua  volta...  gli  altri  1 


—  356  — 

«  terrotto  con  tale  pregiudizio,  che  siamo  soliti  di  dire,  aver 
«  dato  pili  danno  allo  stato  Ecclesiastico  un  capriccio  della 
«  Consulta,  che  la  pesante  dimora  di  due  armate  in  esso. 
«  Abbiamo  voluto  che  la  materia  —  concessione  o  pioibi/ione 
«  della  fiera  —  s' esamini  nella  stessa  Consulta,  e  tutti,  ne- 
«  mine  discrepante,  ammaestrati  pur  tropi)o  del  nostro  danno, 
«  infertoci  da  essi  loro,  hanno  risposto  che  non  si  faria...  »  (1). 

* 
•     * 

Dopo  quest'  incidente  del  1743,  Venezia  non  ha  più  occa 
sione,  secondo  i  nostri  documenti,  di  opporsi  alla  fiera.  I 
suoi  sudditi  continuano  a  intervenirvi  numerosi  sino  all'  ul- 
timo, e  un  provvedimento  —  vero  atto  di  ostilità  commer- 
ciale —  preso  nei  suoi  riguardi  dal  governo  pontificio  il 
1768,  non  provoca  da  parte  sua  —  a  quanto  gli  stessi  docu- 
menti ci  permettono  di  sapere  —  altra  misura  che  un'opportuna 
specializzfizione    in    una  categoria  di   merci  del  suo  contributo. 

Ancona,  al  contrario,  non  cessa  di  essere  la  spina  nell'  oc- 
chio di  Senigallia.  Non  paga  della  posizione  preminente  che 
ogni  anno  piìi  va  prendendo  in  fiera,  non  paga  neanche  d'  un 
innegabile  e  considerevole  incremento  della  sua  prosperità  per 
privilegi  industriali  e  commerciali  ottenuti,  essa  non  rinuncia 
all'  aspirazione  di  deviare  a  proprio  vantaggio  il  movimento 
d'  uomini  e  merci,  che  ogni  anno  affluisce  alle  sponde  del  Misa. 
Così  per  Senigallia  è  fuori  di  dubbio  che  alla  minacciata  sop- 
pressione della  fiera  nel  1736  —  la  vedremo  a  suo  luogo  — 
avessero  parte  i  maneggi  d'  Ancona.  Ispirato  esclusivamente 
da  Ancona  fu,  nella  sua  convinzione,  1'  impegno  preso  da 
«  qualcuno  »,  nel  1755,  di  <,<  far  trasportare  la  fiera  altrove  », 
cioè  in  Ancona  stessa  (2). 


(!)  Lett.  di  personaggi^  t.   2,  e.   117. 

(2)  L'  impegno  -  non  è  detto  da  chi  preso,  uia  ammesso  anche  dal  card, 
segret.  di  stato  -  sarebbe  fallito  di  fronte  alla  fermezza  di  Benedetto  XIV: 
«  vivente  lui,  non  si  sarebbe  certamente  levata  »  la  fiera  da  Senigallia: 
Avvoc.  e  Procur.,  v.  7,  e.  100,  109,  122-23;  Libro  Fiera,  v.  1,  e.  86-90, 
97;  V.  2,  e.  275. 


—  357  — 

Ma  ciò  che  mette  continuamente  di  fronte  le  due  vicine 
sono  i  sempre  ricorrenti  pericoli  di  contagio  nell'  Adriatico  e  i 
provvedimenti  presi  da  quella  sanità.  ]!^on  li  seguiremo  ancora 
questi  altri  casi  di  contagio,  che  fatalmente  si  acconipagnano 
con  altrettanti  episodi  o,  meglio,  con  altrettante  nìanifestazioni 
della  i)er8Ìstente  sorda  rivalità  tra  le  due.  Ci  basti  accennare 
rapidamente  ai  due  che  chiudono  la  serie  nel  secolo  e  avver- 
tire, per  tutti,  che  da  parte  di  Senigallia  è  invariabilmente  la 
stessa,  uniforme,  monotona  sequela  di  proteste  contro  le  insidie 
di  Ancona  e  di  pratiche  affannose  e  dispendiose  in  Roma:  in- 
vio di  deputati,  suppliche,  esposizione  di  miserie,  appelli  al 
sentimento  o  all'  interesse  di  quanti  sono  in  grado  di  giovare, 
di  premere  sul  governo,  per  ottenerne   «  giustizia  o  grazia  *   (1). 

E  grazia  o  giustizia,  ])iù  spesso  quella  che  questa,  Sejiigallia 
quasi  semi)re  riesce  ad  ottenere  dal  paterno  governo  dei  papi, 
a  si)untarla  cioè  contro  «  l'emula  vicina  »  e...  contro  le  rigo- 
rose misure  sanitarie,  restrittive  del  commercio,  sia  pure  -  come 
nel   1 784  -  che  la  sua  riesca  una  vittoria  di   Pirro. 

Kel  1784  -  ])este  in  Albania  e  Dalmazia,  con  centro  d'in- 
fezione a  Spalato  -  dopo  <;he  la  sacra  consulta  ha  debitamente 
messe  al  bando  le  regioni  infette,  la  sanità  d'Ancona,  di  sua 
iniziativa,  il  16  aprile  sottopone  a  quarantena  di  40  giorni  le 
provenienze  dal  Litorale  austriaco  e  veneto  e  di  14  giorni  quelle 
da  ogni  altro  punto  dell'Adriatico.  Si  è  alla  vigilia  della  fiera 
e,  manco  a  dirlo,  il  provvedimento  assume  subito,  agli  occhi 
di  Senigallia,  carattere  di  espediente  insidioso  per  impedirla. 
«  Eccoci  ad  un  nuovo  fastidioso  incidente,  per  cui  si  minaccia 
«  la  sospensione  al  generale  commercio,  per  renderlo  poi  pri- 
«  vativo  nel  solo  porto  d'Ancona  ».  E  si  mette  mano  al  solito 
armamentario,  si  mobilitano  le  solite  forze  (2). 

Ma  il  contagio  dice  davvero.  A  Roma    ne    sono    spaventati 


(1)  Presso  che  esclusivameute    di    pratiche  svolte  a  questo  tìiie,  in  Roma, 
sou  formati  gli  otto  voli.  d.  Libro  di  Fiera. 

(2)  La  relativa    pratica    in  Libro  Fiera,  voli.   3,  4,  5;  in  quest'ultimo,  le 
minute  d.  lett.  scritte  da  Seuig. 


-   358  — 

tutti,  la  beatitudine  di  Pio  VI  compresa;  la  «  petulanza  de' 
sinigagliesi  »  fastidisce,  e  la  sacra  consulta,  non  solo  sanziona 
l'opera  della  sanità  d'  Ancona  (27  ai)rile),  ma  i)roibisce  anche 
la  fiera  (5  maggio),  e  ordina  persino  la  più  rigorosa  cliiusuia  , 
del  porto  e  della  spiaggia  di  Senigallia  ad  ogni  commercio:  un 
blocco  in  piena  regola  ! 

La  città  non  sa  credere  ai  propri  occhi.  «  È  il  solito  stile 
«  tenuto  altre  volte  dagli  Anconitani  a  danni  della  nostre  fiera  ». 
Han  da  alimentare  la  gabella  di  baiocchi  25  su  ogni  cento 
scudi  di  mercanzia  da  introdursi,  per  fare  «  la  nuova  strada  »  (1) 
e  la  nostra  fiera  ne  deve  far  le  si)ese.  È  un'  ingiustizia  intol- 
lerabile. 

Cardinal-protettore,  nobili  deputati,  avvocati  e  agente  -  sei 
persone  in  moto  continuo  dal  maggio  all'agosto  per  le  vie  di 
Roma,  da  un  ufficio  all'  altro,  dall'  una  all'  altra  «  corte  »  (car- 
dinalizia !  -  insistono,  premono,  supplicano:  ottengono  solo  che 
...la  disavventura  di  Senigallia  sia  resa  comune  gli  altri  porti 
adriatici,  la  proibizione  di  ogni  fiera.  Magra  consolazione  anche 
questa  !  Ancona,  in  barba  a  tutti  i  divieti,  si  prepara  a  tenerla 
lei  una  fiera.  Le  merci  giacenti  [)er  la  contumacia  nel  suo  porto 
o  custodite  nei  suoi  magazzini,  vi  si  vanno  più  o  meno  clan- 
destinamente commerciando.  Senigallia  deve  assistere  allo  spet- 
tacolo di  carri  carichi  di  menn  che  transitano  per  le  sue  vie, 
persino  dei  suoi  ebrei  che  vi  si  recano  (2).   E  nel  suo  porto  non 


(1)  La  strada  cioè  lungo  il  mare,  dal  Piano  S.  Lazzaro  a  S.  Agostino: 
Libro  Fiera,  v.  5,  e.   23  e  34. 

(2)  Oltre  a  queste,  Senigallia  ne  vede  e  crede  d'averne  cento  altre  prove: 
ivi,  e.  60,  70,  72,  79,  80.  Due  suoi  cittadini,  il  23  giugno,  han  sentito  dire 
da  alcuni  anconetani,  in  Ancona  stessa,  presso  il  casino  della  sanità,  a 
proposito  del  bando  di  proibizione  d'ogni  fiera:  «  Cosa  vogliamo  dar  mento 
«  quel  bando  !  Continuiamo  a  scaricare  e  fare  quello  che  occorre,  che  quando 
«  abbiamo  dato  un'altro  poco  di  sbruffo  a  Roma,  il  bando  lo  buttiamo  giù  ». 
Tutto  ciò  ossa  s'affretta  a  segnalare  a  Roma.  Ma  ciò  che  a  un  certo  momento 
le  toglie  ancheil  coraggio  di  continuare  le...  sue  denunzie,  cui  a  Roma  non 
si  vuol  prestar  fede,  è  la  notizia  che  anche  la  R.  Camera  ha  preso  in  fitto 
magazzini,  in    Ancona,   «  per    lo    smercio    delle    sue    calaucà  »,   le  tele    fini 


—  359  - 

possono  penetrare  barche  neanche  con  viveri  e  legne  pei  bisogni 
della  popolazione,  nemmeno  colla  jiietra  d'  Istria  e  di  Pesaro 
per  prosegni  re  la  costrnzione  del  vescovado  ! 

Solo  quando  il  periodo  normale  della  franchigia  (14  31  luglio) 
è  bene  spirato,  la  Consulta  s'induce  (3  agosto)  a  restituirle  il  com- 
mercio per  mare.  E...  Jìche  de  consolation,  sulla  fine  d'  agosto, 
le  concede  anche  di  poter  celebrare  la  fiera  colla  solita  fran- 
chigia, nei  giorni  dal  9  al  27  settembre.  Ma  allora  le  merci 
già  destinate  a  Senigallia  si  sono  smaltite  in  Ancona  e  in  An- 
cona la  regione  ha  potuto  trovare  tutto  il  necessario  per  il  suo 
rifornimento.... 

Tranquillatesi  appena  le  acque  da  questo  fortunale,  ecco, 
l'anno  dopo,  una  nuova  tempesta,  che  finisce  però...  in  un 
bicchier   d'  acqua. 

«  Cessato  in  quest'  anno  —  i  gonfalonieri  al  card.  Anto 
«  nelli,  5  maggio  1785  —  il  colore  della  peste,  il  quale  som- 
«  ministrò  nel  1784  agli  Anconetani  il  pretesto  di  attrarre  a 
«  loro  privativamente  il  commercio,  conforme  riconobbe  la  stessa 
«  sacra  Consulta,  hanno  ora  inventato  altro  rijnego  i)er  indiretta- 
«  mente  annichilire  la  fiera.  Ed  è  di  avere  tra  loro  sottoscritto  un 
«  foglio  penato,  per  cui  scambievolmente  si  obbligano  di  non 
«  venirci,  di  avere  a  tal  partito  tirati  i  Folignati,  e  finalmente 
«  di  far  girare  per  diverse  piazze  estere  la  notizia  di  questa  loro 
«  risoluzione,  perchè  gli  amici  e  corrispondenti,  piuttosto  che  a 
«  Senigaglia,  si  determinino  di  andare  in  Ancona — ».  (Congiura 
dunque,  o  —  piìi  modernamente  —  organizzazione  di  boicot- 
taggio !  E  il  male  che  i  signori  Anconetani  posson  fare,  è  in- 
calcolabile. «  Trattasi  che  dagli  Anconetani  e  Folignati  for 
<'  masi  un  buon  terzo  di  fiera,  che  questi  sono  gli  unici  a 
«  portarvi  gli  zuccari,  cannelle,  pepe,  altre  droghe  e  provenienze 
«  di  Ponente,  e  che  quelle  di  Levante,  dovendo  per  necessità 
«  afifacciarsi  al  porto  d'  Ancona,    per  essere  ammesse    alla  pra 


delle  fabbriche  dello  stato  istituite  da  Pio  VI:  il  che  invero  era  stato  nel- 
l'iuteuzione  del  pro-tesoriere,  prima  però  che  anche  ad  Ancona  si  estendesse 
la  proibizione  «  del  commercio  e  concorso  »:  Libro  Fiera,  v.  3,  e.  59. 


-   360  — 

<<  tica,  sarebbero  nella  magoior  parte  colà  commerciate,  per  il 
«  che  la  fiera  cessarebbe  di  esser  tale...  e  rimarrebbe  ancora 
«  senz'  alcnn  effetto  la  graziosa  concessione  fatta  dal  Principe 
«  a  questa  città  della  fiera...  »  (1). 

Del  «  colpevole  disegno  »,  del  «  complotto  delittuoso  »  Se- 
nigallia ha  le  prove...  irrefragrabili.  K  denuncia.  E  invoca 
punizioni  e  i>rovvedimenti  i)el  caso  in  corso  e  ])er  eventuali 
casi  a  venire.  Se  la  cosa  danneggia  la  città  -  ha  1'  aria  di 
soggiungere  —  essa  offende  non  meno  le  prerogative  del  prin- 
cipe. 

Vero  è  che,  in  un  lampo  di  lucida  percezione,  essa  intuisce 
il  debole  del  suo  atto  d'accusa.  E  s'affretta  a...  parare.  Se 
mai  il  santo  padre  fosse  stato  «  prevenuto  dagl'Anconetani  che 
«  in  tanto  essi  e  i  Foliguati  hanno  pensato  a  tale  ripiego,  in 
«  quanto  che  ai  trovano  angariati  in  questa  città  dal  daziere 
«  de'  colli  e  si  aspettano  di  essere  condannati  al  doppio  paga- 
«  mento  dei  noli,  cioè  a  quello  del  1784  ed  al  presente  del- 
«  l'anno  corrente,...  sappia  Vostra  Eminenza  che  il  daziere 
«  istesso  de'  colli  ha  annualmente  ammesso  gli  Anconetani  e 
«  Foliguati  ed  anche  altri...  ad  un  concordato...:  che  inoltre 
«  ninno  pensa  di  pretendere  i  noli   già  scorsi...  ». 

A  Roma  si  piglia  la  cosa  sul  tragico.  Quel  che  ])er  pudore 
era  nella  denuncia  senigalliese  discretamente  sottinteso,  diventa 
il  punto  sostanziale  per  gli  zelanti  prelati.  <'  Lo  stabilire  e  il  toglie 
«  re  le  fiere  è  un  dritto  privativo  del  Principe;  chiunque  con- 
«  traviene  o  in  qualsivoglia  modo  si  oppone  a  tali  stabilimenti, 
«  offende  la  sovranità  del  Principe.  Sarà  quindi  parte  del  suo 
«  debito  —  debito  del  governatore  d'Ancona,  e  di  quello  di  Fo- 
ligno parimenti  —  e  del  suo  zelo  il  verificare  se  una  tale 
<•  convenzione  sussista,  e,  quando  sussista,  di  procurarsi  il  te- 
«  nore  di  essa,  come  delle  supposte  circolari,  e  i  nomi  altresì 
«  dei  negozianti...  ». 

Si  voglion  dunque  le  prove,  quelle  famose  decisive  prove, 
che  Senigallia  dice  di  avere  e...  si  affanna  invano  a  procurarsi. 


(1)  Libro  Fiera,  v.  8,  ci.  Per  tutto  il  resto,  uello  stesso  e  nel  voi.  6. 


—  361   — 

La  sua  denuncia  pertanto  corre  niobio  di  passare  i)er  calunnia. 
«  Ma  il  nostro  E.nio  Protettore  -  card.  Leonardo  Antonelli  - 
«  ha  avuto  cura  di  porre  sotto  gli  ocelli  del  Sovrano  un  do 
«  (Cimento  tanto  certo  ed  autorevole,  che  non  solo  ba  smentito 
«  la  sud<letta  informazione  -  il  risultato  dell'inchiesta  comi)iuta 
«  <lal  governatore  d'Ancona  -  ....  ma  ba  fatto  tale  impressione 
«  nel  di  lui  animo,  che  ne  ba  avanzato...  i  suoi  giusti  risen- 
«  ti  menti  al  detto  prelato  »   (1). 

Cile  e'  era  finalmente  di  vero  nella  «  maccbinazione  »  an- 
conetana !  Semplicemente  questo.  «  Quatti'o  bottegari  »  ■  se 
condo  l'incliiesta  del  governatore  d'  Ancona,  ancbe  lui  tenero 
dei  suoi  polli,  come  dei  jìropri  il  legato  d'  Urbino  -  si)azientiti 
o  sdegnati  sia  dell'eccessivo  fiscalismo  ormai  dominante  in  fiera, 
sia  di  «  qualcbe  insulto  »  subito  da  parte  di  quella  «  scilin- 
guatji  Plebe  »,  si  erano  di  fatto  accordati,  «  uniti  a  non  in- 
teivenire  »  alla  fiera  e  sulla  fine  d'aprile  avevan  già  cominciato 
a  disdire  gli  affitti  di  qualcbe  magazzino.  Senigallia  vi  vedeva 
già  il  principio  dei...  finimondo.  E  mentre  moveva  a  Roma  de- 
nunzie e  lamenti,  si  dava  subito  da  fare  per  sostituire  l'even- 
tuale assenza  del  contributo  in  drogbe  per  parte  di  Ancona. 
A  uiezzo  dei  consoli  i)ontificì  ufficiava,  perdio  ve  ne  recassero, 
mercanti  delle  ])iazze  di  Ferrara,  Venezia,  Trieste,  Livorno, 
Genova  (2). 


(1)  Libro  Fiera,  v.  6,  e.  34,  lett.  Contini,  Roma  28  maggio  1785.  - 
«  Aggiungo  in  foglio  a  parte  -  lo  «tesHO  Contini,  in  pari  data  -  da  tenersi 
«  segreto  per  ogni  buon  fine  e  riguardo,  che  il  documento  fatto  presentare 
«  ili  Papa  dal  sig.  card.  Protettore  è  stato  la  stessa  lettera  scritta  di  pugno 
«  dell'E.mo  Altieri  da  costì  al  sig.  ab.  Bassi,  in  cui  lo  ragguagliava  distiu- 
«  tamcnte  di  quanto  Egli  aveva  operato  ed  era  coerente  alla  Pro-memoria 
«  inviatami  dalle  SS.   VV.   Ill.me...  »:   ivi,  e.   .34  bis. 

(2)  La  sostituzione  però  non  pareva  facile.  Quei  di  Ferrara  temono  che 
gli  Anconetani  cambino  idea  e  lamentano  gli  aggravi  fiscali  in  fiera  e  l'an- 
gustia del  tempo  concesso  al  ricarico,  «  Pnltimo  giorno  di  franchigia,  sia 
tem[»o  buono  o  burrascoso  »;  quei  di  Venezia  hanno  le  stesse  preoccupazioni 
e  inoltre,  «  pei  gravi  dazi  d'  ingresso  e  d'  uscita  non  potrebbero  mai  stare 
al  confrontò  con  quelli  d'Ancona,  ad  onta  anche  di  essere  esentati  costì  dal- 
l'aggravio del  15  ''/q  »,  di  cui  son    colpiti,    vedremo,  i  prodotti    esteri    uou 


—  362  — 

(Quando  l'affare  minacciava  di  prendere  la  brutta  i>iega  clic 
abbiam  visto,  s'intrometteva  paciere  il  card.  Altieri  protettore 
di  Ancona.  Senigallia  per  suo  mezzo  assicurava  gii  Anconetani 
«  che  venendo  alla  fiera  sarebbero  ricevuti  e  trattati  con  di 
«  stinzione  e  amorevolezza,  usandogli  quelle  facilità  clie  fossero 
«  compatibili  coli'  interesse  publico  e  col  privato  »  -  e  poco 
dopo  chiedeva  ed  otteneva  la  revoca  del  dazio  veramente  ves 
satorio  sulle  piccole  quantità  di  merci  in  uscita  per  via  di 
terra;  •  i  mercanti  d'  Ancona  a  lor  volta  davano  parola  che 
sarebbero  «  intervenuti  con  le  persone  e  con  le  merci  »  e  la  «  mal 
fondata  avversione  o  grossezza  insorta  tra  due  città  finitime  >■» 
era,  almeno  pel  momento,  «  scemata...,  se    non  tolta    affatto  ». 

Fu  solo  questa  conciliazione  che  indusse  il  governo  di  Roma 
a  «  trascurare  l'ulteriore  indagine  »  intorno  alla...  cospirazione 
catalinaria  e  sua  santità  Pio  VI  a  riservare  per  miglior  tempo 
i  fulmini  della  sua  sacra  indignazione  (1). 


coperti  dalla  bandiera  pontifìcia.  Delle  risposte  da  Trieste  e  da  Genova 
non  abbiamo  notizia.  Qiui  di  Livorno  invece,  che  già  sogliono  ref.are  droghe, 
«  i  vari  generi  ricchi  »,  in  liera,  fan  sapere  che  è  già  partita  da  Marsiglia, 
«  una  tartaua  con  droghe  e  altre  mercanzie,  colà  provviste  per  loro  conto  »: 
Libro  Fiera,  v.  6,   e.   9,   15,   18. 

(1)  Non  tanto  però  che  non  apparissero  nel  momento  almeno  i  lampi: 
«  Sig.  Cardinal  Nostro  Stimatissimo  -  comunica  direttamente  al  card.  Ho- 
«  norati,  vescovo  di  Senig.  -  Non  potrà  mai  riuscire  ai  mercanti  d'  Ancona 
«  d'impedire  la  solita  fiera  in  codesta  città,  né  che  abbia  effetto  il  complotto, 
«  che  diceai  fatto  dalli  medesimi.  Al  nostro  ritorno  che  facessimo  ieri  l'altro 
«  dalla  Bonificazione  Pontina,  trovassimo  la  di  Lei  lettera  ed  insieme  i 
«  ricorsi  fatti  in  nome  di  cotesti  cittadini,  avvalorati  dagP  uffìzi  del  card. 
«  Antonelli;  Abbiamo  dopo  saputo  le  premure  datesi  dal  card.  Altieri  per 
«  distornare  V  unione  dei  mercanti  sudetti,  e  di  averli  ridotti  al  dovere. 
«  Noi  facciamo  scrivere  per  Segretaria  di  Stato  a  Mons.  Governatore  d'An- 
«  cona,  che  esprima  le  nostre  intenzioni  affatto  opposte  alle  mire  degl'  An- 
«  conetani,  colla  minaccia  dei  più  forti  espedienti,  che  possan  prèndersi  a 
«  loro  discapito,  e  per  verità  siamo  determinati  di  prenderli,  qualora  non 
«  si  ricredino,  essendo  troppo  maligna  la  cabala  di  voler  guadagnare  una 
«  privativa  dall'  accidentale  necessità  di  essersi  dovuta  nelP  anno  scorso 
«  proibire  codesta  fiera.  Ciò  è  quanto  potiamo  dirle  in  risposta...  ecc.  Datum 
«  Rome...  25  Maij   1785...  »:  copia  autenticata  in  Libro    Fiera,    v.  6,  e.  29. 


Capitolo  II 

Franchigia  e  aggravi  locali 
Durata  della  franchigia.  —   Le  regalie.  —  Il  dazio  dei  colli.  — Altri  dazi  minori. 

La  durata  della  franchigia  continuò  ad  essere  di  13  giorni 
(l4-2fi  luglio),  come  sulla  tìne  del  XVIT,  sino  al  1744;  fu  di 
18  giorni  14-31  luglio)  dal  1745  al  1786;  di  40  giorni  (1  lu- 
glio-9  agosto)  nel  1787  ;  di  3(>  giorni  (l  luglio-5  agosto)  dal 
1788  in  poi. 

Autori  dei  considerevoli  prolungamenti  del  1744  e  1786  fu- 
rono i  due  pai)i  romagnoli,  Benedetto  XIV  e  Pio  VI,  1  pivi 
benemeriti  di   Senigallia,  i)articolarmente  il  primo. 

Più  che  di  un  i)rolungamento  puro  e  semplice  del  periodo 
di  franchigia,  doveva  essere  sentito  a  Senigallia  il  bisogno  di 
un  «  breve  perpetuo  »,  di  una  costituzione  sovrana  (1),  che, 
confermandola,  assicurasse  definitivamente  la  fiera  contro  inte- 
ressi e  tendenze  avverse.  Parve  buona  occasione  a  chiedere 
1' una  e  l'altra  cosa,  il  danno  subito  i)er  la  mancata  celebrazione 
del  1744,  che  seguì,  per  di  più,  alla  non  prospera  fiera  del 
1743.  Inviata  a  Roma  una  delle  solite  deputazioni,  mercè  il  va- 
lido patrocinio  del  concittadino  card.  Nicola  Antonelli,  si  ottenne 
da  Benedetto  XIV,  in  data  24  agosto  1744,  la  bolla  sull'osser 
vanza  dei  giorni  festivi,  la  quale  nella  storia  della  fiera  è  tra 
gli  atti  più  importanti. 

Per  far  trovare  tempo  ai  signori  mercanti  di  attendere,  sen- 
za scapito  della  «  negoziazione  »,  ai  doveri  del  buon  cristiano, 


(1)  Sin  dal  1659,  al  primo  mauifestarsi  della  concorrenza  anconetana 
1'  agente  senigalliese  in  Roma  ne  aveva  lamentato  la  mancanza  :  Ambasc, 
Avvoc.  e  Procur.,  v.  1»,  e.    79. 


-    364   — 

alnieuo  nei  giorni  di  festa  (the  cadono  entro  il  periodo  della 
franchigia,  la  tìera,  con  annessi  diritti  e  privilegi,  è  prolungata 
di  cinque  giorni  (1). 

Mentre  pensiamo  suona  in  rapido  riassunto  il  dimesso  latino 
<lel  papa  teologo  —  clic  è  nostro  dovere,  vegliale  alla  salute  delle 
anime  e  al  bene  di  questa  vita  mortale,  con  nostro  dolore  abbiamo 
appreso  come  nei  giorni  di  festa,  che  cadono  durante  la  fiera  di  Seni 
gallia,  «  aliqui  i)ravi  liomines,  Dei  et  Catholicae  Ecclesiae  praecep 
«  torum  immemoies,  et  turpi  lucro...  inhiantes...  in  operibus  ser- 
<.<  vilibus  et  commerciis  obeundis  negociisque  temporalibus  tra- 
«  ctandis...  occupati  sunt...  Detestandam  liane  aborainationeui... 
«  auferre  cupientes,  volentesque  etiam  indemnitati  et  perpetuitati 
«  iurium  et  privilegiorum...  civitatis,  eiusque  ac  totius  tempo 
«  ralis  status  nostri  comìno<lo  atque  utilitati....  consulere  ac 
«  providere...  decernimus...  »:  nei  detti  giorni  festivi,  e  special- 
mente dalle  ore  tredici  (9  antim.)  a  mezzogiorno  e  dalle  ventuna 
(5  poni.)  al  calar  del  sole,  durante  le  quali  si  celebrano  nelhi 
maggior  chiesa  gli  uffici  divini,  si  chiudano  botteghe  e  taverne, 
sia  sospesa  ogni  e  quiilsiasi  operazione  e  transazione  commer- 
ciale e  si  attenda  da  ciascuno  ai  doveri  religiosi,  pena  le  cen- 
sure ecclesiastiche  del  caso.  In  compenso  delle  ore  sottratte 
per  tal  modo  alla  negoziazione,  la  durata  della  franchigia  è 
prolungata  di  altri  cinque  giorni,  ai  quali  sono  estese  «  omnes 
«  gratias,  immunitates  ac  privilegia,  liberum  ac  tutum  commei- 
«  cium,  accessum  ac  recessum  et  promissam  sub  fide  publica 
K<  securitatem  omnibus  et  singulis  ad  dictas  Nundinas  acceden- 
«  tibus  ibique  commorantibus  ».  Infine,  «  omnia  et  singula 
«  iura,  privilegia,  indulta,  statuta,  consuetudines,  sententias  ac 
«  rescripta,  quomodocumque  a  Nobis  nostrisque  praedecessoribus 
«  praesertim  Urbano  Vili  et  Innocentio  X...,  contra  quoscum 
«  que  emanata  et  a  praefata  civitate  nostra  Senogalliensi  ob- 
«  tenta  atque  impetrata  super  iure  privativo  celebrandi  praefato 
«  tempore  Nuudinas  praedictas  »,  son  confermati  e  convalidati. 


(1)  L'  origiuale  in  Bolle,  N.   3,  e.    14  ;  pubblio,   in  Benedìctl  P.  XIV  Bul- 
larium,  Tomo  I,  p.  378. 


—  365  —  ♦ 

La  fiera  per  tal  modo,  oltre  essere  prolungata,  è  ancbe 
assicurata,  garantita  contro  eventuali  ulteriori  tentativi  di  isti- 
tuirne altre  nel   periodo  della  sua  celebrazione    (1). 

Giustificato  con  ragioni  semplicemente  commerciali  è  invece 
il  prolungamento  concesso  da  Pio  VI  nel  1787.  Coordinato,  con 
una  serie  di  altri  provvedimenti,  alla  grande  riforma  doganale 
di  cui  vedremo  a  suo  luogo,  esso  ha  l'evidente  intento  di  mettere 
la  fiera  in  grado  di  provvedere  e  bastare  al  più  elevato  tono 
di  vita  economica  dello  stato,  che  legittimamente  si  sperava 
dalla  liberale  riforma.  Ma  nel  primo  esperimento  la  durata  di 
40  giorni  non  portava  altro  etfetto  pratico  che  un  y)iìi  forte 
aggravio  finanziario  allo  stato  e  alla  comunità;  la  franchigia, 
con  le  conseguenti  oi)erazioui  commerciali,  anche  in  quel  1787, 
«  ebbe  principio  e  ri8i)ettive  compimento  soltanto  nei  consueti 
giorni  degli  anni  passati  »,  e  il  governo,  riducendola  di  quattro 
giorni,  tornava  a  fissare  il  periodo  delle  vere  e  proprie  con- 
trattazioni all'antica  durata  di  18  giorni  (14-31  luglio),  liberi 
però  i  mercanti  di  disporre  delle  merci  nei  giorni  che  la  pre- 
cedono, a  cominciare  dal  1.  luglio,  e  nei  giorni  che  la  seguono, 
sino  ài  5  agosto  (2). 


Ma    se    andava    guadagnando    in    durata,  la  franchigia  -  la 
franchigia  reale,   ben  inteso  (3)  -  andava  continuamente  perdendo 


(1)  A  teatimoniare  la  sua  riconoscenza,  il  Consiglio  decretava,  16  sett.  1744, 
1'  erezione  in  marmo  dell'  arma  pontificia  con  acconcia  iscrizione  e  in  onore 
del  card.  Antonelli  un'  opera  di  pietà  ;  100  scudi  annui  da  erogarsi  in  doti 
per  due  fanciulle  povere  della  città  :    Consigli,  v.  60,   e.   33. 

(2)  Decreti,  voi.  L,  e.  70t-75  e  81-83. 

(3)  In  quanto  riguarda  le  persone,  i  pochi  indizi  offerti  qua  e  là  dai 
nostri  documenti  ci  mostrano  che  nel  fatto  è  presso  che  caduta  in  disuso. 
L'  ha  ben  ricordata  e  confermata  nella  sua  bolla  1744  Benedetto  XIV,  ac- 
cennando ad  essa  colla  formula  vaga  :  «  promissam  sub  fide  publica  securi- 
tatem  ».  Ma  più  d'  una  lettera  dei  legati  ci  dà  notizia  di  banditi  o  di  ricer- 
cati —  anche  per  altri  delitti  che  non  fossero  1'  omicidio  e  la  ribellione  — 
ai  quali  era,  doveva  essere  interdetto  1'  accesso  in  fiera  o  che    in    fiera    do- 


—  366   — 

ili  efficienza.  Quel  jìiocesso  di  erosione,  elie  vedemmo  iniziato 
a  suo  danno  e  ]iortato  così  sollecitamente  innanzi  nel  XV^II, 
in  questo  XVIII  continua  ininterrotto,  più  vasto  e  più  intenso. 
E  l'elenco  delle  merci,  che  sotto  questo  o  quel  titolo  restano 
escluse  dal  beneficio  della  fiancliigia  nella  fiera  «  franca  »,  si 
allunga  ^utoiuaticaiuente,  regolarmente,  anno  per  anno,  jier  cosi 
dire.  Ai  castellani  eme;:iti^  alla  comunità  bisognosa,  s'  unisce, 
buon  terzo,  lo  stato   protezionista. 

Vero  è  che  dei  larghi  redditi  ritratti  dagli  svariati  dazi  la 
comunità  si  vale  per  opere  di  pubblico  decoro  e  utilità,  delle 
quali  in  definitiva  si  vantaggiano  anche  i  mercanti.  Vero  anche 
che  la  maggior  i>arte  dei  dazi  governativi,  volti  a  promovere 
questa  o  quell'  industria,  si  giustificano  -  secondo  le  0])inioni 
del  temjio,  e  non  di  quel  tempo  soltanto...  -  con  un  interesse 
sui)erioie  e  generale.  Ma  la  legittimazione  <legli  uni  e  la  giu- 
stificazione degli  altri  non  tolgono  proprio  nnlla  al  gravame, 
che  coljiisce  la  merce  un  tempo  esente  e  che,  ormai  allettata  a 
concorrere  in  fiera  dalla  sola  sicurezza  dell'  esito,  è  pronta  a 
disertarla,  appena  la  stessa  sicurezza  le  si  ofifra  altrove.  Nessuna 
meraviglia  quindi,  se  in  questo  secolo,  che  segna  l'apogeo  della 
fiera,  è  possibile  scorgere  qualche  segno  di  decadenza. 

Dei  tre  iioteri,  che  esercitano  cosi...  prodigalmente  il  diritto 
di  imposta  sulle  merci  in  fiera,  quello  che  non  trova  giustifica- 
zione se  non  in  un  jireteso  maggior  lavoro,  del  resto  lautamente 
compensato  dallo  stato,  è  il  solito  emerito  signor  castellano.  Le 
regalie,  che  sulla  fine  del  secolo  si  prelevano  dai  castellani  su 
10  voci  —  però  largamente  comprensive  —  nel  1725  col))iscono 
53  articoli,  minutamente  specificati  e  nel  1730,  ben  98.  Dopo 
quest'ultimo  anno,  non  abbiamo  più  notizia  di  ulteriori...  espan- 
sioni. 

Tra  i  prodotti  più  largamente  rappresentati  in  fiera  esse  gra- 


ve vano  essere  ricercati.  Con  tutta  sicurezza,  la  franchigia  personale  ormai 
non  assicura  più  che  i  debitori  contro  i  rispettivi  creditori,  nel  solo  caso, 
tuttavia,  che  sia  intervenuta  sentenza  di  tutt'  altro  tribunale  che  quello  spe- 
ciale di  fiera. 


—  367    - 

vano  —  in  ragione  dell'  1  %  fuori  di  franchigia  e  ^/j  ^/^  du- 
rante la  franchigia  —  a)  prodotti  della  pesca  in  genere  e  i  co- 
piosi salumi  in  ispecie,  recati  nelle  maggiori  quantità  dai  Dal- 
inatini  ;  b)  legnami  d' ogni  sorta  con  1'  infinita  dinastia  degli 
articoli  derivati,  che  vejigono  con  Fiumani,  Istriani,  Veneti  ; 
e)  frutta  di  tutte  le  specie,  si  fresche  che  secche,  tra  le  quali 
alcune  di  alto  prezzo  fmandorle  secche,  anici,  cornino)  e  di  evi 
dente  uso  industriale,  fornite  più  particolarmente  dalla  Puglia; 
d)  maioliche,  sapone,  formaggi,  paste  di  Puglia,  riso,  tabacco, 
«  libàni    -  o  lime  (1). 

Naturalmente  piìi  ricco  e  variato  è  1'  elenco  dei  ])rodotti  e 
delle  merci  soggette  al  dazio  comunale  dei   colli. 

Istituito,  come  sapi)iamo,  nel  1650,  per  estinguere  il  debito 
di  10.000  scudi  romani  contratto  pei  lavori  portuari,  e  applicato 
appunto  alla  cassa  del  porto^  doveva  esso  cadere,  appena  avesse 
col  suo  gettito  raggiunta  la  somma  mutuata  e  i  relativi  inte- 
ressi. Viceversa,  la  necessità  di  nuove  spese  indusse  la  comu- 
nità a  chiederne  una  prima  e  una  seconda  proroga    durante    il 


(1)  Regalie,  v.  3»,  e.  170  e  328.  —  Nel  solo  periodo  2  giugno  —  13  lu- 
glio 1725,  il  periodo  di  preparazione  cioè  della  fiera,  il  reddito  delle  rega- 
lie fu  di  se.  104  :  88  ;  compresi  i  giorni  di  fiera,  di  se.  216  :  90  :  ivi  e.  177 
e  segg.  Dopo  un'  ultima  causa,  che  si  svolgeva  ancora  nel  1736,  le  regalie 
non  fornirono  piìi  occasione  ad  altre  contese  :  i  castellani  continuarono  a 
prelevarle  sino  alla  loro  abolizions  nel  1787.  Quando  anzi  la  celebrazione 
della  fiera  è  compromessa,  i  castellani  non  sono  meno  solleciti  dei  nobili  del 
consiglio  a  muovere  in  Roma...  le  pedine  di  cui  dispongono.  Per  qualche 
anno  ancora  continuò  invece  a  far  sorgere  liti  e  contestazioni  la  questione 
della  aree,  finché  nel  1746,  al  tempo  della  prima  ampliazione,  il  castellano 
rinunciò  alle  aree  di  sua  competenza  sul  Lungomisa,  ma  la  Comunità  si  ini- 
])egnò  a  corrispondergli  annualmente  ben  187  scudi  !  Consigli,  v.  62,  e.  195t  ; 
Notizie  Diverse,  v.  30,  e.  7.5.  Trascuriamo  le  contese  minori,  sia  per  altre  aree 
secondarie,  wia  per  la  pesa,  di  che  ci  fan  parola  a  ogni  pih  sospinto  le 
raccolte  dei  Consigli  e  delle  lett.  Avvoc.  e  Procur.,  e  che  ci  dimostrano,  oltre 
1'  insaziabile  avidità  di  questi  signori,  la  loro  concezione  della  fiera  -  con- 
cezione, del  resto,  comune  a  tutta  la  città:  -  una  cuccagna  cioè,  una  gran 
curée,  di  cui  fosse  da  stolti  non  profittare  sino  ai  limiti  del  possibile, 


—  308  — 

secolo  (1).  Passò  così  in  eredità  al  secolo  XVIII  e  da  questo, 
pei'  altre  successive  proi-oghe,  sarebbe  senza  dubbio  j)assato  al 
sec.  XIX,  se  in  buon  punto  la  riforma  doganale  di  Pio  VI  non 
ne  avesse  fatto  giustizia.  Non  basta.  Nel  1719  subì  un  inaspri 
mento,  che  lo  portò  senipliceinente  al  doppio  :  da  un  grosso  o 
mezzo  paolo  per  balla  o  collo  di  250  libbre,  a  due  grossi,  ossia 
un  paolo,  ai)plicaiidosene  1'  autnento  alla  cassa  della  comunità 
per  sopperire  a  spese  occorse  in  quel  torno  di  tempo  e  ad  altre 
a  venire  (2).  Finahnente  alle  141  voci,  die  ne  risultano  colpite 
nello  stesso  anno,  se  ne  aggiungono  38  altre  nuove  in  un  ri- 
maneggiamento del  1259   (3).  « 

Il  dazio  dei  c<dli,  si  ricoi-derà,  coli' annesso  dazio  dell'  «  al- 
boraggio  »  —  un  grosso  ])er  barca  —  non  consente  esenzioni 
o  riduzioni  per  fiancliigia  o  altri  [ìrivilegi  all'  infuori  di  abboiui- 
menti  o  accordi  o  anche  agevolazioni,  che  agli  appaltatori  piac- 
<'.ia  di  fare  o  acconsentire.  E  si  jireleva  senza  distinzione  da 
tutte  le  merci  che  vengono  per  mare,  anche  se  non  soiu)  con- 
fezionate in  colli^  anche  se  il  collo  o  la  qualsiasi  quantità  in- 
trodotta non  raggiunga  le  250  libbre. 

In  base  alla  tariffa  del  1719  e  avuto  riguardo  alla  loro  im- 
portanza in  fiera,  queste  merci  e  prodotti  possono  essere  distri- 
buite nelle  seguenti  i)rincipali  categorie,  alcune  delle  quali,  co- 
me si  vede,  coincidono  con  quelle  soggette  a  regalia  : 

1)  legnami  e  og^jfetti  di  legno  iV  ogni  forma  e  per  ogni  uso  :  tavole, 
travi,   doghe,   botti,   subbi,  remi,   timoni  ecc.  ; 

2)  salumi  poveri  :  sardelle,  sgombri,  aringhe,  saraclie,  tonnina,  aghi, 
anguille  salate,   oltre  ad  anguille  fresche  e  seppie  secche  ; 

3)  materie  tessili  e  alcune  poche  confezioni  :  canapa,   lino,  lana,  ca- 
scami,  e  :   cappotti,    rascie    di   Fiume,    corde,    canovacci,   calzette  e  fa 
sce  di  cotone  ecc. ; 


(1)  Nel   1675  0   1B92,   e,   lungo  il  XVIII,    noi   1713  e  1732:  rrivil.   e  Chirof/r. 
Div.,   doc.   N.   50,   breve  di   Cloni.   XII,   10  maggio  1732. 

(2)  Libro  Fiera,   v.  7,  e.    47. 

(3)  Le  relative  tiriffe  in    Porto  e  suoi    dazi,    e.    18  e   19  e  iu  Repert.    d. 
Porto,  foglio  a  stampa. 


—  369  — 

4)  pelli   gregge;   di   conce,    i  soli    cordovani,   e  di   confezioni,   selle  e 
sc;uj)e  ; 

5)  maioliche  e    vetrami  ; 

6)  metalli  utili  da  lavorare  e  lavorati:   ferro,  piombo,  rame,  lime  ecc. 

7)  terre  e  vegetali  da  tinta  :   terra  di   Vicenza,   nerofumo,   vallonee, 
scotano,   campeggio.   Terzino  ecc.  ; 

8)  resine  ed  essenze  :   pece^  pegola,    catrame,   trementina  ecc.  ; 

9)  arredi   domestici  :   casse,   sedie,   canterani,   quadii,   specchi  ; 

10)  grasce:   carni   salate,   formaggi,     burro,   olio,   riso,   paste,   vino; 

11)  frutta  fresche  e  secche:   agrumi,  carrubi,    mandorle,    anici  ecc.; 

12)  animali  vivi  ; 

13)  oggetti  di  giunco  o  di    vimini  :   cesti,     stuoie  da    letto,   stuoini, 

14)  e  tutta  una  folla  d'  altri  articoli  e  prodotti  i  più  eterogenei, 
dal   tabacco  ai  libri,  dal  sapone  agli  strumenti   musicali,   allo  zolfo. 

Ad  esse  la  tariffa  del  1755  aggiunge  merci  prevalentemente 
e  considerevolmente  più  ricche  : 

a)  ai  salumi  :  botarghe,  baccalà,  caviale,  moscinianno,  salmone, 
stoccafisso,   tara  n  tei  lo  ; 

b)  alle  materie  tessili:  coton  sodo  e  filato,  stoppa  di  lino  e  di  ca- 
napa ; 

e)  e  inoltre  :  pelli  conce  d'  ogni  sorta  e  in  particolare  suola,  vi- 
telli,  vacchette  ; 

d)  salami  e  mortadelle  ; 

e)  zucchero,  zibibbo,   uva  passa  ecc. 

Di  questo  «  maggior  dazio  »  comunale,  an(ilie  durante  il 
sec.  XVIII,  non  ci  son  note  che  le  corrisposte  d'  nppalto,  due 
terzi  circa  delle  quali  equivalevano  sempre  al  gettito  del  dazio 
stesso  nel  ])eriodo  della  fiera.  Esse,  in  generale,  continuano  a 
salire,  ma  il  progresso  non  è  così  rapido  né  così  considerevole 
come  nel  000:  verso  la  metà  del  secolo  anzi  le  aste  si  rendono 
deserte. 

Dopo  aver  rapidamente  raggiunto  e  superato  i  2000  scudi 
in  moneta  d'Urbino  durante  l'ultimo  ventennio  del  XVII,  nel 
primo  ventennio  di  questo  XVIII  oscillano,  con  sbalzi  irrego- 
lari, tra  i  2601  (nel  1707  09)  e  i  2205  (nel  1716  18).  Raddop- 
piatasi la  quota  per  collo  nel   1719,  non    per    questo    la    corri- 

24  —  itti  «  Henorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  March*.  1912. 


—  370  — 

sposta  d'a[)i)alto  risulta  aumentata  in  proporzione:  da  un  miuiiuo 
di  4451  nel  triennio  1722  24,  raggiunge  con  lento  aumento  i 
4784  nel  1734  36,  per  ridiscendere,  nel  1738  40,  a  se.  4527, 
che  a  moneta  romana  equivalgono  a  se.  3004.  Risale  ancora  a 
3101,  moneta  romana,  nel  1742  44;  ma  nelle  aste  del  1745  e 
1752  non  si  presentano  offerenti  e  sino  al  1563  il  dazio  è  ge- 
stito in  amministrazione.  Per  3800  scudi  annui  è  di  nuovo 
affidato,  non  più  però  per  via  di  appalto,  alla  gestione  privata, 
finché  nel  ventennio  precedente  la  sua  abolizion»,  1768  87,  il 
suo  reddito  è  calcolato  in  media  a  se.  3921:37  annui    (1). 

Ma  soddisfatto  all'  obbligo  verso  il  castellano,  o  verso  il 
daziere  dei  colli,  o  verso  1'  uno  e  1'  altro  insieme,  una  merce 
introdotta  alla  fiera  «  franca  »,  non  sfugge  ad  ulteriori....  i)re- 
mure  del  fisco  locale.  Se  all'  atto  della  vendita  ha  bisogno  di 
essere  ])esata,  paga  il  suo  bravo  diritto  di  pesa  o  alla  comunità 
o  al  doganiere,  secondo  che  ha  preso  posto,  in  terra  o  col  legno 
in  acqua,  a  destra  o  a  sinistra  della  linea  mediana  del  ])orto 
canale  (2):  un  baiocco  per  ogni  100  libbre,  se  trattasi  di  mer- 
canzie ordinarie;  dieci  1)aiocclii,  per  la  stessa  quantità,  se  trat 
tasi  di  «  generi  fini,  come  seta,  endaco,  coralli,  garofani,  osso 
di  balena  od  altro   •>  (3). 

Se,  dal  1758  in  poi,  viene  esposta  in  vendita  in    una    qua- 
lunque via  coperta  di    tendato,    paga    all'  appaltatore    la    tassa 


(1)  Ed  ecco  le  cifre,  conservateci  in  repert.  d.  Strumenti,  e.  45,  sino  al 
1738;  Incanti,  v.  3,  103t,  128  e  146;  v.  4,  e.  1  e  91t;  Decreti,  v.  L,  e.  167: 
an.  1701  03,  se.  annui  (mon.  Urb.)  2507  au.  1728-30,  se.  (mon.  Urb.)  4725 

1704-06,  »  2251  1731-33,   »  4777 

1707-09,  »  2601  1734-37,  »  4784 

1710-12,  »  2501  1738-40,  »  4527 

1713-15,  »  2502  1742-44,  »  (mon.  rom.)  3101 

1716-18,  »  2205  1745,    asta  deserta 

1719-21,  »  2257  1752,  id. 

1722-24,  »  4451  1763-71,  lic.  priv.  se.   annui  3800. 

1725-27,»  4602  1768-87.  media  annua,  se.  3921:37, 

(2)  Avvoc.  e  Proc,  v.   3,   e.   79    e  seg.,  N.   3  d.  sommario. 

(3)  Raccolta  di  tutti  gli  editti  che  si  osservano  nella  fera...  di  S.,  Pesaro, 
1875,   p.   37-8. 


-   371  — 

del  tendato,  in  inisurti  di  venti  baiocchi  per  ogni  braccio  lineare 
occupato  di  spazio  coperto;  dal  1781,  baiocchi  venticinque  (1) 
e  più  tardi,  ventisette  e  mezzo. 

Se,  venduta  che  sia,  vuol  essere  estratta  per  terra,  in  qua- 
lunque quantità,  dal  carico  di  50  libbre  che  il  compratore  si 
reca  <;on  se  sulla  carrozza  o  il  calessino,  anzi  dalla  «  somella  » 
caricata  a  schiena  d'asino,  al  carro  da  2000  in  2400  libbre, 
pajj;'a  ancora  alla  comunità  da  baiocchi  due  e  mezzo  a  baiocchi 
venti   (2). 

E  non  è  il  caso  di  accennare  qui  ai  pesi  locali  indiretti: 
facchinaggi,  senserie,  fìtti  e  consumi,  automaticamente  e  co- 
stantemente anch'essi  montanti,  in  ragione  diretta  del  continuo 
incremento,  della  sempre  piìi  larga  richiesta. 


I  pesi  locali  colpiscono  indistintamente  merci  estere  e  merci 
dello  stato.  Con  essi,  premettemmo,  vsi  cumulano  durante  il- 
secolo,  dazi  e  gabelle  camerali  o  governative,  le  sole  che  finora 
abbiano  rispettato  la  franchigia,  e  queste  naturalmente  gravano 
merci  e  prodotti  esteri.  Così  la  serie,  il  cerchio  delle  limitazioni 
alla  franchigia  reale  si  chiude  presso  che  completamente;  la 
fiera,  in  altre  parole,  già  innanzi  alla  metà  del  700,  non  è  i)iù 
«  franca  »,  che  pei  non  molti  prodotti,  che  vi  invia  lo  stato, 
])er  tutti  quei  prodotti  dello  stato  cioè  che  vi  pervengono  i)er 
via  di  terra:  tutti  gli  altri  incappano  o  nelle  regalie,  o  nel 
dazio  dei  colli,  o  in  dazi   doganali. 

Dazi  e  diritti  di   stato    i)resentano    la    netta    distinzione    in 
fiscali  e  protettivi. 

Della  prima  specie  sono:   1")  un  mezzo  paolo,  che  paga  indi- 


(1)  Strumenti,  v.   31,  e.   153-6. 

(2)  È  la  famosa  tassa  sui  carri,  istituita  il  1761,  che  per  le  perquisi- 
zioni, gli  abusi  e  gli  arbitri  cui  dava  luogo,  laute  proteste  sollevò  e  non 
ultima  causa  fu  del  pronunciamento  anconetano  del  1785,  appunto  allora 
mitigata,  poi  nel  1787  soppressa  con  quasi  tutte  le  altre:  Deereti,  v.  J,  e. 
165-6  e  V.   L,   e.    41. 


—  372   — 

stintamente  all'approdo  ogni  barca  insieme  coU'alboraggio,  2)  il 
diritto  di  spedizioneria,  di  origine  abusiva,  clie  si  preleva  -  in 
nua  misura  che  nel  1763,  pel  ferro,  è  di  bai.  25  per  collo  - 
sulle  merci  estere  in  arrivo  o  in  partenza,  anche  se  chi  riceve 
o  spedisce  è  il  proprietario  stesso  o  un  suo  delegato  (1). 

Numerosi  invece,  vari  di  natura  e  di  durata,  son  quelli  della 
seconda  specie.  Parecchi  preesistono  al  secolo;  i  i)iù  risultano 
istituiti  nel  secolo  stesso.  Quale  si  sia  i)erò  il  tempo  della  loro 
istituzione,  tutti  hau  questo  di  comune:  che  si  propongono  di 
avvivare  le  sorgenti  della  ricchezza  pubblica;  hanno  la  loro 
origine  e  spiegazione,  insomma,  in  un  sistema  di  politica  eco- 
nomica, che  in  riguardo  allo  stato  pontificio  non  è  convenien 
temente  messa  in  luce  e  della  quale  pertanto  abbiamo  creduto 
non  affatto  inutile  occuparci  nel  capitolo  che  segue. 


(1)  Come  dazio  camerale,  avrebbe  dovuto  couseiitire  franchigia  :  così 
infatti  pensavano  e  i  mercanti  e  il  legato  Salviati,  che  nel  1723  scrive  al 
luogot.  di  Senig.:  «  Sono  a  noi  ricorsi  alcnni  negozianti  di  Pesaro  sul  timore, 
«  che  da  codesto  doganiere  possa  pretendersi  d'  esercitare  la  privativa  di 
«  spedizioniere,  che  ha  ottenuto  dalle  sentenze  di  Koma,  rispetto  a  quelle 
«  mercanzie,  che  essi  mercanti  medesimi,  o  da  loro  stessi  o  per  mezzo  dei 
«  loro  ministri,  accompagnano  o  conducono  e  ricevono  in  cotesta  città  per 
«  la  fiera  e  di  esiggerne  1'  emolumento  di  spedizioniere,  oltre  li  quattro 
«  soliti  grossi  per  ogni  carro  di  merci  che  s'introducono  prima    della    fran- 

«  chigia,  ed  al  loro    ricorso    abbiamo    ordinato,    che    si    osservi  il  solito : 

«  quelle  merci,  che  per  il  passato  sono  state  ricevute  in  città  e  in  fiera 
«  dagli  stessi  mercanti  che  l'hanno  condotte  e  fatte  condurre,  né  sono  state 
«  solite  passare  per  la  via  di  spedizione,  non  puole  il  doganiere  soggettarle 
«  all'obbligo  della  spedizione...  »  Identico  avviso  ripeteva  due  anni  dopo: 
Decreti,  v.  D,  e.  136t  e  156.  Lo  stesso  anche  pensava  nel  1763  il  leg.  Co- 
lonna-Branciforte:  Lettere  di  udienza,  v.  121,  e.  68.  Ma  i  doganieri  tennero 
sempre  duro  e  trovarono  sempre  a  Roma  chi  dava  loro  ragione,  special- 
mente... quando  avevano  torto.  Il  perpetuarsi  dell'  abuso  porta  alla  solita 
consuetudine  e  questa...  al  riconoscimento  legale:  l'identica  storia  delle  regalie 
e  delle  aree,  attribuite  alla  propria  carica  dai  signori  castellani.  Non  altro 
titolo  infatti  che  «  l'antica  consuetudine,  anche  più  volte  canonizata  in  giu- 
dizio »  sa  addurre  nel  1763  il  doganiere,  per  prelevare  la  tassa  di  spedizione 
di  bai.  25  al  collo  sul  ferro,  non  ostante  che  il  ferro,  oggetto  d'  appalto 
camerale,  goda  franchigia  da  ogni  altro  gravame:  Leti,  d' udienza,  v.  121, 
e.  80  e  96. 


Capitolo  ìli. 


La  politica  economica  del  governo  e  la  fiera. 

La  tendenza  protezionista  e  i  dazi    di    protezione    ani    tessuti    di    lana  e  di    seta 
esteri.  -   La  difesa  della  fiera    contro  il  protezionismo  e  la  minacciata  soppres- 
sione del  1736.  -  Altri  dazi  di  protezione  e  privative.  -  La  fine  della  franchigia. 
■  -  La  riforma  doganale  di  Pio    VI  e  il  definitivo  ordinamento  della  fiera. 

Dalla  seconda  metà  del  XVII  in  avanti,  lo  stato  pontificio 
pare  preso,  a  tratti,  da  una  febbre  di  rinnovamento,  da  un 
ardore  di  instaurazione  economica,  clie,  non  priva  di  qualche 
buon  effetto  pel  paese,  non  resta  senza  conseguenze  per  la 
fiera  (1).  Esso  sembra  fiimlmente  sentire  il  peso  e  l'umiliazione 
delle  troppe  braccia  inoperose  sulle  sue  terre,  del  grave  debito 
pubblico  che  l'oi)prime  (2),  della  miseria  della  sua  agricoltura 
e  delle  sue  industrie,  di  tutta  insomma  la  sua  vita  economica 
])rofondamente  depressa.  E  vuol  dare  lavoro  «  ai  poveri  e  alla 
plebe  »,  vuol  introdurre  industrie  nuove  e  ravvivare  le  vecchie, 


(1)  Buone  notizie  su  questo  argomento,  che  meriterebbe  di  essere  meglio 
e  più  compintamente  studiato,  in  De  CuPis,  L'annona  di  Roma,  Roma  1911, 
p.  292  e  st'gg.,  Seghe,  Manuale  di  storia  d.  commercio,  voi.  I,  Torino  1913, 
p.  416  e  scgg.,  e,  per  gli  anni  tra  la  fine  del  XVIII  e  i  primi  del  XIX, 
Madelin,  La  Rome  de  Napoléon,  Paris,  1906,  p.  36  e  segg.  Per  le  dottrine 
economiche  e  le  riforme  di  Pio  VI,  ved.  Kicca-Salerno,  Storia  d.  dottrine 
finanziarie  in  Italia,  2^  ediz.,  Palermo  1896,  p.  366  e  segg.  A  noi  servono 
principalmente  i  soliti  docnm.   dell'  ant.  archivio  senigall. 

(2)  Nel  1751,  sotto  Benedetto  XIV,  che  con  legittima  compiacenza  si 
vantava  di  non  «  aver  incomodato  d'  un  baiocco  la  Camera,  eccettuato  il 
«  nostro  scarso  mantenimento  »,  il  debito  pubblico  ammontava  a  «  60  mi- 
«  lioni  di  scudi  romani,  de'  quali  si  pagano  tanti  frutti,  che  1'  entrata  non 
«  arriva  che  per  una  stretta  economia  »  :  Lettere  di  Benedetto  XIX  all'aroi- 
«  diacono    I.  Storani,  pubbl.  da  A.   Maroni,   Foligno  1885,  p.  81. 


—  5t4   — 

bastare  da  solo,  per  certi  prodotti  almeno,  a  se  stosso,  tratte- 
nere i)resso  di  sé  il  suo  scarso  denaro,  che  inevitabilmente  esce 
«  agli  esteri  ».  È  per  l'appunto  questo  il  tempo  che  in  Francia, 
per  opera  del  Colbert,  fa  il  suo  primo  grande  esperimento  il 
rovinoso  mercantilismo,  e  alla  sua  influenza,  meglio,  alla  sua 
sfida,  non  può  sottrarsi  o  restare  indifferente  neanche  lo  stato 
dei  papi. 

Da  prima  è  la  industria  decaduta  della  lana,  che  si  vuol 
risollevare,  perfezionare,  sviluppare.  E,  j^onti Beando  Alessandro 
VII  Chigi,  un  editto  21  febbraio  1667,  confermato  a  i)iù  ri 
prese  sotto  Clemente  IX,  proibisce  infatti  1'  introduzione  nello 
stato  dei  pannilani  esteri,  ad  eccezione  soltanto  delle  saie  di 
Fiandra  e  di  Milano  e  di  alcuni  si)eciali  tessuti  di  Olanda, 
«  in  considerazione  dell'uso  e  delle  necessità  del  clero  e  della 
curia  ».  Quindi  un  successivo  del  12  marzo  ingiunge  «  a  mer- 
«  canti  fabricieri  e  lavoranti  dell'arte  della  lana  per  1'  avenire 
<i  debbino  lavorare  panni  di  qualità  perfetta  e  migliore  de' 
«  panni  forestieri  già  proibiti  »  (1).  Nello  stesso  tempo  s'  invi- 
tano le  comunità  a  dichiarare  quali  «  arti  »  ossia  industrie  si 
possano  introdurre  i)re8S0  di  esse,  di  quali  mezzi  dispongano  per 
«  porle  in  esecuzione  »  e  sino  a  che  punto  abbiano  bisogno 
«  dell'aiuto  et  autorità  della  sacra  congregazione  del  Sollievo  »  (2). 
Si  pensa  anche  di  invitare,  a  spese  dell'  erario,  maestranze 
dall'estero. 

Se  non  che,  fossero  -  come  in  ])osterif)re  occasione  -  inte- 
ressi minacciati  che  insorgessero,  fosse  -  (!ome  in  Senigallia  - 
supina  indifferenza,  per  non  dire  decisa  avversione  da  parte  di 
l)rivati  e  di  comunità,  fosse  1'  eterna  scarsezza  di  numerario 
affliggente  lo  stato  ])ontitìcio,  o  infino  qiieste  ed  altre  causo 
insieme  operanti,  il  fatto  è  che  il  programma    non    fu    attuato. 


(1)  De  Cupis,  op.  cit.,  p.   357  e  Bandi,  e.   50,   51  e   96. 

(2)  Consigli,  v.  42,  e.  77  e  80t,  14  luglio  o  18  ng.  1668.  Con  bolla  3  apr. 
1669  poi  Clemente  IX  assicura  la  nobiltà  di  Pesaro  che  1'  esercizio  dell'arte 
della  seta  non  pregiudica  ai  suoi  privilegi  e  prerogative,  e  Clemente  X 
estende  la  stessa...  assicurazione  alla  nobiltà  di  tutto  lo  stato.  Bullarium 
romanum,  v.  VI,  parte  VI,  p.  333  e  v.  VII,  p.   124. 


—  375  — 

«....  Xel  tempo  di  Alessandro  VII  e  di  Clemente  IX  -  così  uri 
«  memoriale  di  mercanti  del  1708  a  Clemente  XI  -  si  procurò 
«  tentare  questa  novità  per  l' introduzzione  delle  maestranze, 
«  ma  esaminatesi  bene  le  cose  da  quelli  che  avevano  le  mag^- 
«  glori  esperieui^e  del  mondo  e  ritrovatala  dannosa  allo  stato 
«  per  tante  conseguenze,  fu  tralasciata  l'impresa...  »  (1). 

Sulla  fine  del  secolo  stesso,  senza  per  altro  abbandonarsi  il 
proposito  di  rinvigorire  l'arte  della  lana,  è  quella  della  seta,  clie 
pare  attiri  la  maggiore  attenzione  del  governo.  E  in  questa 
ripresa  d'attività  riformatrice,  esso  riesce  a  mostrare  col  fatto 
il  suo  interessamento:....  rimette  «  sessantamila  e  piìi  scudi  » 
nella  erezione  di  setifici  a  Bologna  e  a  Faenza,  che  dopo  qual- 
che anno,  «  per  mancanza  de'  capitali  »,  sarebbero  «  caduti  a 
terra  »  e  nel   1708  avrebbero  servito  «  a  poco  o  nulla  ». 

Il  poco  incoraggiante  precedente  non  distoglie  però  1'  urbi- 
nate Clemente  XI  Albani  (1700-1721)  dal  ritentare  la  prova, 
ritentarla  anzi  su  più  vasta  scala.  Sono  in  genere  tutte  le  in- 
dustrie tessili  —  della  lana,  del  lino,  del  cotone,  della  cana- 
pa —  che  egli  intende  promuovere.  Ma,  disegnando  valersi 
anche  lui  e  di  sovvenzioni  e  di  maestranze  straniere,  per  pri- 
mo tra  i  pa|)i  vuol  rijiunciare  a  quella  che  è  l'arma  tipica  del 
mercantilismo,  le  proibizioni,  le  quali  del  resto  —  ce  ne  assi- 
curano le  rijìetute  bolle  -  come  altrove,  così  nello  stato  pon- 
tificio non  han  fatto  che  moltiplicare  contrabandi  e  contra- 
bandieri  (2).  E  nel  1708  prepara  e  divulga  un  piano  di  riforma 
economica,  la  cui  novità  è  per  l'ai)punto  costituita  da  un  uni- 
co, uniforme  diritto  d'  entrata  del  12  %  su  tutti  i  manufatti 
esteri,  di  cui  intende  promuovere  la  fabbricazione  nello  stato  (3). 


(1)  Notizie  diverse,  v.   17,  e.  103t. 

(2)  Bullarium  romanum,  v.  XII,  p.  309,  bolla  di  Bened.  XIII,  1728,  che 
ne  richiama  ben  altre  quattro  di  predecessori  conti  o    i  contrabandieri. 

(3)  Detto  diritto  si  prelevava  già  sui  manufatti  esteri  alle  dogane  di  Roma; 
si  trattava  dunque  di  estenderlo  a  tutto  lo  stato,  unificare  cioè  le  dogane, 
ciò  che  non  riuscì  che  a  Pio  VI,  nel  1786.  Ma  oltre  a  questo  intento,  il 
disegno  di  riforma  —  ci  apprende  un  memor.  a  stampa  Alla  S.  di  N.  S., 
P.   Clemente  XI,  per  li  mercanti  e  negoz.  d.  et.   eccles.,    in    Not.    div.,    v.    17, 


376 


L'  attuazione  di  un  tale  disegno,  che  «  sconvolge  1'  ordine 
economico  con  cui  per  tanti  secoli  si  è  vissuto  »,  che  espone 
l'erario  a  rischi  come  quelli  dei  setifici  di  Bologna  e  di  Faenza,  che 
sopratutto  offende  interessi  consolidati  e  imperniati  attorno  al 
vecchio,  complicato,  babelico  sistema  delle  dogane  è  vivace- 
mente combattuto  dai  «  uìercanti  »,  cioè  esercenti  delle  indu- 
strie tessili,  e  negozianti  dello  stato.  I  quali,  in  un  lungo  me- 
moriale —  cusioso  e  tipico  impasto  di  princijn  audacemente 
liberisti  e  di  tendenze  ferocemente  conservatrici  -  si  movono 
a  vsostenere  e,  con  esempi  recenti  e  vicini,  a  dimostrare  «  l'in- 
susistenza  et  impossibilità  di  potersi    effettuare  »   (1)  e  di  dazi 


e.  99-106  si  propone  di  sviluppare,  all'  ombra  della  protezione,  le  indu- 
strie interne.  «  Un  simile  «lazio  —  premette  detta  interessantissima  memo- 
ria —  non  Tia  altra  mira  che  1")  di  ovviare  alle  fraudi  che  giornalmente  si 
fanno  in  pregiudizio  delle  dogane  di  Roma,  attesa  1'  apertura  di  molti  fon- 
dachi fatti  nelle  vicinanze  »,  2")  «  1'  introdnzzioue  delle  Magistraiize  di 
quelle  robbe,  che  conviene  provedere  dalli  stranieri  »,  3")  «  la  i)roibizione 
d'  introdurre  le  merci  estere  dentro  lo  stato  » ,  4")  ottenere  che  «  la  moneta 
pontificia  in  congiontara  di  tali  trafichi  non  possa  uscire,  ma  debba  restare 
nello  stato  ». 

(1)  Elencati  gli  scopi  che  il  progetto  di  riforma  vuol  raggiungere  (ved. 
nota  preced.),  1'  interessante  memoria  osserva  :  al  1°,  che  è  troppo  si)ropor- 
zionato  al  mezzo  escogitato  :  a  impedire  le  frodi  alla  dogana  di  Koma,  ba- 
sta 1'  esatta  e  severa  applicaz'one  dei  relativi  editti.  Ì5  ingiusto  inoltre  trat- 
tare lo  stato  alla  stregua  di  Roma,  che  i  tessuti  forastieri  destinati  a  Roma 
non  8on  gravati  di  altre  spese  che  di  quelle  minime  del  trasporto  j)er  mare 
e,  per  la  larga  dìsponibilitii  del  denaro,  vi  sono  subito  esitati  ;  mentre  quelli 
destinati  ad  altri  luoghi  dello  stato,  son  gravati  di  spese  di  trasporto  per 
terra,  via  via  piti  elevate,  secondo  la  distanza  da  Civitavecchia  e  da  mol- 
teplici dazi  ;  hanno  un  esito  stentato  ;  debbono  spesso  girare  ancora  per 
le  fiere.  —  Sul  2°,  che  1'  introduzione  di  maestranze  forastiere  richiede 
l'anticipo,  anzi  il  rischio,  di  larghi  capitali,  «  cui  l'erario  apostolico  esau- 
sto non  può  in  conto  alcuno  soccombere  »  e,  in  ogni  caso,  dev'  essere 
preceduta,  come  si  è  fatto  in  Toscana,  dall'istituzione  di  consolati,  collegi 
e  università,  coi  loro  privilegi,  con  capitali  e  conoscenze  tecniche  e  deve 
trovar  nello  stato  sussidio  di  materie  prime,  mentre  «  il  bombace  non 
</i  vi  nasce,  i  lini  sono  ordinari  e  pochi,  le  lane  sono  in  gran  parte 
«  di  qualit.\  inferiore  e  non  bastanti  e  le  sete  ognun  sa  che  vengono  ancora 
«  oggi  in  maggior  copia  da  Napoli  e  da  altrove  ».   —  Sul  3"  :  la  proibizione 


—  3f7   — 

})rotettivi,  nei  nostri  documenti,  per  vari  anni,  non  troviamo 
])iù  cenno.  Anzi,  sulla  fine  del  pontificato  dello  stesso  Clemen- 
te XI,  avvertiamo  nn  ritorno  alle  proibizioni  mercantilistiche 
pure  e  semi)lici  (1). 

Ma  ormai  il  principio  è  posto  :  le  proibizioni  assolute,  al 
r  intento  che  è  loro  ])roposto,  si  rivelano  ancora  e  costante- 
mente inefficaci,  e  sotto  il  imntiticato  di  Clemente  Xll  Corsini 
(1730-1740)  trionfa  decisamente  la  tendenza  protezionistica.  Da 
questo  tem])o  in  poi,  dazi  che  hanno  il  conscio,  dichiarato, 
])reciso  scopo  di  proteggere  contro  la  concorrenza  estei'a  le  in- 
dustrie dello  stato,  costituiscono  il  numero  d'  obbligo  dei  prò 
grammi  d'  azione  economica  di  quei  pontefice,  che,  tra  le  furiose 
couipetizioni  coi  principi  riformatori,  han  tempo  e  modo  di  at- 
tendere alle  miserie  del  loro  temporale.  Non  con  questo  che 
non  si  ricorra  più,  luugo  il  secolo,  alle  famigerate  proibizioni. 
Ne  troviauio  anzi,  per  così  dire,  ad  ogni  pie  sospinto;  lua,  o  ri- 
vestono carattere  di   provvedimenti  suntuari  (2),  o  son  liuiitate  a 


iV  introdurre  merci  estere  provoclierà  rappresaglie  da  parte  degli  stati  colpiti, 
con  danno,  per  lo  stato,  ben  maggiore  che  (piello  della  concorrenza.  «  L'eB- 
«  sere  stato  interdetto  il  commercio  alla  Francia,  alla  Spagna  con  le  parti 
«  marittime  dell'  Inghilterra,  Olanda  e  1'  altre  provincie,  che  rovine  non  ha 
«  ap])ortato  a  questi  regni  ?...  Quanti  fallimenti  sono  segniti  in  Londra,  ii 
«  Parigi,  et  in  altre  piazze  di  bancherotti  ricchi  di  trenta  e  più  milioni!...  » 
Passando  sotto  silenzio  il  4"  jmnto,  la  memoria  conclude,  prospettando  la 
«  rovina  totale  »,  che  la  j)rogettata  imposizione  del  12  "/q  recherà  alle  fiere 
dello  stato  pontilicio,  «  nelle  qnali  consiste  il  maggior  risalto  della  n(^gozia- 
tione  di  esso  ». 

(1)  Dk  Cupis,  op.  cit.,  p.  3.59. 

(2)  Nei  nostri  documenti  son  chiamati  la  «  prammatica  »,  ripetntamente 
prescritta  nel  secolo.  Così  il  legato  al  luogo  t.  di  Senig.,  3  agosto  1703:  «  De- 
«  siderando  sommamente  la  S.tà  di  N.  S.  per  solievo  de  suoi  sndditi  s'intro- 
«  duca  la  Pragmatica  per  esimerli  volontariamente  dalle  spese  superflue... 
«  vi  ordiniamo  di  partecipare  a  cotesti  Comunisti  questo  benigno  sentimento 
«  della  medesima,  aiinehè  dal  pnblico  magistrato  e  consiglio  si  rifletta  seria- 
«  mente  qual  riforma  e  moderazione  di  lusso  possa  costì  stabilirsi...  »  : 
Lett.  d' ud.,  V,  41,  e.  88.  Merci  proibite  dalla  prammatica,  ammesse  però  per 
speciali  concessioni  alla  fiera,  erano  «  robbe  con  oro  ed  argento  filato  », 
ermellini,  zibellini,  lupi  cervieri,  gioie  di  alto  prezzo:  ivi,  v.  95,  e.  70; 
Decreti,  v.   D,  e.   280  ;   Consigli,  v.  50,   e.   186  e  segg.,   v.   57,  e.   255. 


^  _.  378  — 

favorire,  più  che  questa  o  quella  industria  in  genere,  questo  o 
quell'  industriale  in  is))ecie,  entro  i  confini  di  una  o  jiivi  jiro- 
vince  dello  stato,  quasi  mai  entro  i  confini  di  tutto  lo  stato  : 
si  trasformano  insomma  in  privative,  delle  quali  jìure  avremo 
a  vedere. 

Intanto  sotto  Clemente  XII  è  una  vera  gragnola  di  dazi 
protettivi.  Con  editto  del  tesoriere  31  maggio  1731  si  coliù- 
sce  del  20  °/o  la  vendita  <  clie  i  uiercanti  esteri ....  faranno, 
«  anco  in  tempo  di  franchigia,  alli  mercanti  dello  stato  eo- 
«  (desiastico,  delli  i)anni  dell'Isola,  Arpino,  Piedimonte,  Cer- 
«  reto  di  Régno,  Morcone,  alti  e  bassi;  panni  di  Germania  e 
«  Francia  ordinari,  detti  di  Sebro,  C^arcassoni,  di  Bristol  e  del 
«  Nort;  delle  rascie  di  Bergamo  e  salmicchi,  e  di  ogni  altra 
«  specie  di  panni  di  valore  sopra  li  scudi  quattro  e  sotto  li 
«  cinque  la  canna,  come  ancora  dei  veluti  e  damaschi  fora- 
«  stieri  ».  Con  altro  del  1  maggio  1736  si  sottopone  a  un  di- 
ritto del  12  ^/o  la  vendita  delle  fettucce  di  tutta  seta  fabbricate 
fuori  dello  stato.  Con  un  ultimo  infine,  20  marzo  1738,  si  gra- 
va del  10  °/q  la  vendita,  entro  lo  stato  di  v<  stoffe  e  drappi  ed 
•'  ogni  altra  manifattura  di  seta  lavorata  fuori  dello  stato  non 
«  eccedente  il  valore  e  prezzo  di  scudi  sei  la  canna  »  (1). 

Dato  il  fine  loro  proposto,  questi  dazi  non  consentono  ec 
cezioni  né  per  privilegi  di  persone  né  per  franchigia  di  fiere. 
Se  quindi  Senigallia  si  agiti  per  conservare  alla  sua  fiera  quel 
che  le  è  rimasto  di  imnninità,  1'  esenzione  dai  soli  dazi  ca- 
merali, non  è  bisogno  di  dire.  E  assistiamo  a  episodi  di  vera 
e  proiu'ia  lotta  tra  protezionismo  e  liberismo,  tra  interessi  che 
vogliono  essere,  e  in  quel  momento  sono,  generali,  e  interessi, 
che  potrebbero  essere  generali  e  sono  i)articolaristici.  Senijìallia 
difende  a  tutto  potere  la  libertà  commerciale  per  la  sua  fiera, 
che  sottoposta  al  regime  comune  di  vincoli,  restrizioni,  proibi- 
zioni, non  avrebbe  più  ragion  d' essere.  Il  governo  di  Roma, 
con  altrettanto    fervore,    i)ersegue  il    suo    disegno    di  avvivare 


(1)  Libro  Fiera,  v.   1°,  e.   58. 


—  379  — 

e  intensificare  le  industrie  dello  stato,  die  all'infnori  della  prò 
tezione  non  vede  come  possano  reggere  alla  concorrenza  estera. 
E  tra  i  due,  i)er  quanto  si  venga  a  compromessi,  non  è 
assolutamente  modo  a  intendersi.  La  fìeia,  in  conseguenza,  en- 
tra con  queste  lotte  nel  periodo  j)iù  critico  della  sua  vita. 
Giacché,  a  un  certo  momento,  non  solo  per  lei  è  questione  di 
lib«^rtà,  ma  di  esistenza  addirittura.  Non  ostante,  infatti,  le 
gravi  restrizioni  recate  alla  franchigia,  i  prodotti  esteri  si  osti- 
nano, per  mezzo  della  fiera,  a  penetrare  nello  stato  e,  viceversa, 
il  denaro  dello  stato  a  uscirne:  bisogna  quindi  sopjirimerla.  E 
di  s()pi)rimerla  i)er  l'appunto  si  pensa^  per  la  prinia  volta  sotto 
i  i)api,  in  questo  decennio  (1730  1740)  del  pontificato  di  Cle- 
mente  XII. 


Pubblicatosi  il  primo  dei  tre  editti  ricordati,  nel  maggio, 
quando  di  solito  gli  inviti  per  la  fiera  sono  diramati,  a  Seni- 
gallia non  dovè  riuscire  diffìcile  ottenere,  come  ottenne,  che  le 
merci  «  proibite  »,  cioè  colpite  del  20  7oi  fossero  ammesse,  a 
quella  fiera  1731,  «  per  transito  »:  ossia  introdotte  e  contrat- 
tate liberamente^  salvo  a  pagare  il  dazio,  se  dalla  fiera  pas- 
sassero in  altri  luoghi  dello  stato  o,  a  fiera  finita,  restassero 
in  città  (1). 

Le  difficoltà  cominciarono  l'anno  dopo.  Senigallia    chiedeva 
non  già  il  semplice  temperamento   <lel     1731,    ma    il    riconosci 
mento  esplicito  e  integrale  del    suo    secolare    privilegio.    Papa 
camerlengo  e  camerali,  invece,  consideravano   dannoso,  inconci 
liabile    coli'  interesvse    dello  stato   quel    modesto    temperamento 
disdegnato    da    Senigallia.  Il  cjimerlengo  -  scriveva    da    Koraa 
31   maggio  1732  l'avv.  Martini   al   magistrato    cittadino  -   «  non 
«  sapeva  capire  qual'interesse    potessero    avere    lor    signori    in 
«  questo  negozio,  se  non    fosse  il    volere    indirettamente    tener 
«  mano  ai  contrabbandi  ed  eludere  gli  ordini  di  S.    fe.tà  e  de' 


(1)  Avvoc.  e  Proeur,,  t.   4°  e.   16  e  17. 


_  380  — 

«  superiori.  E  pur  più  e  più  volte  gli  ho  fatto  toccar  con  mano 
«  1'  interesse  grande  di  lor  signori,  senza  neppur  pensare  a 
«  contrabbandi;  ma  questo  benedetto  signore  cammina  con  un 
«  principio,  che  non  gli  si  può  levar  di  testa,  ed  è  che  la  fiera 
«  sia  piuttosto  di  grave  pregiudizio  al  paese  e  allo  stato,  che 
«  di  vantaggio...  Fui  ancora  dall'  Ecc.  Banchieri  segretario  di 
«  stato  e  appunto  mi  divsse  che  il  papa  su  questo  ])unto  starà 
«  forte  e  (die  il  detto  card,  camerlengo,  per  le  cui  mani  voleva 
«   N.  S.  che  si  passasse,  era  anche  più  fisso  e  più  fermo  »   (1), 

Ma  agli  uffici  del  modcvsto  avvocato  unisce  le  sue  validissime 
istanze  il  card,  legato  Salviati,  e  camerlengo  e  i>apa  si  piegano 
a  concedere  di  nuovo  ♦  la  introduzione  delle  merci  proibite  per 
puro  transito  ».  Il  legato  insiste  ancora:  camerali,  camerlengo 
e  papa  calano  ancora  all'estremo  delle  concessioni:  la  città,  per 
quel  1732,  può  far  la  fiera  «  con  tutta  quanta  la  libertà  »  (2), 
come  se  l'editto  31   maggio  1731   non  la  riguardi. 

Ohe  avvenisse  negli  anni  immediata?nente  successivi,  non  ci 
è  noto.  Allo  stesso  modo  non  ci  risulta  che  contro  il  dazio  del 
12  7o  sulla  vendita  di  nastri,  velluti  e  drappi  di  seta  esteri 
(1736)  la  città  facesse  grande  opposizione.  Pare  anzi,  che,  fa- 
cendo buon  viso  a  cattiva  fortuna,  si  limitasse  a  chiedere,  certe» 
ottenne,  che  l'esazione  non  fosse  vessatoria  (3). 

Ma  per  ben  altro  va  segnalato  quel  1730  nella  storia  della 
fiera.  Da  due  giorni  appena  s'erano  iniziate  e  fervevano  intense 
le  oi)erazioni  commerciali,  quando  d'improvviso  -  16  luglio  - 
si  sparse  la  voce  emozionante  «  che  in  Roma  si  stava  pensando 
«  di  i)roibire  per  sempre  la  fiera  come  dannevole  allo  stato 
«  ecclesiastico,  e  che  talvolta  quella  sarebbe  stata  l'ultima  che 
«  si  celebrasse  in  Sinigaglia.  Non  potè  tal  voce  se  non  produrre 
«  in  tutta  -quanta  la  mercatura  d'Europa  e  di  parte  dell'  Asia 
«  ivi  radunata,  un  dispiacimento  e  sconvolgimento  tanto  sen- 
«  sibili,  che  i)arevano  tutti  sbalorditi,  ed  in  ispecie  gì'  Italiani 


(1)  Ivi,  e.  15. 

(2)  Ivi,  e.   16,   17,   19. 

(3)  Ivi,  e,  99  e  V.  5»,   e.   34. 


—  381   — 

«  e  sudditi  <li  S.  Chiesa,  quali  uuitaniente  coll'Oltrauioutaiii  et 
«  Oltrcniaiiui  andarono  a  truppe  a  palazzo,  per  pregare  i  Ma- 
«  gistrati  della  città,  ad  oggetto  che  scrivessero  a  Roma,  per 
«  rendere  informata  S.  B.ne  di  questa  gran  novità,  e  per  sin- 
«  cerarla  della  insussistenza  di  cotale  calunnia,  dicendo  essi 
«  die  talmente  è  lontano  dal  vero,  apporti  allo  stato  ecclesia- 
«  stico  danno  alcuno  la  fiera  di  S.  Maria  Maddalena,  che  all'in- 
<'  contro  rende  al  medesimo  incontrastabile  vsollievo  e  decoro...  (1). 
A  parte  lo  sbalordimento  della  mercatura,  è  un  fatto  che 
in  città  la  «  strepitosa  risoluzione  ■>  produsse  emozione  pro- 
fonda. «  Proibire  la  fiera  era  distruggere  la  città  di  Senigal- 
lia ».  Immediatamente  si  adunano  gonfalonieri  e  nobili  del 
consiglio;  si  spedisce  a  Pesaro,  al  legato  i)er  invocarne  prote 
zione  e  averne  facoltà  di  provvedere,  spendendo  come  la  gra- 
vità del  caso  richiede:  si  delibera  di  raccogliere  dai  mercanti, 
prima  che  i)artano,  dichiarazioni  «  confacevoli  alla  verità  et 
intento  »  ;  si  affida  ad  una  commissione  speciale  «  l'incarico 
di  procurare  ogni  mezzo  per  ottenere  il  mantenimento  della 
fiera  ».  E  la  commissione  scrive  a  destra  e  a  sinistra,  a  mon- 
signori influenti  e  a  cardinali  amici;  raccoglie  attestati  —  su 
traccie  appositamente  inviate  —  da  città  e  da  mercanti  dello 
stato;  incarica  uno  dei  suoi,  1' avv.  Giov.  Paolo  Monti,  di  re- 
digere una  memoria    storico  economica   sulla  fiera  (2). 


(1)  Memoria  del  Monti,   e.   6,   in   Libro   Fiera,   v.   7". 

(2)  Libro  Fiera,  v.  1°,  e.  2  e  segg.,  ove  seguono,  e.  1.^-39  risposte  fli 
cardinali  e  di  città.  Alcune  di  queste  (Faenza,  Fano,  Iesi,  Fabriano,  Assisi, 
Camerino  e  S.  Severino)  sono  favorevoli  senza  condizioni  ;  altre  (Imola,  Ce- 
sena, Macerata),  favorevoli  con  riserve  ;  altre  ancora  (Osinio,  Recanati,  Ascoli, 
Montalto)  rispondono  evasivamente;  Perugia  si  disinteressa.  Le  dichiarazioni 
ufficiali  delle  stesse  e  di  altre  città  dello  stato,  quasi  tutte  importanti  per 
notizie  sulle  loro  industrie,  e  quelle  dei  mercanti,  pure  dello  stato,  sono  rac- 
colte, quasi  in  forma  di  appendice  alla  memoria  del  Monti,  in  Libro  Fiera 
V.  7",  Ct  77-131  e  147-271.  —  La  notizia  della  soppressione  della  fiera  era 
stata  comunicata  in  via  ufficiosa  dall'  agente  Clementini  all'  avv.  Monti  e 
non  ai  gonfalonieri,  solo  «  per  non  eccitare  confusioni  ».  L'  impressione  però 
non  ne  fu  men  viva  e  dolorosa:  Avvoc.  e  Procur.,  v.  i",  e.  100;  Giornale 
del  Pesaresi,   v.   2**,  e.   75. 


—  382  — 

Glie  e'  era  di  vero  nella  grave  «  diceria  »  !  Notizie  esidicite 
non  ce  ne  son  pervenute;  ma  in  congregazione  camerale  — 
riferiva  il  card,  segretario  di  stato  a  mons.  Antonelli  —  s'  era 
di  fatti  parlato  della  fiera;  «  ma  non  si  era  mai  risoluto  di 
])roibirla  uè  si  era  per  fare  simile  cosa  ».  Se  n'  era  ])arlato 
e,  si  può  esser  sicuri,  non  con  animo  ben  disposto.  «  Ogni 
qual  volta  —  a  questione  già  cliiusa  scriveva  ai  gonfalonieri 
lo  stesso  card,  segretario  con  toscana  compitezza  —  ogni  qual 
«  volta  abbiamo  elleno  dimostrato...  che  la  fiera  sia  di  pro- 
«  fìtto  e  di  vantaggio  non  solamente  alla  città,  ma  ancora  a 
«  tutta  la  Provincia,  non  poteva  esservi  dubbio  che  N.  S. 
«  avesse  mai  proibito  il  bene  de'  suoi  dilettissimi  sudditi  »  (1). 
La  cosa  i)ertanto  finì  lì,  senz'  altre  conseguenze  immediate,  che 
la  viva  apprensione  dei  senigalliesi  e  qualche  inevitabile  mi 
sura  di  prudenza  adottata  dai  mercanti.  Dei  quali,  «  pochi  si 
«  sono  rischiati  a  dar  le  loro  merci  a  credenza,  confoime  il 
«  solito,  e  molti  anno  sospeso  di  fermar  case,  botteghe  e  ma 
«  gazzini  i)er  un  altr'  anno  »  (2). 

Il  danno  che  da  tempo,  abbiam  premesso^  si  attribuiva  alla 
fiera  dagli  uomini  del  governo  di  Roma,  consisteva  in  ciò,  che, 
permettendo  o  facilitando  l'introduzione  di  inodotti  esteri  nello 
stato,  impediva  e  ostacolava  lo  sviluppo  di  industrie  similari 
interne  e  in  conseguenza,  determinando  1'  uscita  del  deiìaro 
dallo  stato,  lo  impoveriva  semjìre  ])ivi.  11  motivo  è  continuamente 
ripetuto  lungo  il  secolo,  e  invariabilmente  controbattuto  da 
tutte  le  menìorie  comj)ilate  a  difesa  e  celebrazione  della  fiera. 
Ne  apre  la  serie  quella  stesa  dal  Monti  in  questo  1736. 

—  Dato  che  non  omnis  feri  omnia  tellus  e  che  i  sudditi 
pontificii,  se  vogliou  vivere  da  uomini  civili,  debbono,  come 
tutti  gli  altri  poveri  mortali,  fornirsi  di  prodotti  e  manufatti, 
che  lo  stato  non  è  in  grado  di  dare,  la  fiera  non  solo  non  è 
di  danno,  ma  anzi  è  di  vantaggio,  in  quanto  mette  a  loro  dispo- 
sizione,  con  risparmio,  con  larga    libertà  di  scelta    e  in  regime 


(1)  Libro  Fiera.,  v.   1",  e.   5  e  14  e  v.   2°,  e.   276. 

(2)  Giornale  Pesaresi,  v.   2",   e.   80. 


—  383  — 

di  concorrenza,  tutti  quei  prodotti  esteri,  di  cui  hanno  bisogno. 
E  lungi  dal  favorire  1'  esodo  del  denaro  dallo  stato,  la  fiera 
attira  anzi  il  denaro  estero,  sia  sotto  forma  di  utili  delle 
contrattazioni,  che  si  fanno  entro  lo  stato,  sia  sopratutto  me 
diante  lo  scambio  che  essa  facilita  tra  denaro  estero  e  produ- 
zione interna.  Non  è  «  la  poca  moneta  de'  sudditi  ecclesiasti- 
ci »,  che  circola  in  fiera;  essa  «  non  forma  neppure  la  cente- 
sima paite  ».  Sono  «  le  gran  borse  di  zecchini,  ongari  e  dop- 
«  ])ie,  che  vuotansi  da  quei  del  Litorale  Austriaco,  Veneto  e 
«  Turco,  da  Greci  dell'  Arcipelago,  da  quei  di  Cefalonia,  di 
«  Corfù,  del  Zante  e  di  Costantinopoli,  di  Lucca  e  della  Tosca- 
«  na,  nelle  botteghe  de'  nostri  mercanti  pa[>alini . . .;  è  il  con- 
«  tante  de'  Regnicoli  e  della  Lombardia...  ». 

Le  buone  ragioni  del  Monti  —  c'è  bisogno  di  dirlo?  — 
non  hanno  efficacia  di  distogliere  il  governo  di  Roma  dall'  in- 
tento propostosi  e  neppure  di  creare  alla  fiera,  la  cui  sorte 
resta  sospesa  sino  alla  costituzione  benedettiana  (1744),  almeno 
un  regime,  un  ordinamente  compatibile  col  nuovo  indirizzo 
di  politica  economica  e  rispettoso  delle  sue  ragioni.  E  si  pro- 
cede ancora  con  espedienti    e  compromessi. 

Nel  marzo  1738,  vedemmo,  si  colpisce  del   10  7o   '«^  vendita 
nello  stato  di  tessuti  di  seta,  non  eccedenti  in  valore  sei  scudi 
la  canna.  Neanche  il  nuovo  dazio  non  comporta  franchigie.  Se 
nigallia    invece    ottiene    anche    una    volta    l' ammissione    «  per 
transito  »  (1). 


(1)  Avvoc.  e  Procur.,  v.  i°,  e.  124.  —  Preziosa  informazione  sulla  sa- 
pienza onde  questi  dazi  erano  preparati  e  1'  arte  di  eluderli,  ci  offi-e  il  se- 
guente passo  di  lettera  dell'  agente  Sindone  al  gonfalon.,  Roma  10  maggio 
1738  (ivi,  e.  126):  «...  Per  buona  fortuna  mi  son  oggi  incontrato  in  uno 
«e  (che  non  vuol  esser  nominato)  —  ma  che  è  un  «  deputato  »  della  congregaz. 
«  sulle  dogane  —  il  quale  dopo  avermi  palesato  gl'infrascritti  segreti,  mi  ha 
«  anche  dato  1'  annesso  consiglio,  che  lo  stimo  assai  utile.  Il  secreto  è  che 
«  il  bando  è  stato  fatto  a  suggestione  di  uno,  che  non  sa  dove  ha  la  testa, 
«  e  gì'  istessi  camerarii  s'  accorgono,  che  in  cambio  di  render  utile,  renderà 
«  gravissimo  danno  per  diversi  motivi  :  cioè  che  sarà  fraudata  più  che  non 
«  prima  la  dogana,  e  già  in   Roma  ve  ne  sono  le  prove.  In    oltre,    che    non 


—  384  — 

Mh  finalmente  anche  la  paterna  longanimità  del  governo 
l)a|)ale  lia  un  limite.  Nel  successivo  1739  un  ordine  perentorio, 
declinato  dal  prefetto  del  buon  governo  al  legato  e  dal  legato, 
per  la  trafila  del  luogotenente,  al  magistrato  cittadino,  ingiunge 
di  «  apporre  negl'  inviti,  die  secondo  il  solito  si  mandaranno 
«  fuori  per  la  celebrazione  di  codesta  prossima  fiera  della  Mad- 
«  dalena,...  l'espressa  dichiarazione  che  i  mercanti  esteri,  i)er 
«  la  vendita  che  faranno  etc..,.  »,  dovranno  pagare  a  norma 
degli  editti  1731,  1736  e  1738,  «  affinchè...  non  abbiano  ad 
«  allegare  il  solito  titolo  di  buona  fede,  derivata  in  loro  da- 
«  gì'  inviti  fatti  liberamente  e  senz'  alcuna  riserva  negli  anni 
«  scorsi,  uè  possino  addurre  ignoranza  delle  imposizioni  mede- 
«  sime,  pubblicate  d'ordine  esy)resso  di  N.  S.  »  (1). 

L'ordine  non  ammette  replica.  Ma,  i)roprio  la  città  dev'essere 
a  nabottare  con  quella  dichiarazione  la  sua  fiera?  La  paternità 
governativa  liconosce  anche  lei  che  è  un  chieder  troiijx)  e  su 
questo  punto  lascia  correre.  «  Mi  sono  indotto,  non  senza 
(]ualche  renitenza,  a  consentire  che  non  si  alteri  la  detta  for- 
inola d'invito  »:  i   mercanti  saranno  informati  in    fiera. 

Ma  quanto  all'altra  richiesta,  che  in  pari  tempo  Senigallia 
ha  ])resentato,  «  liberare  la  franchigia  medesima  dalle  sudette 
nuove  imposizioni  »,  questo,  assolutamente    no  (2).    Invano  Se- 


«  essendovi  nello  stato  lavori  di  seta  sufficienti,  o  se  ne  patirà  gran  penuria 
«  o  bisognerà  prendere  risoluzione  contraria.  Iteni,  che  attese  queste  difficoltà 
«  quantunque  il  bando  sia  stato  pubblicato  li  20  di  marzo,  nientedimeno 
«  sopravencndo  da  Napoli  li  20  aprile  gran  quantità  di  calzette  e  altre  sete, 
«  e  dicendo  i  marinai  haverle  portate  sub  bona  fide,  senza  aver  avuto  noti- 
«  zia  del  bando,  bisognò  farle  passar  libere  da  questo  dazio,  et  in  appresso 
«  usque  ad  presentem  diem  per  1'  i stessa  raggione  della  mancanza  della  robba, 
«  si  è  sottomano  minorata  la  gabella,  in  contravenzioue  del  bando,  dall' i- 
«  stessi  ministri  camerali  ».  L'annesso  consiglio  è...  di  russare:  il  bando  en- 
tra in  vigore  nei  singoli  luoghi  15  giorni  dopo  la  sna  attìssione  :  i  gonfalo- 
nieri aspettino  dunque  che  sia  anche  colà  affisso  ;  si  sarà  alla  vigilia  della 
fiera;  le  merci  saran  già  venute  ;  quelle  che  verranno  dopo  potranno  invocare 
la...  bona  fide  e  la  gabella  non  le  colpirà. 

(1)  Libro  Fiera,  v.   1",   e.   58. 

(2)  Lett.  d'udienza,  v.  99,  e.   81. 


—  385  — 

nigalli.i  i)r<>trae  insistenze  e  sni^pliche;  invano  vanta  le  inesi- 
stenti benemerenze  dei  «ìnchi  e  il  favore  dei  j)ai)i  preileeessori; 
invano  anclie  mostra  iL  danno,  che  alla  fiera,  alla  città,  allo 
stato  deriverà  dall'ai)pIicazione  delle  {jravi  glabelle.  «  Basta  il 
«  considerare  che.  nel  tempo  die  li  mercanti  nell'  angustia  di 
«  soli  13  giorni,...  nelhi  ])rodigiosa.  continenza  di  grandissimo 
«  ])opolo,  nella  strettezza  di  sito  che  si  soffre  in  tempi  cal- 
«  dissimi,  invece  di  attendere  a'  loro  traffichi,  debbono  ai)pli- 
«  carsi  a  soffrir  esami,  constituti,  processi,  onde  riconoscere  la 
«  qualità  delle  merci,  il  loro  giusto  prezzo,  d'onde  venghino  e 
«  da  che  mani  deiivino,  cose  tutte  impraticaVuli  in  quei  po- 
«  cliissimi  giorni  (1).  Se  dunque  Vostra  Santità  ama  lo  stabi- 
le limento  ed  ampliazione  del  commercio...  è  supplicata  umilis 
«  simamente  a  compiacersi  di  ordinare  che  la  esazione  mole- 
«  stissima  di  essa  gabella  del  10,  Ili  e  20  per  cento  resti 
«  sospesa  ])er  li  soli  tredici  giorni,  che  dura  il  ])rivilegio  e  la 
«  franchigia,  tanto  piìi  che  il  fine  del  dazio  egualmente  avrà 
«  lo  stesso  effetto,  mentre  jìossono  obbligarsi  quelle  merci  me- 
«  desime,  che  introdotte  sono  nelli  tredici  giorni  di  franchigia, 
«  o  che  restino  nella  città  o  che  si  diffoiidino  per  lo  stato 
«  ecclesiastico,  a  pagare  allora  quel  pcvso,  dal  quale  solo  per 
«  rendere  il  commercio  e  privilegi  di  fiera  intatti,  saranno 
«  esentate  »    (2). 

Il  fine,  che  il  governo    si    ripromette,     non  è  assolutamente 


(1)  Auche  il  vice-doganiere  in  una  sua  scrittura  1708  contro  la  gab.  d. 
12"/,,,  era  ricorso,  tra  gli  altri,  a  questo  argomento  dell'  impossibilità  mate- 
riale, anche  con  numeroso  personale,  di  procedere  iUla  verifica,  stima  e  bol- 
latura delle  merci  estere  recate  alla  fiera  :  «  ancorché  la  Rev.  Camera  de- 
«  putasse  trenta  ministri...  tutti  i  soddetti  ministri  non  potrebbero  supplire 
«  in  due  gioinii  m  un  solo  negotio,  a  seguo  tale  che  sarebbe  terminata  la 
«  fiera  prima  che  si  fossero  stimate  e  bollate  le  mercantie  soggette  di  soli  tre 
«  negotii,  nò  in  una  sola  settijnaua  supplirebbero  alli  soli  uegotii  di  B«r- 
«  gamo,  Verona,  Padova;  altrettanto  tempo  richiederebbero  li  uegotii  di 
«  Foligno  ;  molto  maggiore  ne  vorrebbe  il  solo  Ghetto,  dove  concorrono 
«  ebrei  d'ogni  parte  con  mercantie  tutte  sottoposte...  »:  «  Motivi  controia 
«  gab.  del  12  per  100  »  in  Not.  Div.,  v.  17,  e.  83-86. 
(2)  Libro  Fiera,   v.   1°,  e.   74  e  segg.:  meinor.   al  ptipa. 

25  —  itti  e  Venorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  p«r  le  Marcke.  1912. 


—  386  — 

quello  che  Senigallia  si  ostina  a  credere.  «  II  fine  di  N.  S. 
«  nell'ordinare  la  esigenza  delle  gabelle  non  è  stato  di  facilitare 
«  1'  introduzione  delle  merci  estere,  o  di  volere  che  le  dogane 
«  facciano  un  pingue  introito;  ma  che  in  opposto  sia  1'  introito 
«  stesso  tenue,  non  facendosi  l'introduzione  delle  merci  estere, 
«  affinchè  abbiano  sempre  maggior  progresso  le  arti  di  seta  e 
<'  di  lana  lavvivate  nel  suo  stato  ».  E  ancora:  «....  ha  recato 
«  meraviglia...  che  (i  gonfalonieri  di  Senigallia)  non  capiscliino 
«  il  loro  vero  e  proprio  interesse  e  che  si  lascino  così  sedurre 
«  da'  mercanti  forastieri.  In  effetti,  come  può  credersi  che  la 
«  disi>osizione  del  12  per  cento  non  sia  utile  ai  mercanti  dello 
«  stato  ecclesiastico,  quando  i  mercanti  di  Venezia  e  di  Livorno 
«  ne  mostrino  tanto  risentimento?  (1) 

In  breve,  questa  volta  il  governo    tien  duro;  le   tre  gabelle 
son  prelevate;  la    franchigia  è    ormai  dal  governo    irremissibii 
mente  annullata  in  confronto  di  i)rodotti   della  maggiore  impor- 
tanza commerciale,  delle    manifatture  estere    cioè  di    lana  e  di 
seta. 

Vero  è  che,  parecchi  anni  dopo,  il  dazio  del  12  "  q,  imposto 
nel  1736  sui  nastri  di  seta  esteri,  è  revocato  (2).  Vero  anche 
che,  nel  1760,  da  quello  del  20  %  sui  panni  di  lana  esteri,  vso 
no  esentati    i  panni  detti     «  saguni  »    (3).    Sta  di    fatto  infine 


(1)  Lett.  d'udienza,  v,  99,  e.  85;  Libro  Fiera,  v.  1",  e.  71.  A  sua  volta 
Senigallia  grida  all'ignoranza  del  governo  e  dell'  opinione  pubblica  romana, 
«  in  materia  di  utilità  publica  che  dal  commercio  e  fiera  si  ricava  »  ;  Libro 
Fiera,  v.   l».  e.   70,  lett.   Baldassini  6  giugno   1739. 

(2)  L'ultimo  accenno  ad  esso  è  in  una  scrittura  sul  danno  delle  priva- 
tive datata  dal  Pesaresi  del  1750,  in  Miscellanea,  v.  A.,  e.  55.  Forse  allude 
precisamente  a  questo  dazio,  facendo  però  confusione  di  data,  un  inciso  di 
relazione  consigliare  25  febbr.  1758  contro  un  nuovo  dazio  del  15  ^/q  sopra 
le  mercanzie  di  Levante  e  Ponente  introdotte  con  legni  battenti  bandiere 
estere  e  che  afferma  :  «  n«l  1738  si  emanò  da  Roma  una  gabella  di  un  do- 
deci  per  cento  simile  a  quella  del  15  p.  cento...  e  si  ottenne,  dalla  Sag. 
Congregazione  del  commercio  del  Porto  Franco  di  Ancona,  la  deroga  di  quella, 
mediante  un  ricorso  di  più  Piazze  e  di  parecchi  mercanti  »:  Consigli,  v.  63  e.  238t. 

(3)  Dal  sagum  latino?  —  Lett.  d'udienza,  v.  118,  «.   126. 


—  387  — 

che  nel  1785  —  forse  a  datare  dal  1777  (l)  —  troviamo  in 
vigore  due  soli  dazi  doganali  sn  tessuti  esteri  :  uno,  del  25  ^o? 
sui  tessuti  (ini,  «  sete,  calancà  ecc.  »,  e  un  altro,  di  uno  scu- 
do la  pezza,  sui  panni   ordinari  (2). 


Ma  il  cerchio  delle  i(istrizioiii  s'  è  andato  nel  fratteni])o 
(ìontinuamerite  rinserrando  intorno  alla  franchigia,  sia  mediante 
le  numerose  i)rivative  di  vecchia  o  iiuova  istituzione,  sia  me 
diante  la  i)rotezioue,  estesa  dalle  industrie  ai  trasporti  marit- 
timi. 

«  Le  privative...  sono  appunto  quelle  che  vanno  disviando 
«  il  concorso  de'  negozianti  e  la  fiera  medesima,  in  modo  che 
«  al  giungere  di  jìoco  in  poco...  si  conosce  manifestamente 
«  che  la  fiera  va  a  declinare...  L' istesse  privative  riescono 
«  altresì  pregiudiciali  a  tutti  i  sudditi  dello  stato,  e  solamente 
"  utili  ai  particolari,  che  le  im])etrano,  mentre  la  esperienza 
«  di  più  anni  fa  toccar  con  mano  il  disvantaggio  universale... 
«  sì  per  la  cattiva  qualità  delle  robbe,  sì  per  i  prezzi  piìi  ri- 
«  gorosi,  sì  finalmente  ])er  la  necessità  di  dover  per  forza  ca- 
<<  dere  in  mano  di  quell'unica  bottega  che  le  vende...,  coar- 
«  tandosi  in  tal  guisa  la  libertà  de'  poveri  com))ratori  in  poter 
«  scegliere  le  dette  robbe  a  lor  piacimento  e  sentirsi  dire  con 
«  comune  ribrezzo:  —  O  vi  i)iacoia  o  non  vi  piaccia,  ne  vo 
«  gliamo  tal  prezzo,  e  quando  non  vi  aggrada",  andate  ad  altro 
«  fondaco,  se  vi  dà  l'animo.  —  E  questa  è  la  ragione  per  cui 
«  la  fiera  si  diminuisce,  perchè  la  gente  non  viene...   »   (3). 


(2)  In  questo  anno  infatti  il  più  recente  storico  di  Pio  VI,  Gendry, 
Pie  VI,  Paris,  1905,  v.  I,  p.  131,  ci  informa  che  il  neo-pontefice  colpisce 
d'un'  imposta  del  24  *>/o  tutte  le  stoffe  estere. 

(2i  Raccolta  di  tutti  gli  editti...  nella  fiera,  p,  37.  Ma  sta  anche  di  fatto 
che  noi  1740  risulta  proibita  1'  estrazione  dallo  stato,  e  quindi  anche  dalla 
fiera,  delle  «  bassette  o  pelle  ajrnelline  »:  Relaz.  fiera  1740,  in  Libro  Fiera, 
V.  2.,  e.  282,  e  nel  1760,  1'  introduzione  dei  lini  forasticri  conci  :  Leti, 
d'udienza  v.   118,   e.   142. 

(3)  Miscellanea,  v.  A,  e.   55. 


—  388  -^ 

E  questa  ariclie  è  la  ragioue  per  cui  Senigallia,  sempre  tenera 
della  sna  fiera  quando  ne  veda  conipromtìsse  le  sorti  da  altri 
che  da  lei,  combatte  le  privative  e  i  conseguenti  monopolii. 
Non  è  il  caso  di  entrare  in  particolari  suU'  argomento,  che  del 
resto  nei  nostri  documenti  non  abbondano.  Basti  accennare 
che  —  non  ostante  l'opposizione  di  Senigallia,  talora  fian- 
cheggiata da  altre  città,  compresa  la  rivale  Ancona  (I)  —  i)ri 
vative  e  mono^jolì,  lungo  questo  XVIII  secolo,  spuntaao... 
come  funghi. 

Quasi  sempre  e  quasi  tutte  sono  concesse  a  privati  e,  pel 
prodotto  cui  si  riferiscono,  alcune  si  estendono  a  una  sola  pro- 
vincia—  quella  diella  carta,  ad  esempio,  è  limitata  alla  sola  lega 
zione  d'  Urbino  -  ;  altre  —  come  quella  sui  vetri  d'  una  fab- 
brica di  Pesaro  —  a  inii  province;  quella  sola  delle  spille 
d'  Urbino  risulta  estesa  a  tutto  lo  stato.  Ma,  più  o  meno  estese 
territorialmente,  quasi  tutte,  come  il  passo  su  riferito  ci  infor- 
ma, si  esercitano  --  in  evidente  violazione  del  privilegio  di 
franchigia  -  anche  in  fiera,  nella  quale  pertanto  limitano  o 
eliminano  addirittura,  colla  libertà  commerciale,  la  concorrenza, 
relativamente  al  prodotto   che  ne  è  oggetto. 

Così,  dal  1703  al  1773  —  entro  la  legazione  e  in  fiera  di 
Senigallia  —  è  privativa  della  cartiera  di  Fermiguano  d'Urbino 
la  rivendita,  insieme  con  quella  di  sua  fabbricazione,  della  carta 
forastiera,  la  quale  invece  nel  1785  è  assoggettata  a  un  dazio 
doganale  del  12  'V^  [2). 


(1)  Nel  1728  promove  una  larga  agitazione  vittoriosa  contro  la  progettata 
gabella  del  ferro,  cui  partecipa  in  prima  linea  Ancona  e  parecchie  altre  città 
così  della  Marca  che  della  legazione  d'Urbino:  Xot.  div.,  v.  17,  e.  109-27; 
Leu.  d.  Comunità,  v.  1°,  e.  98-105  ;  Lett.  udienza,  v.  89,  e.  31,  107,  118-21. 
Il  1748  ricorre  contro  quella  delle  vallonee,  sollecitata  dal  Trionfi  e  dal 
Morpurgo  d' Aucoua,  Consigli,  v.  61,  e.  124.  Nel  1760,  contro  quella  della 
canapa,  sollecitata  parimenti  da  negozianti  di  Ancona  :  Avvoc.  e  Procur.,  v. 
8,  e.   108. 

(2)  Lett.  udienza,  v.  41,  e.  57,  58,  73  v.  42,  e.  141  e  229,  v.  134,  e.  86;  Noi. 
div.,  T.  14,  e.  24;  v.  28,  e.  147-9;  Raccolta  di  tutti  gli  editti,  p.  36.  —  Con- 
seguenza della  privativa  è    naturalmente ...   «  carta  di    cattiva  qualità   et  a 


-  a89  ~ 

Relativamente  al  1729  abbiamo  notizia  di  una  ristabilita  o 
\nò.  probabilmente  continuata   privativa  del  sapone  (1). 

Da  «  molti  anni  innanzi  »  al  1740,  forse  dal  1733,  sino  al 
1786,  son  i)rivativa  di  Anconetani  da  una  parte  e  di  Folio'nati 
dall'  altra,  la  raffinazione  e  lavorazione  dello  zucchero  ;  di  soli 
Anconetani  e  sino  verso  1'  ultimo  ventennio,  la  fabbricazione  e 
quindi  anche  vendita  di  «  migliarole  »  o  pallini  da  caccia  e 
del   «  piombo  brusiato    >   o  nnnio  (2). 

Da  qualche  anno  innanzi  allo  stesso  1740,  sino  al  1778,  ma 
a  periodi  saltuari,  una  «  vetrara  »  di  Pesaro  gode  la  privativa, 
oltre  che  di  fabbricare  vetri,  di  rivendere  vetri  e  cristalli  esteri, 
comi)resi  i  famosi  cristalli  di  Boemia,  entro  le  province  di  Ur- 
bino, della  Marca,  dell'  Umbria  e  della  Romagna  (3). 

In  anno  anteriore  al  1750  è,  non  sa])piamo  se  istituita  o 
rinnovata,  la  privativa  della  cera,  che  nel  1773  è  pur  essa  abo- 
lita con  quella  della  carta  e  nel  178^  la  cera  è  soggetta  a  dazio 
doganale  (4). 

Urbino,  sino  dal  1740  almeno,  goJe  la  privativa  della  fab- 
bricazione e  vendita  delle  spille,  che  nel  17(52  è  concessa,  per 
tutto  lo  stato,  alla  famiglia  Albani   (5). 

E  semplici  accenni  ci  denunciano,  a  tratti  e  a  sbalzi,  1'  esi- 
stenza, non  sappiamo  da  quando  e  per  che  durata,  di  privative, 


prezzo  rigoroso  »,  onde  i  privati  preferiscono  farla  venire  dall'  estero,  spe- 
cialmente da  Venezia  e  i  ministri  della  cartiera  fanno  tutti  i  loro  affari,  in- 
cettando gli  stracci  e  inviandoli  all'  estero,  contro  le  esplicite  disposizioni 
degli  editti. 

(1)  Leti.  d.   Comunità,  v.   1»,  e,   106. 

(2)  Relaz.  fiera  1740,  in  Libro  Fiera  v.  2»,  282t  ;  Lett,  udiema,  v.  110, 
e.  19;  V.  117,  e.  190;  v.  135,  e.  34. 

(3)  Lett.  udienza,  v.  116,  e.  189,  200,  201,  211,  213;  v.  139,  e.  112. 
Ma  la  vetrara  di  Pesaro  non  riscuote  precisamente  la  maggior  fiducia  e  sim- 
patia delle  loro  eccellenze,   i  legati. 

(4)  Miseellanea,  v.  A,  e.  55  ;  Lett.  udiema,  v.  134,  e.  86  ;  Raccolta  di 
tutti  gli  editti,  p.   36. 

(5)  Relaz.  fiera  1740,  loc.  eit.;  Moroni,  Dizion.  di  erudiz.  sfor.-ecclesiast., 
V.  LXXXVI,  p,  241. 


—   390  — 

sia  neihi  fabbricazione  e  rivendita  sia  nella  sola  rivendita  di: 
zolfi  (1),  vetrioli  (2),  acqua  di  Nocera  (3),  acquavite  (4),  tele 
cerate  (5),  pietre   argillarie  (6),  calancà  (7). 

A  sua  volta  lo  stato  —  mediante  l' inevitabile  appalto  per 
la  riscossione  —  esige  per  suo  conto  e  ad  esclusione  di  ogni 
franchigia  :  un  dazio  sul  ferro  e  sul  i>ionibo,  clie  risale  al  secolo 
precedente  e  monta  a  un  quattrino  la  libbra,  ossia  due  scudi 
il  migliaro  (8)  e  un  altro  sul  tabacco,  di  non  sappiamo  che  en- 
tità, che  troviamo  in  vigore  dai  primi  del  XVIII  e  abolito  nel 
1758,  consentendosi  da  quest'  anno  «  la  libera  introduzione  dei 
tabacclii  forastieri  »  (9).  Sul  finire  del  secolo  poi,  nel  1785  (a 
cominciare  forse  dal  detto  1773,  che  pare  anno  di  considerevoli 
innovazioni  in  materia)  esso  esige  direttamente,  oltre  i  ri- 
cordati dazi  sui  tessuti,  i  dazi  su  articoli  e  prodotti  esteri  già 
di  [U'ivativa...  privata  e  cioè:  piombo  lavorato,  ossia  munizioni 
da  caccia  e  minio,  scudi  4  il  migliaro  ;  cera,  bai.  4  e  72  '♦' 
libbra;  carta  e  rosoli,  il   12  7o  (10). 

Quanto,  infine,  di  prodotti  esteri  recati  in  fiera  sfugge  a 
privative...  i)rivate,  a  privative  di  stato,  a  dazi  di  protezione, 
dal  1758  in  poi  paga  il  suo  bravo  tributo  alla  protezione  dei 
trasporti  marittimi.  Con  editto  del  Camerlengo  13  luglio  1757, 
reso  esecutivo  al  riguardo  di  Senigallia  e  la  sua  fiera  nel  marzo 
successivo,  sono  colpiti  d'un  dazio  d'importazione  del   15 7o  **^ 


(1)  Lett.  udienza,  v.  102,  e.  2  e  v.  131,  e.  222  ;  rispettivamente,  anni 
1743  e  1770. 

(2)  Ivi,  V.  121,  e.  185  ;  an.  1763. 

(3)  Ivi,  y.  127,  e.  50  ;  an.    1767. 

(4)  Ivi,  V.   127,  e.  53;  an.   1767. 

(5)  Lett.  udienza,  v.  130,  e.   171  ;  an.   1769. 

(6)  Ivi,  V.  137,   e.  216  ;  an.    1776.  ^ 

(7)  Ivi,   V.  138,  e.  272  e  v.  139,  e.  164  :  anni  1777  e  1778. 

(8)  Ivi,  V.   29,   e.  80  ;  Raccolta  di  tutti  gli  editti,  p.   36. 

(9)  Ivi,  V.  114,  e.  89,  177,  235.  Con  sapienza...  che  non  può  essere  de- 
finita, 1'  abolizione  della  gabella  sul  tabacco  forastiero,  è  compensata  alli»  Ca- 
mera apostolica  con  1'  aumento  -  leggero,  sì,  ma  aumento  -  del  sale,  di  mezzo 
quattrino  la  libbra. 

(10)  Raccolta  di  tutti  gli  editti,  p.   36. 


—  391   — 

valorem,  «  generi  e  merci  originari  di  Levante  e  Ponente,  cìie 
«  s' introdurranno  nello  stato  pontificio,  compresa  eziandio  la 
«  fiera  di  Sinigaglia,  per  mezzo  e  ])rovenienza  dai  luoghi  e  porti 
«  esteri  situati  nel  Golfo  Adriatico  »   (1). 

È  un  vero  e  proj^rio  piccolo  Atto  di  navigazione,  rivolto  — 
per  ciò  che  riguarda  1'  Adriatico  —  ai  danni  di  Venezia,  an- 
cora arbitra  del  commercio  in  questo  mare.  E  poiché  Venezia 
coi  suoi  sudditi  ha  così  Inrga  parte  alla  fiera,  anche  la  fiera, 
essa  anzi  in  ispecie,  ne  resta  sensibilmente  danneggiata.  Ve- 
nezia, a  quel  che  sembra,  ripara  al  danno,  specializzando  il  suo 
commercio  alla  fiera  in  droghe  d'uso  industriale,  particolarmente 
in  colori  minerali,  che  già  costituivano  parte  non  secondaria  del 
l'assortimento  dei  suoi  mercanti  e  rinunciando  a  quello  delle 
più  ricche  droghe  voluttarie.  Quest'  ultimo  passa  quasi  per  in- 
tero nelle  mani  di  Anconetani  e  Folignati,  che  finiscono  col 
costituire  un  vero  e  proprio  monopolio,  o  qnel  che  oggi  direm- 
mo un  trust,  come  ce  ne  ha  dato  la  prova  1'  incidente  del  1785. 

A  che  si  trovasse  ridotta  la  famosa  franchigia  reale  in  se- 
guito all'  imposizione  anche  di  questo  nuovo  dazio,  non  è  dif- 
ficile pensarlo.  Da  questo  momento  in  poi,  essa  non  importa 
più  esenzioni  che  per  l'introduzione  di  prodotti  dello  stato  per 
via  di  terra.  Nessuna  meraviglia  pertanto  che  in  anno  non  pre- 
cisato, ma  di  poco  posteriore  al  1775,  la  città  stessa,  preoccu- 
pata del  «  traffico  snervato  »  in  conseguenza  di  tutti  questi 
pesi,  chiedesse  al  governo  —  e  il  governo  assentì  —  che  du- 
rante la  fiera  funzionasse  senz'  altro  la  dogana  come  nel  resto 
dell'  anno,  secondo  la  tariffa    del   1643  (2).  Era  un    atto  di  sin- 

/ 

(1)  Consigli,  v.  63,  e.  338t  e  8eg.  ;  Lett.  udienza,  v.  114,  e.  323  ;  Not. 
div.,   V.  21,   eie  4-5. 

(2)  Della  novità,  che,  date  le  numerose  limitazioni  poste  alla  franchigia, 
non  presenta  gran  che  di  straordinario,  non  abbiamo  trovato  traccia  nei  do- 
cumenti dell'  archivio.  Ce  lo  segnala  però  esplicitamente  la  più  volte  citata 
Raccolta  di  tutti  gli  editti,  che  a  p.  38,  all' artic.  «  Tassa  della  dogana  », 
nota  :  «  In  vigore  di  due  decisioni  emanatesi  dal  Snpr.  Trib.  di  Piena  Ca- 
mera, la  prima  nella  ponenza  deli'  Emo  Massei  allora  decano,  e  la  seconda 
di  mons.  De  Pretis,  a  favore  dell'  111. ma  Comun.  di  Sinig.,   si  dovrà    esser- 


—  392    — 


cerità,  ma  soj)ratiitto  una  semplificazione  e  nn  alleviamento  ; 
poiché,  se  la  tassa  di  dogana  colpiva  indistintamente  tutti  i 
prodotti  esteri,  li  colpiva  in  compenso  in  m'isura  assai  più  mite. 
E  così,  per  qualche  anno,  la  fiera  ha  cessato  di  essere 
«  franca  »,  <li   fatto  e  di  diritto. 


* 


Che  intanto  tutta  la  sequela  di  dazi  imposti  sui  prodotti 
ef^eri,  a  protezione  delle  industrie  interne,  fosse  rimasta  senza 
qualche  buon  eflfetto,  non  si  può  affermare.  Anche  dal  poco 
die  si  può  desumere  dai  nostri  documenti,  lo  stato  pontificio 
sulla  fine  del  secolo  appare  sensibilmente  diverso,  economica- 
mente più  sollevato  di  quel  che  era  agli  inizi  e  alla  metà  del 
secolo  stesa<^.  Vi  persisteva  però  una  condizione  di  cose  pregiu- 
diziale addirittura  di  qualsiasi  sensibile  progresso.  Ed  erano, 
tra  altri  mali,  sopratutto  gli  ostacoli  interni,  le  barriere  econo 
miche  tra  provincia  e  provincia,  tra  legazione  e  legazione,  tra 
comune  e  comune,  che,  aggiungendosi  ai  trasporti,  elevavano 
a  prezzi  inverisimili  il  costo  delle  cose,  a  poche  miglia  dai  cen- 
tri di  prodnzione  o  dagli  scali  marittimi    (1),   inceppavano  ogni 


vare  il  seg.  bando...  12  settembre  1643...  ».  Il  card.  Paolo  Massei  fu  decano 
dei  chierici  di  camera  dal  1775  al  1785  :  lyioKONi,  Dizion.  d'  erudiz.,  v.  XLIII, 
j).  236.  E  la  notizia  concorda  col  fatto  che  il  dazio  del  15  '^/o  snilo  prove- 
nienze estere,    in   vigore  ancora  nel   1767,   nel   1785   non  appare  pih. 

(1)  La  ricordata  memoria  1708  dei  mercanti  e  negozianti  dello  stato  diretta 
a  Clemente  XI,  contro  la  proposta  gabella  del  12  "/o  sui  tessuti  esteri,  ci  con- 
serva in  proposito  i  seguenti  interessantissimi  particolari  :  «  L'istesse  niercan- 
«  zie  (forastiere)  che  si  portano  a  Roma  per  Ripa  si  caricano  dentro  le  bar- 
«  che  in  colli  grossi,  per  li  quali  le  spese  del  trasporto  sono  5  in  6  paoli 
«  per  collo  da  Civitavecchia  sino  a  Roma,  dove  per  le  merci,  che  «i  traspor- 
«  tane  per  lo  stato  (cioè  per  altri  centri  delio  stato),  da  ognuno  de  sndetti 
«  colli  grossi  si  cavano  in  Civitavecchia  almeno  6  balle  da  soma,  che  per 
«  componerle  richiedono  subito  6  paoli  per  il  legatore  e  9  per  la  provisione 
«  dello  spedi Jsioniere,  oltre  la  compra  de  i  canavacci,  spaghi  e  corde  ;  poi, 
«  convenendo  eseguire  il  trasporto  sempre  per  terra  e  per  schiena.,  ascendono 
«  le  spese  di  quello  a  8  scudi  la  soma  da  Ci  v  ta vecchia  sino  a  Sinigaglia, 
«  di  modo  che  per  qnel  collo  di  mercanzia,  per  cui  Roma  paga  5  in  6  paoli 


—  393  — 

circolazione,    d«[)rinìevano    miseramente  commercio,  agricoltura, 
industria. 

L'  onore  di  aver  dato  coraggiosamente  al  tronco  del  seco- 
lare, caotico,  oppressivo,  sistema  finanziario,  spetta,  come  si  sa, 
a  Pio  VI,  che  con  chirografo  9  aprile  1777  abolisce  tutti  i 
pedaggi  e  diritti  di  transito  interno,  e  con  altro  25  aprile  1786 
tutti  gli  altri  dazi  e  gatielle  comunali  e  di  stato  e  istituisce  le 
dogane  ai  confini  (1). 

Anche  per  Pio  VI,  il  grande  intento  da  raggiungerei  è 
quello  sinora  inadeguatamente  perseguito  dai  suoi  ])redeces8ori: 
lo  sviluppo  della  ricchezza  pubblica,  mediante  la  libera  circo 
lazione  all'interno  e  una  ragionevole  protezione,  non  disgiunta 
da  premi  d'  incoraggiamento,  contro  la  concorrenza  estera.  E 
pertanto  —  stabilisce  il  chirografo  sulle  dogane  ai  confini  — 
non  si  riscuoton  gabelle  nello  stato  per  altri  titoli  che  per 
1'  importazione  e  1'  esportazione  ai  confini  e  per  1'  introduz^io»e 
in  Koma.  Dette  gabelle,  regolate  con  apposita  tariffa  compren- 
dente oltre  600  voci  ed  esigibili  in  dogane  stabilite  ai  confini 
di  terra  e  di  mare  e  alle  porte  di  Roma,  colpiscono  in  una- 
misura  che  è  generalmente  del  6  "/(,,  1'  esportazione  4i  materie 
gregge  dallo  stato  e  in  una  misura,  che  dallo  stesso  6  "/^  si 
eleva  al  12,  14  e  15  7oi  l'iniportazione  di  prodotti  e  manufatti 
esteri.  Di  questi  ultimi  tassi  sono  colpiti  gli  articoli  di  lusso; 
di  tassi  anche  \)m  alti,  il  60  '^/q,  quegli  altri  (calancà,  bombacine, 
fazzoletti  di  cotone,  di  lino,  di  seta,  tele  Nankin,  giaconette, 
coperte  ecc.),  che  lo  stato  ha  già  cominciato  a  produrre  di- 
rettemente.  Libera  a^l  contrario,  o  appena  gravata  da  -un  iimzzo 


«  pet  il  trasporto,  lo  stato  paga  almeno  24  scudi  di  solo  trasporto,  oltre 
«  1'  altre  spese  dinotate  di  sopra...  »  Cioè  :  «  Le  medesime  'mercanzie  fora- 
«  stiere  cominciano  a  pagare  detto  passo  nel  primo  ingresso  nello  stato  e 
«  poi  in  ogni  territorio  locale  seguitano  a  pagare  il  medesimo  passo,  fino  che 
«  giungono  al  luogo  destinato,  e  se  recedono...  tornano  a  pagare  la  stessa 
«  gabella  del  passo  per  ogni  territorio  che  transitano...  »  :  Notitie  diverse, 
V.   17,,  -e.   lOOt-101. 

(1)  Ricca  8ai,erko,  Storia  d.  dottrine  finanz.,  p.   374  e  F.  FantoZzi,  Del- 
l'ulile  d.  fiera,  ms.   in  Libro  Fiera,  v.  5°,  e.   180. 


-^  394  — 

t)er  cento,  è  l'importazione  di  materie  i)rime;  libera  del  pari,  e 
in  alcuni  casi  «  gratificata  >>  o  premiata  con  un  72  7o?  l'^^^por- 
tazione  di  manufatti  dello  stato.  Le  merci  estere,  che  traversano 
lo  stato  stesso,  pagano  i)er  diritto  di  transito  un  paolo,  per 
ogni  100  libbre;  tutte  le  privative  e  proibizioni  nocive  sono 
virtualmente  abolite  (1). 

L'  attività  riformatrice  dei  ])api  aveva  così  da  Pio  VI  il 
l)iù  ami)io,  razionale  e  benefico  coronamento  e  il  protezionismo 
la  pili  piena  e,  in  complesso,  non  esagerata  espressione.  Ma,  a 
differenza  dei  predecessori,  Pio  VI  non  è  un  bigotto  del  prò 
tezionismo.  Egli  riconosce  i  beneficii,  che  le  fiere  franche  re- 
cano allo  stato,  col  facilitare  lo  smercio  e  promuovere  una  fe- 
conda emulazione.  E  superando  il  pregiudizio  da  tempo  diff'uso 
nelle  sfere  governative,  le  mantiene  e  crea  loro  una  situazione 
di  fatto  e  di  diritto,  finalmente  consona  colla  loro  natura  e  col 
nuovo  ordinamento  finanziario. 

Già  un  articolo  dell'  editto  di  applicazione  della  legge  sulle 
dogane  provvede  al  loro  ordinamento  sulla  base  del  transito, 
esteso  anche  alla  fiera  di  Senigallia.  Ma,  [)er  la  sua  importanza, 
la  fiera  di  Senigallia  è  oggetto  di  altro  speciale  editto  (2(5 
febbraio  1787),  che  ben  protremmo  chiamare  la  definitiva  sua 
costituzione,  in  quanto  le  fondamentali  disposizioni  in  esso 
contenute,  restano  sostanzialmente  in  vigore  finché  la  fiera  non 
sia  soi)pre8sa  (2). 

In  primo  luogo  le  è  resa  tutta  o  quasi  1'  antica  libertà.  So- 
no infatti  per  sempre  aboliti  tutti  i  dazi  doganali,  tutti  i  dazi 
diretti  comunali,  tutte  le  regalie.  Restano  solo  in  vigore  la 
tassa  del  piombo  e  del  ferro,  quest'  ultima  però  ridotta  a  mez- 
zo quattrino  j)er  libbra;  l'ancoraggio,  i  dazi  di  consumo  sui 
comestibili  e  la  privativa  di  spedizioneria,  da  esercitarsi  dal 
doganiere,  contro  pagamento  di  bai  25  per  collo,  non  «  a  ti- 
tolo di  dazio,  ma  di  semplice  mercede  ». 


(1)  Cenni  sulla  riforma,  in  Ricca-Salerno  stesso,  p.  381,  ed  esempi  di 
aliquote,  tratti  da  scrittori  contemporanei,  ivi,  jiota  1.  Il  relativo  editto  colla 
tarifla  è  trascritto  in  Decreti,  v.  L.,   e.   43t  e  segg. 

(2)  Decreti,  v.  L,  e.  70t  e  segg. 


—  395  — 

Durante  la  fiera,  Seiiij;:allia  è  considerata  città  extraterrito 
liale  0  le  sue  mura,  confini  dello  stato.  In  conseguenza,  libera 
l'introduzione  dei  prodotti  esteri  e  l'estrazione  degli  stessi  i)er 
fuori  stato,  è  invece  colpita  a  nonna  della  tariffa  di  dogana 
(30  aprile  1786)  la  loro  introduzione,  dalla  fiera,  in  qualunque 
altro  luogo  dello  stato.  1  i)rodotti  dello  stato,  al  contrario,  vi 
accedono  liberamente,  se  libera  è  la  loro  esportazione  ;  mediante 
il  pagamento  del  relativo  tasso  —  salvo  a  Cwssere  indennizzati 
in  caso  che  rientrino  nello  stato  stesso  —  se  la  loro  espor- 
tazione ò  colpita   di   dazio.  ^ 


^^      %^ 


Capitolo  IV. 
U  hinterland  e  il  carattere  della  fiera 

Cenh'i  ii  fornitori  ».   -  Centri  «  tributanti  »  dell'estero  e  dello  siato  pontificio.  - 
Esportazione.  -  Carattere  della  fiera. 

A  tener  conto  dell'origine  di  tntte  indistintamente  le  merci 
e  di  tntti  i  prodotti,  die  lungo  il  secolo  troviamo  piìi  o  meno 
assiduamente  e  in  più  o  uìen  larga  misura  rapprcvsentati  in 
fiera,  bisognerebbe  dire  che  la  zona  ad  essa  interessata,  il  suo 
hinterland,  coincidesse  con  quello  che  era  allora  1'  hinterland 
del  commercio  eur<)i)eo.  Accanto  infatti  ai  baccalà  di  Novergia 
e  ai  caviali  di  Russia,  vi  troviamo  thè  e  cannella,  pepi  d'  0- 
landa  e  pepi  d'  Inghilterra,  che  ci  riportano  all'  India,  all'  Ar- 
cipelago Malese,  alle  Antille;  mentre  la  produzione  dell'Africa 
vi  era  con  tutta  verisiraiglianza  rappresentata  dai  datteii  e 
dal  caffè. 

Ma  se  si  considerano,  come  è  più  ragionevole,  i  paesi  donde 
il  pili  direttamente,  cioè  col  minor  numero  possibile  d'interme- 
diari, merci  e  prodotti  calano  in  fiera,  allora  1'  hinterland  si 
restringe  a  più  modesti  limiti.  Oltre  l' Italia,  esso  abbraccia, 
in  senso  largo,  tutti  i  paesi  che  affacciano  all'  Adriatico,  al 
Ionio,  all'Egeo  e  alcuni  tra  i  centri  più  industriali  della  Sviz- 
zera, della  Francia  e  della  Germania.  Tutti  questi  paesi,  sia 
pure  a  tratti,  intermittentemente,  vi  hanno  lungo  il  secolo  «  rap 
presentanti  »  diretti,  cioè   mercanti  proi)ri  (1). 


(1)  Tutte  le  notizie  del  presente  capitolo  derivano  :  1")  dai  documenti 
diretti  e  dalle  scritture  che  pubblichiamo,  alcuni  per  intero,  altri  nei  loro 
passi  relativi,  nell'  Appendice,  ai  numeri  8-13  ;  2")  dalla  memoria  storico-le- 
gale di  G.  P.  Monti  (1736)  nis.  in  Libro  Fiera,  v.  7»,  N.  1  ;  3°)  dalle  di- 
chiarazioni di    città  e    di  mercanti    d.  stato  (1736),    conten.    ivi  e.    77-133  e 


—  39T  — 

Entro  questa  zona  però  -  Io  ricliicdoiio  il  criterio  in  base 
al  quale  1'  abbiamo  delimitata  e  il  carattere  saliente  della  fie- 
ra —  dobbiamo  subito  distinguere  paesi  e  regioni,  che  col  mezzo 
e  per  conto  di  mercanti  o  di  paroni  locali  tributano,  o  almeno, 
tributano  in  i)revalenza,,  prodotti  toro  propri  ;  e  centri  di  com- 
mercio internazionale,  che  m  phi  larga  misura  forniscono  rek^cci 
e  prodotti  di  più  lontana  e  diversa  origine,  già  passati  tra.V€B- 
so  una  seri*  più  o  meno  lunga  di  precedenti  scambi. 

Di  questi  centri  «  fornitori  »  i  pochi  e  saltuari  documenti 
dell'  archivio  senigalliese  non,  annmo  parlare.  Dovevano  essere 
parecchi.  1  i)rincipali  tuttavia,  da  indizi  e  notizie  esplicite,  ri- 
sultano, in  ordine  d' imi)ortanza:  Ancona,  Bologna,  Venezia», 
Livorno,  Verona,   Milano. 

L'entità  del  contributo  mercantile  estero  fornito  da  Ancona 
alla  fiera  ci  è  dimostrata  ad  evidenisa  dallo  sgomento  messo  in 
iSenigallia  dal  tentativo  di  boicottaggio  do!  1785.  Ancona  attira 
a  se  le  imbarcaziooi  del  vicino  Levante  e  del  basso  e  in«dio 
Adxiatico,  non  solo  per  la  conquistata  prerogativa  del  lazzaretto 
di  stato,  ma.  anche  e  sopratutto  per  l'  ampiezza  e  profomiità 
del  suo  porto,  ove  i  carichi  dei  legni  di  eojisiderevole  portata» 
debbono  trasbordare  su  imbarcazioni  minori,  se  vogliono  rag- 
giungere il  modesto  porto  canale  di  Senigallia.  La  potenzialità 
finanziaria  delle  sue  case  di  commercio  inoltre,  mediante  com- 
missioni fuori  di  stato,  le  permette  di  partecipare  attivamente 
al  grande  commercio  internazionale.  Nessuna  meraviglila,  quindi, 


147-271  e  nel  v.  1»,  e.  17-39  ;  4")  dalla  Relaz.  d.  fiera  di  Sinig.  ceìebr.  nel- 
Vanno  1740,  stesa  da  A.  Roberti,  ms.  iu  Lihro  Fiera,  v.  2",  e.  279-87; 
5'')  da  altre  dichiarazioni  di  mercanti  d.  stato  (1784),  iu  Libro  Fiera,  v.  5, 
e.   29-43  e  (1786)   in  Xotiaie  Diverse,  v.   27°,  e.  251-336. 

È  superfluo  avvertire  che  la  nostra  delimitazione,  tracciata  in  base  ai 
pochi  (lati  certi  contenuti  nei  lacunosi  docuui«oti,  non  ha  e  non  può  aver© 
valore  di  schema  rigido  ;  non  è  escluso  cioè  che  alla  fiera  tributassero  anche 
altri  luoghi,  l'  Egitto,  p.  e.,  secondx)  la  meuioria  del  vice-doganier«  17X)8, 
Ma  di  luoghi  e  di  prodotti  solo  sporadicamente  ricordati  nei  documenti,  ab- 
biam  creduto  pruxiante  di  non  tener  conto  iu  questo,  che  vuol  essere,..  ì'allM 
della  fiera  nel  sec.  XVIII. 


~  398    - 

clic  la   niercatnta    (V  Ancona     fosse,   per  certi     i)iO(lotti,    arbitra 
della   fiera. 

1  generi  più  ricchi,  che  pel  tramite  d'  x\ncona,  lungo  tutto 
il  secolo  e  nel  seguente,  calano  in  lìera,  sono  le  droghe:  pej)! 
d' Inghilterra  e  pepi  d'  Olanda,  zucchero,  cacao,  cannella,  ga- 
rofani, thè.  Seguono  immediatamente  i  prodotti  del  Levante 
vicino  e  lontano,  dalla  costa  dalmata  a  quella  dell' Asia  Mino 
re:  lane,  pelli,  resine,  cotone,  vallonee,  caffè;  e  infine:  le  gene 
riche  «  merci  »,  conche  i  nostri  documenti  designano  tessuti  di 
cotone  e  di  canapa;  piombi  e  stagni  della  Brettagna;  ferro, 
colori  e  alcuni  saluuìi  di  maggior  pregio,  come  salmone,  baccalà 
di  Norvegia,  caviale  di  Russia  e  di  Belgrado.  Sono  quasi  tutti, 
insomma,  i  così  detti  «  generi  del  Ponente  e  del  Levante  ,  o 
commessi  presso  gli  emporii  inglesi  e  olandesi,  o  calanti  per 
ragioni  geografiche  e  sanitarie   al  suo  porto. 

Oltre  al  ricco  contingente  di  provenienza  estera,  Ancona 
invia  anche  prodotti  delle  industrie  delle  quali,  vedemmo,  ha 
la  privativa:  zucchero  raffinato,  zucchero  in  pani,  zucchero  can- 
dito, cioccolata  e  grosse  partite  di  «  migliarole  ».  Nella  seconda 
metà  del  secolo  aggiunge  calzette  e  guanti  di  seta  e  cappelli, 
anch'essi  articoli  di  sua  fabbricazione. 

Partecipa  finalmente  alla  fiera  con  un  largo  lavoro  nei  tra 
sporti  marittimi  —  solo  per  numero  di  imbarcazioni,  non  di 
viaggi,  è  superata,  in  questo  secolo,  da  Chioggia  —  e  col  niag- 
gior  numero  di  sensali  (1). 

Quanto  a  Bologna,  non  è  facile  dire  se  inviasse  in  preva- 
lenza prodotti  esteri  o  delle  «me  varie,  attive  e  pregiate  industrie. 

A  confessione  dei  suoi  stessi    mercanti,    questi    commettono 


(1)  Sui  174  sensali  patentati  che  sono  alla  fiera  del  1754,  ben  52  sono 
di  Ancona,  contro  35  di  Senigallia  e  25  di  Pesaro.  Sui  139  del  1774,  sono 
44  di  Ancona,  29  di  Senigallia  e  10  di  Pesaro.  A  proposito  di  sensali  :  essi 
vengono  quasi  tutti  dai  vari  centri  dello  stato  (Bologna,  Lugo,  Ravenna, 
Urbino,  Loreto,  Fermo  ecc.);  non  vi  mancano  però  sensali  esteri,  di  Firenze, 
Bergamo,  Venezia,  Trieste,  Ragusa,  Corfù,  qualche  armeno.  Sudditi  ponti- 
ficii o  esteri  che  siano,  in  maggioranza  sono  ebrei  :  Sensali,  registro  delle 
patenti  (1754-1775). 


—  399  — 

all'  estero  per  la  fiera  e  vi  smerciano  —  in  maggior  quantità, 
aggiungono  anche,  ad  altri  esteri  —  tessuti  di  lana,  di  seta,  di 
cotone,  sia  d'  Inghilterra  che  di  F'rancia,  Germania  e  Olanda; 
telerie  d'ogni  sorta  e  per  ogni  uso;  calancà,  merletti,  oggetti 
di  chincaglieria  e  oreficeria. 

Ma  con  questi  vi  recano:  in  prima  linea,  i  loro  tessuti  di 
seta  d'ogni  specie  —  taffetà,  rasi,  seta  liscia,  amoer,  damaschi, 
velluti  e  una  specialità  tutta  locale,  veli  cres[>i  bianchi  e  colo- 
rati, ricercatissimi  dai  Levantini  gre<ìi  e  turchi  e  che  da  soli, 
secondo  lo  Stefani,  avrebbero  dato  lavoro,  verso  la  fine  del 
secolo,  a  12000  operai  !  (1).  Inoltre:  confezioni  di  canapa,  tra  le 
quali  le  «  borazine  »  o  «  tele  di  Bologna  »j  cioè  canovacci; 
tele  cerate,  bastoni,  ombrelli,  oggetti  d'ottone;  e,  con  parmigiano, 
le  famose,  immancabili  mortadelle. 

Venezia,  come  Ancona^  fornisce  in  prima  linea  droghe;  non 
tanto  le  droghe  voluttuarie,  quanto  quei  generi  di  drogheria, 
che  entrano  come  ingredienti  e  sussidiari  in  certe  industrie: 
legni  e  terre  coloranti  e  colori  preparati,  essenze,  resine  e  anche 
medicinali.  Di  prodotti  propri,  invia  ancora  i  ben  noti  lavori 
in  legno,  specchi,  cristalli  e  vetri,  specialmente  in  lastre,  delle 
fabbriche  di  Murano  e,  almeno  sulla  fine  del  secolo,  chincaglie. 

Livorno,  Milano  e  Verona  risultano  le  grandi  piazze  donde, 
come  da  Bologna,  muovono  alla  fiera,  per  via  di  terra,  gli  stessi 
pregiati  e  ricchi  tessuti  dell'  industria  inglese  (saie  imperiali  e 
saie  scarlatte,  scottini,  camelotti,  droghetti,  pannine;  baiette  e 
vitelli;  osso  di  balena),  olandese  (tele),  francese  (rasi  di  Baiona, 
broccati,  galloni  d'oro  e  d'argento)  e  tedesca  (tele).  Alle  dette 
stoffe,  Livorno  aggiunge  anche  droghe;  come  droghe  recano,  le 
IMH'Jie  volte  che  avremo  occasione  di  incontrarli,  mercanti  di 
Genova  e  di  ISapoli. 


Meno  avari  di  notizie  sono  i  nostri  docunienti    al    riguardo 


(3)  G.  Stefani,   Dizion.   corograf.  d.    Italia:  Stato  pontificio,  Milano  e  Ve- 
rona,  1856,  p.   149. 


—  400   - 

(UU  «©«tributo  Uei  i)aesi,  ch«  inviano  la  piodiizionc  proi)ria  o 
(l'è!  retroterra,  con  ])ro|>ri  mercanti  o  i)aroiii. 

Le  province  egee  dell'  Asia  Minore,  dai  porti  di  Smirne  e 
di  Patmos,  e  col'  mezzo  di  mercanti  turchi,  ma  aopratutto  greci, 
non  escluso  qualche  armeno,  inviano  vallonee  e  cotone,  i  «  ge- 
neri del  Levante  »  per  eccellenza.  E  il  cotone  —  eoton  sodo  e 
cotone  filato  —  e  tessuti  di  cotone,  i  così  detti  «  borghi  »  di 
Smirne  o  «  bordati  »,  cioè  rigatini,  figurano  normalmente  in 
fiera  coi  Greci,  sempre  numerosi  e  turbolenti,  in  partite  che 
pei  nostri   vecchi  erano  addirittura  co^lossali. 

Gon  oasi  e  recati  dagli  stessi  Greci  sono  minori  quantità  di 
caffè,  e  i)rodottf  industriali  parimenti  tipici  del  Levante  :  co- 
perte «  schiavine  »,  cappotti,  «  papuccie  »  o    pantofole. 

L'  Arcipelago  a  sua  volta  invia  —  e  sono  ancor  Grecti  che 
li  recano'  —  olio,  frutta  secche,  spugne. 

P;a  Grecia  continentale  e  le  isole  Ionie  :  formaggio  salato 
del  Pelo[)onneso,  lana,  pelo,  pelli  e  ancora  gli  stessi  cotoni  e  le 
stesse  frutta   secche. 

La  Turchia  europea,  dai  i>orti  o  marine  di  Durazzo,  Scutari, 
Dulcigno,  Antivari  ecc.  :  pelli  gregge  e  i)elli  conce  —  tra  que- 
ste ultime  i  pregiati  cordovani,  marocchini,  cremisi  e  gialletti  — 
e  di  più  :  peci  d^  Albania,  catrami,  pegole,  scotano  e  qualche 
l)oca  quantità  di  sardelle. 

Sardelle  e  salumi  in  genere,  compreso  il  caviale,  e  pelli, 
lane,    rasce  (1)  invia  Ragusa  colle  dipendenti  Oarzola  e  Meleda. 

La  Dalmazia  o  Litorale  veneto,  da  Cattare,  Perasto,  Castel- 
nuovo.  Lesina,  Lissa,  Spalato,  Traù,  Sebenico,  Zara,  Pago,  Arbe, 
Veglia,  da  tutti  insomma  i  piccioli  e  mediocri  porti  e  ajiprodi, 
annualmente  presso  che  tutti  rappresentati,  manda  le  maggioii 
partite  degli  stessi  salumi,  di  lana  schiava  e  di  i)elh',  cui  ag- 
giunge, si  può  dire  normalmente,  tabacco,  animali  vivi,  formag- 
gio salato,  e  —  «lai   porti  più  al  nord  —   legname. 

Prodotti  analoghi,  sebbene  in  quantità  minore,  ma  non  meno 
assiduamente,  invia  il  Litorale  austriaco,  cioè  Carlopago,  Segna, 


(1)  Panni  di  lana  grossolani. 


—   401    - 

Fiume  e  1'  interposto  principato  <li  Bucciiri.  Particolarità  del 
contributo  di  Segna  e,  anche  più,  di  Finnie,  sono  seiniinannfatti 
e  mannfatti  di  legname,  come  doghe  e  caselle  di  botti,  mastelle, 
botti   ecc.   (1). 

L'  Istria  veneta,  dai  ])orti  di  Rovigno,  Pareuzo,  Pirano,  Isola, 
Capodistria  :  ancora  salumi,  oggetti  di  legno,  lana  e  prodotti 
evidentemente  calativi  dalle  regioni  piìi  interne,  come  ferrarecce, 
filati,  tele,  tele  da  stacci,  che  sembrano  preferire  inìi  si)ecial- 
mente  lo  scalo  di   Capodistria. 

Anclie  Trieste,  natnrabnente,  raccoglie  e  invia  prodotti  del- 
l' interno  :  ferrarecce  di  Lubiana  e  Gorizia  e  lavori  in  ferro, 
cristalli  di  Boemia  --  quando  sono  ammessi  alla  fiera,  —  le 
gnami  e  oggetti  di  legno,  articoli  di  drogheria.  Verso  la  fine 
del  secolo  il  suo  contingente  risulta  anche  i)iù  copioso  e  vario, 
aggiungendo  ai  precedenti  articoli  :  pellami,  drapperie,  chincaglie. 

Il  dominio  di  terraferma  di  Venezia  partecipa  alla  fiera  non 
meno  largamente  e  assiduamente  della  Dalmnzia. 

Accanto  al  contributo  già  visto  della  «  dominante  »  e  di 
Verona,  le  città  del  litorale,  e  in  prima  linea  Latisana  sul  Ta 
gliamento  e  Caorle,  inviano  grosse  partite  di  legname  da  co 
struzione  ;  Brescia,  ferrarecce  e  lavori  in  ferro;  Padova,  drappi 
di  seta  e  di  lana,  stami  e  il  suo  famoso  lino  ;  Bergamo,  pan- 
nine e  rascie,  famose  queste  ultime  non  meno  del  lino  padovano. 

Ciascuno,  inoltre,  dei  numerosi  centri  costieri  o  fluviali,  in 
quantità  più  modeste,  ma,  un  anno  per  l'altro  presso  che  normal- 


(1)  Coi  detti  manufatti  Fiume  invia  anche  la .  .  .  mano  d'  opera  per  la 
coufezioue  e  poiché,  a  un  certo  momento,  i  bottai  e  mastellai  fiumani  si 
trattengono  in  città  dopo  la  fiera  a  lavorarvi  ancora,  i  colleghi  senigalliesi, 
danneggiati  dalla  concorrenza,  se  ne  dolgono  col  legato  e  il  legato  li  sfratta: 
«  Si  dolgono  a  ragione  i  mastellari  e  bottacchiari  di  questa  città,  perchè 
«  dagli  artefici  esteri  venga  a  loro  tolto  quel  poco  di  guadagno  che  può 
«  farsi  in  tale  arte,  mentre  vengono  qua  non  solo  a  lavorare  nel  corso  della 
«  fiera,  ma  si  trattengono  anche  tre  o  quattro  mesi  dopo  ».  Il  luogotenente 
intimi  loro  di  partire,  finita  la  fiera  :  Lett.  udienza,  v.  122,  e.  174  e  182, 
lett.  19  luglio  e  16  agosto  1764  ;  e.  183-4,  memor.  relativo  d.  bottai  seni- 
galliesi. 

26  —  itti  e  Hemorie  della  R.  Dep.  di  Storia  Patria  per  le  Marche.  1912. 


—   402   — 

mente,  tributa  gli  umili  prodotti  del  suolo  acquitrinoso  all'intorno, 
modesti  manufatti  delle  povere  industrie  del  legno  e  del  giunco, 
geniali  merletti  o  altri  articoli.  Cosi,  Portogruaro  manda  «  pa- 
stieri  »  (1);  Burano,  vetri  in  lastre  ;  Pellestrina,  gli  stessi  pa 
stieri  e,  di  piìi,  mastelle,  terra  di  Vicenza,  borra,  chiodi,  mer- 
letti ;  Cavàrzere,  sgarza  e  scope;  Loreo,  canapa  e  corde; 
Adria,  stuoie,  borra,  sgarza,  cerchi  ;  Ariano  Polesine,  anche  ca- 
napa e  poi,  lino  greggio,  lino  lavorato  e  fustagno,  che  in  fiera 
tiene  uno  dei  primi  posti.  Marano,  in  fondo  alla  sua  higuna, 
fornisce  come  la  capitale  i)rodotti  di  evidente  seconda  mano  : 
droghe,  resine,  formaggi.  Chioggia  infine,  prodotti  presumibil- 
mente propri  :  sgarza,  cappelli  di  stecco,  cesti,  pesce  salato  e 
jjesce  secco.  Ma  la  sua  partecipazione  più  intensa  e  remunera- 
tiva è  per  via  dell'  industria  dei  trasporti.  I  suoi  numerosi  pa 
roni  caricano  da  tutti  i  porti  così  del  dominio  come  degli  altri 
stati,  sia  per  conto  di  mercanti,  che  per  conto  pro[)rio. 

Del  vario  contributo  lombardo  —  tessuti  di  cotone  e  di  lana, 
lini  greggi  e  lavorati,  oltre,  s'  intende,  quello  estero  fornito  da 
Milano  -  pregiatissimi  erano  i  fustagni  di  Cremona,  che  sino 
alla  fine  del  secolo  non  avevano   rivali. 

La  Toscana  pare  fornisse  a  preferenza,  suU'  esempio  di  Li- 
vorno, prodotti  di  seconda  mano  :  droghe,  pelli  conce,  cotoni  ; 
ma,  per  una  volta  almeno,  troviamo  anche  tessuti  d' origine 
fiorentina.  Il  suo  contributo  però  no)i  pare  copioso  ;  piìi  larghi 
piuttosto  sembrano  i  suoi   acquisti. 

Il  regno  di  Napoli,  o  meglio,  le  province  adriatiche  del  re- 
gno, tributano,  largamente  e  assiduamente,  prodotti  propri,  siano 
agricoli  che  industriali.  Così  1'  Abruzzo  continua  a  smaltirvi  in- 


1 


(1)  Il  Guglielmotti,  Vocabolario  marino  e  militare,  definisce  pastiere  : 
«  galloccia,  tacchetto,  castaguola  »  e  «  galloccia:  specie  di  galletto  maggiore 
(cioè  dado,  come  quello  da  vite,  ma  ad  ali)  fermo  sulle  pareti  del  bastimento, 
che  serve  a  raccomandarvi  le  manovre  correnti  e  a  dar  volta  ai  capi  ».  Noi 
dubitiamo  si  tratti  di  questi  ordigni,  perchè  troviamo  talora  specificati  «  pa- 
stieri  di  bue  »,  «  pastieri  di  montone  »  e,  nei  primi  anni  del  XIX,  anche 
«  polvere  »  e  «  raschiatura  di  pastieri  ».  In  fiera  appaiono  sempre  tra  i  le- 
gnami e  in  quantità  più   che  discrete. 


—   403    - 

genti  i)artite  delle  ricche,  geniali  e  ricercate  maioliche  di  Ca- 
stelli. E  dai  porti  o  marine  di  Giulianova,  Pescara,  Ortona,  Va- 
sto, Termoli,  vengono  normalmente,  in  quantità  non  semjjre  mo- 
deste :  sapone,  <^<  libàni  »  o  lime,  feccia  bruciata,  vino,  olio, 
formaggio,  frutta  secche. 

E  scorze  d'  arancio,  con  aranci  e  limoni  e,  di  più,  mandorle, 
olio,  riso,  invia  la  Puglia  dai  porti  di  Rodi  e  di  Viesti.  Ma  la. 
produzione  tipica  e  più  ricca  della  Puglia  sono  :  sapone,  for- 
maggio e  sopratutto  pasta,  dai  porti  di  Taranto,  Bari  e  special- 
mente Brindisi. 

Di  fuori  dal  bacino  Adriatico  han  relazioni,  non  sappiamo 
quanto  larghe  e  costanti,  la  Sicilia,  che  da  Messina  invia  for- 
maggi, e  Malta  che  vi  manda  i  cotoni  più  piegiati  per  finezza 
e  candore,  oltre  a  confezioni  di  cotone  e  di  lana  e  mandorle, 
anici,   datteri. 

Anche  il  contributo  diretto  della  Francia,  della  Svizzera  e 
della  Germania  è,  sin  verso  la  fine  del  secolo,  per  lo  meno 
scarsamente  documentato.  Certo  doveva  essere  saltuario  e  so- 
pratutto meno  copioso  di  quello  che  veniva  per  commissioni  e 
a  mezzo  dei  negozianti  italiani.  Durante  l'ultimo  ventennio  però 
abbiauio  più  frequenti  e  sopratutto  dirette  notizie  di  negozianti 
francesi,  svizzeri  e  tedeschi,  accorsi  coi  ricchi  articoli  delle 
tanto  superiori  industrie  dei  rispettivi  paesi. 

E  cioè:  mercanti  di  Lione  e  di  Parigi  vi  recano  seterie  e 
mercanti  di  Lilla  le  così  dette,  sin  d'allora,  bigiotterie;  svizzeri 
di  Ginevra,  i  classici  orologi  e  i  loro  connazionali  di  Neuchatel, 
bigiotterie  e  tele;  tedeschi  di  Metz,  di  Augusta  e  di  ÌSTorim- 
berga  —  non  ancora  ricordata,  quest'  ultima,  pei  suoi  famosi 
giocattoli  —  chincaglierie  e,  in  quantità  superiori,  tele. 

Nornialmente  infine,  nello  stesso  ultimo  ventennio  del  secolo, 
risultano  rapi)resentate  da  i)ropri  mercanti:  la  Boemia,  pei  suoi 
famosi  cristalli;  la  Moravia,  per  le  pannine;  Lubiana  e  Gorizia, 
per  le  ferrarecce;  Karlstadt,  pei  tabacchi. 


Al  confronto  di  questo  ricco  e  variamente    importante    con- 


—   404   — 

tributo  estero,  lo  stato  schiera  anch'  esso  una  lunga  serie  di 
prodotti,  sui  quali  le  rnemorìe  della  fiera  si  soffermano  con 
manifesta  compiacenza.  Quelli  tuttavia  che,  ò  per  quantità  o 
per  pregio  intrinseco  e  valore  commerciale  possono  reggere  al 
paragone  dei  principali  tra  gli  esteri,  risultano:  canape,  lane  e 
sete. 

Le  canape  è  sempre  la  Romagna  in  genere  che  le  invia,  in 
ispecie  '  Lugo  e  le  adiacenze  »,  cioè  Budrio,  Castel  San  Pietro, 
Molinella,  Cento,  Medicina  ecc.  E  si  tratta  di  i)artite  realmente 
ingenti.  «  Dalle  legazioni  di  Boh>gna,  Romagna  e  Ferrara  ven 
gono  ogni  fiera  sopra  ottocento  migliaia  di  canei)e  »  —  oltre 
2600  dei  nostri  quintali!  —  dichiarano  nel  1764  i  pubblici 
sensali.  Ma  l' assortimento  dei  canapini  non  consta  esclusiva- 
mente di  canapa,  sia  greggia  che  pettinata.  Quei  di  Lugo  re- 
cano insieme  cordame  grosso  e  minuto,  tela  da  vele,  bisacce; 
gli  altri,  brolla  e  borra;  tutti,  stoppa. 

La  maggior  quantità  di  lane  —  lane  da  filare  e  tessere,  di 
contro  alle  levantine  «  per  uso  di  stramazzi  »  —  vengono  <lalla 
Campagna  di  Roma  e  da  Rieti;  in  minore  quantità  dall'  Umbria 
e  dalla  Marca.  Ma,  fuor  di  qualche  dato  parziale,  nessuna  in 
dicazione,  neanche  approssimativa,  consente  di  farci  un'idea  delle 
quantità  complessive. 

Anche  meno  sappiamo  intorno  alle  sete,  che  dobbiamo  di- 
stinguere in  sete  lavorate  e  sete  semplicemente  tirate.  Centri 
più  o  meno  attivi  di  lavorazione  della  seta,  che  hanno  interessi 
in  fiera  o  sono,  comunque,  ricordati  nei  nostri  documenti,  oltre 
Bologna,  la  Lione  dello  stato  pontificio,  sono:  Perugia,  che  sin 
dal  quarto  decennio  vi  manda  «  stoffe  di  seta  di  varia  fattura  » 
in  genere,  e  velluti,  damaschi,  baracani  e  —  più  tardi  — 
«  faie  »  in  specie;  Camerino,  che  fa